articolo interessantissimo il seguente,che dimostra di come anche partendo da posizioni cattoliche si possa evitare il coinvolgimento in quella mentalità folle che vede persone militanti nella destra radicale o nel cattolicesimo tradizionalista schierarsi a favore del sionismo o dei teo-con con la scusa della lotta all'Islam.
I nostri problemi non sono con la civiltà islamica ma con l'immigrazione.
E se abbiamo l'immigrazione è perchè grazie al modello americano della società multirazziale e del villaggio globale siamo invasi da milioni di allogeni mentre lo Stato condanna chi si oppone con il reato d'opinione o i pestaggi dell'ultrasinsitra.
E non c'è bisogno che siano stranieri .
Contro di noi abbiamo i nostri "connazionali",quelli che dovremmo difendere dalle orde islamiche mentre ci sputano addosso.
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Il Papa ha un consulente: Kissinger
Maurizio Blondet
06/11/2006
Henry Kissinger alla Boston University per il 126° anniversario.
Papa Ratzinger deve aver preso atto di essere un po' debole quanto a sensibilità politica internazionale, e si è scelto un consulente di valore: il migliore disponibile sul mercato globale.
Si tratta di Henry Kissinger. (1)
Che dire?
Non già che Kissinger sia un neocon alla Wolfowitz, anzi nella storia del decrepito ex segretario di Stato ci sono stati tentativi (deboli e vani) di contrastare la deriva demente dell'estremismo israeliano.
Ciò a cui Kissinger però obietta è il «modo» in cui i neocon israeliano-americani conducono gli affari mondiali, non il «fine»: il trionfo dell'imperialismo finanziario-militare USA è la sua causa. Oggi Kissinger è capo della Kissinger Associates, la più prestigiosa e pagata agenzia di consulenza, che ha fra i suoi clienti praticamente tutte le multinazionali i cui padroni siedono nella Trilateral e nel Bilderberg; con un occhio di riguardo per i colossi petroliferi, nonché per le industrie del complesso militare-industriale.
Inoltre, è - secondo la moglie di Aldo Moro - il mandante del rapimento e dell'omicidio del democristiano, attribuito dal conformismo liturgico alle Brigate Rosse.
I consigli che il Pontefice riceverà da quest'uomo, con le mani in pasta in tutte le torte e in tutti gli escrementi della politica dietro le quinte, saranno sicuramente rischiarati da un'alta visione cristiana.
Quando un giorno la verità su ciò che ha sconvolto il mondo dal 2001 verrà alla luce, e la realtà del Quarto Reich non potrà più essere negata, non so come giudicherà la storia questa scelta.
E' come se Pio XII, quando vigeva il Terzo Reich, si fosse scelto come consulente di politica mondiale, se non von Ribbentrop, von Thyssen.
«Perdona loro, che non sanno quello che fanno»: c'è da chiedersi se non sia questa la preghiera adatta a tale frangente storico fatale della Chiesa, l'esito sgomentante ed estremo della sua clericalizzazione integrale (e integralista), dove i clerici decidono tutto.
Questo esito, credo, va definito così: la subalternità cieca dei clerici ai poteri raggianti huius mundi. In Vaticano, dev'essere accaduto quel che è accaduto a San Giovanni Rotondo quando si è trattato di scegliere l'architetto per la chiesa di padre Pio.
I francescani pieni di soldi (offerte dei fedeli) hanno chiesto in giro: qual è l'architetto più costoso del mondo?
Renzo Piano, gli hanno detto, e così hanno incaricato questo rinomato costruttore di aeroporti e padiglioni fieristici, il quale ha dovuto farsi spiegare - lo ha raccontato lui stesso - «a cosa serve, precisamente, una chiesa?»
Difatti ha costruito, là sul sacro monte di Michele Arcangelo, a celebrazione dello stigmatizzato, un palazzetto dello sport.
Certo è che Kissinger è il consulente politico più pagato del mondo.
