



Questo è l'abc del libertarsimo, tratto dal forum dei libertari, te lo posto per comodità, se hai domande chiedi pure.
(tratto dalla rivista Etica & Politica a cura del Dipartimento di Filosofia dell'Università di Trieste)
1. Il libertarianism e il liberalism
Nel mondo anglo-sassone il liberalism è un universo molto esteso dove il significato prevalente della parola liberal è quello di progressista di “sinistra” schierato a favore dei diritti civili, soprattutto di minoranze e gruppi, e dell’intervento del governo nell’economia. Con il New Deal rooseveltiano la “sinistra” americana si appropria definitivamente dell’etichetta di liberal, lasciando alla Old Right il compito di cercarsi nomi che ne rappresentino le diverse sfumature. Tra i fattori che contribuiscono alla ripresa della “destra” americana nel dopoguerra, il classical liberalism occupa un posto centrale grazie alla migrazione degli Austriaci; ponendo l’accento sulla superiorità del libero mercato nei confronti del collettivismo, questi intellettuali creano le premesse per uno schieramento culturale e politico free market oriented. La Guerra fredda, tuttavia, conduce a una storica frattura, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio degli anni sessanta, tra conservatives e libertarians, riconducibile in prima battuta all’atteggiamento da tenere in politica estera nei confronti del blocco comunista: per i primi, la minaccia sovietica andava combattuta attivamente, mobilitando le risorse della società sotto la guida del governo, per i secondi, nell’attesa misesiana del crollo del socialismo, era preferibile una posizione isolazionista e di non intervento. Come si vede, siamo di fronte ad una divisione diversa rispetto a quella classica tra conservatori e liberali, riconducibile alla preferenza per l’ordine o per la libertà come valore cardine del discorso politico. Questa articolazione del lessico politico americano va anche inserita nel sistema tendenzialmente bipartitico di quel paese; a “destra”, prevalse l’etichetta di “conservatori”, soprattutto con la campagna per le presidenziali del 1964, in cui Barry Goldwater – il candidato repubblicano – rivendicò con orgoglio la definizione di conservative. Si tratta del successo di un’operazione di cultura politica iniziata con la fondazione nel 1955 della National Review di William Buckley. Da allora, nello spettro politico-partitico americano i Democratici, sostenitori del big government in economia e dei diritti civili in campo sociale, sono i liberals e i Repubblicani, fautori della deregulation del mercato e dei valori della tradizione americana nel costume, i conservatives. In questo contesto i libertarians rompono gli schemi (1), in quanto sono sostenitori radicali del capitalismo e della libertà in ogni sua forma, fino all’anti-proibizionismo in tema di droghe e alla depenalizzazione di ogni “devianza”, da quelle sessuali a quelle espressive. La parola libertarianism ha quindi piena cittadinanza nel dibattito politico americano; vediamo di precisarne il significato. Si definiscono ex negativo “libertarians” i liberali non liberal. Prendendo le mosse da questa prima definizione, si danno così due significati della parola libertarian, uno più ampio, usato soprattutto dagli avversari che non fanno distinzioni e sfumature, indicante genericamente i sostenitori del libero mercato polemici nei confronti del welfare state e delle teorie della ‘giustizia sociale’; uno più ristretto, più proprio, usato dagli stessi libertarians per distinguersi soprattutto dai classical liberals, loro parenti più stretti. In questa sede si compirà una ricognizione del libertarianism inteso nel significato ristretto. La mancata distinzione tra le anime della famiglia liberale e gli equivoci del lessico politico provocano confusione: ecco perché non è raro trovare classificati tra i libertarians o i conservatori (2) autori come F.A. Hayek e M. Friedman, i quali, propriamente parlando, sono liberali classici. Lasciato da parte il conservatorismo americano, la distinzione da tener ben ferma è quella tra classical liberals e libertarians (3). I primi, pur ribadendo il nesso inscindibile tra libertà economica e libertà politica, adottano un atteggiamento di acquiescenza nei confronti dello stato, visto come un ‘male necessario’ da ridurre – lo stato di diritto – ma non da sopprimere; la gamma di sfumature è praticamente infinita, poiché si tratta di vedere di volta in volta quali vengono considerati i compiti insopprimibili dello stato, in ogni caso ricondotti alla categoria dei “beni pubblici”. I libertarians sono gli estremisti del liberalismo, i contestatori radicali dello stato moderno, divisi nelle due famiglie dei “minarchici” e degli “anarchici”: i primi sono i sostenitori della riduzione ai minimi termini delle funzioni statali, i fautori di uno “stato
minimo” che limita il suo compito al servizio di protezione dei diritti degli individui e di risoluzione delle controversie; i secondi sono i teorici dell’anarco-capitalismo radicale, ovvero coloro che propugnano la completa estinzione dello stato e l’estensione massima delle libere relazioni di mercato.
NOTE:
(1) Per studiare le “ideologie” americane William S. Maddox e Stuart A. Lile, Beyond Liberal and Conservative. Reassessing the Political Spectrum, Washington, Cato Institute, 1984, si giovano di una quadripartizione tra liberals, conservatives, libertarians, populists. Cfr. anche Roberta Adelaide Modugno, Oltre la Destra e la Sinistra, contro lo Statalismo: i Libertarians, in Dario Antiseri e Lorenzo Infantino (a cura di), Destra e Sinistra due parole ormai inutili, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1999, pp. 101-110.
(2) Per affrontare questioni di confine cfr. George W. Carey (ed.), Freedom and Virtue: The Conservative/Libertarian Debate, Lanham, University Press of America, 1984; Nigel Ashford-Stephen Davies (eds), A Dictionary of Conservative and Libertarian Thought, London-New York, Routledge, 1991.
(3) Cfr. Norman P. Barry, On Classical Liberalism and Libertarianism, London, Macmillan, 1986; trad. it. Del liberalismo classico e del libertarianismo, Roma, ELiDiR, 1993.


Mi considero un miniarchico,un sostenitore dello stato minimo, credo che le funzioni dello stato debbano essere ridotte drasticamente, e quindi che anche la pressione fiscale dovrebbe essere ridotta in maniera sostanziale.
In un ottica del genere non posso che trovare immorale uno stato che estorce circa il 60-65% del reddito ai cittadini e considero morale l'evasione.
Io considero immorale l'atteggiamento del governo verso la procreazione assistita e l'uso delle cellule staminali.
Ma non vado giro a dire che lo faccio e che reputo giusto che tutti lo facciano.
Reputo ridicolo il limite di velocità ma non vado a 200km/h in autostrada.
Perchè c'è una legge.
E se riconosco il sistema faccio di tutto per cambiarla, ma non istigo gli altri ad una comportamento
1)scorretto (se tu puoi evadere e gli altri no non sei un rivoluzionario, sei un ladro)
2)autodistruttivo (se collassa economicamente lo stato staremo tutti peggio, non tutti meglio)
Perchè siamo in democrazia.
Quindi non discuto le tue idee, discuto i mezzi.


E' vero, è un peccato che ai lavoratori dipendenti le imposte siano sottratte alla fonte.
SArebbe gisuto che il reddito venisse versato interamente per poi andare a lasciarne la metà all'agenzia delle entrate dal lavoratore stesso.
E allora si che tutti quanti capirebbero la truffa che il Leviatano fa sulle spalle dei cittadini.
Se fosse così probabilmente avremmo già uno stato minimo.
Ricordo che i radicali si battevano per questa faccenda delle tasse ai lavoratori dipendenti.. chissà che venga fuori di nuovo questa cosa...


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