I fratelli cannibali del comunismo

C’È anche il «non detto» che trascende ricordi e cassetti privati e lascia nell'ombra certe atroci esperienze di segno collettivo oltreché individuale. C'è il «non detto» di storie politiche e umane sepolte, prigioniere del silenzio ideologico, che per oltre mezzo secolo hanno cercato di sottrarsi agli archivi della storiografia e perfino alla memoria delle stesse vittime che non hanno potuto o voluto evocare il marchio di infamanti sevizie inflittegli da seviziatori provenienti dai loro medesimi ranghi. È da qualche tempo però che si cerca di frugare nei grandi silenzi del secolo scorso e di riportarne alla luce uno dei fenomeni patologici più morbosi che smentisce la sentenza popolare che «cane non mangia cane»: la lunga e pressoché ininterrotta autofagia comunista. Il Partito comunista italiano ha sempre evitato di sfiorare questo tasto delicato e scottante. Il manto del «non detto», la consegna ortodossa del mutismo, le profilattiche e fredde amnesie di Togliatti costringevano diversi dirigenti alti e medi del Pci a ignorare il nome, il volto e il calvario di quei compagni inghiottiti dai sotterranei della Lubjanka o scomparsi fra le lugubri baracche dell'arcipelago Gulag. Li obbligavano inoltre a definire «carta straccia» le prime e subito dimenticate testimonianze sull'argomento scritte da ex funzionari di partito come Guelfo Zaccaria o da operai antifascisti come il leggendario «tiburtino» Dante Corneli rifugiato e perseguitato nella Russia sovietica.
Ma, per molti terrificanti aspetti, il colmo del fraterno cannibalismo fra comunisti doveva essere raggiunto a un passo dall'Italia medesima: fra Trieste e l'Istria delle foibe, tra Fiume e le isole del Quarnaro dove, in mezzo alle altre, si occultava in tutto il suo nascosto orrore scheletrico «l'Isola del Male». La chiama e la maiuscola così, con un tocco quasi reaganiano, Giampaolo Pansa nell'impressionante libro Prigionieri del silenzio - Una storia che la sinistra ha sepolto (Sperling & Kupfer). La stessa isola infernale con i suoi singolari supplizi danteschi riappare anche nell'ultimo libro di Dario Fertilio, La morte rossa (Marsilio), che non a caso nel sottotitolo c'informa che vi si trattano «storie di italiani vittime del comunismo». Per l'esattezza: di comunisti italiani vittime in parte del sistema in cui avevano ciecamente creduto e quindi, in parte, anche della propria ossessione chiliastica spinta ai limiti di una recidiva e sacrificale ottusità autolesionista. Entrambi questi libri di denuncia documentata, a tratti pressoché notarile, usciti quasi contemporaneamente, sembrano sostenersi e rincalzarsi a vicenda con descrizioni, notazioni e perfino parole consimili. V'incontriamo un medesimo lessico concentrazionario: ad esempio stroj per il pestaggio rituale, con insulti e sberleffi, che gli stessi detenuti comunisti dovevano infliggere al deportato comunista appena scaraventato sull'isola dagli aguzzini dell'Udba, la polizia politica jugoslava forgiata sul modello dell'Nkvd sovietica. Tutte queste coincidenze (contemporaneità editoriale delle pubblicazioni, riscoperta simultanea delle nefandezze dell'Udba nell'Adriatico settentrionale, identità dei temi e del linguaggio penale) sono quanto mai sintomatiche. Mi sembrano rivelatrici di un clima d'insofferenza e irritazione morale che ormai scavalcano trasversalmente steccati e pregiudizi di bandiera. Pansa non è stato mai comunista, ma resta pur sempre uno spregiudicato e talora riluttante scrittore di sinistra, mentre Fertilio è un letterato e giornalista di sciolta formazione liberale da sempre vicino a uomini e movimenti del dissenso dell'Est europeo. Tuttavia le loro pagine, pur concepite da diverse postazioni ideali, quelle incalzanti e indignate di Pansa, quelle più narrate e malinconiche di Fertilio, dicono suppergiù con stessa efficacia le stesse cose; pronunciano, in sostanza, fin dal principio, una stessa inappellabile condanna della truffa gnostica e surreale annidata nel catechismo marxleninista che era all'origine dell'antropofagia non solo ideologica ma fisica tra comunisti. Ed è altresì sintomatico che entrambi gli autori riconoscano il debito dovuto agli scritti e alle cognizioni di un terzo cercatore di verità, Giacomo Scotti, sconosciuto in Italia ma largamente noto e stimato negli ambienti intellettuali dell'odierna Croazia e della Venezia Giulia. Scotti è uno scrittore italiano, d’origini credo napoletane, che da diversi decenni vive in Istria, che conosce alla perfezione il croato ed è autore della testimonianza più informata e dettagliata sull'inferno del gulag adriatico del maresciallo Tito. Per l'appunto: «l'Isola del Male», il Goli Otok, l'Isola Calva o forse, ancora meglio, l'Isola Nuda. Milovan Gilas, che negli anni cruciali della scomunica e dello scontro (1948-49) aveva partecipato con lo sloveno Kardelj e il serbo Rankovic all'invenzione della Siberia marina destinata alla deportazione dei comunisti rimasti fedeli a Stalin, confesserà anni dopo nelle sue memorie di dissidente antititoista: «La macchia più nera e vergognosa della storia del comunismo jugoslavo».
