La morte dell’eccentrico dittatore turkmeno Saparmurat Niyazov ha gettato nello sconforto un popolo che per 21 anni è stato abituato a considerare il turkmenbashi, “la guida dei turkmeni”, come l’unico e insostituibile leader politico e spirituale del Paese.
“Sono sotto shock, non riesco a fare niente, mi aggiro per casa come un robot”, dice un dottore. “Come vivremo adesso? Niazov ha fatto tanto per noi!”, piange una casalinga.
“I bambini piangono, hanno paura che sia la fine del mondo”, racconta una maestra elementare.

Il suo culto della personalità. Queste frasi, raccolte da un reporter dell’Iwpr ad Ashgabat, non devono stupire.
Durante il suo regno, Niyazov ha infatti imposto al suo popolo un culto della personalità che faceva impallidire quelli di Stalin e Mao. Ha fatto costruire centinaia di statue d’oro massiccio che lo raffigurano. Ha imposto lo studio in tutte le scuole e le università del suo farneticante scritto di filosofia, il Rukhnama. Ha obbligato tutti i soldati e gli studenti a indossare orologi con la sua effige. Ha rinominato il mese di gennaio con il suo stesso nome e il pane con il nome della sua defunta madre. Ha imposto ai medici di giurare sul suo nome invece che su Ippocrate. E ovviamente ha impedito ogni forma di critica da parte della stampa, deputata solo a tessere le lodi del “grande leader”.
E’ naturale che la sua morte abbia destabilizzato un popolo che è stato vittima di un tale lavaggio del cervello

A chi andrà ora il gas turkmeno? Ma la morte di Niyazov non ha solo avvilito i turkmeni.
Ha aperto, a livello internazionale, una partita decisiva per il controllo delle enormi riserve di gas naturale del Paese, le seconde dell’Asia (22 triliardi di metri cubi).
Finora è stata la Russia, con Gazprom, a sfruttare il gas turkmeno. Ma negli ultimi mesi la Cina si era profilata come la principale acquirente, siglando un contratto per la costruzione di un mega-gasdotto da 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno e per lo sfruttamento del gigantesco giacimento di Iolotan (7 triliardi di metri cubi).
Uno smacco per gli Usa, che invece volevano portare il gas turkemno in Occidente attraverso il Mar Caspio e la pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan. Ecco perché a Washington l’uscita di scena di Niyazov stata accolta con malcelato entusiasmo, mentre a Mosca e a Pechino molti stanno sudando freddo. Ora la partita è di nuovo aperta. Tutto dipende da chi sarà il successore di Niyazov.

La rivoluzione della farina. Ad oggi, il predestinato pare essere l’ex vice-premier di Niyazov, l’attuale presidente ad interim Gurbanguly Berdymuhammedov, garante della continuità del regime in materia di contratti energetici e politica estera. E perfino di estetica: Berdymuhammedov pare il fratello giovane di Niyazov. Il malleabile parlamento di Ashgabat ha infatti modificato la Costituzione per permettere a Berdymuhammedov di candidarsi alle elezioni presidenziali fissate per l’11 febbraio. Esclusi dalla corsa tutti i rappresentanti delle opposizioni.
Ma non è detto che i giochi siano fatti come sembra.
I leader dell’Opposizione Democratica Unita del Turkmenistan, in esilio in Norvegia, hanno annunciato infatti la loro intenzione di tornare in patria al seguito di un treno carico di farina “per sfamare il popolo turkmeno affamato dalla dittatura di Niyazov” e per organizzare “la rivoluzione della farina”. Niente colori né fiori, per quella che si profila come una nuova partita del Grande Gioco tra Usa, Russia e Cina per il dominio dell’Asia centrale. Una partita che, secondo molti osservatori, Washington ha però pochissime probabilità dio vincere perché l’opposizione turkmena è troppo debole e un mese di tempo è troppo poco per preparare una rivoluzione.

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