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Risultati da 1 a 10 di 25

Discussione: [Socialisti nazionali]

  1. #1
    DaBak
    Ospite

    Predefinito [Socialisti nazionali]

    Inserite in questo 3d biografie, testi, scritti, foto, e quantaltrosui grandi Socialisti e nazionalisti del '900.

    P.S.Non inseriamo per non intasarlo roba su fascisti, nazisti o simili.

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  2. #2
    DaBak
    Ospite

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    GEORGES SOREL
    Nato nel 1847 a Cherbourg e morto nel 1922 a Boulogne-sur-Seine giornalista e uomo politico francese. Terminati gli studi all'Ecole Polytechnique di Parigi, lavorò in Algeria come ingegnere civile sino al 1891. Appassionato socialista, divenne poi l'indiscusso leader e il principale teorico del movimento sindacalista rivoluzionario. Si occupò a lungo di questioni filosofiche, la sua fama è però legata al dibattito sul revisionismo marxista, aperto nel 1896 da Bernstein, e alla sua successiva interpretazione volontaristica e antipositivistica del socialismo. Nel 1898, sotto l’influsso di Croce, prese ad appoggiare il revisionismo. Nei primi anni del ‘900 divenne il maggior teorico del sindacalismo rivoluzionario, tentando (tra il 1905 e il 1908) di recuperare la sostanza rivoluzionaria del socialismo.
    Nelle Riflessioni sulla violenza (1908) Sorel pronunciò un giudizio negativo sull'accettazione da parte dei socialisti della logica parlamentare e democratica; a suo parere, i capi del partito non facevano altro che collaborare al rafforzamento dello stato e, invece di puntare alla sua distruzione, miravano semplicemente a sostituire i borghesi alla guida dell'apparato repressivo. Al proletariato non restava altra via, per la conquista del potere, che il ricorso alla violenza; nel suo lessico il termine non significava tuttavia il semplice uso della forza, ma la capacità di creare una nuova morale e una nuova ideologia rivoluzionaria e il tratto più originale della teoria stava nell'identificare il mezzo della presa del potere nello sciopero generale.

    Dopo il 1909 abbandonò il sindacalismo e si avvicinò al movimento monarchico protofascista di Action Française. All'epoca della rivoluzione russa appoggiò con fervore il rilancio del comunismo internazionale, scrivendo ripetutamente in favore delle iniziative di Lenin. Le sue idee hanno esercitato una rilevante influenza su alcuni uomini politici; lo stesso Mussolini riconobbe più volte il suo debito nei confronti di Sorel.

  3. #3
    DaBak
    Ospite

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    Augusto Cesar Sandino
    Nacque nel 1895 in Nicaragua da un piccolo proprietario terriero. Emigrato in Messico venne a contatto, a Tampico, con i rivoluzionari popolari e conobbe la resistenza nazionale all’imperialismo americano. Nel 1927 Sandino, tornato in patria, organizzava con un esercito iniziale di ventinove uomini la guerriglia contro i “gringos” che, con il sostegno dei latifondisti disponevano a piacimento del Nicaragua e delle sue risorse. Sandino sconfisse gli americani ed i governativi (costituzionalisti) a San Juan de Las Segovias. Tra il novembre di quell’anno ed il gennaio successivo Sandino affronta gli invasori ed i costituzionalisti per ben cinque volte. Ad ogni vittoria il suo esercito scompare nei campi e nelle montagne secondo la tattica guerrigliera. Gli americani rispondevano con il terrore. Ad ogni nicaraguese maschio che incontrassero praticavano il taglio a gilet ovvero gli staccavano le braccia all’altezza delle spalle affinché non potessero impugnare armi. Il prestigio di Sandino fece accorrere intorno a lui vari rivoluzionari sociali e nazionalistici dell’America latina. Li accettò tutti tranne il rappresentante dell’Internazionale comunista che espulse. La guerra sandinista proseguì fino al 1932 allorquando, sconfitti, gli yankees decisero di partire. In febbraio, dunque, Sandino disarmava e consegnava le armi al nuovo governo. Allora, a sorpresa, venne catturato con uno stratagemma e fucilato a El Hormiguero per una macchinazione del capostipite dei Somoza che temeva il carisma e l’integrità del condottiero.

  4. #4
    DaBak
    Ospite

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    Eden Pastora, il Comandante Zero
    Nato in Nicaragua nel 1937, Eden Pastora fu sandinista convinto ed oppositore della dittatura latifondista e filoamericana dei Somoza. Nel 1979 allo scoppio dell’insurrezione sandinista Eden Pastora, con il nome di Comandante Zero prese la testa della colonna sud. La meno politicizzata e la più agguerrita militarmente. In contrasto con i vertici neosandinisti, di confessione marxista ortodossa, Pastora si dichiarò tercerista affermando di battersi per un socialismo non scientifico e non prefabbricato. Costretto all’esilio dopo la vittoria militare e la rottura con il nuovo governo di stampo marxista, Pastora organizzò un’opposizione militare composta in prevalenza di indios e cercò di trovare una giusta collocazione tra il governo marxista che tradiva la rivoluzione ed i Contras armati da Somoza e dalla Cia. Fu la ragione per la quale divenne bersaglio di due attentati da parte dei servizi americani, dal secondo dei quali si salvò miracolosamente ma gravemente ferito.

