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    Arrow La conversione dell’ebreo rivoluzionario

    Michael E. Jones
    29/12/2006
    Inizia, con la pubblicazione del saggio "La conversione dell'ebreo rivoluzionario", la collaborazione tra Effedieffe e Michael E. Jones, il grande saggista cattolico americano di cui pubblicheremo, nei prossimi giorni la bio-bibliografia, e nei prossimi mesi 5 libri.



    Parte prima



    Il 15 giugno 2006 l'Assemblea Generale della Chiesa Episcopaliana degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione di condanna dei Vangeli, giudicati documenti «anti-giudaici».
    La conclusione che gli episcopaliani ne hanno tratto è stata di censurare le Scritture, in particolare nel loro uso liturgico, rimuovendo ogni accenno che un ebreo potesse trovare offensivo.
    Per questo motivo, non pochi fra di loro hanno concluso che si è così consumata l'apostasia finale, ultima di una serie iniziata alla conferenza di Lambeth del 1930, quando la Chiesa Episcopaliana approvò l'uso dei contraccettivi.
    Se questo sia vero o meno non c'interessa discuterlo in quest'occasione.
    A prescindere da quali siano state le conclusioni degli episcopaliani, bisogna ammettere che l'affermazione che i Vangeli siano antigiudaici è vera, oltre ogni dubbio.
    La vera domanda è perché gli episcopaliani abbiano impiegato duemila anni per ammettere questo fatto o perché non siano giunti ad una conclusione ancora più logica, e cioè che se vogliono essere fedeli all'esempio di Gesù Cristo anche loro devono nutrire, in qualche modo, sentimenti antigiudaici.
    Sia chiaro: gli episcopaliani non hanno affermato che le Scritture sono antisemite; se lo avessero fatto, la loro affermazione sarebbe stata falsa.
    «Antisemitismo» è una parola relativamente recente, coniata nel 1870 da un tedesco di nome Whilhelm Marr, che si riferisce al concetto di razza, e implica che gli ebrei sono da biasimare a causa di certe caratteristiche biologiche non emendabili.
    Questa è l'idea che ha condotto a Hitler, ma la sconfitta di Hitler ha portato anche ad una ridefinizione della parola, se è vero che «antisemitismo» oggi ha un significato completamente differente: se un tempo l'antisemita era una persona che non amava gli ebrei, oggi è qualcuno che gli ebrei non amano.
    Nessun cristiano, in buona coscienza, può essere un antisemita ma ogni cristiano, per il fatto di essere tale, è in un certo qual modo "antigiudaico".



    Nel linguaggio comune i due termini sono praticamente sinonimi ma il loro significato è molto diverso, e la loro differenza viene deliberatamente oscurata per motivi politici.
    Il 16 ottobre 2004, il presidente Bush ha approvato come legge il "Global Anti-Semitism Review Act", che istituisce uno speciale ufficio all'interno del Dipartimento di Stato statunitense per monitorare l'antisemitismo mondiale, con lo scopo di redigere un rapporto annuale indirizzato al Congresso.
    Uno dei passi principali per rendere effettiva la legge è stata la nomina, da parte del Segretario di Stato Condoleeza Rice, il 22 maggio 2006, di Gregg Rickman quale capo dell'ufficio del Dipartimento di Stato sull'Antisemitismo Mondiale.
    Rickman è un personaggio collegato con le organizzazioni ebraiche e con il Congresso, ed è stato direttore dello staff dell'ex senatore Peter Fitzgerald (repubblicano dell'Illinois) e direttore della Coalizione Ebraica Repubblicana (Republican Jewish Coalition).
    La sua principale qualificazione per ricoprire quella funzione però è stata il ruolo che ha giocato, in collaborazione con il senatore Alfonse D'Amato (repubblicano del New Jersey), per il recupero di 2 miliardi di dollari dalle banche svizzere alla fine degli anni Novanta.
    "Gregg Rickman, al tempo in cui collaborava con il senatore D'Amato, quasi da solo, ha svelato la corruzione e l'immoralità delle banche svizzere", ha affermato William Daroff, vice presidente per le relazioni politiche dell' "United Jewish Communities", l'organizzazione-ombrello delle federazioni ebraiche nordamericane, e direttore del suo ufficio di Washington; "secondo i rappresentanti di gruppi che fanno da collegamento fra Washington e le piccole, vulnerabili, comunità ebraiche d'Oltreoceano, il suo fiuto da segugio sarà utile anche nel suo nuovo incarico".
    Rickman non dovrà darsi pena di definire l'antisemitismo perché l'ufficio del Dipartimento di Stato in cui presta la sua opera si è già occupato della cosa.



    Nel suo "Report on Global Anti-Semitism" e nel suo "Global Anti-Semitism Report", il Dipartimento di Stato statunitense ha stilato una lista delle convinzioni che vanno considerate antisemite:
    1) qualunque affermazione secondo la quale "la comunità ebraica controlla il governo, i media, il business internazionale e il mondo finanziario" va considerato antisemita.
    2) "Un forte sentimento anti-israeliano" va considerato antisemita.
    3) "Ogni vivace critica" dei leader israeliani, del passato o del presente, è antisemita. Secondo il Dipartimento di Stato, si ha antisemitismo quando viene rappresentata una svastica in una vignetta critica nei confronti dei leader sionisti del passato o del presente.
    E così, andrebbe considerata "antisemita" una vignetta su cui appare una svastica, critica nei confronti della brutale invasione, da parte di Ariel Sharon, della West Bank, rappresentato mentre scaglia missili "hell-fire" sui poveri palestinesi uomini, donne e bambini.
    Allo stesso modo sarebbe "antisemita" l'uso della parola "Zionazi" in riferimento ai bombardamenti a tappeto ordinati da Sharon nel 1982 (quando furono uccisi 17.500 rifugiati innocenti).
    4) Ogni critica della religione giudaica o dei suoi leader religiosi o della sua letteratura (specialmente il Talmud e la Kabbalah) è antisemita.
    5) Ogni critica del governo e del Congresso degli Stati Uniti accusati di essere influenzati indebitamente dalla comunità ebraica-sionista (compreso l'AIPAC) è antisemita.
    6) Ogni critica della comunità ebraica-sionista, accusata di promuovere il globalismo (New World Order) è antisemita.
    7) Il biasimare i leader giudei e i loro seguaci per aver incitato alla crocefissione di Cristo da parte dei romani è antisemita.
    8) Ogni riduzione della cifra dei "sei milioni" di vittime dell'olocausto è antisemita.
    9) Definire Israele uno Stato "razzista" è antisemita.
    10) Affermare che esista una "cospirazione sionista" è antisemita.
    11) Affermare che gli ebrei e i loro leader crearono la rivoluzione bolscevica in Russia è antisemita.



    I criteri elaborati dal Dipartimento di Stato hanno delle ricadute serie per tutti.
    Quella più seria, forse, è che essi trasformano in "antisemiti" un buon numero di ebrei, che hanno fatto molte delle affermazioni sopra riportate in libri e articoli.
    Ma le definizioni del Dipartimento di Stato presentano altre serie implicazioni di tipo storico.
    Se consideriamo i numeri 4 e 7, per esempio, ci sembra che, stando ai criteri del Dipartimento di Stato, non soltanto i semplici cattolici ma i Papi e i santi siano passibili dell'accusa di antisemitismo.
    Numerosi Papi, a partire da Gregorio IX nel 1238, hanno condannato il Talmud considerandolo un insulto blasfemo alla persona di Cristo e alla fede cristiana e hanno ordinato ai fedeli di confiscarne e bruciarne le copie.
    A proposito del punto 7, san Pietro, il primo Papa, ha affermato, negli Atti degli Apostoli, che gli ebrei furono responsabili della morte di Cristo.
    E persino nella "Nostra Aetate", la dichiarazione del Vaticano II sugli ebrei che ha aperto ad un'era di buoni sentimenti e di "ecumenismo", si ritrova l'affermazione che "alcuni ebrei" furono responsabili della morte di Cristo.
    Con il loro uso promiscuo del termine antisemitismo, Rickman e le sue coorti del Dipartimento di Stato hanno trasformato il tradizionale insegnamento cattolico in un crimine d'odio ("hate-crime").

    continua…

    Michael E. Jones

    (Su licenza del professor Michael E. Jones, tratto da «Culture wars», ottobre 2006).
    (Traduzione Effedieffe edizioni)