La vicenda del primo grande scisma intercomunista, lo scontro tra il Kominform e la Jugoslavia, che fu in realtà un duello personale tra Stalin e Tito, è nota. Assai meno note sono invece le vicende lungo i confini istriani che, dal 1948 al 1956, coinvolsero comunisti italiani, alleati di Stalin, e comunisti slavi sostenitori di Tito in una guerra fratricida spietata come lo sanno essere le guerre di religione tra eretici e ortodossi. Il partito comunista di Trieste allora «Territorio libero» o «Zona A», partito composto di italiani e sloveni, si spaccò in una ferocia mista d'odio ideologico e nazionalistico. Ma le sventure più paradossali e, diciamo pure, più diaboliche dovevano abbattersi sui comunisti italiani che, prima della rottura di Mosca con Belgrado, erano andati a rifugiarsi e confortarsi nei paradisi jugocomunisti della «Zona B». Pansa mette crudamente a fuoco la piccola grande tragedia emblematica di un semplice gregario del Pci togliattiano, il sardo Andrea Scano, di cui per la prima volta ci rivela la storia triste e inverosimile. Scano era un tipico «ragazzo rosso» degli Anni 30 e 40. Spagna, Brigate internazionali, Ventotene, resistenza antifascista a Genova e sull'Appennino ligure. È dopo il 25 aprile che il suo percorso di militante vincente subisce una svolta inattesa e diventa il calvario di un militante perdente su tutti i fronti. Costretto a riparare in Jugoslavia per una faccenda di armi nascoste in Italia, approverà nel '48 l'anatema komiformista e verrà condannato dalle autorità comuniste jugoslave alla più feroce delle deportazioni «rieducative»: l'Isola Nuda. Da Pansa, che in genere si documenta come uno storico e poi va all'attacco come un giornalista di trincea, apprendiamo che il Goli Otok era uno sperone roccioso del tutto brullo, uno scoglio non più grande di cinque chilometri quadrati. I lavori forzati consistevano in un doppio obbligo per i detenuti: spaccare inutilmente le pietre e frantumarsi sadicamente le ossa fra di loro. Bisognava trasformare in carnefici gli stessi compagni di fede delle vittime. «Torturato da comunisti come lui, ridotto a un cadavere vivente», Scano però, al pari degli altri carcerati, non doveva morire. Doveva durare in un simulacro di vita spettrale peggiore della morte liberatoria. Scopo di quella perversa reclusione ai margini del Quarnaro era la condanna alla lenta e umiliante sopravvivenza sulla soglia del nulla che poteva essere sfiorata e mai oltrepassata. Lo stesso maresciallo Tito, annota Pansa, diceva: «Per gli oppositori basta qualche colpo sulla testa. A che pro tagliargliela?». Colpire invece che decapitare, significava al tempo stesso giustificare coercizioni e torture inimmaginabili e inaudite. Nei gulag sovietici, anche nei più orridi come Kolyma, spettava generalmente ai criminali comuni il compito di maltrattare e seviziare i detenuti politici. Sul Goli Otok vigeva invece il metodo ben più raffinato e luciferino dell'«autorepressione». Erano gli stessi prigionieri politici, i kominformisti, ridotti a bestie umane, incrostati di fango e sterco, tormentati da pidocchi e cimici, che dovevano elargire la lezione dello stroj ad altri kominformisti: una corsa scalza su sassi taglienti attraverso due file di stalinisti pentiti che, tempestando di percosse il nuovo venuto, gl'imponevano di gridare «abbasso Stalin» e «viva Tito».