  5. #5
    DaBak
    Ospite

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    Hugo Chavez e Gamal Abd-el Nasser, i molti punti in comune
    Rudy Caparrini e Pier Francesco Galgani, 25 gennaio 2006
    Dopo l’affermazione elettorale di Evo Morales in Bolivia e la ancora più recente vittoria dell’esponente socialista Michelle Bachelet in Cile, l’America Latina appare sempre più orientata verso un graduale spostamento a sinistra dei suoi equilibri politici. L’attuale trend potrebbe ulteriormente rafforzarsi poiché, nell’anno appena iniziato, altre nazioni del continente si recheranno alle urne e potrebbero dare il loro consenso vincente ad altri esponenti di sinistra. Il “capostipite” del processo politico che si va affermando nel subcontinente e che ha già creato vari grattacapi all’amministrazione Bush è Hugo Chavez, presidente del Venezuela, il quale, dalla sua elezione avvenuta nel 1998, è apparso subito come una figura politica di notevole carisma.
    Dall’inizio del suo mandato il presidente venezuelano ha perseguito una serie di iniziative politiche che hanno messo in seria difficoltà gli Stati Uniti, la superpotenza di fatto “padrona” del Sud America. Dopo l’11 settembre il presidente Bush, insediatosi con l’intenzione di assegnare al lato sud dell’emisfero occidentale un ruolo maggiore di quello attribuitogli dalle altre amministrazioni, ha dovuto rivolgere la propria attenzione verso altri scacchieri internazionali, trascurando le nazioni sudamericane che dopo due decenni di nefande politiche neoliberiste (volute dagli organismi economici internazionali, ma che nella mente dei popoli dell’America del Sud sono state associate all’influenza statunitense) erano ormai pronte a nuovi sviluppi e orientamenti. Di tali fermenti ha approfittato Chavez il quale, battendo sul tasto dell’antiamericanismo, ha iniziato a prospettare l’obiettivo della integrazione prima economica e poi anche politica dell’intera America Latina, rifacendosi all’ideale antispagnolo e per l’unità del subcontinente del “libertador” Simon Bolivar, ponendo gli Stati Uniti di fronte a una serie di difficoltà inaspettate.
    Per affrontare il problema, i decision-makers di Washington, che non possono ispirarsi ad alcun precedente storico in Sud America, potrebbero ripensare a una situazione simile, che si presentò negli anni 50 in Medio Oriente: l’ascesa di Nasser in Egitto. Le due situazioni, pur se emerse in tempi diversi e in aree geografiche parecchio distanti, presentano molto somiglianze, sia per il contesto regionale sia per la personalità dei due leader. Negli anni 50 il Medio Oriente era in piena fase di fermento, poiché Francia e Gran Bretagna stavano ultimando il loro disimpegno. Il Medio Oriente, inoltre, presentava un tessuto sociale logoro, con una disparità abissale fra élites e masse. Queste disuguaglianze furono accentuate dall’affermazione del petrolio come fonte energetica fondamentale. Solo poche famiglie beneficiarono dello sfruttamento del greggio, mentre le masse non ne ricavarono alcun vantaggio. In questo contesto maturarono le condizioni per il successo del panarabismo, un movimento che i popoli videro come occasione favorevole per un riscatto. Campione del panarabismo fu il presidente egiziano Nasser.
    Negli ultimi cinque anni, il Sud America attuale, così come il Medio Oriente degli anni 50 con la progressiva scomparsa della presenza coloniale francese e inglese, ha assistito al forzato e altrettanto progressivo disimpegno da parte degli Usa, superpotenza egemone della regione. Oltre alle affinità geopolitiche, appaiono evidenti anche le similitudini fra i due personaggi protagonisti dei due momenti storici: il presidente egiziano dell’epoca, Gamal Adb-el Nasser, e l’attuale leader venezuelano, Hugo Chavez. Entrambi nascono da famiglie molto umili, in province periferiche di Egitto e Venezuela. I due vivono una gioventù di disagio, contraddistinta da povertà ed esclusione, maturando un forte desiderio di rivalsa nei confronti delle oligarchie al potere. Il primo passo del loro riscatto è rappresentato dall’approdo nelle grandi città, centro della vita politica e sociale della nazione. Sia Nasser sia Chavez scelgono la carriera militare, il mezzo migliore per salire posizioni nella scala sociale. Fin da giovani, i due leader maturano un forte nazionalismo, inteso come desiderio di liberare il loro paese dal giogo delle potenze straniere.
    La lotta contro le potenze straniere, dopo secoli di sottomissione, è un elemento ulteriore che avvicina Nasser a Chavez. Il leader egiziano conobbe il suo apogeo in seguito alla crisi di Suez del 1956, quando la sua determinazione indusse Usa e Urss a imporre il ritiro alle truppe francesi e inglesi, che avevano attaccato l’Egitto con l’aiuto dell’esercito di Israele. Uscendo trionfatore da quella prova di forza, Nasser, oltre a vedere garantito il diritto a nazionalizzare il Canale di Suez, ottenne un successo storico nei confronti delle potenze coloniali Francia e Gran Bretagna, che da quel momento non ebbero più alcuna influenza in Medio Oriente.
    Hugo Chavez, da parte sua, è riuscito a ottenere qualcosa di simile quando, l’11 aprile 2002, sventando un tentativo di golpe ordito anche dagli Usa, è stato in grado di dare ulteriore legittimazione al suo mandato popolare. In quella occasione, i protagonisti del colpo di stato, peraltro subito riconosciuti come governo legittimo di Caracas dagli ambasciatori di Madrid e Washington, furono costretti a lasciare il potere dopo soli due giorni e permettere il ritorno di Chavez a causa di una serie di imponenti manifestazioni popolari a favore dell’ex ufficiale. Alla forza dei manifestanti si affiancò anche la presa di posizione internazionale di Brasile e Argentina, che subito si dichiararono contrari alla defenestrazione di Chavez. Una vittoria epica, paragonabile al Nasser che esce vincitore politico dalla crisi di Suez del 1956. Le storie di Nasser e Chavez presentano quindi molti punti in comune. Vi sono, tuttavia, elementi di diversità, sia per la differente storia di Egitto e Venezuela, sia per quel che concerne le possibili reazioni degli stati circostanti.
