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  1. #1
    Gherradori Virtuali
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    Quando nell’isola delle pecore sbarcò il latte delle vacche

    http://espresso.repubblica.it/dettag...cche/1458889/6

    Arborea ricorda la saga della 3A cominciata cinquant’anni fa con l’arrivo dei Gorini dalla Toscana

    Quando nell’isola delle pecore sbarcò il latte delle vacche


    Oggi è facile (e consolante, nella Sardegna della fragilità economica) dire 3A, cioè Assegnatari Associati Arborea, la principale azienda agroalimentare sarda, una delle prime cinque in Italia, con 337 produttori, 117 milioni di fatturato in euro, duecento milioni di litri di latte vaccino e un’organizzazione svizzera che sulle sponde del Tirso raggruppa il 98 per cento del latte sardo di mucca. Una 3A che oggi ha uno staff dirigente under 40 (Francesco Casula, direttore generale, ha 36 anni, i responsabili del commerciale, del finanziario e della pianificazione idem, giovani donne in ruoli di vertice). Una 3A che vende anche in Sicilia, Basilicata, Campania e Calabria, che ha già aperto un ponte commerciale con Libia, Algeria, Marocco e Tunisia. Una 3A eccezione nuragica, “fiore all’occhiello del Giudicato di Arborea” per l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
    Ma i rami verdi di oggi hanno una radice solida. E festeggiando il mezzo secolo di vita della cooperativa per eccellenza si deve sfogliare anche un libro di settant’anni fa, pieno fascismo, miseria nera e analfabetismo anche nella sconfinata pianura del Campidano di Oristano con i “continentali” del Nord Est sbarcati in cerca della “Terra promessa”. Onorina Torresan, donna di 85 anni, giunta qui da bambina, ricorda: “In provincia di Treviso dormivamo con le mucche, sui covoni di fieno. E non c’era da mangiare. In Sardegna abbiamo trovato la terra e il benessere”. Il deserto delle dune di sabbia tra Arborea, Terralba e Marrubiu stava per essere bonificato dal lavoro massacrante degli operai sardi. Gli allevatori giunti dalle Dolomiti e dall’Adige ci avevano messo passione e stakanovismo,“lavoravamo diciotto ore al giorno”.

    Integrazione tra Continente e isola. La 3A (allora acronimo di Aziende Alimentari Associate) cominciava a produrre il latte di vacca nella regione leader per il latte di pecora. Fu una metamorfosi per l’isola dei nuraghi....continua...

  2. #2
    Jùliu Kerki
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    vale la pena postarlo integrale:

    Arborea ricorda la saga della 3A cominciata cinquant’anni fa con l’arrivo dei Gorini dalla Toscana
    Quando nell’isola delle pecore sbarcò il latte delle vacche
    Oggi è facile (e consolante, nella Sardegna della fragilità economica) dire 3A, cioè Assegnatari Associati Arborea, la principale azienda agroalimentare sarda, una delle prime cinque in Italia, con 337 produttori, 117 milioni di fatturato in euro, duecento milioni di litri di latte vaccino e un’organizzazione svizzera che sulle sponde del Tirso raggruppa il 98 per cento del latte sardo di mucca. Una 3A che oggi ha uno staff dirigente under 40 (Francesco Casula, direttore generale, ha 36 anni, i responsabili del commerciale, del finanziario e della pianificazione idem, giovani donne in ruoli di vertice). Una 3A che vende anche in Sicilia, Basilicata, Campania e Calabria, che ha già aperto un ponte commerciale con Libia, Algeria, Marocco e Tunisia. Una 3A eccezione nuragica, “fiore all’occhiello del Giudicato di Arborea” per l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
    Ma i rami verdi di oggi hanno una radice solida. E festeggiando il mezzo secolo di vita della cooperativa per eccellenza si deve sfogliare anche un libro di settant’anni fa, pieno fascismo, miseria nera e analfabetismo anche nella sconfinata pianura del Campidano di Oristano con i “continentali” del Nord Est sbarcati in cerca della “Terra promessa”. Onorina Torresan, donna di 85 anni, giunta qui da bambina, ricorda: “In provincia di Treviso dormivamo con le mucche, sui covoni di fieno. E non c’era da mangiare. In Sardegna abbiamo trovato la terra e il benessere”. Il deserto delle dune di sabbia tra Arborea, Terralba e Marrubiu stava per essere bonificato dal lavoro massacrante degli operai sardi. Gli allevatori giunti dalle Dolomiti e dall’Adige ci avevano messo passione e stakanovismo,“lavoravamo diciotto ore al giorno”.

