….Scalfari con Prodi
Roma. Finita la lunga pausa dovuta alle vacanze natalizie e allo sciopero dei giornalisti, ieri i quotidiani sono tornati in edicola carichi di notizie, scenari e retroscena. Per quanto riguarda i due leader principali, la prima notizia è che potrebbero essere ancora loro, a meno di eventi imprevedibili, i due candidati a Palazzo Chigi alle prossime elezioni: Romano Prodi e Silvio Berlusconi.
Il governo non sembra destinato a cadere tanto presto, come per primo ebbe a dire proprio Berlusconi, su Libero:
“Il governo non cadrà. Non ora, e neppure domani”.
Parole tanto più sorprendenti perché pronunciate il 21 novembre scorso, a meno di due settimane dalla grande manifestazione della Casa delle libertà contro la Finanziaria.
Non certo il grido di battaglia che ci si aspettava da lui, per rincuorare le truppe e motivare gli ufficiali.
Il titolo dell’intervista (“rubata” al Cav. durante una cena in casa di amici) non era da meno: “Mi manca un killer”.
E non meno sorprendente era la spiegazione: “E’ vero che tutta la sinistra vorrebbe disfarsi di questo signore che si sta occupando solo della sua rete di potere personale – diceva – ma per farlo occorre trovare qualcuno disposto a sferrare il colpo mortale”. Una descrizione dello stato dei rapporti tra Prodi e la sua coalizione che non a caso si attaglierebbe perfettamente anche a lui, da sempre considerato intento a occuparsi soltanto della sua rete di potere personale, innanzi tutto dai suoi alleati (anch’essi ansiosi di sostituirlo e tuttavia destinati a restare sempre delusi).
Va detto che in quell’intervista – rilasciata prima del definitivo varo della Finanziaria, prima che il governo passasse indenne anche l’ultimo voto di fiducia e prima che persino i sondaggisti più impietosi cominciassero a registrare segni di un’inversione di tendenza negli indici di popolarità - Berlusconi escludeva categoricamente una sua futura candidatura a Palazzo Chigi o al Quirinale.
Ma se tutti i giornali continuano a parlare della candidatura di Walter Veltroni – che si era detto deciso, dopo il suo secondo mandato in Campidoglio, a ritirarsi in Africa per fare del bene al prossimo – non si vede perché qualcuno dovrebbe prendere sul serio le parole di Berlusconi (per giunta “rubate” durante una cena).
Né si vede chi potrebbe prenderne il posto, alla guida della Cdl, a meno che non sia lui stesso a decidere di farsi da parte.
Cosa che il Cav. non risulta avere mai fatto in vita sua.
Ma se la sua profezia sulla durata del governo Prodi si avverasse, non si vede nemmeno con quali argomenti nel centrosinistra qualcuno potrebbe contestare al presidente del Consiglio in carica il diritto di ricandidarsi.
Se si dovesse rendere necessario, anche ripassando dalle primarie.
D’altra parte, si è mai visto un leader della maggioranza candidarsi alle primarie contro il premier uscente?
Nessuno ovviamente sottovaluta le critiche, gli attacchi e le trame di cui ogni giorno sono pieni i giornali, ieri contro Berlusconi e
oggi contro Prodi. Eppure, dinanzi al partito della spallata, Prodi e Berlusconi sembrano fare spallucce.
Giusto giorni fa, per esempio, campeggiava su tutti i giornali l’immagine dei biglietti di auguri natalizi inviati da Silvio Sircana,
portavoce del presidente del Consiglio - l’immagine di un panettone con sotto la scritta: “E uno!” – per dire che al traguardo ne mancano ancora parecchi, di panettoni. Secondo alcuni fino al Natale 2008, una volta cambiata la legge elettorale per evitare il referendum e in coincidenza con le elezioni europee del 2009.
Secondo altri fino al Natale del 2013, quando il Parlamento tornerà a votare per il Quirinale (e sempre che nel 2011 l’eterno duello tra Prodi e Berlusconi si concluda di nuovo in favore del primo).
