User Tag List

Risultati da 1 a 3 di 3
  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Arrow Le vittorie del revisionismo di R. Faurisson 11/12/2006

    Robert FAURISSON Teheran, 11 dicembre 2006

    Al Presidente Mahmoud Ahmadinejad

    Ai nostri prigionieri di coscienza Ernst Zündel, Germar Rudolf, Horst Mahler

    A Arthur Butz, Fred Leuchter, Barbara Kulaszka, Ahmed Rami, Gerd Honsik, Heinz Koppe






    Sintesi



    Al processo di Norimberga (1945-1946), il tribunale dei vincitori ha accusato la Germania vinta in particolare



    1) di aver ordinato e pianificato lo sterminio fisico degli ebrei d’Europa;



    2) di avere, a questo scopo, messo a punto ed utilizzato delle armi di distruzione di massa, in particolare, quelle chiamate “camere a gas”;



    3) di avere provocato, essenzialmente con queste armi ma anche con altri mezzi, la morte di sei milioni di ebrei.



    A sostegno di questa triplice accusa, ripresa per sessant’anni da tutti i grandi mezzi di comunicazione occidentali, non è stata esibita alcuna prova che resista all’esame. Il Professor Faurisson ne ha concluso nel 1980:



    “Le pretese camere a gas hitleriane e il preteso genocidio degli ebrei costituiscono una sola e medesima menzogna storica, che ha permesso una gigantesca truffa politico-finanziaria i cui principali beneficiari sono lo Stato d’Israele e il sionismo internazionale e le cui principali vittime sono il popolo tedesco – ma non i suoi dirigenti – e l’intero popolo palestinese.”



    Nel 2006 egli continua a sostenere integralmente questa conclusione. In quasi sessant’anni, i revisionisti, a cominciare dai Francesi Maurice Bardèche e Paul Rassinier, hanno accumulato, dal punto di vista storico e scientifico, un’impressionante serie di vittorie sui loro avversari. Vengono qui forniti venti esempi di queste vittorie, che vanno dal 1951 ai giorni nostri.



    Il revisionismo non è un’ideologia bensì un metodo ispirato dalla ricerca dell’esattezza in materia di storia. Le circostanze fanno sì che il revisionismo sia anche diventato la grande avventura del tempo presente.



    Nato nel 1929 da padre francese e da madre britannica (scozzese), Robert Faurisson ha insegnato lettere classiche (francese, latino, greco), in seguito si è specializzato dapprima nell’analisi dei testi della letteratura francese moderna e contemporanea e, infine, nella critica di testi e documenti (letteratura, storia, mezzi di comunicazione). Egli ha insegnato in particolare alla Sorbona e all’Università di Lione. A causa delle sue prese di posizione revisioniste, è stato sospeso dall’insegnamento. Più volte è stato condannato dalla giustizia. Ha subito dieci aggressioni fisiche. In Francia stampa, radio e televisione gli sono sbarrate così come ad ogni revisionista. Tra le sue opere: Ecrits révisionnistes (1974-1998), in quattro volumi (2ª edizione, LV-2027 p.).