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    A dispetto di quarant'anni di esagerazioni e di «chutzpah» da parte ebraica, certi fatti restano incontestabili.
    In primo luogo, la Chiesa non è, e non può essere, antisemita, perché il termine fa riferimento in primo luogo alla razza e all'odio razziale.
    La Chiesa non può promuovere l'odio razziale verso nessuno, e certamente non verso gli ebrei, considerando anche il fatto che il suo fondatore proveniva da quel popolo.
    Tuttavia, il Vangelo di Giovanni chiarisce che esiste una profonda e persistente animosità cristiana nei confronti degli ebrei che hanno rifiutato Cristo.
    Questa «Judenfeindlichkeit», per usare un termine di Brumlik, è parte dell'essenza del cattolicesimo.
    La Chiesa è in posizione di antagonismo nei confronti degli ebrei perché essi si sono definiti come coloro che hanno rifiutato Cristo; essa assume dunque una naturale posizione anti-giudaica anche se ai cristiani viene detto di amare i propri nemici, a differenza di quanto viene detto agli ebrei per i quali, come ha spiegato Rabbi Soloveichik sul periodico «First Thing» l'odio è una virtù.
    San Giovanni definisce «ebrei» coloro che hanno rifiutato Cristo, coloro che, in virtù di quel fatto, divennero nemici dei cristiani, distinguendosi da quelli che invece furono trasformati dalla sua venuta. Bisognava accettare Cristo come il Messia o rifiutarlo: i giudei che lo accettarono furono conosciuti come cristiani, mentre quelli che lo rifiutarono divennero noti, appunto, come «ebrei».
    Gli «ebrei» rifiutarono Cristo perché fu crocifisso; loro non desideravano un servo sofferente ma un leader potente nel mondo.
    I loro capi Annas e Caifa, furono da esempio per tutti gli «ebrei» che lo avrebbero rifiutato in futuro quando dissero a Cristo che se lui fosse sceso dalla croce, loro lo avrebbero accettato come Messia.
    Di conseguenza, quei negatori di Cristo divennero rivoluzionari poiché risultava per loro impossibile accettare un Messia disposto a soffrire e a morire invece che a restaurare il regno secondo i loro desideri, cioè nel senso carnale della parola.
    Essi divennero rivoluzionari già ai piedi della croce, ma il significato vero della loro scelta si sarebbe chiarito 30 anni più tardi, quando si ribellarono contro Roma e Roma, per ritorsione, distrusse il loro Tempio.



    Gli «ebrei» dunque si ritrovarono senza Tempio, senza sacerdozio né sacrificio, e con l'impossibilità perciò di adempiere al loro Patto. Prevedendo l'esito della battaglia, un rabbi che si chiamava Jochanan ben Zakkaui, riuscì a farsi portare fuori da Gerusalemme nascosto in un sudario.
    Dopo essere stato riconosciuto amico di Roma, gli fu garantito il privilegio di fondare una scuola rabbinica a Javne.
    È proprio in questo momento, circa 30 anni dopo la fondazione della Chiesa, che è nato il giudaismo moderno così come lo conosciamo oggi.
    Gli «ebrei» avevano cessato di essere i figli di Mosé, fedeli alla pratica dei riti da compiere in rispetto del Patto, e pertanto il giudaismo si trasformò essenzialmente in una società di dibattiti, perché in mancanza del Tempio, questo era tutto ciò che restava loro.
    Il risultato di questi interminabili dibattiti sarebbe stato poi conosciuto come Talmud, e messo per iscritto nei sei secoli successivi.
    Il dibattito non servì a sradicare lo spirito rivoluzionario dal popolo ebraico.
    In molti sensi, anzi, esso lo intensificò, dato che insegnava l'attesa di un messia militante.
    E un messia di questo tipo fu identificato circa 60 anni dopo la distruzione del Tempio, nell'anno 136, quando Simon bar Kokhbar si ribellò a Roma.
    Tutti i rabbini di Gerusalemme riconobbero bar Kokhbar come il messia, e, quasi a dare la prova che il giudaismo etnico aveva perso ogni significato, gli ebrei cristiani furono espulsi perché non volevano riconoscerlo.
    L'espulsione degli ebrei cristiani, al tempo di Simon bar Kokhbar, è la prova che gli ebrei non sono una vera entità etnica ma una costruzione teologica.
    Il fattore definitivo di giudaicità era divenuto il rifiuto di Cristo, che portò inesorabilmente all'assunzione di una posizione rivoluzionaria: rifiutando Cristo gli ebrei si trasformarono in rivoluzionari.
    Negli ultimi 2000 anni la Storia è stata una lotta tra i discendenti spirituali di due gruppi di ebrei: coloro che hanno accettato Gesù Cristo come Messia e coloro che lo hanno rifiutato.
    La Storia è diventata, in un certo senso, una guerra intestina ebraica, combattuta ai piedi della Croce.



    Nell'autunno del 2003, Mahathir Mohammed, il primo ministro della Malesia, ha annunciato che «Gli ebrei governano il mondo con i loro complici. Riescono a far combattere e morire altri per loro». Mahathir è stato immediatamente denunciato come antisemita e accusato di «compiere atti d'ostilità e di terrorismo contro gli ebrei», nonostante sia evidente alla lettura del discorso che egli non abbia pronunciato nulla di simile e nonostante che molti ebrei fossero d'accordo con lui.
    Henry Makow, per esempio, è persuaso che il discorso di Mahathir avesse lo scopo di «combattere il terrorismo».
    Un altro ebreo che si sente in accordo con Makow si è espresso in un modo simile: è Elias Davidson, originario di Gerusalemme, che si dice certo che gli ebrei governino il mondo grazie ai loro amici.
    «Io stesso, come ebreo (ma oppositore del Sionismo) non ho bisogno che il primo ministro della Malesia, Mahathir Mohammed, mi faccia vedere ciò che dovrebbe essere ovvio ad ogni osservatore obiettivo, e cioè che gli ebrei effettivamente hanno un controllo sulla politica estera degli Stati Uniti, e che in questo modo influenzino in gran parte la condotta di molte nazioni… Lo stesso si può dire per l'affermazione che gli ebrei controllino il mondo. E' ovvio che non controllano ogni singola azione; e ciò non significa comunque che ogni ebreo partecipi al 'controllo'. Ma, ai fini pratici, l'affermazione di Mahathir ha un suo senso».
    Ciò che distingue ebrei come Davidson da altri come, per esempio, Stanely Fish, non è certo l'appartenenza etnica, e neppure quella politica, ma un diverso modo d'interpretazione degli enunciati. Davidson crede all'obiettività dell'affermazione: esaminando ciò che ha veramente detto il primo ministro della Malesia non vi riscontra nulla di antisemita: «Mahathir non ha mai chiesto di discriminare gli ebrei, e tantomeno di ucciderli. E' vergognoso paragonarlo agli accoliti di Hitler quando si limita a invitare i musulmani a combattere gli ebrei adottando metodi moderni, la tecnologia, l'educazione, in altre parole a sorpassarli in eccellenza. Cosa c'è di sbagliato in tutto questo? In questo modo, non fa che cercare il bene dei musulmani (più di un miliardo di persone) e dell'umanità. Gli ebrei devono stare al loro posto e contentarsi dell'influenza che dovrebbe derivare dal loro numero limitato. Gli ebrei devono imparare l'umiltà…».
    Gli ebrei, se con questo nome vogliamo indicare quella sorta di cricca che governa le comunità ebraiche sotto il nome di Sinedrio, Kahal, Politburo, ADL o altre importanti organizzazioni, hanno maturato un'esperienza di centinaia d'anni per trattare con ebrei eretici come Makow e Davidson.



    Il modus operandi della dirigenza ebraica nei confronti degli ebrei dissenzienti risale agli inizi del giudaismo moderno, cioè al tempo di Cristo, quando, secondo il Vangelo di san Giovanni, i genitori del cieco nato rifiutarono di parlare «per paura dei giudei, che avevano già convenuto di espellere dalla sinagoga chiunque avesse riconosciuto in Gesù il Cristo».
    Qualunque ebreo avesse preferito il Logos, in tutte le sue forme, al Talmud, ideologia anticristiana elaborata dai loro capi per tenerli in schiavitù, sarebbe incorso nelle ire del giudaismo organizzato.
    Se ne accorse Spinoza nell'Amsterdam del 17 secolo.
    Se ne è accorto Norman Finkelstein ai giorni nostri.
    Siccome definire «antisemiti» gli ebrei che dissentono da altri ebrei suona contrario al buon senso, il moderno Kahal ha ideato un nuovo termine: quelli che dissentono dalla versione più recente del Kahal quando sono espulsi dalla sinagoga del politicamente corretto diventano «ebrei che odiano se stessi» («self-hating jews»).
    Il Kahal era un sistema legale autonomo creato dagli ebrei in Polonia per occuparsi del loro affari. Lo spirito che informava quel corpus legale era il Talmud.
    Secondo la «Jewish Enciclopedia», il Talmud è «la suprema autorità nella religione… per la maggior parte degli Ebrei».
    Il Talmud è «una sistematica deformazione della Bibbia», dove «l'orgoglio razziale, unitamente all'idea del dominio universale, viene esaltato sino alla follia… il rispetto dei Dieci Comandamenti non viene considerato un obbligo… e tutto è permesso nei confronti dei Goym…».