Che sia il più bravo è dubbio: ma irraggia la fama mediatica, che viene conferita dal padrone huius mundi, e a cui l'alto clero si inchina abbagliato.
Cecità disinformata che porta alla subalternità «culturale» verso i poteri esaltati dalla pubblicità: questa mi sembra la cifra del tempo clericale presente.
Ne trovo conferma, con sgomento, nell'editoriale dell'ultimo numero di Studi Cattolici, rivista che suol dirsi «vicina» all'Opus Dei, e a cui un tempo chi scrive ha collaborato.
E' l'editoriale non firmato, attribuibile dunque al direttore, a meno che non l'abbia stilato direttamente un Giuliano Ferrara od altro ateo-devoto fra i meglio pagati. (2)
Difatti vi si legge: «Qualcuno (troppi purtroppo) ancora si ostina a non vedere che la grande sfida del nostro tempo è quella lanciata dall'Islam alla civiltà occidentale, le cui radici sono oggettivamente cristiane. Per costoro, l'11 settembre 2001 non è successo nulla; niente è accaduto l'11 marzo 2004 a Madrid (un evento che ha regalato al mondo Zapatero)… E se l'Iran vuole dotarsi della bomba atomica non c'è da preoccuparsi, tanto esploderebbe su Israele».
E più avanti si parla del «fissismo fondamentalista (islamico) che ha provocato la distruzione delle Twin Towers».
Cascano le braccia.
Quasi ogni parola qui rivela, a vergogna di chi le ha scritte, una ignoranza totale dei dati di fatto accertati.
Qui, si polemizza contro persone che «si ostinano a non vedere» la minaccia islamica, senza conoscerne gli argomenti.
Non è vero che per costoro «l'11 settembre non è successo niente»: è successo, per costoro, un attentato false flag, una strage di natura criminale, che ha dato il pretesto alle guerre dell'unica superpotenza rimasta contro Stati infinitamente più deboli e meno armati, e non minacciosi per l'ordine mondiale.
Guerre di aggressione preventiva, condotte con armi di per sé genocide, da sterminio.
Un giorno, spero, lo scrivente cattolico si vergognerà di queste righe.
Affermare che l'Iran vuole la bomba atomica per lanciarla immantinente su Israele è l'adesione più ridicola e cieca alla propaganda us-raeliana, e nasce dall'ignoranza più assoluta della natura «deterrente» dell'arma nucleare, che appunto Paesi deboli e minacciati d'aggressione vogliono darsi per non essere aggrediti.
Parlare di «fissismo fondamentalista che ha provocato la distruzione delle Twin Towers» è un «raccourci storico-culturale» così arbitrario e semplicistico, che può aver posto nel cervello di qualche leghista arretrato, più che in una rivista culturale cattolica.
C'è veramente da vergognarsi per chi ha scritto cose del genere.
L' ignoranza è la chiave.
Non si pretende che costoro conoscano il dibattito in corso negli stessi Stati Uniti, gli articoli di Seymour Hersh, i reportages di Robert Fisk, il saggio di Walt e Mearsheimer sulla «Israeli Lobby»: non si può chiedere a cattolici di tenersi al corrente, sarebbe troppo.
Ma almeno, siano informati quanto lo è apparsa Loredana Bertè: la quale ha spiegato di aver visto coi suoi occhi, a cena alla Casa Bianca ospite di Bush senior e alla presenza di Bush junior, Bin Laden padre e figlio.
Proprio Osama, ha chiesto l'interdetta presentatrice della 7?
E la Bertè: «Il figlio, l'eroe della CIA. Chi ha buttato fuori i russi dall'Afghanistan? Lui!».
Pubblicità! Ha annunciato subito la presentatrice (ben pagata anche lei).
Ecco, non è poi così difficile sospettare - c'è arrivata anche Loredana Bertè - che le cose non stanno come ce le raccontano da cinque anni; e che c'è in corso qualcosa di orribile e molto diverso dalla «sfida dell'Islam alla civiltà occidentale», di colpo santificata dalla rivista dell'Opus - o di Ferrara - come «oggettivamente cristiana» (ma non era «relativista»?).