    Avvertenza



    La presente relazione ha per titolo “Le Vittorie del revisionismo” e non “Storia del revisionismo” o “Argomentazioni della tesi revisionista”. Essa tratta soltanto delle vittorie che i nostri avversari hanno dovuto concederci in maniera esplicita o implicita. Non ci si deve dunque aspettare di trovare qui menzione sistematica di autori, opere o argomentazioni revisionisti. Se tuttavia dovessi raccomandare un breve saggio di letture revisioniste, io consiglierei l’opera di primo riferimento costituita da The Hoax of the Twentieth Century / The Case Against the Presumed Extermination of European Jewry, pubblicata nel 1976 da Arthur Robert Butz. Il libro è magistrale. In trent’anni di esistenza nessuno ne ha tentato la confutazione tanto solidamente esso è costruito; io ne suggerisco la lettura nell’edizione del 2003, che ha il vantaggio di contenere cinque notevoli supplementi. Sarebbe anche opportuno leggere, di Fred Leuchter, il suo famoso rapporto, An Engineering Report on the Alleged Execution Gas Chambers at Auschwitz, Birkenau and Majdanek, Poland; ne raccomando la lettura nell’edizione con copertina dorata, pubblicata da Samisdat Publishers a Toronto nel 1988 e contenente, a pagina 42, il testo di una lettera del 14 maggio 1988 sulla totale assenza di orifizi sui tetti delle pretese camere a gas dei crematori II e III di Auschwitz-Birkenau; F. Leuchter ha anche pubblicato altri tre rapporti sulla questione delle camere a gas. Del chimico tedesco Germar Rudolf non si mancherà di leggere almeno Lectures on the Holocaust / Controversial Issues Cross Examined, Theses and Dissertations Press (PO Box 257768, Chicago, IL 60625, USA), 2005, nonché l’impressionante serie (più di trenta volumi attualmente) che egli ha pubblicato con il titolo Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, senza contare, in inglese, la sua rivista The Revisionist e molte altre pubblicazioni che fanno già dell’opera di G. Rudolf (oggi quarantaduenne e incarcerato in Germania) uno straordinario monumento scientifico. Infine, citiamo l’opus magnum dell’avvocatessa canadese Barbara Kulaszka, Did Six Million Really Die? / Report of the Evidence in the Canadian “False News” Trial of Ernst Zündel, 1988, pubblicato nel 1992; la densità tipografica ne fa un’opera di circa mille pagine in formato usuale. Il testo mostra come, durante i due lunghissimi processi intentati a Ernst Zündel nel 1985 e nel 1988 dinanzi ad un tribunale di Toronto, la controparte, confrontata con l’argomentazione revisionista, sia crollata: una vera Stalingrado per gli storici ortodossi, a cominciare dal maggiore di loro, Raul Hilberg. Studi essenziali sono stati scritti dai Tedeschi Wilhelm Stäglich e Udo Walendy, dall’Italiano Carlo Mattogno, dallo Spagnolo Enrique Aynat Eknes, dallo Svizzero Jürgen Graf e da una decina di altri autori. I 97 numeri di The Journal of Historical Review (1980-2002), dovuti per una buona parte all’Americano Mark Weber, costituiscono una miniera d’informazioni su tutti gli aspetti della ricerca revisionista. In Francia, Pierre Guillaume, Serge Thion, Henri Roques, Pierre Marais, Vincent Reynouard, Jean Plantin sono succeduti a Maurice Bardèche e a Paul Rassinier. Non si contano più nel mondo le pubblicazioni e i siti Internet di carattere revisionista, e ciò nonostante la censura e la repressione.



    L’“Olocausto” resta nondimeno l’unica religione ufficiale di tutto l’Occidente, una religione micidiale se mai ce ne fu una. E che continua ad ingannare milioni di brave persone con i metodi più grossolani: esposizione di cumuli di occhiali, di capelli, di scarpe o di bagagli presentati come “reliquie” di “gassati”, fotografie falsificate o il cui senso è stato distorto, uso di documenti innocui alterati o interpretati in controsenso, messe in scena di testimoni professionisti, moltiplicazione all’infinito di monumenti, di cerimonie, di spettacoli, shoatico lavaggio del cervello sin dalla scuola, escursioni organizzate verso i luoghi santi del preteso martirio ebraico e processi spettacolari con richiami al linciaggio.



    * * *





    Il presidente Ahmadinejad ha usato la parola giusta: il preteso “Olocausto” degli ebrei è un “mito”, cioè una credenza tenuta in vita dalla credulità o dall’ignoranza. In Francia, è perfettamente lecito proclamare che non si crede in Dio ma è vietato dire che non si crede nell’“Olocausto”, o semplicemente che se ne dubita. Questo divieto di ogni specie di contestazione è diventato formale e ufficiale con la legge del 13 luglio 1990. Detta legge è stata pubblicata sul « Journal Officiel » (Gazzetta ufficiale della Repubblica francese) all’indomani, cioè il 14 luglio, giorno della commemorazione della Repubblica e della Libertà. Essa afferma che la pena può arrivare fino a un anno di carcere e a un’ammenda di 45 000 euro; ma è anche possibile la condanna al pagamento degli interessi e di considerevoli spese di pubblicazioni giudiziarie. La giurisprudenza precisa che tutto ciò si applica “anche se [tale contestazione] viene presentata sotto forma mascherata o dubitativa o attraverso insinuazione” (Code pénal, Parigi, Dalloz, 2006, p. 2059). La Francia non ha dunque che un mito ufficiale, quello dell’“Olocausto”, e non conosce che un blasfemo, colui che oltraggia l’“Olocausto”.