    Ogni volta che ne hanno conosciuto il contenuto, i cristiani hanno condannato il Talmud come incompatibile con ogni ordine sociale.
    Ma anche ebrei convertiti al cattolicesimo dal tempo di Nicholas Donin in poi hanno condannato il Talmud.
    E lo stesso hanno fatto numerosi Papi, perché esso contiene un attacco diretto alla divinità di Cristo e alla legge morale di Mosé.
    Il Talmud è stato creato perché gli ebrei fossero tenuti in schiavitù dai loro capi; perché fosse loro impedito il contatto con il Logos, nella persona di Cristo o della Verità o del ragionamento basato su principi di solida logica.
    Addestrati a ingannare grazie al Talmud, gli ebrei hanno finito per ingannare se stessi e per essere burattini nelle mani di capi che li manipolano per i loro fini.

    continua...



    Michael E. Jones

    (Su licenza del professor Michael E. Jones, tratto da «Culture wars», ottobre 2006).
    (Traduzione Effedieffe edizioni)

    «La conversione dell'ebreo rivoluzionario (prima parte)»




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    Parte terza



    Il Talmud ha portato alla rivoluzione.
    Non c’è bisogno di esser religiosi per essere dei talmudisti.
    Karl Marx era ateo ma secondo Barnard Lazare era anche «un chiaro e lucido talmudista» e perciò «gonfio del vecchio materialismo ebraico che da sempre sogna il paradiso sulla terra e che rifiuta la speranza troppo distante e problematica di un Eden dopo la morte».
    Marx era la quintessenza del talmudista e il rivoluzionario ebreo per eccellenza, e in questa veste propose uno dei più influenti falsi messia della storia ebraica: il comunismo mondiale.
    Baruch Levy, uno dei corrispondenti di Marx, propose un altro falso messia, egualmente potente, il popolo ebraico.
    «Il popolo ebraico preso collettivamente sarà il proprio messia… nel nuovo ordine dell’umanità i figli di Israele ora dispersi sulla faccia della terra… diverranno in ogni luogo gli elementi dominanti senza incontrare opposizione…I governi delle singole nazioni, formando la Repubblica Univerale o Mondiale passeranno così tutti, senza alcuno sforzo, nelle mani degli ebrei, grazie alla vittoria del proletariato… Così verrà adempiuta quella promessa del Talmud, secondo la quale, quando arriverà l’epoca messianica, gli ebrei controlleranno la ricchezza di tutte le nazioni della terra».
    Nella storia ebraica esistono dunque dei riscontri per ciò che ha detto Mahatir Mohammed e anche abbondanza di prove - per esempio la creazione dello Stato di Israele - del fatto che l’ebraismo mondiale sia riuscito ad avanzare notevolmente nei suoi progetti di dominio nel secolo e mezzo che ci separa dal giorno in cui Levy scrisse a Karl Marx.
    Gli ebrei, molto semplicemente, non si sono mai liberati dell’idea di essere il popolo scelto da Dio, neppure dopo che hanno smesso di credere in Dio.
    Rifiutando Cristo si sono condannati ad adorare un falso messia dopo l’altro, sino ai più recenti, il comunismo e il sionismo.
    Nel loro libro «La Question du Messie», i fratelli Lemann, entrambi convertitisi al cattolicesimo dal giudaismo, ed entrambi diventati preti, paragonano gli ebrei del nostro tempo agli israeliti ai piedi del Monte Sinai: «Ormai stanchi di aspettare il ritorno di Mosé… si diedero a festeggiare e a danzare attorno al vitello d’oro».



    Sionismo e comunismo sono due dei più recenti falsi messia che gli ebrei si sono prostrati ad adorare.
    Rifiutato il Messia soprannaturale che morì sulla croce, gli ebrei si sono condannati ad adorare, uno dopo l’altro, dei messia naturali e a ripetere il ciclo dell’entusiasmo e della disillusione più volte nel corso della loro storia.
    Queste illusioni hanno trovato appagamento e li hanno condotti alla creazione dello Stato ebraico.
    Il 6 gennaio del 1984 il rabbino capo della Palestina annunciò che «alla fine [Israele] condurrà alla nascita di un’autentica unione fra le nazioni, grazie al quale verrà adempiuto il messaggio eterno che i nostri immortali profeti indirizzarono all’umanità».
    Nella storia del messianismo ebraico, fantasie di superiorità razziale si alternano contradditoriamente con fantasie di fratellanza univerale.
    Il periodico «The Jewish World» annunciava il 9 febbraio del 1883 che «il grande ideale del giudaismo è che… il mondo intero dovrà essere permeato di insegnamenti ebraici e che all’interno di un’Universale Fratellanza delle Nazioni - di fatto un giudaismo più ampio - tutte le razze e le religioni saranno destinate a scomparire».
    Gli ebrei sono stati condannati a cercare il paradiso in terra per mezzo di falsi messia nel momento stesso in cui scelsero Barabba al posto di Cristo, e ciò li ha condotti al ciclo di illusione e disillusione di cui abbiamo parlato.
    Quando rifiutarono di essere «gli araldi di un regno soprannaturale», si condannarono allo sforzo senza fine di imporre al mondo la loro visione di un paradiso naturale in terra «impegnando tutta la loro intensa energia e tenacia nello sforzo di organizzare la futura Era Messianica».
    Ogni qual volta una nazione si allontana dal Messia Soprannaturale, come è successo durante le rivoluzioni francese e russa, quella nazione «si condannerà a soggiacere a falsi messia, e finirà per essere dominata dagli ebrei».



    Ciò significa che ogni ebreo è una persona da biasimare?
    Assolutamente no.
    I leader ebraici hanno controllo sulla «sinagoga di Satana» e quindi sul loro popolo.
    Ma ovviamente nessuno può controllare le circostanze della proprio nascita, ed è per questo motivo che l’antisemitismo - se con questa parola intendiamo l’odio verso gli ebrei per loro presunte caratteristiche «razziali», immutabili e ineliminabili - è sbagliato.
    Nel corso della loro vita, gli ebrei comprendono di far parte di un gruppo etnico del tutto unico.
    Nonostante la propaganda sulla loro superiorità razziale che il Talmud cerca di inculcare in loro, molti ebrei arrivano a comprendere che uno spirito particolarmente maligno si è insediato nel cuore del loro «ethnos».
    Quando si devono confrontare con l’enormità di quel male, si sentono spinti a fare una scelta.
    A seconda della disposizione del loro cuore, che solo Dio può giudicare, scelgono se mettersi al servizio di quel male o se abiurarlo. Possono abiurarlo completamente come nel caso di san Paolo, Nicholas Donin, Joseph Pfefferkorn, o possono iniziare a prendere le distanze da esso, come fanno quegli ebrei di coscienza che si rifiutano di continuare a fare qualcosa che considerano moralmente sbagliato, sia esso l’aborto o lo sradicamento dei palestinesi dalle terre di loro padri.

    continua...

    Michael E. Jones

    (Su licenza del professor Michael E. Jones, tratto da «Culture wars», ottobre 2006).
    (Traduzione Effedieffe edizioni)

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    Grandissimo questo Michael E. Jones, spero di leggere un suo libro presto.