    Il presidente egiziano, seppure avesse affermato il desiderio di rompere col passato rappresentato dalla dinastia di re Faruk, parve ispirarsi al modello rappresentato da Mohammed Alì, fondatore del moderno Egitto e quindi della dinastia cui proprio Nasser pose fine. Mohammed Alì, il comandante militare dell’esercito ottomano (nativo di Kavala in Macedonia) che guidò l’Egitto dal 1805 al 1848, riuscì a creare un’entità molto estesa, occupando la Siria, il Sudan e una parte della penisola arabica. In ogni caso Mohammed Alì, che non era arabo di etnia, non mirava a creare un grande Stato arabo, puntando piuttosto al consolidamento del suo potere personale e al rafforzamento del primato dell’Egitto. Nasser parve emulare quanto aveva fatto Mohammed Alì oltre un secolo prima. Il leader egiziano degli anni 50, che pure attribuì grande enfasi alla sua intenzione di creare un grande Stato arabo, poneva come prioritari due postulati difficili da accettare: la sua leadership personale e la sottomissione di tutti gli altri Stati all’Egitto. Questa fu la filosofia che ispirò la nascita della Repubblica Araba Unita (Rau), cui aderì la sola Siria.
    Se il modello di Nasser fu Mohammed Alì, Hugo Chavez ha voluto rifarsi all’esempio di Simon Bolivar. Questi, durante la prima metà del Diciannovesimo secolo, volle farsi interprete dell’ideale dell’indipendenza dell’America Latina dal potere coloniale spagnolo, per sostituirlo con l’unità politica continentale fondata su basi democratiche e senza la prevalenza di alcuna realtà statuale sulle altre. Un obiettivo ben diverso dai progetti di Nasser e Mohammed Alì. Con l’Alba (Alternativa bolivariana per le Americhe) Chavez intende seguire il modello di integrazione pensato da Bolivar. Se si vuole fare un ulteriore paragone tra il presidente venezuelano e Nasser, si deve tenere conto della natura peculiare delle nazioni da cui provengono i due uomini. Solo dall’Egitto, culla assieme alla Grecia della civiltà occidentale e da sempre in posizione di preminenza rispetto alle altre nazioni arabe, poteva provenire un politico come Nasser e lo stesso vale per Chavez.
    Il Venezuela, tra le nazioni sudamericane, ha sempre nutrito concezioni socio-politiche di respiro continentale. Questa apertura morale e intellettuale, che nell’Ottocento culminò nella figura di Bolivar, affondava probabilmente le sue radici negli elementi costitutivi della nazione venezuelana. Ad esempio, la mescolanza delle razze o la stessa posizione geografica privilegiata del Paese. Affacciato sui Carabi presso alcuni possedimenti olandesi, inglesi e francesi, godeva dei vantaggi di terra di frontiera. Non solo, l’immensa povertà del Paese rendeva il Venezuela scarsamente interessante per la madrepatria spagnola, assetata di oro e argento: meno pressante fu quindi l’influenza del paese europeo così come il peso dell’Inquisizione. Da qui ha origine la maggiore apertura al cambiamento e a nuove prospettive, che ha sempre caratterizzato il popolo venezuelano. Ulteriore elemento comune fra Egitto e Venezuela, in grado di fare la differenza, consiste nella titolarità di una risorsa strategica: il canale di Suez per l’Egitto, con cui controllare tutti i traffici dall’Europa all’Oceano Indiano e l’Oriente; il petrolio per il Venezuela attuale, con le inevitabili ricadute strategiche e geopolitiche.
    Le differenze fra i due uomini politici si evidenziano anche nei risultati ottenuti come leader sopranazionali. Il carisma di Nasser, senza dubbio indiscutibile, non produsse i risultati che molti ipotizzarono nel 1956. Il leader egiziano, che fu molto amato dalle masse arabe di tutto il Medio Oriente, fu invece osteggiato dai capi di Stato e di governo dei paesi fratelli. Riflettendo, non poteva essere altrimenti, giacché il suo progetto di unificazione si fondava sull’accettazione del primato dell’Egitto e di Nasser stesso. La posizione di Chavez nei confronti degli altri Stati facenti parte del continente americano è diversa. Anche lui, come Nasser, è molto apprezzato dalle masse povere dell’America Latina, colpite dalla sua retorica, dal suo carisma personale e dai suoi propositi di lavorare attraverso l’integrazione continentale per un futuro migliore. Basti pensare alle iniziative come Telesur, la prima televisione satellitare interamente latinoamericana, in grado di fornire al pubblico notizie e informazioni dal punto di vista sudamericano, rompendo il tradizionale duopolio Cnn-Bbc, o Petrosur, il progetto rivolto all’unione di tutte le compagnie petrolifere del continente in un unico polo energetico da cui escludere le grandi multinazionali americane ed europee, per favorire lo sviluppo regionale e l’utilizzo dei proventi petroliferi nel settore sociale ed ambientale dei paesi latinoamericani interessati.
    Un sentimento simile - anche se con alcune differenze e accenti diversi - si ritrova anche nei rapporti degli Paesi vicini al Venezuela. Se è vero - come è accaduto recentemente con il Brasile - che in occasione delle trattative per il Doha Round il “fratello” politico di Chavez (il presidente Lula) ha privilegiato la tutela degli interessi nazionali rispetto a quelli comuni, l’obiettivo fatto proprio da “Huguito”, come viene chiamato dai suoi concittadini - e cioè l’integrazione latinoamericana - resta sempre sullo sfondo delle discussioni tra le nazioni sudamericane riguardo il loro futuro. La ragione è dovuta al fatto che, al di là della reale capacità di influenza di Chavez, legata come è alle fluttuazioni del prezzo del greggio, l’obiettivo da lui perseguito non è destinato a rimanere solo una realtà geografica: è un concetto storico e culturale che potrà esercitare un’influenza mondiale sempre maggiore. Si tratta di un “blocco regionale” ricco di risorse. Basti pensare alla presenza di enormi potenze economiche come il Brasile o petrolifere come lo stesso Venezuela che potrebbe creare un nuovo gruppo geopolitico ed economico multipolare il quale, esulando dai tradizionali confini sudamericani, avrebbe le risorse e gli strumenti per realizzare un modello di globalizzazione e commercio alternativo a qualunque realtà economica integrata, dal modello statunitense dei trattati di libero scambio all’Unione Europea.