    Integrazione tra Continente e isola. La 3A (allora acronimo di Aziende Alimentari Associate) cominciava a produrre il latte di vacca nella regione leader per il latte di pecora. Fu una metamorfosi per l’isola dei nuraghi, una pagina inedita nella sociologia sarda dei consumi.
    In quel 1936 a Cagliari nascono le vendite porta a porta. Le inventa un commerciante giunto dalla Toscana, Giannetto Gorini, ambasciatore Sbs (Società bonifiche sarde), colosso padronale che dettava legge sul mondo agricolo. Il latte di vacca arriva a Cagliari, città dove le pecore pascolavano ancora nei dintorni di Bonaria e nei campi sotto Monte Urpinu. Gorini ha coraggio. Investe in tecnologia acquistando i tricicli che avrebbero dovuto fare il tour della città. Cambia anche l’abbigliamento. Scompare il velluto e il fustagno dei nostri pastori. Sui tricicli del latte donne e uomini viaggiano in camice bianco, cuffie ugualmente bianche in testa per vendere il latte di “Mussolinia”. È un salto in avanti nell’igiene. E anche nell’economia. Dalla legge della domanda si passa a quella rivoluzionaria dell’offerta. Fino ad allora i consumi erano bassissimi. Lo storico Paolo Fadda scrive: “Il consumo annuo procapite di un cagliaritano era neppure di un settimo di quello di un genovese e un quinto di quello di un romano”. Ci sono gli anni della guerra, i bombardamenti su Cagliari, lo sfollamento. Giannetto Gorini ricorre a mille espedienti per avere la garanzia del rifornimento del latte di Arborea e poterlo consegnare ai cagliaritani. Non più vendite porta a porta ma rifugio per rifugio. Ci sono le tessere annonarie. La Prefettura vigila. Gorini non nega il latte a chi muore di fame. Dirà, in una lettera: “Venivano a chiedere formaggio e burro, lo mangiavano a morsi in bottega, soffrivano la fame”.

    Dopo qualche mese passato in viale Bonaria, Gorini si trasferisce in un edificio di viale Trieste, palazzo Picchi. Il latte prima sfuso, prima versato nei bidoni di alluminio e poi rivenduto nei pentolini, viene imbottigliato. Ed è il boom. Cambiano i gusti alimentari. Il pecorino salato si deve confrontare col “Dolce sardo”, più molle. I Gorini sono una potenza commerciale. Gestiscono cinque rivendite nella capitale dell’Isola. Arborea e Cagliari - fino ad allora lontane mille miglia fra loro - sono unite dalla via del latte. Gorini è il primo imprenditore che in Sardegna realizza l’impianto per la pastorizzazione del latte, finalmente lo si può bere con tranquillità e sicurezza. Con una licenza presa dalla Yomo di Lodi nasce lo yogurth, dal lessico quotidiano scompare la parola sarda gioddu. Solo il cas’agedu resta invincibile, inaffondabile, incontrastato nelle sue acropoli delle colline dei monti dell’Ogliastra.
    È una fase importante della modernizzazione generale in Sardegna. Il bianco del latte di Arborea fa scuola. Le sue trame bianche ci intrecciano con i fili rossoblu della squadra di calcio del Cagliari. Uno dei figli di Giannetto Gorini - Mario per l’anagrafe e Puppo per gli amici - è una delle glorie del Cagliari che giocava nello stadio di via Pola prima di trasferirsi all’Amsicora. Puppo Gorini lascia gli studi di Ingegneria all’università di Napoli ed esordisce nel Cagliari nel 1943 come mediano e mezzala, allenatore era l’ungherese Winkler, Sulis il portiere, Gianni Pisano terzino, mezzala era il mitico “Pantera”, Silvestro Grandesso che poi diventerà procuratore generale della Repubblica. Quando Gorini segna qualche goal, il pubblico spesso commenta: “Il latte è andato in rete”. Mezzo secolo dopo sarà un altro giocatore, del Cagliari prima e del Chelsea dopo, a fare da testimonial al latte di Arborea che si associa alla faccia simpatica di Gianfranco Zola. Latte e marketing made in Sardinia.
    Quella dei Gorini è una delle tante saghe di pionieri continentali che marcano una metamorfosi nei rapporti sociali in Sardegna e in particolare a Cagliari. Era già avvenuto nei bacini minerari con l’innesto di professionalità soprattutto estere e del settentrione italiano, ancora oggi molti cognomi di Iglesias e dintorni portano oltreTirreno e oltrAlpe. A fine Ottocento arrivano gli svizzeri, poi i commercianti dalla Campania, i carbonai dalla Toscana e dal Lazio. Sono toscani anche i Gorini. Il capostipite - come detto - è Giannetto, classe 1898. Lui nasce a Livorno da padre cameriere e da madre corallara al largo delle acque dell’isola d’Elba, donna intraprendente e creativa. Giannetto resta orfano a sette anni.