    Nel suo "Report on Global Anti-Semitism" e nel suo "Global Anti-Semitism Report", il Dipartimento di Stato statunitense ha stilato una lista delle convinzioni che vanno considerate antisemite:
    1) qualunque affermazione secondo la quale "la comunità ebraica controlla il governo, i media, il business internazionale e il mondo finanziario" va considerato antisemita.
    2) "Un forte sentimento anti-israeliano" va considerato antisemita.
    3) "Ogni vivace critica" dei leader israeliani, del passato o del presente, è antisemita. Secondo il Dipartimento di Stato, si ha antisemitismo quando viene rappresentata una svastica in una vignetta critica nei confronti dei leader sionisti del passato o del presente.
    E così, andrebbe considerata "antisemita" una vignetta su cui appare una svastica, critica nei confronti della brutale invasione, da parte di Ariel Sharon, della West Bank, rappresentato mentre scaglia missili "hell-fire" sui poveri palestinesi uomini, donne e bambini.
    Allo stesso modo sarebbe "antisemita" l'uso della parola "Zionazi" in riferimento ai bombardamenti a tappeto ordinati da Sharon nel 1982 (quando furono uccisi 17.500 rifugiati innocenti).
    4) Ogni critica della religione giudaica o dei suoi leader religiosi o della sua letteratura (specialmente il Talmud e la Kabbalah) è antisemita.
    5) Ogni critica del governo e del Congresso degli Stati Uniti accusati di essere influenzati indebitamente dalla comunità ebraica-sionista (compreso l'AIPAC) è antisemita.
    6) Ogni critica della comunità ebraica-sionista, accusata di promuovere il globalismo (New World Order) è antisemita.
    7) Il biasimare i leader giudei e i loro seguaci per aver incitato alla crocefissione di Cristo da parte dei romani è antisemita.
    8) Ogni riduzione della cifra dei "sei milioni" di vittime dell'olocausto è antisemita.
    9) Definire Israele uno Stato "razzista" è antisemita.
    10) Affermare che esista una "cospirazione sionista" è antisemita.
    11) Affermare che gli ebrei e i loro leader crearono la rivoluzione bolscevica in Russia è antisemita.
    A quanto pare siamo tutti "antisemiti"..........compresa la storia, la verita'.

  5. #5
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  6. #6
    kalashnikov47
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    Citazione Originariamente Scritto da greenlucifer Visualizza Messaggio
    Grandissimo questo Michael E. Jones, spero di leggere un suo libro presto.


    A quanto pare siamo tutti "antisemiti"..........compresa la storia, la verita'.

    Già...

  7. #7
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    Parte quarta



    Anche se i comportamenti ispirati al Talmud portano ad un naturale risentimento da parte dei non ebrei, i leader degli ebrei li favoriscono pur sapendo che causeranno reazioni, perché i pogrom di cui soffre la nazione ebraica sono utili al proposito di renderla totalmente dipendente ai suoi leader.
    E’ un altro modo per dire che i Trotsky promuovono le rivoluzioni e i Braunstein ne devono pagare le conseguenze.
    I leader ebraici promuovono i pogrom per diffondere paura, e lo fanno con molta abilità come provano il caso del pogrom Gomelet del 1905 o le uccisioni di ebrei iracheni da parte di agenti del Mossad.
    I pogrom diffondono paura e la paura è il sistema usato dal Kahal per tenere al loro posto gli ebrei ordinari.
    Alice Ollstein, una studentessa liceale ebrea di Santa Monica, California, se ne è accorta quando ha assistito ad un recente seminario dell’«American Israel Public Affairs Committee Conference» (AIPAC) a Washington DC nel 2006.
    La signorina Ollstein ci si è recata come una entusiasta militante sionista ma ne è tornata sentendosi «manipolata, turbata e disgustata» per ciò a cui ha dovuto assistere in quell’occasione.
    Un’occasione durante la quale la paura era stata fomentata in modo incessante.
    Infatti, la «prima cosa» che notò del convegno era una certa di paura e di emergenza «abilmente fabbricata».
    Nella hall dove si riunivano gli incontri plenari, per esempio: «…venivano diffusi senza un momento di pausa, brani di musica classica, molto drammatica; c’erano luci rosse lampeggianti e cartelli giganti che riportavano la frase ‘Il momento è adesso’. Questo, unito al montaggio di immagini di repertorio di atti di terrorismo, proiettati su sei schermi giganti, eccitarono i partecipanti fino a portarli in uno stato di fervore da ‘Salvate Israele’ che molti di loro trovarono pieno di ispirazione. Quando finimmo di mangiare, il pubblico sembrava disposto ad accettare qualunque cosa per proteggere Israele, anche la guerra… Ogni speaker giocava con le più profonde paure del suo pubblico…».
    L’incarico di fomentare la paura era stato conferito a gente che appartiene al movimento dei neoconservatori, a John Podhoretz, in particolare, figlio di Norman ed editorialista del «The New York Post», il quale «ebbe la prima e l’ultima parola su ogni argomento discusso».
    Ollstein trovò particolarmente fuorviante il paragone fatto dall’AIPAC fra il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e Hitler.



    «Al suono di brani di musica classica di estrema drammaticità, sei enormi schermi video mostravano incessantemente le immagini di Hitler che pronunciava discorsi contro gli ebrei e di Ahmadinejad che parlava contro Israele. Il famoso mantra post-olocausto ‘Mai più’ appariva spesso. Ogni particolare aveva lo scopo di persuadere il pubblico che sarebbe stato imminente un altro olocausto… a meno che quella gente non fosse stata fermata».
    Alice Ollstein ha provato irritazione «per essere stata indotta con la forza a pensare» con l’ausilio di «suoni e immagini a colori abilmente montati», che il primo ministro dell’Iran sia il male assoluto.
    Se ne è andata dalla conferenza sentendosi manipolata da quello che Walt e Marsheimer hanno indicato come il principale agente della lobby ebraica in America (l’AIPAC).
    Non è l’unica persona del suo popolo a nutrire questi sentimenti.
    Il sionismo ha raggiunto ormai quello stato di spaventoso eccesso che fa sospettare sia vicina una reazione.
    Se la delusione ebraica nei confronti di quel dio che ha fallito, che era il comunismo, è stata conosciuta come neoconservatorismo, l’attuale reazione ebraica nei confronti del sionismo può essere osservata nella moltiplicazione di figure di «ebrei che con orgoglio odiano se stessi». (1)
    In risposta alla pubblicazione, su un periodico danese, di una serie di vignette antimusulmane nel marzo del 2006, un gruppo di israeliani ha organizzato un concorso di vignette antisemite.
    Gilad Atzmon, che ha descritto questo concorso sul suo sito web, trova naturale che «alcuni ebrei che si sentono eticamente motivati e che hanno abbastanza talento per esprimersi con efficacia abbiano deciso di alzare la voce» per protestare contro quell’operazione coperta che aveva lo scopo di disgustare le opinioni pubbliche europee per la reazione musulmana alle vignette, e di renderle così disposte ad appoggiare persino un attacco nucleare agli impianti nucleari iraniani.
    Atzmon afferma che «la condotta moralmente deteriorata dello Stato ebraico e delle lobby ebraiche che lo appoggiano in tutto il mondo» ha generato «un trionfo di ciò che chiamo l’orgoglioso odio di se stessi degli ebrei».
    Atzmon sta scherzando ma solo in parte.



    Il nocciolo del suo discorso scherzoso è il lento diffondersi della disillusione nei confronti del sionismo da parte di molti israeliani. Proprio nel momento in cui Israele, attraverso chi agisce per sua procura, come l’AIPAC, ha un grande potere sul mondo gli ebrei, per i quali queste organizzazioni affermano di parlare, stanno andando incontro ad un periodo di profonda disillusione.
    Gilad Atzmon, il musicista israeliano che si è nominato come il portavoce per «l’ebreo-che-con orgoglio-odia-se-stesso», pensa sia proprio questa la figura «che condurrà alla sconfitta del sionismo israeliano e del sionismo globale».
    Originario di Israele, Atzmon è stato sottoposto alla propaganda sionista per tutta la sua vita, ha combattuto nell’esercito e infine un certo giorno si è scoperto disilluso.
    «Quel programma che aveva agito in modo tanto efficiente e che ancora funziona su gran parte dei miei ex connazionali, ha fallito nel mio caso. Non soltanto io avevo smesso di amarmi, ma avevo anche smesso di odiare i goym. Questo è successo quando per la prima volta mi sono accorto che in realtà non esiste alcun antisemitismo in giro.
    E in qualche modo, quando ho smesso di amarmi, ho anche iniziato a nutrire sospetti per l’intera versione ebraica della storia, sia quella sionista sia quella biblica. E non ho impiegato molto a iniziare a porre in questione anche il racconto ufficiale sionista dell’Olocausto».
    La fede nel sionismo, come quella nel comunismo, è una proposta da prendere o lasciare in blocco.
    Quando il primo dubbio ha messo radici nella mente di Atzmon, l’intero edificio di credenze era destinato a crollare.
    La prima cosa che Atzmon mise in dubbio era il dogma che «l’odio nei confronti degli ebrei è un atto irrazionale di follia o è prodotto da qualche inconscio retaggio cristiano».
    A differenza di Ruth Wisse, che ha definito uno dei dogmi del giudaismo contemporaneo affermando che «l’antisemitismo non è diretto contro il comportamento degli ebrei ma contro la loro esistenza», Atzmon, iniziò a concepire «la possibilità che sentimenti antiebraici possano prodursi come risposta o rappresaglia nei confronti di atti commessi da ebrei».
    Infatti, continua, «il sionismo è mantenuto in vita dall’antisemitismo. Tolto l’antisemitismo non c’è alcuna necessità perché esista uno Stato ebraico che senza l’Olocausto non esisterebbe nemmeno».
    Secondo Atzmon, le organizzazioni ebraiche come l’AIPAC o l’ADL, «sono tutte abilissime nel fomentare l’odio contro gli ebrei».
    Quell’odio genera a sua volta paura ed è esattamente la paura a tenere l’ebreo medio schiavo della sinagoga di Satana.