  6. #6
    DaBak
    Ospite

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    GAMAL ABD-EL NASSER
    Quarantotto anni fa, il 26 luglio, il presidente egiziano, colonnello Nasser, decretava la nazionalizzazione del canale di Suez, fino allora sotto controllo britannico. Era una sfida aperta agli interessi della finanza occidentale che reagì, non tempestivamente, ma reagì. Il 29 ottobre gli israeliani aggredirono l’Egitto ed il giorno seguente Francia ed Inghilterra bombardarono Porto Said facendo strage di civili ed invasero il Paese con i paracadutisti. Nelle fila degli aggressori si trovava il giovane tenente Le Pen che aveva rassegnato le dimissioni da deputato per rispondere all’appello della Francia. Paul Sergent in “Je ne regrette rien” ci racconta - in tempi non sospetti - come il tenente Le Pen si facesse apprezzare dai suoi superiori per la conoscenza ed il rispetto dei costumi egiziani i cui morti aveva fatto seppellire alla maniera islamica. “Quel tenente mostrava spiccate doti da capo”.
    Ma abbandoniamo le digressioni. L’attacco anglo-franco-israeliano s’infranse di fronte alla diga politica dell’Onu e degli Stati Uniti impegnati, all’epoca, nella “decolonizzazione” ovvero nella neocolonizzazione targata multinazionali. Tuttavia la convergenza d’interessi tra gli americani e Nasser terminava lì e il capo egiziano avrebbe rappresentato, negli anni successivi, uno dei principali problemi per gli Usa e per Israele. Proprio il fantasma di Nasser, del suo pan/arabismo e delle varianti ba’as avrebbero determinato la strategia terroristica e culturicida messa in piedi da Washington e Tel Aviv dalla metà degli anni Sessanta ad oggi.
    Ma andiamo con ordine. Gli egiziani combatterono contro i turchi durante la Grande Guerra avendo ottenuto da parte britannica la promessa dell’indipendenza. Nel 1922 un atto unilaterale inglese conservava però alla Corona il controllo militare, e non, di Suez e del Sudan. La sopraggiunta tensione anglo/egiziana sembrava placarsi nel 1935 a causa dell’invasione italiana dell’Etiopia e della nostra minacciosa presenza vicino all’Egitto (eravamo padroni anche della Libia). Tuttavia quasi tutti i giovani ufficiali facevano la fronda alla politica britannica del governo egiziano sicché, in nome dell’indipendentismo, si misero a collaborare attivamente con l’Asse. Nasser fu inserito nell’Abwehr , i servizi di spionaggio della Wehrmacht ed il suo successore alla presidenza egiziana, Sadat, fu integrato nell’SD, il servizio informazioni delle SS.
    I rapporti tra l’Asse ed i nazionalisti egiziani furono così stretti che, nei 18 punti di Verona, si fa esplicito riferimento proprio all’Egitto. Tramite Filippo Anfuso, il diplomatico rimasto fedele a Mussolini che fu deputato del primo MSI, l’Egitto strinse rapporti commerciali e diplomatici con l’Italia del dopoguerra usando come canale preferenziale il neonato partito neofascista.
    Queste premesse vanno tenute in conto per comprendere le motivazioni della politica di Nasser, il giovane ufficiale che faceva parte della giunta rivoluzionaria che il 23 luglio 1952 defenestrò il monarca, Faruk e il 18 giugno dell’anno successivo proclamò
    la Repubblica.
    Nasser, divenuto in meno di due anni il leader incontrastato del Paese, fu tra gli ideatori del “movimento dei paesi non allineati” fondato tra il 18 e il 24 aprile 1955: una terza posizione internazionale che faceva il verso al tentativo peronista. Il nazionalismo egiziano si saldava dunque ad una visione internazionale al contempo ideologica e strategica, come dimostrarono i fatti del dopo Suez.
    Scatenata e risolta positivamente la crisi, infatti, Nasser tentò la carta che lo avrebbe messo in rotta di collisione rispetto a Washington, quella del nazionalismo panarabo.
    Nel febbraio del 1958 la provvisoria unione con la Siria diede vita alla Repubblica Araba Unita e suscitò nelle masse arabe un entusiastico sentimento di rigenerazione.
    Per mettere fine alla rivoluzione in corso gli strateghi israelo-americani ricorsero ad un insieme di mosse. Assicurate le spalle economiche e morali al governo di Tel Aviv con la manovra Eichmann, i world keepers scatenarono una crisi internazionale con la “guerra dei sei giorni”. L’invasione del Sinai e la distruzione, a terra, degli aerei militari egiziani attaccati senza preavviso in periodo di pace, crearono non pochi problemi di prestigio al capo egiziano. L’intelligence americana si mise allora ad operare alle estreme di Nasser facilitando l’ascesa di personaggi/fantoccio come Gheddafi ed accendendo gli animi dei Fratelli Musulmani che pure erano stati tra i più ardenti sostenitori di Nasser. Il capolavoro strategico si ebbe il 6 ottobre 1981 quando un commando di Fratelli Mussulmani assassinò il successore di Nasser, Sadat, che era riuscito con abili dote diplomatiche a costringere gli israeliani ad abbandonare il Sinai e a rinegoziare i territori occupati.
    Nello stesso periodo gli israeliani armavano gli iraniani contro l’Iraq laico e panrabista. Il resto lo conosciamo tutti ed è storia dei giorni nostri. Lo chiamano “scontro di civiltà”.
    GABRIELE ADINOLFI - RINASCITA