Ma il supplizio di Scano, liberato e tornato in Italia nella scia della riconciliazione fra Tito e Kruscev, doveva continuare in una dimensione muta, pilatesca, anestetica. Una contorta sindrome di Stoccolma sembrava essersi impadronita dei nervi e della mente del vecchio combattente di Spagna. Era ormai spezzato e disposto ad \accettare tutto. Malgrado le torture subite nella Jugoslavia comunista, lui non poteva vivere senza un partito comunista alle spalle. Ma poteva rientrare nel partito di Togliatti e di Longo, riprendere un posto di oscuro funzionario nelle organizzazioni di Alessandria e di Novi Ligure, ad una sola e perentoria condizione: il cloroformio autobiografico, il silenzio assoluto sulle pene patite in nome del comunismo russo nelle bolge comuniste jugoslave. La pace deposta da Kruscev ai piedi di Tito, i viaggi alla canossa di Belgrado dei dirigenti comunisti italiani, il XX congresso antistalinista del Pcus esigevano che il Pci, per cinica ragion di partito, espellesse dalla storia e dalla memoria dei singoli militanti coinvolti il ricordo di una brutta disavventura attribuita disinvoltamente da Kruscev alle «losche macchinazioni di Beria».
Una sepolta catastrofe personale per il povero, ingenuo e onesto Scano. Il quale, ubbidendo al partito che sta riabbracciando la lega di Tito, tornerà a rinchiudersi in un'isola di silenzio, rompendo perfino ogni legame coi compagni di pena e lasciando dopo la morte nelle mani di una nipote un verso involontariamente montaliano: «Non conosco le parole / per descrivere a te / la vita su quell'isola che non sai dov'è». Una sorta di estrema sublimazione sacrificale del «non detto» e addirittura del «non visto». Dirà la stessa cosa, con parole più dirette e più amare, la madre di un altro comunista italiano, un certo Bonelli, passato pure lui per i sassi e le frustate dell'Isola Nuda: «Sotto il fascismo ti hanno messo in galera, ma eri comunista, e si può comprendere. Poi sei andato in un Paese comunista, la Jugoslavia, e anche lì ti hanno messo in carcere. Adesso torni in Italia e i tuoi compagni, se potessero, ti manderebbero di nuovo in prigione. Si può sapere che cosa si vuole da te?».
La vera domanda è forse un'altra: si potrà mai sapere che cosa i comunisti intendevano davvero fare e dove andare costruendo partiti militarizzati e asfittici, società amputate, Stati tirannici, polizie segrete popolate di killer e di mostri, campi di rallentato sterminio come la Kolyma oppure di cadaverica sopravvivenza come il Goli Otok? Si potrà mai davvero conoscere il numero delle vittime, anche di quelle sopravvissute nel silenzio come Scano, di cui nessun postcomunista pentito ci ha dato finora conto? Dovremo aspettare che certe verità sgradevoli ci vengano elencate soltanto da alcuni scrittori petulanti e ostinati come Giampaolo Pansa, Dario Fertilio, Giacomo Scotti?
Dice caparbiamente Fertilio introducendo le sue venti storie di morte rossa: «Dovunque ha assunto il controllo, il comunismo ha ripetuto sempre le stesse identiche cose. Dal colpo di Stato bolscevico in poi ha lasciato dietro di sé una scia di sangue senza precedenti nella storia. A differenza del genocidio degli armeni, degli ebrei o dei tutsi, quello che hanno fatto i comunisti non si può però rappresentare. Manca l'unità di tempo e di luogo. Non ci sono numeri che lo esprimano, né confini in cui racchiuderlo. Qualcuno dice che i morti sono stati 82 milioni, altri 200, ma chi può saperne veramente qualcosa? Non c'è modo di mandare un esperto di statistiche a contare le tombe».