    Durante il suo ragionamento, Atzmon arriva alla conclusione che in quanto ebreo che «con orgoglio odia se stesso», lui non nutre odio né per gli ebrei né per il giudaismo, (che definisce in termini etnici).
    La sua polemica, piuttosto, è rivolta a ciò che chiama «Ebraicità…(Jewishness) la tendenza suprematista alimentata da un’errata interpretazione del codice giudaico, un’interpretazione materialista e secolarizzata. E’ l’ebraicità a dare forza al sionismo con uno zelo assassino, non il giudaismo».
    Atzmon chiama «ebraicità» ciò che Nicholas Donin e Joseph Pfefferkork o i padri Lemann avrebbero preferito chiamare Talmud, cioé l’ideologia razzista e messianica che è stata la principale guida per gli ebrei rivoluzionari lungo il corso della Storia.
    Capita a molti ebrei che hanno vissuto quest’esperienza di comprendere, un certo giorno, che il loro popolo è caduto sotto il controllo di una specie di oscura forza del male, per secoli.
    La forza di questo male è il Talmud.
    Il Talmud è il documento costitutivo della «sinagoga di Satana», l’organizzazione oscura che domina gli ebrei con la paura da duemila anni.
    Atzmon non è il solo deluso del sionismo.
    Anche Yuri Sletkine afferma che «la Rivoluzione Sionista è finita. L’ethos originario di atletismo giovanile, belligeranza e risolutezza è ormai portata avanti soltanto da un’élite di vecchi e stanchi generali. Mezzo secolo dopo la sua fondazione, Israele ha una specie di lontana somiglianza con l’Unione Sovietica com’era mezzo secolo dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Gli ultimi rappresentati della generazione originaria di Sabra sono ancora al potere. Ma i loro giorni sono contati».



    Questa retorica della superiorità razziale è terribilmente fuori moda, anche quando è accompagnata dall’allestimento delle mostre sulle vittime dell’olocausto.
    La cultura dell’olocausto ha ritardato il conto finale ma oggi, all’inizio del 21 secolo, è ormai del tutto evidente che la retorica dell’omogeneità razziale e delle deportazioni etniche, che sono un tabù in ogni altra parte dell’Occidente, costituiscono invece un elemento di routine nella vita politica di Israele.
    La rivelazione di questo fatto arriva a metà del film «Munich» di Steven Spielberg, quando il fabbricante di giocattoli ebreo che si è messo a costruire ordigni esplosivi si rivolge ad Avner Kauffman e gli dice: «Gli ebrei non devono comportarsi male perché i loro nemici lo fanno… Noi dovremmo essere giusti».
    Nel corso del film, anche Avner Kauffman arriva a realizzare la stessa cosa, la stessa che ha trasformato Gilad Atzmon in un «ebreo che con orgoglio odia se stesso».
    A questo punto non è neppure chiaro se l’ebreo-che-odia-se-stesso possa sfruttare la sua disillusione nei confronti del sionismo per fuggire dalla dialettica della storia ebraica e al suo ciclo di illusioni e disillusioni messianiche.
    E’ necessario comprendere meglio che ciò che Atzmon chiama «ebraicità», non va considerata un’altra versione di appartenenza etnica, come l’appartenenza al popolo irlandese o polacco, ma è piuttosto un’ideologia, una deformazione talmudica del Logos, causa di grandi sofferenze lungo gli ultimi duemila anni di storia, soprattutto nella forma di fermenti rivoluzionari.
    La Chiesa cattolica ha sempre condannato l’antisemitismo, cioè l’odio rivolto al popolo ebraico, perché questo sentimento è intrinsecamente sbagliato.
    Si può aggiungere che l’antisemitismo è anche una risposta inadatta a ciò che Atzmon chiama «ebraicità».
    L’antisemitismo è in molti sensi, una forma di competizione all’ebraicità, e nulla può contro l’ebraicità perché l’ebreo non è una persona che possiede del DNA di Abramo nel suo sangue.
    Anzi, la gran parte degli ebrei non sono neppure semiti.
    L’ebreo, nella misura in cui si appropria della propria ebraicità, è una costruzione teologica, è colui che ha rifiutato Cristo.
    Il Talmud è stato creato per tenere gli ebrei sottomessi ad una leadership che è esistita in varie forme nella storia (il Sinedrio, il Kahal, il Politburo, l’ADL, l’AIPAC).
    Ognuno di questi gruppi ha proposto un falso messia come antidoto e alternativa al vero Messia, e ognuno di essi ha provocato, nel corso della Storia, una reazione violenta o una violenta delusione.
    Nei venti anni che sono seguiti al 1648 si è visto svolgersi l’intero ciclo: i pogrom di Chmielnichi e Sabbetai Zevi sono stati la reazione (dei goym), la venuta del messia e la successiva disillusione.



    Ci sono segnali che indicano che oggi stia per accadere nuovamente la stessa cosa.
    Sessant’anni fa, mentre l’impero comunista si espandeva sulla terra, gli ebrei che avevano dato un appoggio tanto fedele a Stalin cominciarono a sentirsi delusi dall’ideologia comunista.
    La stessa cosa accade oggi, con il sionismo, proprio nel momento in cui la lobby israeliana ha raggiunto il culmine del suo potere.
    Se è questo il caso, quali sono le scelte possibili?
    In uno dei suoi passi più criptici, Atzmon afferma che «la salvezza è la Masada dell’ebreo che con orgoglio odia se stesso».
    Atzmon si riferisce al suicidio di massa che seguì l’insurrezione del 70 dopo Cristo contro Roma e che si concluse con la distruzione del Tempio.
    La versione di Masada del ventunesimo secolo potrebbe essere molto più drammatica, perché i sionisti disperati di oggi avranno a loro disposizione ordigni nucleari, e sarà perciò assolutamente necessario dissuadere questa gente dal trascinare con sé il mondo nel momento in cui precipiteranno in uno dei loro inevitabili periodi di delusione.
    L’altra opzione che si offre loro è la conversione, un’opzione che è stata presente sin dal principio: conversione al Logos in tutte le sue forme, dal realismo filosofico sino ai principi dell’onto-teologia e all’accettazione di Gesù Cristo come il solo e unico Messia.
    Senza escludere un’altrettanto salda rinunzia a tutte le forme dell’inganno talmudico, compresa la liberazione sessuale, il razzismo, la politica messianica e la decostruzione filosofica.



    continua…



    Michael E. Jones



    (Su licenza del professor Michael E. Jones, tratto da «Culture wars», ottobre 2006).
    (Traduzione Effedieffe edizioni)




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Questo sembra il modo migliore di tradurre l’espressione «proud, self-hating jew», che alla lettera suona «orgogliosi ebrei che odiano se stessi». (Nota del traduttore)

    «La conversione dell'ebreo rivoluzionario (prima parte)»
    «La conversione dell'ebreo rivoluzionario (seconda parte)»
    «La conversione dell’ebreo rivoluzionario (terza parte)»




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  8. #8
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    Parte quinta