  7. #7
    DaBak
    Ospite

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    La rivoluzione nasseriana

    La rivoluzione nasseriana
    A mettersi alla guida del processo di unificazione e modernizzazione del mondo arabo (panarabismo) è un giovane colonnello di umili origini, Gamal Abd el Nasser. Nel 1952 fonda il movimento clandestino degli Ufficiali liberi che, il 23 luglio dello stesso anno, organizza un colpo di Stato. Il re Faruk è costretto a fuggire in esilio. Il 18 giugno del 1953 viene proclamata la Repubblica; alla sua guida c’è un moderato, il generale Nagib, ma è Nasser a detenere di fatto il controllo dello Stato, attraverso il Consiglio rivoluzionario. Propone una coraggiosa riforma agraria che limita fortemente il latifondo e confisca le terre di proprietà del re, distribuendole a oltre un milione di contadini.
    Nel 1956 chiede agli Stati Uniti un finanziamento per la costruzione della diga di Assuan, che avrebbe bonificato 450.000 ettari di terreno e triplicato la produzione di energia elettrica. Al rifiuto statunitense Nasser risponde nazionalizzando la Compagnia del canale di Suez, controllata da inglesi e francesi. Questi ultimi, d’accordo con Israele, reagiscono. Il generale israeliano Moshe Dayan, occupa con una prorompente azione militare la striscia di Gaza e la penisola del Sinai ; paracadutisti anglo-francesi vengono lanciati su Port Said e Port Fuad. La crisi di Suez si risolve grazie all’intervento degli Stati Uniti che impone a Francia, Inghilterra e Israele di interrompere le ostilità.
    Nonostante lo scacco subito Nasser resta popolarissimo. Legittimato dall’intervento di Washington, forte della sua immagine di anti-colonialista, sufficientemente lontano dal blocco sovietico, diventa il punto di riferimento dell’area araba. Promuove fra gli altri il movimento dei Paesi non-allineati (dopo Bandung la seconda conferenza si svolge al Cairo nel 1958) e giunge alla fondazione della Repubblica Araba Unita (RAU), nata nel febbraio 1958 dalla fusione di Egitto, Siria e Yemen. Nè il fallimento della RAU (nel 1961 un colpo di Stato riporta la Siria all’indipendenza), né la disfatta nella Guerra dei sei giorni contro Isralele (5-10 giugno 1967) riescono a incrinare il suo prestigio. Quando, dopo la guerra, annuncia le dimissioni, tutto il Paese scende in piazza per invitarlo a rimanere. Morirà, simbolo di un panarabismo votato alla sconfitta a causa dei dissidi interni, nel 1970.

