1975-1983:
La giunta "ultrarossa" del comunista Valenzi, sorretta da un concorso tra PCI e PSI, con l'appoggio esterno, trafilato della DC, amministra il capoluogo campano per quasi un decennio: sono gli anni delle guerre di camorra da centinaia e centinaia di morti, del dominio sulla città di Raffaele Cutolo, delle speculazioni edilizie e delle sfrenate malversazioni post-terremoto.
1984:
Esordisce nella città partenopea il Pentapartito, a seguito del commissariamento con a capo Giuseppe Conti: un'amministrazione di centrosinistra (DC-PSI-PSDI-PRI-PLI) a cui non viene a mancare il sostegno del PCI nelle brevi esperienze dei democristiani Francesco Picardi, Vincenzo Scotti e Mario Forte: un anno di travagli e cambi di poltrone.
1984-1986:
Sindaco è Carlo D'Amato, socialista, a capo di una giunta di centrosinistra - alla quale i radicali di Pannella offrono sostegno: esperienza che si conclude con il regime di gestione emergenziale nella persona del dottor Sergio Vitello.
1987-1990:
Pietro Lezzi, secondo garofano rosso a Palazzo San Giacomo, sostenitore della "grande coalizione" della sinistra napoletana; la sua, se è l'amministrazione istituzionalmente più "tranquilla" dal 1980 (la prima a non concludersi con il commissariamento), non scalfisce i problemi della Municipalità, la quale vede aggravarsi pesantemente il debito di bilancio.
1990-1992:
Il biennio Polese: ultimo socialista da arco costituzionale alla guida della città, è travolto dalla crisi di bilancio del Comune - in "rosso" in tutti i sensi - e dalle inchieste di Tangentopoli.
1993 ad oggi:
Inizia l'era di Antonio Bassolino e del centrosinistra post-comunista (combine tra PDS, ex DC e Rifondazione), perpetuata dal suo vicesindaco Marone (1998-2001) - il quale estende l'alleanza alle truppe mastelliane - e da Rosa Russo Iervolino (dal 2001 ad oggi sindaco di Napoli, rieletta con oltre il 60 % dei voti alle elezioni comunali dello scorso maggio).
E' l'epoca del "rinascimento" sbandierato da media ed intellettuali compiacenti, della genesi della drammatica questione dei rifiuti (che si trascinerà per oltre tredici anni, fino ad oggi, incompiuta, malgrado l'erogazione alla regione Campania, dalle casse dello Stato, di un miliardo e trecento milioni di euro), della sponda tra comune e Ministero del Lavoro dell'uomo di potere afragolese, e della successiva ascesa alla carica di governatore, del doppio supercappotto delle sinistre, del riacutizzarsi delle guerre di camorra e dell'emersione-emergenza di una delinquenza da strada dalla ferocia pari o superiore a quella della criminalità organizzata.
Sono gli anni più bui - quelli del tramonto delle speranze, seppellite da montagne di rifiuti e cadaveri - sui quali cala come un'ascia l'epitaffio persino di una voce storica della sinistra italiana, Giorgio Bocca, che, durante un'intervista a margine della pubblicazione del suo libro Napoli siamo noi, accusa: "...Bassolino pensa che (...) se un intrallazzo lo fa lui sarà a fin di bene e riuscirà a controllarlo.", per poi sentenziare, con livore non mascherato: "Napoli è un merdaio, un inferno senza speranza".
La Napoli che è governata da trent'anni da coalizioni di centrosinistra, da sindaci comunisti e socialisti, da una classe dirigente proveniente da un unico, indiscusso milieu politico: la Napoli, in ogni sfumatura, "rossa".
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