Come molti, Francesco Rutelli è profondamente turbato dall’esecuzione di Saddam Hussein. Prima di ragionare sulle novità politiche del 2007, il vicepremier e leader della Margherita sottilinea, con amarezza, che la morte del Raiss iracheno «è stata una sconfitta per il mondo democratico. Tre anni e mezzo dopo la caduta della sua statua a Baghdad, fine anche simbolica della tirannia, rimane ben poco del senso di «nation building», di costruzione della democrazia promesso da Bush. Purtroppo stiamo vivendo un passo indietro dopo l’altro. Segno prevalente in Iraq è il ritorno a una logica di vendetta che non potrà non esasperare le rivalità etniche e i rischi di deflagrazione. Di certo, non siamo a una pagina che si chiude...». Parliamo dell’anno che ci attende. L’Italia avrà la svolta promessa da Prodi? «Sarà l’anno delle riforme. Anzitutto perché ne abbiamo totale necessità. Usciamo da un quinquennio di crescita zero, mentre altri come Spagna e Gran Bretagna hanno continuato a fare passi avanti. Ora sono ripartite pure Germania e Francia. Noi non possiamo restare i malati d’Europa. Dobbiamo metter mano ai fondamentali dell’economia: competitività, tasso di occupazione, produttività, ricerca, formazione e cultura, nuove infrastrutture. Il governo non è nato per accontentarsi dell’esistente». Finora vi siete ammirati allo specchio? «Niente affatto. Anzi, questo governo ha esordito con provvedimenti rilevantissimi come il pacchetto Bersani sulle liberalizzazioni o come le misure contro l’evasione fiscale, accompagnati da un indirizzo forte e autorevole in politica estera. La crescita è tornata sopra l’1,5 per cento. Con l’anno nuovo dobbiamo accelerare». E giocare all’attacco anziché in difesa... «Abbiamo vinto le elezioni alla Camera per 130 mila voti, sommando pure quelli della Valle d’Aosta e degli italiani all’estero. Evidente che sarebbe impossibile restare aggrappati a un margine così esiguo. Chi governa deve guidare i cambiamenti e allargare l’area del consenso». Allargarla dove? «Al Nord, anzitutto. Il centrosinistra può e deve riguadagnare moltissimi voti tra i ceti produttivi, nel vasto mondo del lavoro autonomo, delle piccole imprese, delle partite Iva... Le riforme possono essere all’inizio impopolari, ma sono la condizione per fare breccia tra chi ha subito il richiamo dell’altra parte». Che cosa intende, lei, quando parla di riforme? «Due traguardi primari. Un mercato più dinamico che assicuri maggiore concorrenza e vantaggi per il cittadino consumatore. Secondo, un’amministrazione pubblica più semplice ed efficiente». Non teme che risultino propositi un tantino astratti? «Sono concretissimi. Liberalizzare significa intervenire per abbassare le bollette energetiche, le tariffe dei servizi, anche di quelli locali, con iniezioni di concorrenza. Significa portare nuove imprese e migliori servizi ad esempio nel sistema dei trasporti...». Però, intanto, la Tav resta terreno di scontro nella maggioranza. Lei da che parte sta? «Sono per mantenere gli impegni assunti con gli italiani e realizzare la Tav. Opere pubbliche moderne contribuiscono alla civiltà di una nazione. Poi, anche da ministro dei Beni culturali, so bene che l’Italia è un ecosistema delicato, dove la qualità del paesaggio è fondamentale, dunque bisogna sempre progettare bene l’impatto sul territorio. Purché non si dimentichi che un paese imbottigliato è un paese che muore. La Tav serve per non restare tagliati fuori dal resto dell’Europa». Torniamo alle riforme dei prossimi dodici mesi. «Tra le prime non potrà mancare di certo una proposta sul federalismo fiscale. Che non sarà la ricetta egoistica della Lega, ma una strumentazione moderna per valorizzare le capacità territoriali e responsabilizzarle in un’ottica di equilibrio nazionale». Che altro? «Le maggiori entrate derivanti dalla lotta all’evasione fiscale andranno restituite ai cittadini già dalla prossima legge finanziaria. Perché la maggiore capacità di riscossione non può tradursi in una maggiore pressione fiscale». Musica per i ceti medi, meno per il partito della spesa pubblica... «Guardi che molti provvedimenti, specie in fatto di