    La Chiesa cattolica nel corso di tutta la sua storia si è prodigata per la conversione degli ebrei, ma oggi è ormai incapace di fare qualcosa di utile a questo proposito, poiché è stata indebolita da un'interpretazione della «Nostra Aetate» che contraddice i Vangeli.
    Negli ultimi quarant'anni è stato sviluppato un rituale ecumenico caratteristico proprio dell'epoca inaugurata dalla «Nostra Aetate».
    Esso prevede che, in occasione di un qualche incontro ecumenico, un dignitario della Chiesa proclami che gli ebrei non hanno bisogno di Cristo come proprio Salvatore, ma non prima che delegati ebrei accusino la Chiesa di essere la causa dell'antisemitismo e del genocidio hitleriano.
    Nel maggio del 2001, per esempio, ad un incontro del comitato dell'Amicizia Ebraico-cattolica a New York, il cardinale Walter Kasper, l'incaricato vaticano per le relazioni fra Chiesa ed ebrei, ha cercato di sedare l'ostilità causata negli ebrei dalla divulgazione del documento «Dominus Jesu» della Congregazione della Dottrina della Fede, affermando che «la Grazia di Dio, che è la Grazia di Gesù Cristo secondo la nostra fede, si è resa disponibile a tutti. Per questo la Chiesa crede che il giudaismo, cioè la risposta fedele del popolo ebraico al patto irrevocabile con Dio sia fonte di salvezza per loro, perché Dio mantiene le sue promesse» (grassetto dell'autore).
    Per placare gli ebrei, insomma, Kasper non ha esitato a contraddire i Vangeli e duemila anni di insegnamenti della Chiesa, oltre che un documento recente come la «Dominus Jesu», nel quale si afferma:
    «Si tratta di una sola economia salvifica di Dio Uno e Trino, realizzata nel mistero dell'incarnazione, morte e risurrezione del Figlio di Dio, attuata con la cooperazione dello Spirito Santo ed estesa nella sua portata salvifica all'intera umanità e all'universo: 'Gli uomini non possono entrare in comunione con Dio se non per mezzo di Cristo, sotto l'azione dello Spirito'».



    Kasper ha contraddetto anche l'enciclica di papa Giovanni Paolo II, «Redemptoris Missio», dove si legge: «Cristo è l'unico salvatore (Gv 14,6) di tutti, colui che solo è in grado di rivelare Dio e di condurre a Dio. Alle autorità religiose giudaiche che interrogano gli apostoli in merito alla guarigione dello storpio, da lui operata, Pietro risponde: 'Nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi sano e salvo... in nessun altro c'è salvezza: non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati'. (At 4,10)… la salvezza non può venire che da Gesù Cristo».
    Per risolvere la difficile situazione nella quale si era ficcato, Kasper ha peggiorato le cose, e ha reso ancora più torbide acque già limacciose. Nel novembre del 2002, in occasione di una conferenza al Boston College il cardinale ha affermato che gli ebrei si sarebbero salvati se avessero «seguito la loro coscienza e creduto nelle promesse di Dio così come le comprendono loro, nella loro tradizione religiosa, perché in tal caso si troverebbero in linea con i piani di Dio che per noi giungono al loro completamento storico con Gesù Cristo» (grassetto dell'autore).
    Con quella specificazione, «per noi», Kasper lascia intendere che esistano due strade di salvezza, ma ciò contraddice in modo aperto i Vangeli e il recente pronunciamento vaticano «Dominus Jesu».
    Kasper, comunque, non è stato l'unico a fare simili affermazioni eretiche: nell'agosto 2002, il Comitato dei Vescovi degli Stati Uniti per gli Affari Ecumenici ed Interreligiosi, sotto la direzione del cardinale William Keeler, in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Sinagoghe degli Stati Uniti, ha pubblicato un documento intitolato «Reflections on Covenant and Mission», dove si può leggere la seguente affermazione: «una più profonda valutazione cattolica del patto eterno fra Dio e il popolo ebraico, in aggiunta all'ammissione che il popolo ebraico ha ricevuto il mandato di adempiere ad una missione divina perché fosse testimone dell'amore fedele di Dio, ci fa concludere che le campagne di conversione al cristianesimo rivolte agli ebrei non siano più accettabili, da un punto di vista teologico, da parte della Chiesa Cattolica».
    Quando la natura eretica di simili affermazioni è diventata evidente a tutti, il cardinale Keeler ha tentato di ridurre il danno affermando che il documento della Conferenza Episcopale Americana (USCCB) non dovesse essere considerato alla stregua di una posizione formale dei vescovi americani, ma che riflettesse «lo stato della comprensione tra i partecipanti» al dialogo «tra cattolici ed ebrei».
    Il documento non è mai stato promulgato in veste ufficiale dalla Conferenza Episcopale Americana a riprova che Roma era d'accordo a non volerlo considerare ufficiale.


    Il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l'unità dei cristiani



    Tuttavia, il semplice fatto che quel documento sia stato scritto nero su bianco è sufficiente a farci comprendere quale profondissima crisi la «Nostra Aetate» ha portato all'interno della Chiesa cattolica.
    Pur di partecipare al dialogo ecumenico con gli ebrei, certi «esperti» cattolici sono disposti a fare pronunciamenti eretici che contraddicono gli insegnamenti della Chiesa, negando volontariamente i principi fondamentali della teologia cattolica.
    La Chiesa, insomma, viene chiusa in una posizione dove non può esprimersi con coerenza se la condizione «sine qua non» per dialogare con gli ebrei è diventata, come sembra, la negazione stessa dei Vangeli.
    In un certo senso, questo problema si è manifestato anche al vertice gerarchico.
    Riflettendo sulla storia delle relazioni di Papa Giovanni Paolo II con gli ebrei, uno dei commentatori cattolici americani più fedeli a Roma è stato costretto a concludere che «persino papa Giovanni Paolo II… ha potuto occasionalmente dare l'impressione che la Chiesa fosse pronta a venire a compromessi nell'interesse di migliori relazioni» con gli ebrei.
    Nella «Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con gli Ebrei», rilasciata ad un gruppo di ebrei nella città tedesca di Mainz, nel 1980, Giovanni Paolo II, secondo lo stesso commentatore «è arrivato ad affermare, in pratica, che il vecchio Patto con gli ebrei non sia mai stato ritirato da Dio».
    E' vero che, da un punto di vista teologico, l'affermazione è in qualche modo difendibile, se è vero che Dio non ha mai revocato il patto con Noé o Abramo, ma così si è data l'impressione che il «nuovo ed eterno patto» fondato da Cristo in persona, non si applichi agli ebrei.
    Da questo punto di vista, i gesti di Papa Giovanni Paolo II sono stati anche peggiori di certe sue dichiarazioni.
    La sua preghiera al Muro del Pianto, a Gerusalemme, ha avuto un grande impatto nell'opinione pubblica ma non si può nascondere la sua ambiguità.
    Gli ebrei pregano al Muro del Pianto perché venga ricostruito il Tempio.
    Nessun Papa aveva mai nemmeno immaginato che potesse essere realizzata una cosa simile, che è un atto totalmente maligno.



    Naturalmente, gli artisti ebrei non hanno perso tempo per rievocare quell'atto del Papa, in tutta la sua ambiguità.
    Vogliono portare acqua al loro mulino, rafforzando la richiesta che venga eliminata ogni forma di «proselitismo».
    Stando così le cose, non deve destare meraviglia se persone come Roy Schoeman siano cadute in confusione.
    Schoeman è un ebreo convertito al cattolicesimo, che si dice certo che siamo giunti alla fine dei tempi.
    Da cattolico Schoeman ora attende la ricostruzione del Tempio senza rendersi conto che ciò equivarrebbe all'«abominazione della desolazione» dell'«Apocalisse», e non alla seconda venuta di Cristo.
    L'idea di una conversione degli ebrei nel culmine del loro potere mondano sembrerebbe poco plausibile a meno che non la si consideri da una prospettiva teologica.
    Partendo dalla premessa che l'ebraismo sia fondamentalmente un costrutto teologico, proprio la chiave di lettura teologica appare la più corretta.
    E allora se la sinagoga di Satana è l'anti-Chiesa, dobbiamo pensare che quando i cristiani, seguendo san Paolo, dicono «quando sono forte, è allora che sono più debole», l'opposto vale per la sinagoga di Satana: «quando sono forte, è allora che sono più debole».
    Quest'affermazione s'adatta in modo sconcertante al fenomeno psicologico dell'«ebreo che orgogliosamente odia se stesso» di cui abbiamo già parlato.
    Il cedimento finale della resistenza ebraica al Logos dovrà avvenire quando gli ebrei avranno raggiunto il culmine del loro potere mondano. Non possiamo sapere che cosa ci porterà il futuro, ma possiamo affermare con certezza che mai, in nessun momento della Storia degli ultimi duemila anni, gli ebrei hanno detenuto più potere di oggi.
    Il fatto che gli ebrei oggi controllino completamente Gerusalemme e che, secondo alcune voci, stiano pianificando di ricostruire il Tempio, fa pensare che si stia preparando il terreno per la battaglia finale che ha come posta in gioco il cuore degli ebrei.



