Il risanamento tramite l'eliminazione del mercato
di Simonde de Sismondi, inviato il 28/12/2006
La vicenda Alitalia consente di capire bene che cosa l’attuale governo intenda per “risanamento”, “riforme” e “concorrenza”. Un governo seriamente rispettoso delle tasche dei cittadini così come della concorrenza, si sarebbe semplicemente limitato a far fallire l’azienda e a portare i libri in tribunale. E’ più che evidente che Alitalia e il suo modello organizzativo- posto che ne abbia uno- sono ormai falliti da anni e che questa sopravvive soltanto grazie alle continue ricapitalizzazioni, finanziamenti occulti o palesi e agevolazioni varie concesse dallo stato a spese dei contribuenti. Il responso del mercato, e non dell’ultima ora è, da questo punto di vista, impietoso e inconfutabile: la compagnia offre un servizio di bassa qualità e a prezzi non competitivi, perde costantemente quote di mercato, ha subito un ormai irreversibile danno di immagine, è inaffidabile, per la bassa qualità del suo personale, l’alta conflittualità interna e non è quindi più economicamente in grado di sopravvivere. La domanda del settore, nel frattempo non diminuita ma significativamente aumentata, si è rivolta verso compagnie aeree che offrono servizi migliori, più affidabili e a costi in certi casi infinitamente più bassi di Alitalia. Un governo che effettivamente volesse “liberalizzare” e introdurre maggiore concorrenza, dovrebbe quindi lasciare fallire Alitalia, conseguendo allo stesso tempo tre importanti risultati: l’eliminazione di posta ormai ricorrente di spesa pubblica improduttiva, l’affermazione di una qualche forma di giustizia sociale, perché non c’è alcuna seria motivazione “sociale” per far pagare alla collettività e quindi anche a chi non ha mai messo piede in un aereo né lo metterà, questo tipo di “servizio”, la valorizzazione stessa di ciò che di buono c’è nell’azienda, che potrebbe essere acquisito tramite una trasparente asta fallimentare, come sempre succede in queste situazioni. Oltre a questo, si invierebbe un importante segnale a quei settori del mondo del lavoro che, godendo di un posto di lavoro garantito, pensano di potere dare sfogo ad ogni possibile rivendicazione sindacale senza minimamente preoccuparsi delle esigenze dell’utenza o della sostenibilità economica delle loro richieste.
Invece di tutto questo, si sta scegliendo la strada opposta: quella di procedere ad una vendita, per trattativa privata di una rilevante parte del capitale (il 30%) imponendo agli eventuali acquirenti tutta una serie di obblighi economicamente sostenibili soltanto in cambio del ripristino, di una posizione monopolistica della compagnia a spese ovviamente dei concorrenti. Questo aiuto nei confronti di Alitalia sarebbe concesso tramite una legge di riordino degli scali aeroportuali fumosamente definita piano di “riordino degli aeroporti”, ad opera dell’attuale ministro dei trasporti Bianchi nonché rettore dell’Università Mediterranea, che prevedrebbe una drastica riduzione del numero degli aeroporti e il passaggio della concessione dei diritti di volo da Assoclearance, un’associazione partecipata anche dalle compagnie aeree e dagli aeroporti ad una non meglio precisata autorità terza se non addirittura alle dipendenze del ministero. D’altra parte si sostiene, gli aeroporti italiani sono troppo numerosi e si fanno una eccessiva concorrenza. E’ più che evidente che ammantandosi di retorica “sistemica” o di “terzietà” questo piano in realtà non faccia altro che favorire Alitalia a scapito delle compagnie “Low Cost”, la vera novità del settore che ha abbassato drasticamente il costo del trasporto aereo e reso più facili i collegamenti tra i paesi europei e il resto del mondo. Queste compagnie, per ridurre i costi si servono, infatti, di scali minori non sfruttati dalle compagnie più importanti.
