Piero Fassino, segretario dei Ds, dice di non capire le ragioni che hanno indotto Nicola Rossi a lasciare il suo partito.
Eppure Rossi le ha illustrate con contundente chiarezza.
Non gli basta che si parli di “profilo riformista”, vorrebbe vedere qualche riforma diventare legge e si è convinto che la sinistra non abbia l’energia per farlo. Per smentirlo non servono le prediche sulla pazienza, servirebbero dei fatti, che non ci sono e non ci saranno.
La ragione è semplice: il compromesso contenuto nel programma dell’Ulivo era basato su un artificio retorico.
Le riforme del centrodestra, comprese quelle del mercato del lavoro, della scuola e delle pensioni, sono “controriforme”.
Quindi la loro abrogazione aprirà la via alle riforme “vere”.
Da una premessa falsa, insegna la logica formale, ognuno può dedurre qualsiasi cosa, ed è esattamente quello che è accaduto. Nelle democrazie mature il percorso riformista è un percorso a tappe. I diversi governi che si alternano interpretano l’interesse nazionale secondo la loro particolare impronta politica, e nel loro tratto di riforme imprimono un certo marchio.
Chi segue nell’alternanza prosegue il percorso, correggendo e integrando secondo la sua diversa sensibilità.
Così ha fatto Bill Clinton, perfezionando le riforme fiscali di Ronald Reagan, o Tony Blair con le privatizzazioni thatcheriane. Sull’altro versante i governi gollisti hanno corretto parzialmente, ma non abrogato neppure la legge sulle 35 ore di Lionel Jospin. I riformisti dell’Ulivo hanno perso in partenza la loro battaglia quando hanno accettato il paralogismo dell’abolizione delle
“controriforme” come base delle riforme da fare.
Gli antagonisti ministeriali hanno un facile gioco a chiedere abrogazioni a raffica, della legge Biagi, dello “scalone” previdenziale, dei Ctp e persino, su tutt’altro piano, della legge sulla procreazione assistita.
Così i riformisti, che si sono inibiti la possibilità di difendere gli aspetti costruttivi della legislazione vigente, possono soltanto giocare in difesa: se non perdono al massimo pareggiano.
da il Foglio
saluti




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