    Continua…



    Michael E. Jones



    (Su licenza del professor Michael E. Jones, tratto da «Culture wars», ottobre 2006)
    (Traduzione Effedieffe edizioni)

    «La conversione dell'ebreo rivoluzionario (prima parte)»
    «La conversione dell'ebreo rivoluzionario (seconda parte)»
    «La conversione dell'ebreo rivoluzionario (terza parte)»
    «La conversione dell'ebreo rivoluzionario (quarta parte)»



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  9. #9
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    Parte sesta



    Padre Augustin Lemann, un ebreo convertito lui stesso, si diceva certo della futura conversione degli ebrei.
    La sua certezza poggiava anche sulla testimonianza di molti Padri della Chiesa.
    «Esiste una ben conosciuta tradizione cara all'uomo di fede», scrive sant'Agostino, secondo la quale «negli ultimi giorni prima del Giudizio il grande, venerabile profeta Elia spiegherà la Legge agli ebrei portandoli ad accettare il Messia autentico, il nostro Cristo». (1)
    E ancora: «Questi israeliti carnali», continua Agostino, «che oggi rifiutano di credere in Gesù Cristo, un giorno crederanno in lui… Osea prevede la loro conversione nei seguenti termini: 'i figli di Israele siederanno per molti giorni senza un re, né principe, né sacrificio, altare, 'ephod' e 'theraphim'».
    «C'è qualcuno», si chiede Denis Fahey, «che non riconosce in questa descrizione lo stato presente del popolo ebraico?». (2) Agostino non è il solo a credere che gli ebrei, ad un certo punto, quasi al termine della storia umana, si convertiranno.
    San Tommaso d'Aquino afferma: «Come è successo che, alla caduta degli ebrei, i gentili, che erano stati tra loro nemici, si riconciliarono, così avverrà, dopo la conversione degli ebrei, in prossimità della fine del mondo, una resurrezione universale grazie alla quale gli uomini si alzeranno dai morti per andare verso la vita immortale».
    Secondo padre Lemann «Il profeta Elia allora ritornerà sulla terra per condurre gli ebrei verso il Salvatore. Nostro Signore in persona lo ha affermato chiaramente (Matteo, XVII, II)… I padri sono i patriarchi e tutti i pii antenati del popolo ebraico, i figli rappresentano la gente degenerata del tempo di Nostro Signore Gesù Cristo e dei tempi seguenti. Ma avverrà soltanto qualche tempo prima della seconda venuta di Nostro Signore Gesù Cristo, prima che sorga il terribile giorno del Giudizio Finale, che Nostro Signore invierà il profeta Elia agli ebrei è li convertirà salvandoli dal castigo».
    San Paolo afferma che questa conversione avverrà soltanto alla fine del tempo e che sino a quel momento gli ebrei continueranno a «gonfiarsi dei loro peccati: e l'ira di Dio giungerà su di loro alla fine».
    San Gerolamo crede che gli ebrei si convertiranno alla fine del mondo quando vedranno «una luce abbagliante, come se Nostro Signore stesse tornando per loro dall'Egitto».
    Secondo Suarez, «la conversione degli ebrei avverrà in prossimità del Giudizio Finale e al culmine della persecuzione che l'Anticristo infliggerà alla Chiesa».



    Secondo tutte le previsioni, gli ebrei continueranno ad esprimere la loro ostilità verso Gesù Cristo sino al momento della loro conversione.
    Che sarà drammatica; e nell'ultimo tempo i cristiani assomiglieranno agli ebrei «a causa dei loro peccati, che saranno anche peggiori».
    A questo proposito, Origene sembra concordare con Yuri Slezkine quando afferma che «Dio chiamerà gli ebrei una seconda volta», quando i cristiani avranno abbandonato la fede, gli ebrei diverranno cristiani quando i cristiani saranno divenuti uguali agli ebrei.
    A quel punto dell'apostasia, l'Anticristo apparirà e sarà un ebreo che, secondo Suarez, «troverà sostenitori principalmente tra gli ebrei».
    Egli «restaurerà anche una città che appartenne ai loro avi, e il suo Tempio per il quale essi hanno sempre nutrito un particolare orgoglio»; se non lo facesse, infatti, «non potrebbe essere accettato come Messia dagli ebrei che sognano una gloria terrena per Gerusalemme e la immaginano capitale del futuro regno messianico».
    Se Suarez avesse potuto viaggiare nel futuro per vedere la situazione dello Stato di Israele nel 2006 concluderebbe che la fine del mondo è imminente.
    Se avesse potuto leggere le pagine del sito web di Gilad Atzmon concluderebbe che anche la conversione degli ebrei è imminente. L'attuale potenza degli ebrei unita all'inaudita debolezza della Chiesa, non consentono il ricorso ad altra spiegazione se non quella apocalittica.
    Al culmine della Storia, l'anticristo ebraico sarà forte, più forte di quanto è mai stato nel corso degli eventi, e la Chiesa sarà debole, più debole di quanto sia mai stata nella sua storia.
    In quel momento, il regno messianico del paradiso sulla terra, il regno della massima ricchezza e del massimo potere degli ebrei (e della massima miseria per tutti gli altri), sarà prossimo e tutto ciò che la sinagoga di Satana ha desiderato per secoli, sembrerà essere alla sua portata.
    A quel punto agli ebrei sarà imposta una scelta e, secondo la tradizione cristiana, molti fra loro sceglieranno Cristo.



    Le ragioni della scelta sono abbastanza semplici da spiegare, come fa rabbi Dresner in un suo libro, che contiene un atto di accusa contro la famiglia americana che va interpretato, più precisamente, come un'accusa nei confronti degli ebrei americani: «Nella loro ricerca della passione, del piacere e del potere, si sono persi nel regno di Cesare. Non è affatto ironico che i discendenti di coloro che hanno scritto i Salmi e che hanno insegnato a pregare al mondo intero siano diventati, secondo l'opinione comune, la comunità meno onorevole… Il popolo eletto sembra essersi appiattito nella normalità, diventando proprio quello contro cui i profeti avevano messo in guardia: 'come tutte le altre nazioni'… Molti ebrei post-moderni hanno scoperto una verità sconcertante. Nessuna licenza ha potuto prendere il posto della Legge; nessuna sinfonia si è sostituita ai Salmi; nessun candeliere ha preso il posto delle candele dello Sabbath; nessuna opera lirica può sostituire lo Yom Kippuyr, nessun 'country club' ha sostituito la sinagoga e nessuna villa la propria casa; nessuna Jaguar può stare al posto di un bambino e nessuna amante di una moglie; nessun banchetto vale il 'seder' di Pasqua; nessuna metropoli turrita vale Gerusalemme come nessuno stimolo sensuale è pari alla gioia di fare un 'mitzvah'; nessun uomo può ergersi al posto di Dio». (3)
    Al cuore del discorso che rabbi Dresner ha dedicato agli ebrei americani, scopriamo il meccanismo psicologico che porterà alla loro conversione: quando sono più forti è il momento in cui sono più deboli.
    Alan Dershowitz ha detto qualcosa di simile riguardo alla demografia degli ebrei in America nel suo libro «The vanishing of the American Jew».
    Più gli ebrei accumulano ricchezza e potere, più diventano deboli perché il raggiungimento della ricchezza li ha privati di una delle loro più durature certezze, cioè che Tevye avrebbe trovato la felicità diventando «un uomo ricco».
    I nipoti di Tevye sono, come dice rabbi Dresner, molti più ricchi di quanto Tevye abbia potuto immaginare ma, diventando ricchi e potenti, sono finiti per diventare «ebrei che con orgoglio odiano se stessi» («proud, self-hating Jews»).
    Il denaro è, per molti versi, il fattore meno importante da considerare in questo processo.
    Come adombra, in modo un po' oscuro rabbi Dresner «gli ebrei hanno provato tutto».
    Dopo aver «esaurito la modernità», gli ebrei ora «cercano il recupero del sacro». (4)
    Ciò che rabbi Dresner non ha compreso è che il sacro non può essere recuperato con la pratica di riti fuori moda; gli ebrei non possono ritrovare il sacro fra i morti, ma soltanto tra i vivi.