E se poi non bastasse, c'è sempre il criterio: «Dai frutti li conoscerete».
Sarebbe cristiano, magari, un qualche pensiero ai 650 mila morti iracheni provocati dalla «liberazione» americana, per non parlare del milione di profughi di un Paese dove, per di più, non vigeva un «fissismo fondamentalista», ma un regime laico.
Bisognerebbe avere occhi e cuore per le donne palestinesi e i bambini massacrati ogni giorno a Gaza e ridotti alla fame: dopotutto, anche i francescani di Terra Santa gridano di questa atrocità e di questo genocidio in corso.
Ma niente.
Quei morti pesano poco, per questi cristiani.
La loro ignoranza - dei fatti, dei semplici, evidenti fatti concreti - è ostinata e volontaria.
Più volontaria dei tedeschi anni '30, che l'ebraismo ha accusato in blocco di essere «i volonterosi carnefici di Hitler».
Volonterosi carnefici del Quarto Reich, vi chiameranno un giorno: non sarà un bel giorno, per la Chiesa.
Una prova di quanto non solo l'Occidente, ma la Chiesa sia «oggettivamente cristiana» ce la dà Henry Tincq, il vaticanista di Le Monde: racconta come il cardinale Lustiger si sia precipitato a Roma, con un altro cardinale Jean-Pierre Ricard, allo scopo di sventare il grande pericolo che incombe sul cattolicesimo: la Messa in latino, che Ratzinger vorrebbe «liberalizzare».
Il che significa, spiega Tincq, non «imporre», ma semplicemente lasciare la libertà ai preti che vogliono, di dirla in latino.
«E' in causa l'autorità dell'ultimo Concilio», dice un altro vescovo, monsignor Andrè Vingt-Trois [strano cognome, robespierriano].
Dunque lo sanno bene, i Lustiger, quali benefici hanno tratto dalla devastazione volgare (non in senso linguistico) della liturgia; e già tutta la lobby è impegnata a premere e pesare sul Papa.
Parentesi: chi scrive non si rallegra troppo di questa - ancor non realizzata, aspettate - decisione del Papa.
Viene, se viene (aspettate, la lobby è all'opera) con trent'anni di ritardo.
Nessuno si illuda sugli effetti: è curiosamente meccanicistico, e molto occidentale, credere che un albero tagliato possa tornare a dare frutti, purchè si tornino a far combaciare i due pezzi del tronco. Solo le macchine si guastano, e possono essere aggiustate; le cose organiche e viventi non si guastano, muoiono.
E ciò che è stato ucciso non rivive certo un trentennio dopo.
L'effetto finale sarà un qualche luogo marginale dove pochi fedeli andranno, sempre meno, a sentire un rito archeologico: i progressisti potranno, trionfanti, gridare che la restaurazione è fallita, che (già lo dice Tincq) il latino interessava solo «tradizionalisti ultra-minoritari ma revanchards».
Peggio, il motu proprio (se mai arriverà) sancirà l'esistenza di due messe, o anzi, una in più tra le infinite varianti locali, di gruppo e di setta (neocat), che già esistono.
La vera Messa in latino non sarà l'unica, ma una fra le tante preferenze e gusti accessibili nel fai-da-te liturgico generalizzato.
Ora, uno degli scopi del latino liturgico - oltre che di garantire la fissità delle formule sacramentali - era quella di assicurare l'unità del rito: in tutto il mondo, in India o in Inghilterra o in Cina, un viaggiatore credente poteva sentirsi, a Messa, membro dell'unica Chiesa che cantava con una sola voce: una delle esperienze, sia detto en passant, fra le più commoventi che un cattolico potesse provare, e un timbro indelebile, nella memoria, della universalità e della romanità cristiana: immediatamente, eri fratello del cinese o dell'arabo o del negro giamaicano che ti stava accanto sul banco e di cui non capivi la lingua quotidiana.
Anzi, eravamo la stessa nazione.