    CD, ACTA- Mille anni di storia (Il Novecento n.3)

  8. #8
    DaBak
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    Subcomandante Marcos


    Lo stato in cui sono nato confina con il R¡o Bravo a nord e il R¡o Suchiate a sud; e con l'oceano Atlantico a est e l'oceano Pacifico a ovest. Ho studiato in qualche università di questo paese, non a Oxford, all'estero, anche se adesso è molto di moda studiare da quelle parti. Ho studiato in un'università messicana, sono arrivato in fondo, il che è già molto, mi sono laureato, ho fatto un corso di specializzazione (non so come si chiamino adesso, ma quando ero giovane si chiamavano corsi di specializzazione), e sono stato felice per qualche tempo, finché‚ non mi sono ubriacato, ho preso l'autobus sbagliato e sono finito nella Selva Lacandona. Quando me ne sono reso conto, ormai ero là, e non ne potevo uscire; questo è successo undici anni fa. Ed eccomi qui, ancora una volta. Non posso dire di più, ma possiamo sempre chiedere alla Procura Generale della Repubblica, magari è riuscita a mettere insieme maggiori informazioni. Comunque sono un messicano qualsiasi, forse un po' buffone, più del necessario per i gusti di qualcuno, e piuttosto sboccato. Non faccio un bagno dal 31 dicembre, per cui non vi consiglio di avvicinarvi troppo, porto gli stessi vestiti che avevo il 31 dicembre, e non devono avere un gran buon odore. Perché‚ ho deciso di restare qui? Bella domanda. Che ci sto a fare qui? Non lo so, non ho una risposta. Non puoi stare qui dieci anni e rimanere lo stesso di prima. Se basta restare qui un giorno per sentire che ti sta succedendo qualcosa, immaginati dover vedere la stessa povertà tutti i giorni e la stessa voglia di cambiare o di essere diverso e di migliorare. Non puoi rimanere indifferente, a meno che tu non sia un cinico o un figlio di puttana. In città ho lasciato un biglietto del metro, un mucchio di libri, una matita spuntata, un quaderno pieno di poesie, chissà chi lo avrà adesso, e basta. Non ricordo di aver lasciato nient'altro. No, dischi no, dischi non mi pare, e neanche cassette, me le sarei comunque portate dietro nella speranza di trovare un mangianastri per ascoltarle. No, niente del genere. Ho lasciato anche un buon numero di amici, direi. I molti che si sono fermati. Se ho lasciato dei morti? Anche, quelli necessari... Solo quelli necessari; a volte ne basta uno solo, a volte ne sono necessari diversi; intendo dire questo: i morti necessari, nel senso che bisognava andare via per tornare sotto un altro aspetto, senza più un volto, senza nome, senza passato, ma ancora una volta in nome di quei morti. Se mi chiamo Marcos per via di San Marco evangelista? Dio me ne scampi, no. L'ultima funzione religiosa a cui ho partecipato è stata quella della mia prima comunione. Avevo otto anni. Non ho studiato per diventare sacerdote, né per diventare Papa, tantomeno Nunzio Apostolico. Non sono un catechista, né un parroco, niente del genere... Se volete sapere che volto c’è dietro il passamontagna, è molto semplice: prendete uno specchio e guardatevi. Di cosa vi spaventate se questo è il paese degli incappucciati e dei mascherati! Quando mi è stato chiesto perché‚ alcuni usassero il passamontagna e altri il fazzoletto, ho risposto che quelli con il passamontagna erano riusciti a procurarsi un passamontagna... Credo che il passamontagna produca un effetto ideologico efficace e corrisponda alla nostra concezione di quello che deve essere una rivoluzione non individualizzata o capeggiata da un caudillo, ma con la sufficiente forza morale per propagarsi tra la gente e arrivare a formare molti eserciti zapatisti, molti Marcos, molti comitati clandestini in ogni luogo e su molti fronti non militari. Tanta gente mi ha scritto dicendo che non devo togliermi il passamontagna "Perché‚ ti ammazzerebbero, ti succederebbe qualcosa, e dopo chi scrive i comunicati?". Adesso il passamontagna è diventato famoso come se fosse il mio viso. In fin dei conti il governo vuole colpire politicamente ciò che il volto di Marcos nasconde. Per il governo, Marcos nasconde il volto non perché‚ sia modesto, onesto, o perché‚ non voglia davvero essere un caudillo, lo cela perché‚ nasconde qualcosa del suo passato, qualcosa con cui potremmo screditarlo: "Se scopriamo che faccia ha, riusciremo a scoprire quella parte segreta del suo passato, la sfruttiamo propagandisticamente come si deve, la presentiamo all'opinione pubblica e a quel punto il mito di Marcos si sgretolerà". Alla fine Marcos, o il passamontagna di Marcos, compare o scompare anche nei media. Marcos, o chiunque possa essere Marcos, quello che vive sulle montagne, ha dei gemelli o dei complici rispetto alla sua visione del mondo o la necessità di cambiarlo e vederlo in un'altra maniera, nei giornali, alla radio, alla televisione, nelle riviste, ma anche nei sindacati, nelle scuole, tra i maestri, gli studenti, i gruppi operai, le organizzazioni contadine. Ci sono molti complici, molta gente sintonizzata sulla stessa frequenza, ma nessuno si decideva ad accendere la radio, e non è stato Marcos ad accenderla: l'hanno accesa gli indios. Qual’è la faccia di Marcos, allora? Se ha la barba, quelli che hanno la barba diranno che assomigliano a lui, e per quelli che non ce l'hanno, come la mettiamo? Se ha gli occhi di un determinato colore, allora quelli che li hanno uguali saranno come Marcos; o se è un bel tipo, biondo, moro, pelato, o quel che sia... Il passamontagna è un passamontagna e qualsiasi messicano può infilarsi un passamontagna ed essere Marcos, essere quello che sono io: unirsi a un movimento che sia giusto e legittimo e lottare per i propri diritti, non dico con un'arma, lo si può fare con un microfono, con una penna, con un foglio di carta, con una macchina fotografica. “