    Personalmente, l’11 luglio 2006, sono stato ancora una volta citato in giudizio dinanzi a un tribunale di Parigi sulla base di questa legge speciale. Il presidente del tribunale che mi giudicava, Nicolas Bonnal, aveva seguito un tirocinio di formazione alla repressione del revisionismo su Internet, un corso di addestramento organizzato dal Centro Simon Wiesenthal di Parigi sotto l’egida del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia (CRIF)! In un comunicato trionfalmente intitolato: “Il CRIF parte attiva della formazione dei magistrati europei” quest’organismo ebraico, il cui potere politico è enorme, non aveva temuto di annunciare urbi et orbi che esso contava Nicolas Bonnal tra i suoi allievi o tirocinanti (http://www.crif.org/?page=articles_d...o=297.376.1467 ). Non è tutto. Al mio processo, per fare buon peso, si è dato il caso che la procuratrice della Repubblica fosse un’ebrea di nome Anne de Fontette; nel perorare la sua requisitoria, quest’ultima, benché presumibilmente tenuta a parlare in nome di uno Stato laico, ha fatto appello alla vendetta di “Jahvè, protettore del suo popolo eletto” contro “le labbra false” di Faurisson, colpevole di aver concesso un’intervista telefonica di carattere revisionista a una stazione radio-televisiva iraniana, Sahar 1.



    Le conclusioni della ricerca revisionista



    I Tedeschi del Terzo Reich hanno voluto estirpare gli ebrei d’Europa ma non sterminarli. Essi hanno auspicato “una soluzione finale territoriale della questione ebraica” e non una “soluzione finale” nel senso di una qualsivoglia soppressione fisica (auspicare una “soluzione finale della disoccupazione” non significa volere la morte dei disoccupati). I Tedeschi hanno avuto dei campi di concentramento ma non dei “campi di sterminio” (espressione forgiata dalla propaganda alleata). Essi hanno utilizzato delle camere a gas di disinfezione che funzionavano in particolare con un insetticida chiamato Zyklon B (a base di acido cianidrico) ma non hanno mai avuto camere a gas omicide o camion a gas omicidi. Essi hanno utilizzato dei forni crematori per cremare i cadaveri e non per infornare degli esseri viventi. Dopo la guerra, le fotografie dette “di atrocità naziste” ci mostravano sia dei malati, sia dei moribondi, sia dei morti ma non dei morti ammazzati. A causa del blocco degli Alleati, a causa dei bombardamenti generalizzati e a causa dell’apocalisse vissuta dalla Germania alla fine di un conflitto di quasi sei anni, la carestia e le epidemie, in particolare il tifo, avevano devastato il paese e, in particolare, i campi dell’ovest sovrappopolati per l’arrivo in massa dei detenuti evacuati dai campi dell’est e privati di cibo, di medicinali e dello Zyklon B necessario alla protezione contro il tifo.



    In quel macello che è una guerra, si soffre. In una guerra moderna, i civili delle nazioni belligeranti soffrono talvolta tanto quanto i soldati, se non di più. Durante il conflitto che, dal 1933 al 1945, li ha opposti ai Tedeschi, gli ebrei europei hanno dunque dovuto soffrire ma infinitamente meno di quanto essi osino affermare con sfacciataggine. Certo, i Tedeschi li hanno trattati come una minoranza ostile o pericolosa (c’erano delle ragioni per questo) e contro queste persone le autorità del III Reich sono state indotte ad adottare, a causa della guerra, delle misure, sempre più coercitive, di polizia o di sicurezza militare. In certi casi, tali misure sono arrivate fino alla reclusione in campi d’internamento oppure fino alla deportazione verso campi di concentramento o di lavori forzati. A volte, gli ebrei sono stati giustiziati per sabotaggio, spionaggio, terrorismo e, soprattutto, per attività di guerriglia a favore degli Alleati, principalmente sul fronte russo ma non per la semplice ragione che essi erano ebrei. Giammai Hitler ha ordinato o permesso di uccidere una persona in ragione della razza o della religione. Quanto alla cifra di sei milioni di decessi ebrei, essa è una pura invenzione che non ha mai ottenuto giustificazione nonostante gli sforzi in questo senso dell’istituto Yad Vashem di Gerusalemme.