Ora invece, la pseudo-restaurazione del latino, lasciata all'arbitrio e al gusto, rompe ancor più l'unità.
Fra qualche decennio, grazie anche al proliferare dei «movimenti», i nostri figli e nipoti in viaggio o non saranno lasciati entrare in chiesa dalla setta che la occupa (accade già coi neocat), o assisteranno a riti che non capiscono, a preghiere che non sanno pronunciare, estranei in chiese «altrui».
Il cardinale Jean-Marie Lustiger
Espresso però questo scetticismo, va denunciato con disgusto il tono con cui, sul giornale del Grand Orient, Henry Tincq si scaglia contro i tradizionalisti che avrebbero segnato una vittoria a loro favore, se fosse data licenza di Messa in latino.
Tincq sputa bava sulla decisione del Papa di creare a Bruxelles un istituto autonomo per accogliere «preti integristi», ovviamente collegati «con l'estrema destra», e che «non hanno mai manifestato altro che un discorso di odio» contro il Concilio.
Quello del Papa, dice Tincq, «è il falso calcolo di credere che i tradizionalisti rinunceranno al loro fondo di commercio, si emenderanno, faranno penitenza, si adegueranno al Concilio, cesseranno le loro campagne contro un clero e un episcopato che, a sentir loro, avrebbero perduto ogni autorità e non attrarrebbero più giovani preti».
A sentir loro.
Avete sentito il tono?
Il Tincq lo ha appreso certamente dalla viva voce dei suoi amati cardinali «avanzati», conciliaristi e massonici.
Il tono ci dice che sarà guerra.
Ma non basta.
«Mostrando che le riforme del Concilio e lo spirito stesso del Vaticano II erano, in qualche modo, negoziabili», dice Tincq, «il Papa ha preso un grosso rischio: far passare l'ansia di riconciliazione e di unità davanti a quella della chiarezza dottrinale».
Incredibile: la chiarezza dottrinale starebbe, ora, dalla parte dei progressisti con le loro liturgie al suono del bongo e dell'ukulele.
La chiarezza dottrinale a cui tiene Lustiger, non può che essere quella che sappiamo: che gli ebrei hanno tutto il diritto di aspettare un altro messia, visto che il Primo non gli è piaciuto.
Che l'Alleanza antica è ancora valida, è la nota posizione del Lustiger.
Vedo, al fondo di questa offensiva, non già una restaurazione impossibile, ma una ulteriore riforma della liturgia.
Là dove ancor oggi pronunciamo la frase «per la Nuova ed eterna Alleanza», si dovrà presto dire «per la Nuova e temporanea Alleanza», essendo la prima ancora in vigore.
Scherziamo, ma amaramente: novità ancor più inquietanti sono in vista per l'Osservatore Romano, di cui non ho il cuore di parlare.
Chissà che a Roma, Lustiger non abbia incrociato Henry Kissinger: avranno avuto molto da dirsi, entrambi «consulenti» della stessa lobby, o di lobby affini.