  9. #9
    DaBak
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    Ernst Niekisch:



    UN RIVOLUZIONARIO TEDESCO

    José Quadrato Costa



    Ernst Niekisch, nato in 1.889 in una famiglia di artigiani, militante e giornalista del partito Sociale-democratico, fu scelto in 1.918 presidente del Consiglio Centrale della Baviera. Convertito al nazionalismo durante il suo soggiorno nella prigione, cominciò a pubblicare su 1.926 Widerstand (Resistenza) "Scritti per una politica socialista e nazionalista-rivoluzianaria." Collaborò con la maggioranza di personalità relazionate con NR, tra esse Ernst Junger, e si trasformò nella figura prua, e principale teorico, del nazionale-bolscevismo tedesco e dell'anti-occidentalismo europeo. La rivista piegò subito il numero di simpatizzante, da 5 a 600 membri, un movimento di circa 5.000 persone, e si dotò del settimanale Entscheidung (Decisione). L'insieme fu proibito dai nazisti dopo salire al potere e Niekisch fu imprigionato alcuni anni dopo in una vera resistenza interna. Liberato per l'Armata Rossa il 27 aprile di 1.945, si affiliò al Partito Comunista Tedesco, e dopo al Partito Socialista Unificatore, fece parte della direzione della Fronte Nazionale, fu deputato ed impartì classi nell'Università di Humbolt. Tuttavia, dietro lo schiacciamento dell'insurrezione del 17 di giugno di 1.953, rinunciò a tutte le sue responsabilità e si stabilì nella Repubblica Federale, dove morì in 1.967. La sua influenza sull'europeismo rivoluzionario ed il nazionalismo europeo posto vacante incommensurabile.



    Ernst Niekisch è forse la figura più rappresentativa del complesso e multiforme panorama che offre il movimento nazionale-bolscevico tedesco degli anni 1918 a 1933. In lui si incarnano con ogni chiarezza le caratteristiche e le contraddizioni evocate per il termine di "nazionale-bolscevismo" e che rispondono molto più ad un stato di coraggio che ad un atteggiamento attivista, ad un'ideologia di contorni precisi o un'unità organizzativa, perché questo movimento era composto per infinità di piccoli circoli, gruppi, riviste, etc., senza che ci fosse mai un partito che si qualificasse a sé stesso di "nazionale-bolscevico." È curioso constatare che quasi nessuno di questi gruppi o personalità usò questo appellativo, se eccettuiamo la rivista di Karl Otto Paetel, "Die Sozialistische Nation", il cui sottotitolo era"Nationalbolschewistische Blätter", ma l'aggettivo fu loro lanciato con carattere dispregiativo, tinto di sensazionalismo per la stampa ed i partiti sostenitori della Repubblica di Weimar, della quale tutti i nazionale-bolscevico furono accaniti nemici, non c'essendo a queste rispetto differenze tra i gruppi provenienti dal comunismo che incorporarono l'idea nazionale e tra i gruppi nazionalisti disposti ad assumere cambiamenti economici radicali e l'alleanza con l'U.R.S.S. per distruggere l'odiato sistema nato del Dicktat di Versalles.

    Ernst Niekisch nacque il 23 di maggio di 1889 in Trebnitz (Silesia). Era figlio di un limatore che si trasportò in Nördlingen im Ridete (Baviera-Suabia) in 1891. Niekisch realizzò studi di magistero che finisce in 1907, passando ad esercitare in Ridi ed Augsburg. Non era corrente nella Germania guillermina - quello stato nel quale aveva avuto lugar"la vittoria del borghese sul soldato", in parole di Carl Schmitt - che un figlio di operaio studiasse, per quello che Niekisch dovette soffrire gli scherzi e l'ostilità dei suoi compagni di classe. Già in questa epoca era affamato di sapere (una vita di nullitàè "insopportabile", dirà, e divorato per un fuoco interno rivoluzionario; si lancia su Hauptmann, Ibsen, Nietzsche, Schopenhauer, Kant, Hegel e Machiavelli, al cui influenza si aggiungerà quella di Marx, da 1915. Iscritto nell'esercito in 1914, seri problemi oculari gli impediscono di arrivare davanti, per quello che eserciterà, fino a febbraio di 1917 funzioni di ispezione di reclute in Augsburg. In ottobre di 1917 entra nel Partito Socialdemocratico, S.P.D.) e si sente fortemente attratto per la Rivoluzione Bolscevico. Di questa epoca data suo primo scritto politico oggi perso, diplomato significativamente "Licht aus dem Osten" nel quale formulava già quello che sarà una costante della sua azione politica: l'idea della "Ostorientierung." La diffusione di questo opuscolo sarà sabotata per il proprio S.P.D., nel cui giornale di Augsburg "Schwäbischen Volkszeitung" collaborava Niekisch.

    Il 7 novembre di 1918 Eisner proclama a Monaco la Repubblica. Niekisch fonda il consiglio di operai e soldati di Augsburg, e si trasforma nel suo presidente, essendo ugualmente egli del Consiglio di Operai, Contadini e Soldati di Monaco durante febbraio e marzo di 1919. Egli è l'unico membro del Comitato Centrale che vota contro la proclamazione della prima Repubblica Sovietica della Baviera, perché considera che questa è la provincia tedesca meno adeguata per realizzare l'esperimento, dovuto al suo carattere agrario. Tuttavia, all'entrata dei Freikorps a Monaco, Niekiksch è imprigiona.