    A otto sbarca in Sardegna accolto da uno zio materno che gestisce il bar e la locanda della stazione ferroviaria di Macomer. Qui apprende i fondamentali del commercio, del rapporto con i clienti. È lui a confezionare i cestini da viaggio per chi si sposta fra Cagliari e Sassari e trova, solo a Macomer, un po’ di ristoro. Giannetto cresce tra binari e banchi mescita. Quando scoppia la prima guerra mondiale è lui, ancora in pantaloncini corti, a dover gestire da solo la locanda degli zii Baggiani-Del Re. Piccoletto di statura, non viene fatto idoneo per il servizio militare. Nel 1919 sposa Gugliema Melani, anche lei originaria della Toscana, figlia di carbonai e tagliaboschi. L’attività commerciale nella stazione ferroviaria allora più importante della Sardegna va avanti bene. Dopo dieci anni Giannetto e Guglielma si trasferiscono a Oristano dove gestiscono il bar più frequentato della città sul Tirso, quello davanti alla torre di piazza Mariano II. Bar e anche un albergo, si chiamava “Albergo Industriale”.
    Nell’Oristanese è già in atto la grande riforma agraria. La pianura di Arborea è vista come il bengodi per decine di contadini che lasciano il Nord Est della povertà, della fame, della malaria della pianura padana e puntano per la Sardegna. Giungono friulani e veneti, emiliani ed altri toscani. C’è povertà anche tra Sassari e Cagliari ma- ricordano i testimoni - “era meno opprimente”. Anche qui c’è la malaria “ma qui almeno si poteva curare col chinino”. Cronache quasi inverosimili pensando a che cosa è oggi il ricco Nord-Est. Scatta la Rinascita reale nei campi prima del Piano di Rinascita in Parlamento, in Consiglio regionale, nelle leggi e nella burocrazia. Il deserto di dune di sabbia della costa fra Santa Giusta e Terralba viene bonificato con il lavoro ciclopico dei sardi e dei nuovi arrivati, il fascismo punta su Arborea che viene chiamata Mussolinia. Nel 1932 arriva Galeazzo Ciano, tre anni dopo giunge il Duce. Ed è Giannetto Gorini a preparare - “alla villa del presidente Piero Casini” - il pranzo per Benito Mussolini. Sembra di rivederlo, osservando le foto che lo ritraggono piccoletto, davanti al Duce impettito e a mille gararchi festanti. È anche così, con questi espisodi, con uomini che si chiamavano Giulio Dolcetta ed Ernesto Ucci, che nasce la storia di Arborea e del latte di vacca. Con Gorini “rifornitore eclusivo per la Sardegna di tutti i prodotti Sbs, latte e derivati”. I tricicli ormai non bastano più. Nel 1947 arrivano quattro camion Alfa Romeo da 50 quintali. È con questi mezzi che il latte, ogni mezzanotte di ogni giorno dell’anno, raggiunge Cagliari da Arborea.

    Giannetto Gorini muore nel 1950 per un infarto. È un momento difficile che i figli Mario-Puppo e il fratello Gesualdo superano con molto coraggio. Dopo alcuni anni lanciano una coraggiosa campagna pubblicitaria affidata a una foto storica scattata da Moderno Bini e che ritrae uno dei figli di Puppo, Andrea, con una bottiglia fra le mani (oggi Andrea Gorini è un globetrotter per il mondo del turismo universitario). L’immagine del bambino e della bottiglia viene diffusa in tutta l’isola, soprattutto nel Campidano di Cagliari con manifesti gigante. E il latte continua ad andare. È Puppo ad aprire una rivendita all’ingrosso, sorgono gli impianti di pastorizzazione, processo fino ad allora del tutto sconosciuto in Sardegna, il latte viene sottoposto a un processo con sbalzi di temperature fra caldo e freddo, elimina la tubercolina, può finalmente essere bevuto senza ricorrere alla bollitura. Quell’immagine del bambino sorridente con la bottiglia bianca lancia un messaggio rassicurante. E il latte va. E gli allevatori vendono. Il prezzo remunera il lavoro di chi vive tra stalle campi.
    Sono vicenti anche le tappe successive. Nel Nord Sardegna prosperano alcune aziende private specializzate - soprattutto fra Thiesi e Oschiri - nella trasformazione del latte di pecora, nella commercializzazione del pecorino romano verso gli Stati Uniti e il Canada. I Campidani di Oristano e Cagliari si specializzano nel latte di vacca. Nel 1954 nasce in Sardegna il primo Centro del latte vaccino, del brevetto dellaoyogurth si è già accennato, viene proposto in vasetto di vetro, innovazione assolutra tra le innovazioni del packaging del dopoguerra.
    Il resto è storia di oggi. I Gorini hanno abbandonato l’attività commerciale e sfogliano l’album del tempo che fu. Puppo, volto noto delle tivù locali, è un giornalista in pensione. Fratelli e sorelle sono professionisti, Antonio fa il medico dentista, Gesualdo è laureato in Leggi, Maria e Vincenzina madri di famiglia. Ricordano “i tempi di babbo, i tempi del latte che dai bidoni è passato alle bottiglie”. Dalle 3A delle Aziende Alimentari Associate si è passati alle 3A degli Assegnatari Associati Arborea. Anche i veneti e i friulani dalla mezzadria da feudalesimo sono passati ad essere assegnatari, proprietari della terra che lavorano. La Mussolinia di ieri è la Arborea che oggi è uno dei cento Comuni più dinamici d’Italia. Un traguardo conquistato con quella parola - cooperazione - che ha fatto fortuna.
    (18 dicembre 2006)