Maurizio Blondet
Note
1) Paolo Mastrolilli ne ha dato conto su La Stampa del 4 novembre 2006. «Benedetto XVI ha chiesto a Henry Kissinger di entrare in un consiglio consultivo per i temi di politica estera, e lui ha accettato. La notizia l'ha rivelata lo stesso ex segretario di Stato americano, parlando con un importante membro del governo italiano. Autorevoli fonti diplomatiche della Santa Sede hanno confermato che fra i due è in corso un dialogo importante. Il Papa ha ricevuto Kissinger a Castelgandolfo poche settimane fa, e nel corso di questo colloquio gli ha chiesto di entrare a far parte di quello che il diplomatico americano ha definito un 'advisory board'. Le fonti vaticane hanno dichiarato che l'appuntamento c'è stato e l'informazione era pubblica. Quanto alla creazione del 'board', non hanno né confermato, né smentito. […] Non è inusuale per la Santa Sede ricorrere ai consigli di specialisti laici esterni. Sono noti, ad esempio, i suggerimenti economici offerti dall'ex governatore della Banca Centrale tedesca, Hans Tietmeyer. Lo stesso Michel Camdessus, una volta lasciata la direzione del Fondo Monetario Internazionale, ha partecipato a vari convegni di studio organizzati dal Vaticano. Il Santo Padre si avvale da secoli della Pontificia Accademia delle Scienze, di cui hanno fatto parte decine di studiosi di tutto il mondo. In questo momento, ad esempio, tra i suoi membri ci sono personaggi come Rita Levi Montalcini, o il premio Nobel per l'economia Gary Becker, successore di Milton Friedman alla guida della scuola di Chicago e da sempre consigliere del Partito Repubblicano americano. Sul piano della politica estera, era famosa e molto chiacchierata l'amicizia tra Giovanni Paolo II e Zbigniew Brzezinski, il consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente Carter. La comune origine polacca li univa, al punto che il KGB era arrivato a sospettare che l'elezione di Karol Wojtyla fosse un complotto ordito dalla Central Intelligence Agency allo scopo di creare scompiglio oltre la cortina di ferro. I due presunti protagonisti ridevano di questa storia, tanto che dopo la morte di Wojtyla, Brzezinski ci raccontò: 'Quando vedevo Giovanni Paolo II, lui mi rimproverava sempre con severità. Visto che tu mi hai fatto Papa - diceva - potresti anche passare a trovarmi più spesso'. […] Joseph Ratzinger e Henry Kissinger condividono l'origine tedesca, e questo potrebbe facilitare anche il loro dialogo. Il nome dell'ex segretario di Stato è tornato alla ribalta sulla scena americana nelle ultime settimane, a causa del libro di Bob Woodward 'State of Denial'. Il giornalista, che durante la presidenza Nixon denunciò lo scandalo Watergate, ha rivelato che Kissinger è uno dei consiglieri più ascoltati da George W. Bush. Le sue visite alla Casa Bianca sono tanto frequenti, quanto riservate, e il presidente aveva dimostrato tutta la sua stima quando aveva chiesto all'ex segretario di Stato di guidare la Commissione d'inchiesta sull'11 settembre. Un conflitto di interessi, però, aveva obbligato il diplomatico a rinunciare all'incarico. Tra i repubblicani Kissinger è il portabandiera della corrente dei realisti, da sempre rivali dei neoconservatori, e quindi il suo ruolo nella Casa Bianca di Bush ha un po' sorpreso. Qualcuno lo ha letto come il segno di un'inversione di tendenza, inaugurata dall'arrivo di Condoleezza Rice al vertice della diplomazia di Washington. Woodward, però, ha scritto che la posizione dell'ex segretario di Stato sul'Iraq non è diversa da quella che aveva in origine sul Vietnam. Lasciando da parte il suo giudizio sulla decisione di scatenare la guerra, ora ritiene che sia indispensabile non cedere. Perciò, secondo il giornalista del Washington Post, avrebbe sempre consigliato a Bush di non ritirarsi. Gli argomenti della recente conversazione di Kissinger con Benedetto XVI restano riservati, ma le questioni internazionali che interessano più da vicino la Santa Sede sono note. In primo luogo il rapporto con l'Islam […] Kissinger ha avuto un rapporto spesso complicato con la politica italiana, e in particolare con il leader democristiano Aldo Moro. […] All'inizio degli anni Settanta il leader democristiano stava considerando l'ipotesi di includere il Partito Comunista nel governo […] Durante un vertice a due, proprio Kissinger aveva cercato di dissuaderlo dal progetto […]. In seguito Moro avrebbe raccontato di essersi sentito minacciato nei colloqui con interlocutori americani».
2) «Ragione & religione», Studi Cattolici, Ottobre 2006.
3) Henry Tincq, «Le retour à la guerre du latin», Le Monde, 4 novembre 2006.
- EFFEDIEFFE -


Henry Kissinger alla Boston University per il 126° anniversario.
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