  10. #10
    DaBak
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    Marcos, omaggio a Emiliano Zapata



    Commissione sesta dell'Ezln

    Dalla Barranca de los Sauces, in Cuernavaca, nell' Altro Morelos, 10 Aprile 2006

    Al popolo del Messico. Al popolo di Morelos. Agli aderenti alla Sesta e all'Altra in tutto il paese.

    Raccontano nostri antenati, i più antichi di queste terre, che i Tzitzimime, quelli che sono solo ossa, quelli dal cuore falso, i divoratori di uomini, perseguitarono Quetzalcóatl e Mayahuel, e lui e lei si trasformarono in albero per sostenere il tetto del mondo.

    Così, il vento buono di chi portava il simbolo del caracol, si faceva albero per portare sulla sua testa il mondo che era caduto.

    Oggi, qua nel sud del Messico, nel sud che era chiamato dai nahuas e maya "la parte sinistra Sole", dove si leva l'albero dalle spine rosse, ricordiamo l'albero di vita, lotta e dignità che fu il nostro generale Emiliano Zapata Salazar, e portiamo il messaggio dell'Altra campagna e della Sesta dichiarazione, il messaggio di lotta dal basso e a sinistra che si trova nel sud, nella parte sinistra del Sole, con tutti quelli che lottano per un Messico più giusto, più libero e più democratico, cioè, per un altro Messico.

    Diciamo questo perché sappiamo bene che a volte il sangue del generale Emiliano Zapata torna a scorrere nei contadini di Morelos e in tutti gli uomini, donne, bambini e anziani di Morelos.

    E vediamo che questo accade ora a Tlalnepantla, a Tetela del Monte, ad Ocotepec, a Tetelcingo, a Cuautla, ad Anenecuilco, a Tecomalco, a Zacatepec, a Tlaquiltenango, a Jojutla, nella Barranca de los Sauces ed in tutta la terra di Morelos malgovernata da quell'idiota del Partito di azione nazionale, Sergio Estrada Cajigal.

    Perché sotto questi cieli abbiamo ascoltato e sentito che la terra muore e che con lei muoiono anche gli alberi che sostengono il mondo.

    Non solo gli alberi che vogliono distruggere i malgoverni del Pan nella Barranca de los Sauces, nella colonia Acapatzingo di Cuernavaca, Morelos.

    Vogliono anche uccidere, insieme alla natura, agli alberi che siamo tutti e tutte noi, che con la nostra lotta vogliamo alzare il mondo che hanno fatto crollare i nuovi divoratori di uomini, cioè, i grandi proprietari delle banche, dell'industria, del commercio e delle terre e acque, loro e i loro servi, i partiti politici dell'alto.

    Loro, i nostri nemici, sono chi ci spoglia della terra come contadini, quelli che con l'inganno del Procede e del Procecom rubano la terra al contadino e al comunero, all'ejidatario; quelli che fanno in modo che i prodotti che facciamo nascere dalla campagna costino poco; gli stessi che avvelenano la terra con i loro semi transgenici, i loro fertilizzanti ed insetticidi; gli stessi che, impoverendo le campagne, ci obbligano ad emigrare nelle città e negli Stati uniti perchè non abbiamo lavoro degno né giusto compenso; gli stessi che ci sfruttano come contadini, operai agricoli, braccianti, ejidatarios, comuneros, piccoli produttori, popoli indios.

    Per resistere, per affrontare, per sconfiggere questi nemici, dobbiamo unirci tutti. Unirci come produttori delle campagne, ma anche unirci con i lavoratori della città e con tutti coloro che sono disprezzati, umiliati e repressi dai signori del denaro.

    Dobbiamo dunque unirci per tornare a piantarci come l'albero che serve per risollevare il mondo che i ricchi hanno gettato nell'abisso del capitalismo.

    Dobbiamo far scorrere di nuovo il sangue di Emiliano Zapata nelle nostre vene e, come lui, non per prendere il potere, ma per ribellarci dal basso, creando con la gente umile e semplice un movimento che abbatta i malgovernanti, ripulisca la nostra patria da questi ladri capitalisti e inizi la costruzione di un'altra patria, di un altro paese, di un altro Messico.

    Oggi ci troviamo a fianco del Morelos ribelle e degno, che lotta per il rispetto della natura, per la restituzione delle terre alle comunità, per il rispetto della nostra cultura e dei diritti come indigeni, per giusti compensi, per terra e libertà.

    Oggi, come Altra campagna, vi diciamo che è necessario che Emiliano Zapata torni a camminare insieme a noi, che è necessario ribellarci contro il ricco e contro chi lo serve, che è necessario prendere con le nostre mani quello che è nostro: la terra, le fabbriche, i commerci, le banche, la salute, l'istruzione.

    Oggi dobbiamo continuare a lottare, non più da soli, ma uniti tutte e tutti quelli che, in basso e a sinistra, siamo l'albero per sollevare il mondo - un altro mondo, nostro, dell'Altra campagna- l'albero della vita che siamo.


    (Traduzione Comitato Chiapas "Maribel" - Bergamo)

 

 
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