liberalizzazioni, sono già in Parlamento. Le do una notizia. Con il presidente del Consiglio abbiamo concordato una cabina di regìa proprio per seguire l’iter di tutte le riforme che occorre approvare». Come funzionerà? «Sarà Prodi, di volta in volta, a coinvolgere ministri, tecnici, rappresentanti del Parlamento, in modo che ogni provvedimento sia coerente con l’indirizzo riformatore». Però intanto sulle pensioni il premier alza il piede dall’acceleratore. Non pare abbia fretta... «E’ un tema molto esasperato. Chiaro che dobbiamo completare la riforma previdenziale. Ma il grosso è già stato fatto con il passaggio al sistema contributivo. E da gennaio opera il pilastro della previdenza integrativa, scelta fondamentale di questo governo». Fa bene, Prodi, a sdrammatizzare? «Sì. E ha ragione a ribadire, nello stesso tempo, che completeremo la riforma. Con equilibrio e buon senso, salvaguardando i lavori usuranti, su base volontaria e non coercitiva, ma la porteremo a termine. Perché due conti bastano a capire che se si allunga la vita media, anche quella lavorativa deve adeguarsi, se non vogliamo negare la pensione a chi è giovane oggi». Il referendum sulla legge elettorale divide anche a sinistra. Lei è a favore o contro? «Il mio obiettivo è chiarissimo: liquidare il pasticcio attuale. Considero il referendum come un utile mezzo per superarlo. Però sia chiaro che occorre trovare rapidamente un’intesa sulla “pars construens”, sulla nuova legge elettorale». Altrimenti? «Il sistema che uscirebbe dal referendum sarebbe perfino peggio di quello attuale. Perché darebbe un peso esagerato ai piccoli partiti facendo nascere, uso questo neologismo, una vera e propria “frammentocrazia”». Scusi, Rutelli, ma i partitini sostengono l’opposto, che il referendum li spazzerebbe via... «No, perché il nuovo meccanismo porterebbe semmai alla creazione di due grandi “listoni” contrapposti, brutta copia delle attuali coalizioni, dove dominerebbe il potere di ricatto delle forze marginali. E poi, diciamola tutta, quel sistema andrebbe contro il Partito democratico». In che senso? «Spingendo a un listone, e alla confusione programmatica, colpirebbe l’omogeneità che deve stare alla base del nuovo soggetto politico». Ma lei crede davvero che il Partito democratico nascerà mai? «Il dado è tratto in modo irreversibile. La Margherita va al congresso per sancirlo con una scelta unitaria, non scontata e lungimirante. Nel 2007 il congresso Ds compirà la stessa scelta decisiva del Partito democratico. Ma, se mi si permette una nota personale, questo traguardo costituisce anche il mio sogno politico: creare un partito in cui si uniscano le migliori correnti della democrazia italiana. Che senza sconfessare le culture politiche del XX secolo, non se ne faccia schiavo...». A proposito di culture. Nanni Moretti ha rinunciato a dirigere il Film festival di Torino. Le spiace? «Sì. L’idea di rivolgersi a lui mi era sembrata molto intelligente. Spero che ci siano ancora i margini per ricucire. In ogni caso penso che questa esperienza potrà risultare utile allo stesso Moretti». Da quale punto di vista? «Lo avvicina a comprendere meglio la difficoltà delle responsabilità pubbliche. In cui, se non ci si vuole ritirare, ci si deve misurare con interessi, personalismi, rivalità proprie anche della società civile. Da armonizzare cercando di mantenere un respiro creativo». Certo, è più difficile che criticare i leader della sinistra... Da Torino l’Egitto vuole riprendersi un papiro tra i più celebri. Lei, che è ministro per i Beni culturali, darà via libera? «Dagli elementi che ho, mi sembra una rivendicazione infondata. Ma non credo che siano queste le vere sfide culturali per Torino. Mi sembra ben più importante quella del 2011, quando si celebreranno i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia. Come responsabile dei grandi eventi, ne ho già parlato con Prodi: è un appuntamento nazionale in cui questa città non potrà non avere un ruolo da protagonista».
UGO MAGRI


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Ha ripetuto il programma dell'Unione e ha capito che il referendum sarebbe una boiata


