Bisognerebbe smetterla colla leggenda della catastrofe russa, del caos bolscevico, della rovina d’un impero eccetera. La Russia con la rivoluzione dei comunisti ha fatto bene a se stessa, come fece la Francia colla rivoluzione de’ girotondini e de’ giacobini, L’Inghilterra con quella de’ roundheads e de’ levellers, e la Germania con quell’altra degli anabattisti e de’ luterani. Bisogna capire che qualunque rivoluzione, per quanto sbandieri programmi universalistici o religiosi o anarchici, in fin de’ conti si riduce all’istinto di potenza d’una nazione: a un imperialismo, cioè. Vero è che quando le rivoluzioni escono di casa e si trapiantano in terra straniera, allora seminan rovina. Infatti ognuna rappresentando l’idea nazionale di un certo popolo non va d’accordo con nessun’altro: e a quel popolo è vital nutrimento, agli altri veleno. Ma nell’interno del popolo che la compie una rivoluzione non è rovina mai: è un’aristocrazia nuova che si forma e rinvigorisce la nazione, è una crisi di sviluppo utile e necessaria, un necessario sfogo che predice un maggior rigoglio. Così dalla rivoluzione protestante sbocciò l’impero olandese: alla rivoluzione inglese seguì la repubblica battagliera e vittoriosa di Cromwell: e a quella francese, Napoleone. Noi italiani, che siamo anche noi una rivoluzione – e la maggiore – non possiamo sentirci più vicini a Londra parlamentare e conservatrice, a Parigi democratica e conservatrice, che a Mosca comunista […]. L’Antiroma c’è ma non è Mosca. Contro Roma, città dell’anima, sta Chicago, capitale del maiale.


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