Alfredo Battisti quando arrivò ad Udine, era il 1973, trovò una società molto fiera e profondamente cattolica. Il suo predecessore, Giuseppe Zaffonato, s’era ritirato dopo le spericolate operazioni finanziarie (se non erro speculazioni edilizie) che avevano coinvolto la curia friulana, portandola quasi alla bancarotta. Per i friulani, operosi ed oculati fino all’eccesso, l’aver malversato danaro, soprattutto se non proprio, era una colpa quasi imperdonabile.
I frutti (avvelenati) dell’infame Concilio erano anche questi!
Zaffonato s’era trovato in eredità le glorie, religiose ed anche socio-politiche, dell’eccelso Giuseppe Nogara, l’Arcivescovo della guerra e della ricostruzione.
Ricordo che quando un libello infamante venne pubblicato da militanti della sinistra friulana sulla figura di Monsignor Nogara, accusato d’eccesiva accondiscenza verso il governo Mussolini (la qual cosa è disputata se in sè sia così negativa...), il suo successore Battisti non spese neanche una parola di difesa.
Questo era l’uomo! Un padovano, neache tanto brillante dal punto di vista culturale, estremamente mansueto verso lo storico nemico della Chiesa, il comunismo ateo.
D’altronde amava egli stesso, durante il suo “episcopio”, circondarsi dei peggior figuri che il neo-cattolicesimo conciliare produceva; penso all’abbè Pierre che, in piena missione cittadina, era il 1983 e si festeggiava il millenario di Udine, giunse in città ed ottenne il pulpito più alto per difendere un brigatista rosso friulano oppure a Helder Camara, il brasiliano guerrilero, che tenne una magistrale lectio (la ricordo come fosse avvenuta jeri!) sulla necessità della lotta armta (proprio così!) come mezzo di riscatto dalla miseria. Nella cattedrale, pergiunta! Mancava la barba altrimenti si poteva comodamente pensare al compagno Fidel, anche per la logorrea. Ed era il 1984!
E l’Italia era appena uscita dal tunnel del terrorismo politico.
Ah, le Brigate Rosse! Fece scandalo il Battisti del 1978; ero in terza elementare e la mia maestra, pia e devota, ci parlò del “vescovo” che sta coi cattivi perchè s’era rifiutato di fare il funerale ad un agente penitenziario ucciso dai rossi (unica azione BR a Udine). Proprio quell’anno un combattivo prete friulano, don Marcello Bellina, diede alle stampe una disamina dall’un po’ pomposo titolo “Alfredo Battisti, vescovo panteista e marxista”. Quando anni dopo, ormai al Liceo, riuscî a leggerne una copia (era sparito completamente dalla circolazione ed io lo trovai in una miscellanea d’opuscoli filosofici per la felice distrazione del catalogatore) rimasi raggelato leggendo le prodezze del Nostro. D’altronde l’avevo sotto gli occhi! Andreotti, Cossiga e Zamberletti se lo ricordano ancora capo-popolo dei rossi durante l’agitazione del post-terremoto nel 1976. I militari che soccorevano i terremotati pensarono ad un travestimento dei comunisti e non si rendevano conto che quell’uomo con una croce di ferro sulla tonaca nera e giusto una papalina rossa in testa era proprio quello che Paolo Mesto aveva spedito a radere al suolo la spiritualità friulana. Andreotti lo ripensa ancora a Gemona cogli operaj in sciopero e col megafono in mano a scandire slogan contro “il governo dei padroni che affama il proletariato”. D’altronde questo lupo era lo stesso che alle amministrative del 1975 s’espresse chiaramente a favore d’un grande partito della sinistra (il PCI di Berlinguer). Barricadero lo era sempre stato, vuoi per aprire l’Università ad Udine, vuoi per sfasciare qualsiasi opera buona che restava nel Friuli post-conciliare, come certe chiese rimaste col presbiterio more antiquo o lo stesso rivoluzionato del Duomo, e il suo pupillo liturgista “don” Guido Genero adesso pontifica a Roma dalle cattedre del grande lupo Wojtyla...
Nel 1981 l’Alfredo Battisti finì persino cacciato dalla commissione Lavoro della CEI dei vari Poletto, Ballestrero, Pappalardo e compagnia sfasciante. Ed era una delle commissioni più politicizzate della Conferenza stessa.