L’intervista rilasciata ieri da Arturo Parisi alla Stampa, a proposito di primarie da tenersi “dopo le europee del 2009”, sembrerebbe accreditare la prima ipotesi. Ma quale che sia la data, una cosa è certa: sebbene orfano del Cav., il partito della spallata conta ancora numerosi adepti. Primo tra tutti quel sindaco che nel giorno dei funerali di Piergiorgio Welby e dello sciopero della stampa, il 23 dicembre, si trovava impegnato nel celebrare, accanto al cardinale Camillo Ruini, l’intitolazione della ex stazione Termini a Giovanni Paolo II (ultima o penultima notizia del tg regionale del Lazio, dopo la lunga pagina sul primo funerale romano documentato da cameraman e fotografi cui Veltroni non abbia partecipato).
E con Veltroni, naturalmente, il suo principale sponsor sin dai tempi del primo, fallito assalto alla leadership prodiana –quello tentato in vista delle elezioni del 2006 – l’Ingegner Carlo De Benedetti.
Basta osservare il diluvio di malauguranti sondaggi sulla popolarità del presidente del Consiglio che da mesi riempie le pagine di Espresso e Repubblica (di cui CDB è editore), accompagnati da editoriali e commenti dai toni sempre più pesanti. Particolarmente veementi, dicono i maligni, in coincidenza con il definirsi di quella privatizzazione dell’Alitalia cui De Benedetti, come noto, non sarebbe disinteressato. Una gragnuola di articoli, interviste e sondaggi che ha registrato sin dall’inizio, però, una significativa eccezione: Eugenio Scalfari, unico e solo a difendere la Finanziaria sul giornale da lui fondato, mulinando editoriali e corsivi, e senza sottrarsi nemmeno al “forum” on line con i lettori inviperiti (ai quali peraltro le restanti sessantanove pagine del giornale avevano spiegato quotidianamente l’empietà della legge di bilancio).
E così Scalfari è tornato alla carica per dire chiaramente alcune cose. E cioè che “se cadesse Prodi si andrebbe inevitabilmente a un governo interinale”. Punto. “Non dico di Monti ma alla Monti”. Punto. “Non dico di Montezemolo ma alla Montezemolo”. Punto. In pratica, un governo non diciamo di Walter Veltroni, ma alla Carlo De Benedetti.
“Il solo baricentro possibile”
Tutto questo perché, secondo Scalfari, Romano Prodi è “il solo baricentro possibile e capace di tenere insieme Mastella e Rifondazione comunista, ma perfino Rutelli con Fassino”.
Una battuta che non dev’essere piaciuta né a Rutelli né a Fassino, proprio come quella consegnata da Massimo D’Alema all’Espresso: “Non sarà la mia generazione a guidare il Partito democratico” (battuta che dev’essere dispiaciuta soprattutto a Veltroni).
Il problema è che Rutelli e Fassino si sono intestati il progetto che punta a sciogliere i partiti di cui sono a capo. Sia che falliscano sia che riescano, non mancano vecchi e nuovi leader pronti a rimproverare loro il fallimento in un caso, e a dirgli “grazie tante” nell’altro. Come provetti trapezisti, devono spingersi più in là che possono, ma tenendosi saldamente aggrappati ai loro partiti, mollarli solo all’ultimo momento e sperare di afferrare al volo la barra del Partito democratico in arrivo (forse). A questo scopo Rutelli ha siglato l’accordo con Parisi sulla “mozione unitaria” del prossimo congresso.
A differenza dei Ds – che non possono dirlo per non favorire una scissione – il documento mette nero su bianco che il prossimo sarà l’ultimo congresso della Margherita.
Negli stessi giorni Fassino ha scambiato lettere di fuoco con un Prodi molto irritato dalle continue “autocritiche” fassiniane sulla Finanziaria e sullo scarso slancio riformista del governo.
Critiche che però, più che a Prodi, sembrano dirette al ministro dell’Economia. Ruolo che Fassino sarebbe ben disponibile a ricoprire – ma certo non per lasciare anzitempo la barra dei Ds – qualora il ministro fosse messo alla porta.
Sanando così quella ferita su cui Prodi non ha mancato di spargere altro sale, proponendo che al prossimo conclave organizzato per mettere a punto l’agenda delle riforme del 2007 siano presenti solo “i membri del governo”.
da il Foglio
saluti




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