    La Chiesa può fare tesoro di questo momento e salvare il mondo da una Masada nucleare, ma potrà farlo soltanto se tornerà ad affermare la sua posizione tradizionale sugli ebrei.
    Ciò significa riaffermare il «sicut judeis non…» cioè che nessuno può recare danno agli ebrei o disturbo al loro culto, ma anche che i cristiani hanno un dovere egualmente solenne a prevenire la sovversione che gli ebrei sono soliti portare nella fede e nella morale.
    Ciò significa insomma che la Chiesa dovrebbe condannare l'antisemitismo, «l'odio per gli ebrei intesi come razza», ma allo stesso modo non dovrebbe permettere agli ebrei di abusare della «parola che indica ogni forma di opposizione nei loro confronti» [«antisemitismo», «antisemita»] e che bolla ogni forma di opposizione al loro infernale progetto di sovversione culturale.
    La definizione ebraica di quel termine (antisemita), suona così: «tutti coloro che si oppongono alle pretese degli ebrei sono più o meno mentalmente disturbati».
    La Chiesa non è mai stata antisemita nel corso della sua storia. L'insegnamento tradizionale cattolico sugli ebrei ha sempre implicato un delicato atto di equilibrio: «Da un lato, la Chiesa ha parlato in favore degli ebrei per proteggere le loro persone e la loro religione contro ingiusti attacchi… d'altro lato, la Chiesa ha parlato contro gli ebrei quando essi hanno voluto imporre il loro giogo sui cristiani e hanno inteso suscitare l'apostasia. Essa si è sempre sforzata di proteggere i propri fedeli dal contatto con gli ebrei. L'esperienza dei secoli passati prova che quando gli ebrei sono riusciti ad ottenere alte funzioni in un certo Stato essi hanno invariabilmente abusato dei loro poteri per danneggiare i cattolici. Così la Chiesa si è sempre sforzata di proteggere i cattolici da questo giogo. Pertanto agli ebrei è stato proibito di fare proseliti e di tenere schiavi o servitori di religione cristiana». (5)



    Nell'ora più oscura delle persecuzioni nazionalsocialiste durante gli anni Trenta, Papa Pio XI ha difeso gli ebrei dai loro persecutori proclamando che «l'antisemitismo è inammissibile. Spiritualmente, noi siamo semiti».
    Meno conosciuto è però il seguito di ciò che disse.
    Dopo aver affermato che è «impossibile per dei cristiani essere antisemiti» Papa Pio XI ha proseguito affermando «riconosciamo che tutti hanno il diritto di difendersi, in altre parole di prendere le necessarie precauzioni per proteggersi contro tutto ciò che minaccia il loro legittimo interesse».
    Nel dare la sua interpretazione del discorso di Pio XI, Denis Fahey ripete semplicemente ciò che la Chiesa ha sempre proclamato nelle sue dichiarazioni sugli ebrei, conosciute come «Sicut Iudeis non…»:
    «Da un lato, i sovrani Pontefici si sforzano di proteggere gli ebrei dalla violenza fisica e di assicurare rispetto per la loro vita familiare e il loro culto, rispetto che si deve a tutti gli esseri umani. D'altro lato, essi mirano incessantemente a proteggere i cristiani dal restare contaminati dal naturalismo ebraico e tentano di impedire agli ebrei di dominare i cristiani. L'esistenza di questo secondo ordine di necessità deve essere sottolineato con energia perché in tempi recenti è stato dimenticato. I cattolici devono ricordare non soltanto le ripetute condanne papali del Talmud ma anche le misure prese dai Sovrani Pontefici per proteggere la società dalle irruzioni del naturalismo ebraico. Altrimenti rischieranno di parlare di Papa san Pio V o Benedetto XIV come fossero, ad esempio, degli antisemiti…».
    Opporsi all'ambizione ebraica di «imporre il proprio governo sulle altre nazioni» non è antisemitismo, anche se gli ebrei amano descriverlo in quei termini.

    Il cristiano deve opporsi all'antisemitismo, inteso come odio per la «razza» ebraica, ma è suo dovere anche contrastare l'ostilità ebraica nei confronti del Logos.
    Come hanno fatto molti cattolici nel passato, il cattolico deve opporsi agli «agenda» dell'ebreo rivoluzionario anche oggi - sì specialmente oggi - quando gli ebrei si sono travestiti da conservatori per celare i loro veri scopi.
    San Pio X sentiva che la fine dei tempi era arrivata nel 1903.
    E in un certo senso aveva ragione; quando la polvere sollevata dalla Prima Guerra Mondiale si posò, i sopravvissuti imperi cattolici d'Europa erano crollati e l'anticristo comunista ebraico si era posto sul trono vacante dello zar cristiano della Russia.
    Forse Pio X intravide il futuro, il 4 ottobre del 1903, quando scrisse:
    «Chi considera ciò, deve pur temere che questa perversione degli animi sia una specie di assaggio e quasi un anticipo dei mali che sono previsti per la fine dei tempi; e che 'il figlio della perdizione', di cui parla l'Apostolo, non calchi già queste terre. Con somma audacia, con tanto furore è ovunque aggredita la pietà religiosa, sono contestati i dogmi della fede rivelata, si tenta ostinatamente di sopprimere e cancellare ogni rapporto che intercorre tra l'uomo e Dio! E invero, con un atteggiamento che secondo lo stesso Apostolo è proprio dell' 'Anticristo', l'uomo, con inaudita temerità, prese il posto di Dio, elevandosi 'al di sopra di tutto ciò che porta il nome di Dio'; fino al punto che, pur non potendo estinguere completamente in sé la nozione di Dio, rifiuta tuttavia la Sua maestà, e dedica a se stesso, come un tempio, questo mondo visibile e si offre all'adorazione degli altri. 'Siede nel tempio di Dio ostentando se stesso come se fosse Dio'» (II Thess, II, 4). (6).



    San Giovanni Evangelista ha scritto che ci sono «molti anticristi» (I, Giovanni, II, 18) e che gli ebrei hanno salutato molti di essi.
    Padre Lemann afferma: «Lungo i secoli, gli ebrei hanno salutato tutti i nemici di Gesù Cristo e della sua Chiesa e si sono posti al loro servizio».
    Nel Gran Sinedrio parigino del 1807, essi applicarono titoli biblici specificamente messianici a Napoleone, anche se Napoleone non aveva sangue ebraico nelle vene.
    Essi hanno dato il benvenuto ai princìpi della Rivoluzione Francese come fossero Messia: «I Messia sono venuti per noi il 28 febbraio del 1790 con la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo».
    Ispirandosi alla dichiarazione di Pio X, monsignor Robert Hugh Benson scrisse il romanzo «Lord of the World», pubblicato nel 1907 ma ambientato nei primi anni del Ventunesimo secolo, all'incirca 100 anni nel futuro, cioè nel 2007.
    In quel romanzo un debole Papa inglese affronta, nella piana di Megiddo, un anticristo che porta il nome eloquente di Julian Felsenburgh.
    Nel giugno del 2006 Papa Benedetto XVI ha annunciato che si recherà a Megiddo nel 2007.
    Il nome Megiddo equivale ad Armageddon.
    L'aura già apocalittica della visita papale è sovrastata dalla natura apocalittica del periodo.
    George Bush, come l'anticristico Giuliano l'Apostata, in quel periodo era impantanato in una guerra in Iraq che non poteva essere vinta e già minacciava di estendere le ostilità verso est, con un attacco nucleare all'Iran.
    A giudicare dalle apparenze, la conversione degli ebrei non sembra imminente.
    Gli ebrei non sono mai stati più potenti.
    La Chiesa non è mai stata più debole.
    Ma le apparenze possono ingannare.
    Benedetto XVI, autore della «Dominus Iesu», anche prima di diventare Papa, aveva detto di desiderare la conversione degli ebrei.
    Aleggia nell'aria la promessa di un capovolgimento.

    Michael E. Jones

    (Su licenza del professor Michael E. Jones, tratto da «Culture wars», ottobre 2006)
    (Traduzione Effedieffe edizioni)




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Denis Fahey, «The Kingship of Christ and the Conversion of the Jewish Nation», pagina 101.
    2) Denis Fahey, opera citata, pagine 101-102.
    3) Dresner Samuel H., «Can families survive in pagan America?», Lafayette H. Huntington House, 1995, pagina 329.
    4) Ibidem, pagina 330.
    5) Denis Fahey, opera citata, pagina 80.
    6) Enciclica «E Supremi», 4 ottobre 1910, citato in Fahey, opera citata, pagina 177.

    «La conversione dell'ebreo rivoluzionario (prima parte)»
    «La conversione dell'ebreo rivoluzionario (seconda parte)»
    «La conversione dell'ebreo rivoluzionario (terza parte)»
    «La conversione dell'ebreo rivoluzionario (quarta parte)»
    «La conversione dell'ebreo rivoluzionario (quinta parte)»

 

 

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