Uomo dalle intuizioni straordinarie per la distruzione spirituale dei friulani, fin dal grido, fatto proprio, degli aridi di cuore, dopo il disastroso terremoto, “Prima le case, poi le chiese!”, Alfredo Battisti rivestì uno dei ruoli maggiori, assieme al “vescovo” di Ivrea Bettazzi (felice connubio gutturale!), negli anni Ottanta, nel movimento para-cattolico (perfino per il cattolicesimo contemporaneo!) Beati i Costruttori di Pace; fece sua la peggior propaganda del tronfio Partito Comunista Italiano (che aveva raggiunto il 33% alle Europee del 1984!) contro l’istallazione in Italia dei Pershing in risposta ai missili sovietici. Obbiezione totale alle spese militare col decurtamento di un fantomatico 6‰ dalle dichiarazioni dei redditi, considerata la spesa militare italiana e sostegno acritico ad ogni iniziativa politica, anche militante. I liceali si stroppicciarono gli occhi vedendolo assieme ai capataz studenteschi ad uno sciopero il giorno dell’invasione di Grenada da parte dei marines di Reagan! L’uomo era così, un agit-prop; durante la Quaresima del 1986 aprì, in una regione d’imponenti servitù militari, il Duomo ad un gruppo d’obbiettori totali al servizio di leva; questi vivevano sotto una tenda nella Chiesa Madre e lo scandalo fu grande quando il sottoscritto, assieme a ben pochi altri, organizzò un volantinaggio sul sagrato la domenica delle Palme contro quest’ignobile profanazione; fumavano e amoreggiavano, leggendo il Manifesto, quella Quaresima nel duomo udinese. Il povero don Candido Carlino, prete di razza, già cappellano della Xma Mas, in Cielo, si ricorda ancora lo schiaffo che ricevette in sagrestia per aver chiesto spiegazioni al compagno Arcivescovo.
Ovviamente tutto quest’interesse politico andava a detrimento della conduzione spirituale di una delle diocesi più grandi della terra italina.
Guardando, poi, l’esportazione che la stesssa ha prodotto, il famigerato “monsignor” Raffaele Nogaro, ora a Caserta, prelato d’onore di Sua Santità il Nulla(se non danni)facente Luca Casarini, fu arciprete ad Udine fino a tutto il 1982, molte situazioni si fanno chiare. Fredo Vescul [Alfredo (arci)vescovo], come si firmò nella bolla che promulgava La Messe (la Messa) nella lingua friulana ed adottava la traduzione de La Bibie (la Bibbia), operata dal nefasto biblista Rinaldo Fabris, in realtà viveva proprio questo dramma. Il Friuli, ormai completamente secolarizzato da questa pretaglia, lo considerava un intruso (per le sue origini venete), un’imposizione della centralista Chiesa di Roma. Il poveretto si barcamenava come poveva, per giunta studiando il friulano, e arrivò perfino a vivere la contestazione a “sinistra”, quella dei combattivi “preti” di Glesie Furlane (Chiesa Friulana, sic), un gruppo d’esagitati che lo aveva preso troppo in parola.
Il seminario, con professori come il citato Fabris, il serafico dogmatista Marino Qualizza, tutto preso dai diritti della minoranza slovena, tanto per fare qualche nome, viveva situazioni incredibili ed i parroci erano un po’ lasciati a sè stessi.
Quando nel 1986 si concretizzò la raccolta delle firme per chiedere l’In(d/s)ulto di due anni prima, arrivò a concepire un insulto maggiore, facendo celebrare la messa una domenica sì ed una no e negandola nelle grandi feste, come Pasqua o Pentecoste.
Disarmante, si giustificò dicendo che bisognava vivere la vita della propria parrocchia. Ormai però di vita nelle parrocchie cittadine non ce n’era più. E mesto, come il Paolo che lo aveva mandato a livellare la spiritualità friulana, erede dell’ imperiale Aquileja, me lo ricordo addolorato, e fors’anche sincero, meditare un mercoledì delle Ceneri, a metà degli Anni Novanta, poco prima di ritirarsi, sui danni che il Concilio, Novella Pentecoste, aveva prodotto sul cattolicesimo. Ut unum sint, il suo motto “episcopale”, lo unì al suo mentore del famoso discorso del 1972. Fredo lì era tornato! che avesse distrutto il cattolico Friuli era un dettaglio marginale.
@+




Rispondi Citando