    viene da pensare come cazzo hanno fatto i sardi, per millenni, a vivere di quel liquido inquinato, malato e puzzolente chiamato latte di pecora!!!!
    grazie a dio ci sono loro, i salvatori, altrimenti dopo millenni e millenni di bevute schifose e contaggiose avremmo rischiato l'estinzione!!!!!! cazzo, grazie.
    Bello il passaggio:“In provincia di Treviso dormivamo con le mucche, sui covoni di fieno. E non c’era da mangiare. In Sardegna abbiamo trovato la terra e il benessere”. Il deserto delle dune di sabbia tra Arborea, Terralba e Marrubiu stava per essere bonificato dal lavoro massacrante degli operai sardi. Gli allevatori giunti dalle Dolomiti e dall’Adige ci avevano messo passione e stakanovismo,“lavoravamo diciotto ore al giorno”. ma che facevano per 18 ore al giorno? se lavoravano i sardi!!! stupendo, assurdo!!! gli schiavi trogloditi che preparano la terra per i signori che porteranno il benessere, civiltà e igiene ma loro ci mettevano la passione, grandi, e le perline? ce le hanno portate?
    senza perline non sarebbe stato facile fare breccia nei selvaggi.
    Bellissimo anche la cartolina nostalgica dei carbonai laziali e toscani, bellissima, mi ricordo anni fa, un'articolo del grande Enzo Biagi che rievocava con una sua cartolina dei ricordi, con tanto di rimpianto nostalgico dei bei tempi all'aria aperta e pulita, quando da bimbo si andava dalla sua Emilia a tagliare i boschi in Sardegna per IL LORO CARBONE, e si, i signori dovevano scaldarsi, i sardi che ci facevano? i civili si devono riscaldare e per farlo serviva il carbone e la Sardegna ne aveva tanto di legno ( e gratis), loro continuarono la distruzione già cominciata dalle ferrovie italiane che decimò i boschi della Sardegna per le traversine di tutta italia, mi dispiace per lei sig Biagi, ma a me il suo album dei ricordi mi sta sulle palle.
    Ma questo articolo è tutto in chiave da racconto vicino al fuoco, chi legge penserà ancora ad una terra vuota, poca gente, ignorante, capace solo di spezzarsi la schiena per i "continentali" e per far loro piacere ( ma si, i sardi sono molto ospitali), terra in cui si può scrivere di tutto, terra in cui si può fare di tutto ancora oggi.
    Quanti sono entusiasti del metano, di alcuni insediamenti militari che verranno "regalati" alla Sardegna, e alcune altre perline? tanti, eppure ... è come se ti dovessi dieci milioni e ti dicessi che al suo posto ti darò quell'acqua che mi chiedi da tanto.
    Ma quell'acqua era tua, ho deviato il corso del fiume e mi sono preso tutta l'acqua e ora te la "regalo", e non rompere guarda che sono buono ( leggere la dichiarazione di un mesetto fa di Fassino).
    Eppure questo è ciò che sta succedendo in Sardegna con la vertenza fiscale, l'Italia ha detto a Soru che non glieli dava ma che in cambio gli regala un sacco di concessioni da leccarsi i baffi ... metano( tanto ci deve passare per forza) ... sconto( mi conviene cosi me lo controllano pure e in più mi ancòra quel tubo lughissimo alla terra a metà tragitto) ... spazi militari "che dismetterò per darteli" ( tanto devo ridurre una spesa insostenibile per lo stato italiano). .. e via cosi.
    Bah, bona festas piçocus
    J

  3. #3
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    sarei curioso di sapere se i primi abitanti di mussolinia hanno avuto anni di franchigia per favorire lo sviluppo della cittadina.

  4. #4
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    Vale la pena postarlo tutto, però fà più pena leggerlo tutto, ma dobbiamo leggerlo tutto per non correre il rischio di dimenticare.........chi dimentica il proprio passato è condannato a ripeterlo.
    Comunque......buon anno a tutti.

  5. #5
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    era meno opprimente”. Anche qui c’è la malaria “ma qui almeno si poteva curare col chinino”.
    certo la fame degli altri fa sempre meno male

 

 

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