ascoltando la radio nei giorni scorsi mi è capitato di trovarci l'ex segretario di rifondazione comunista a parlare della crisi della sinistra (tutta, non solo quella comunista).
Ebbene, mi sono trovato stranamente d'accordo con alcune delle idee proposte, prima tra tutte il paragone, naturalmente da prendere con le molle, di una situazione paragonabile a quella della fine dell'800, in cui TUTTE le forze di sinistra e progressiste si riunirono in UN SOLO partito: il partito socialista italiano.
Sappiamo che fine ha fatto quel partito, ma non è questo il punto. Il punto sta nel rimettere in moto le cose, che sono andate piano piano rallentando fino allo spegnimento attuale da circa 30 anni (c'è chi dice "da una cattiva lettura del '68", ma tant'è).
Quindi il punto centrale è la costituzione di un unico partito della sinistra italiana ed europea, l'unico che potrebbe avere una massa tale da smuovere le cose, ed un ventre fecondo.
Questa la reputo un'ipotesi almeno interessante e mi chiedo come mai a destra oggi non ci siano che rimasugli al di fuori del partitone, mentre a sinistra vi sia ancora un bel po' di roba, sebbene ormai ridotta alla caricatura dell'area della destra estrema, con l'aggravio di avere una "testa pensante" sproporzionata rispetto al corpo militante ed ai consensi.
Ma tutto ciò non sarebbe compiuto senza, per lo meno, l'esperimento di un partito continentale Europeo. Senza assumere la dimensione europea in termini di partito e di sindacato...non c'è partita.
Senza un grande partito europeo, ed un grande sindacato europeo, come si possono affrontare le enormi contraddizioni tra Europa occidentale ed orientale? Come affronti le delocalizzazioni e l'erosione dei diritti?
Naturalmente tutto ciò parte dalla constatazione del fallimento del PD.




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