Nel messaggio, il consulente della Mitrokhin invita il russo
a firmare il documento da lui redatto. Le conferme ai magistrati
Quell'e-mail a Litvinenko
che ora incastra Scaramella
E' la prova del falso sul progetto di attentato a Guzzanti
Una e-mail inviata nel dicembre 2005 da Mario Scaramella all'ex colonnello del Kgb Aleksandr Litvinenko documenta l'infedeltà istituzionale dell'ex consulente della commissione Mitrokhin. Lo indica come il fabricator del falso che verrà utilizzato per accreditare artificiosamente l'esistenza di un "mandante politico" (sin qui rimasto innominato) di un "progetto di aggressione con armi non convenzionali" contro se stesso e il presidente della commissione, il senatore Paolo Guzzanti (un progetto - è oggi dimostrato - calunniosamente attribuito a dei cittadini ucraini).
La e-mail (intercettata un anno fa dalla squadra mobile di Napoli e oggi agli atti della Procura di Roma) conferma il metodo di lavoro del "professore" napoletano, ne svela nitidamente obiettivi ed esiti: guadagnare del credito nei confronti della commissione, dissimulare le proprie mosse abusive, offrire un argomento che, a partire da quel dicembre 2005, il senatore Guzzanti spenderà pubblicamente e che, il 9 ottobre, ripeterà nell'aula del tribunale di Teramo, dove tutt'oggi si celebra il processo ai suoi immaginari sicari: "Scaramella ha redatto un rapporto segretato che costituisce il quadro politico e pure criminale, se vogliamo, di questa e altre vicende. Questo rapporto è custodito in una cassaforte del Parlamento ed è stato redatto, insieme, dal dottor Agostino Cordova e dal professor Scaramella. Contiene informazioni compromettenti per un personaggio politico circa il possibile attentato".
La mail, dunque. Nel dicembre 2005, Scaramella ha già precostituito il posticcio quadro di accuse che deve puntellare la frottola del progetto di attentato. A metà ottobre, ha fatto arrestare quattro ucraini a Teramo (la polizia li sorprende su un furgone proveniente dall'Ucraina con due granate). Un quinto, Alexandr Talik (ex agente dei servizi russi, da tempo riparato a Napoli), lo denuncia come organizzatore del plot. Ma tutto questo non basta. Scaramella scrive a Litvinenko.
La sua mail (che non immagina intercettata) contiene un allegato. E' un testo scritto in prima persona in cui - riferiscono fonti investigative - si traccia un confuso quadro internazionale che tiene insieme la guerra di Putin in Cecenia, la mafia e i servizi segreti ucraini, il Kgb. Che contiene le "ragioni politiche" per le quali è stata decisa l'eliminazione fisica del "presidente della Mitrokhin (Guzzanti), del suo consulente (Scaramella), dei suoi interpreti", condannati a morte per il lavoro di indagine che hanno condotto. Il testo allegato alla mail è scritto da Scaramella, ma non è lui che ne deve assumere la paternità. Nella lettera a Litvinenko, l'allora consulente invita infatti il russo a stampare quel documento, a firmarlo, ad assumere l'esclusiva responsabilità delle informazioni che contiene e per questo gli raccomanda di inviarlo personalmente a Roma, agli uffici della Commissione Mitrokhin. Contemporaneamente, Scaramella contatta telefonicamente Maxim Litvinenko, chiedendogli di stare addosso al fratello Alexandr. Di fargli firmare quel che c'è da firmare e di non far uscire per nessun motivo il nome "Scaramella" in questa storia. E' l'ulteriore prova dell'imbroglio. Che, come la e-mail, finisce in un brogliaccio di intercettazioni.
Il falso costruito con Litvinenko nel dicembre 2005 fiorisce e trova la strada di San Macuto, sede della commissione. Ve n'è traccia nei documenti che il pubblico ministero di Roma ha acquisito al Senato. Nel gennaio 2006, in una nota all'ufficio di Presidenza, Mario Scaramella fa riferimento al pericolo che incombe sulla sua vita e su quella del presidente Guzzanti, sul contesto politico in cui la minaccia si alimenta e, nel farlo, cita espressamente quale autorevole fonte di questa circostanza il "documento in atti" fatto pervenire autografo da Alekandr Litvinenko. Ma che di Litvinenko - lo abbiamo visto - ha soltanto la firma.
Mercoledì, a Regina Coeli, durante l'interrogatorio, quando il pubblico ministero Pietro Saviotti gli ha contestato questa prova documentale, Scaramella ha farfugliato. Il copione che aveva preparato prevedeva che gli stessi argomenti e lo "scenario" contenuti in quel falso del dicembre 2005 (Putin e la Cecenia, il Kgb, la mafia e i Servizi ucraini sullo sfondo di un progetto di attentato), l'autorevolezza della fonte cui erano stati fatti fraudolentemente accreditare (Litvinenko), potessero essere nuovamente spesi per avvolgere in una cortina di fumo le responsabilità delle sue mosse abusive. Voleva giocare su un terreno che gli è familiare, che ha e continua ad avere una eco pubblica nelle dichiarazioni del senatore Guzzanti. Non c'è riuscito. Ha dovuto spiegare la storia di quella mail a Londra. Ne è uscita una storia che sta in piedi come un sacco vuoto. Scaramella ha ammesso di essere lui l'autore del documento spedito a Litvinenko, ma di averlo fatto rielaborando una bozza che lo stesso Litvinenko gli aveva fatto avere tempo prima. Di aver quindi telefonato al fratello Maxim, preoccupato che questo suo "innocuo" intervento di "correttore", potesse, se rivelato, metterlo in imbarazzo. Va da sé che di quella fantomitaca "bozza" non esiste, né è mai stata trovata traccia.
Del resto, la difficoltà di Scaramella nel trovare in solitudine argomenti plausibili che lo smarchino dalla costruzione del falso ad uso politico consegnato alla Mitrokhin, non incrocia soltanto la storia della e-mail. Durante l'interrogatorio, l'ex consulente ha tentato, finché ha potuto, di tenere distinte le sue mosse abusive dalla figura del presidente della commissione (ha sostenuto, per esempio, di aver taciuto a Guzzanti i segnali che pure aveva ricevuto del venir meno del pericolo di attentato nei loro confronti). Almeno fino a quando un'insistita domanda del pm lo ha costretto ad afferrarsi al senatore Guzzanti. "Perché - è stato chiesto a Scaramella - lei non ha ritenuto opportuno portare in commissione Alexandr Litvinenko? Avrebbe potuto farlo, visto che il russo è stato a Roma almeno tre volte". Scaramella ha allora confermato i suoi incontri di Roma con il russo (in un caso, ha detto, informalmente a San Macuto), ma ha aggiunto che la decisione di non rendere "trasparente" la deposizione dell'ex colonnello del Kgb fu di Paolo Guzzanti, che l'avrebbe ritenuta "inopportuna": "Il Presidente riteneva che soltanto io e lui, che eravamo in una fase più avanzata di elaborazione dei dati raccolti, avremmo potuto apprezzare la rilevanza della testimonianza di Litvinenko. Ma che la stessa cosa non sarebbe valsa per il resto della commissione. Dunque, decise per il no".
CARLO BONINI