Se quindi il mercato ha, di fatto da anni, decretato il fallimento di Alitalia, in quanto altre compagnie aeree hanno saputo servire meglio, con maggiore affidabilità e a costi sensibilmente minori gli utenti, il governo pensa che per salvare questa azienda occorra ostacolare quando non addirittura eliminare i concorrenti più efficienti. In pratica eliminare il mercato per consentire ad Alitalia di poter sopravvivere. Già da tempo un accorto battage sindacal politico sta spostando l’attenzione dalla tutela della libera scelta dei consumatori e degli utenti alla necessità di salvare Alitalia, sia per proteggere l’occupazione sia perché il fallimento della compagnia comporterebbe la perdita di una grande opportunità economica. In realtà l’unica “salvezza” possibile per i posti di lavoro sono aziende sane e competitive, che presentano una offerta di servizi adeguata alle esigenze degli utenti. Una seria politica economica e sindacale dovrebbe mirare a questo obiettivo. In caso contrario, la “salvezza” dei posti di lavoro non è altro che una sorta di privilegio parassitario garantito a ristrette categorie e sovvenzionato dall’intera collettività: ciò magari “proteggerà” i dipendenti di Alitalia, assimilandoli ai tanti sfaccendati “travet” che affollano i generosi e ospitali mansionari delle amministrazioni pubbliche, ma danneggerà chi, per lavorare, ha bisogno di trasporti aerei affidabili ed economici.
Altrettanto risibile e demagogico è considerare una compagnia aerea di bandiera una sorta di fondamentale bisogno per il paese e per la sua economia o, ancora peggio una necessaria risorsa economica. Infatti, l’esigenza primaria di chi abitualmente fa uso di trasporti aerei consiste nello spostare persone e merci in tempi rapidi e a costi accettabili, non nel richiedere simboli davanti ai quali mettersi la mano nel cuore, sventolando il tricolore o cantando l’inno nazionale.
Tanto meno si può considerare una azienda che per interi decenni non ha quasi mai presentato un bilancio in utile una grande opportunità economica: per capirlo basterebbe chiedere ai sindacalisti o ai politici che in questi anni si sono variamente alternati al capezzale di Alitalia, per esigenze di visibilità o per gratificare clientele politiche, se fossero disposti ad investire i loro soldi o magari ad ipotecare la casa in cui abitano per non farsi sfuggire siffatta “opportunità”. Appare quindi chiaro che si tratta del tipico “affare” a spese degli altri di cui è possibile trovare numerosi e competenti interpreti nel sottobosco di truffatori, esperti nel gioco delle tre carte o giocolieri vari che popolano le feste e i vari mercatini rionali, alleggerendo il portafoglio degli sprovveduti spettatori.
D’altra parte non è questo l’unico progetto di eliminazione del mercato a favore di soggetti pubblici messo in opera dal governo ulivo-unionista. In ambito radiotelevisivo, ha infatti presentato una legge che, con l’intento di tutelare il pluralismo, mira coattivamente a riaffermare la “centralità” del servizio pubblico, eliminando i suoi principali concorrenti e quindi riducendo e in certi casi punendo le libere scelte degli utenti. Anche in questo caso, come si vede, l’espropriazione della libertà di scelta dei cittadini e parallelamente la smodata amplificazione del potere dello stato, si ammanta di intenti morali e vagamente democratici: la tutela del pluralismo, la centralità del servizio pubblico, oppure l’informazione di qualità e altro armamentario di questo tipo. In realtà, non c’è alcuna ragione per proteggere, tutelare o guidare scelte che gli spettatori sanno fare benissimo per conto loro, posto che non si voglia trasformare la fruizione di programmi televisivi in un’opera di indottrinamento gestita da appositi apparati politico propagandistici.
Anche la maldestra operazione Telecom-Rovati, dietro al suo aspetto da pochade teatrale e alla verve inconsapevolmente comica e farsesca dei suoi maldestri e improvvisati protagonisti, mirava agli stessi obiettivi: creare una sorta di unico gestore delle reti di telecomunicazione nelle mani dello stato, che in una sorta di regime di monopolio, potesse liberamente scaricare le proprie inefficienze nei confronti dei gestori telefonici e non.
Si è parlato molto dell’attrazione fatale nei confronti del mercato e dei grossi centri di potere economico finanziario da parte della sinistra: in realtà a quanto pare di capire, a questa piace cancellare la realtà scomoda e non pianificabile del mercato a cui tutti partecipano, a favore di una sua variante artificiale e pianificabile in cui pochi decidono per tutti e traggono profitto dal lavoro di molti.
Simonde de Sismondi




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