    Di fronte alle tremende accuse lanciate contro la Germania vinta i revisionisti hanno detto agli accusatori:



    1) Mostrateci un solo documento che, a vostro parere, provi che Hitler o un qualsiasi nazionalsocialista ha ordinato e pianificato lo sterminio fisico degli ebrei;

    2) Mostrateci quell’arma di distruzione di massa che sarebbe stata una camera a gas; mostratecene una sola, a Auschwitz o altrove; e se per caso, pretendete che non potete mostrarcene una perché i Tedeschi, secondo voi, avrebbero distrutto “l’arma del crimine”, forniteci almeno un disegno tecnico che rappresenti uno di quei mattatoi che, stando a quello che dite, sarebbero stati distrutti dai Tedeschi e spiegateci come quell’arma dalla resa fantastica ha potuto funzionare senza comportare la morte degli esecutori o dei loro aiutanti;

    3) Spiegateci come siete arrivati alla vostra cifra di sei milioni di vittime.



    Ora, in più di sessant’anni, gli storici-accusatori ebrei o non ebrei si sono rivelati incapaci di fornire una risposta a queste tre domande. Essi hanno dunque accusato senza prove. Questo si chiama calunniare.



    Ma c’è qualcosa di più grave: i revisionisti hanno enumerato una serie di fatti reali che provano che questo sterminio fisico, queste camere a gas e questi sei milioni non sono potuti esistere. 1) Il primo di questi fatti è che, per tutta la durata della guerra, milioni di ebrei europei hanno vissuto sotto gli occhi di tutti, essendo una buona parte di loro impiegata nelle fabbriche dai Tedeschi che avevano una terribile penuria di manodopera, e quei milioni di ebrei non sono stati dunque uccisi. Meglio: i Tedeschi hanno ostinatamente offerto agli Alleati, fino all’ultimo mese del conflitto, di consegnare loro tanti ebrei quanti i secondi avrebbero auspicato all’espressa condizione che non fosse per inviarli in Palestina, e ciò per riguardo verso “il nobile e valente popolo arabo” già angariato dai coloni ebrei. 2) Il secondo di questi fatti, che ci è stato accuratamente nascosto, è che gli eccessi eventualmente commessi contro gli ebrei potevano comportare le sanzioni più severe; uccidere anche un solo ebreo o una sola ebrea poteva valere, persino per i soldati tedeschi, la condanna a morte da parte di un tribunale militare e la fucilazione. Altrimenti detto, gli ebrei che vivevano sotto l’amministrazione tedesca continuavano, se osservavano i regolamenti in vigore, a godere della protezione della legge penale, anche nei confronti delle forze armate. 3) Il terzo di questi fatti è che le pretese camere a gas naziste di Auschwitz o di altre parti sono semplicemente inconcepibili per delle ragioni fisiche o chimiche che sono ovvie: mai, dopo la pretesa gassazione con gas cianidrico di centinaia o migliaia di uomini in un locale, altri uomini sarebbero potuti penetrare in un vero e proprio bagno di quel veleno per manipolarvi ed estrarre tanti cadaveri che, trattati con il cianuro in superficie e in profondità, sarebbero diventati intoccabili. Il gas cianidrico aderisce fortemente alle superfici; esso penetra persino nel cemento o nel mattone ed è difficile da aerare; penetra nella pelle, s’insinua nei corpi, si mescola agli umori. Negli Stati Uniti, è proprio questo il gas che si utilizza ancora ai giorni nostri in una camera a gas per l’esecuzione di un condannato a morte, ma proprio tale camera è di acciaio e di vetro, essa è dotata di un congegno necessariamente molto complicato e richiede straordinarie precauzioni d’uso; basta vedere una camera a gas americana destinata all’esecuzione di un solo individuo per rendersi conto che le pretese camere a gas di Auschwitz che si suppone siano servite per l’esecuzione di stuoli d’individui, giorno dopo giorno, non sono potute esistere né hanno potuto funzionare.



    Ma allora, si dirà, che cosa è stato di tutti quegli ebrei di cui, noi, revisionisti, concludiamo dalle nostre ricerche che non sono mai stati uccisi? La risposta è qui, sotto i nostri occhi e alla portata di tutti: una parte degli ebrei d’Europa è morta, come decine di milioni di non ebrei, a causa della guerra, della fame, delle epidemie e un’altra parte degli ebrei è ben sopravvissuta, a milioni, alla guerra. Questi ultimi si sono fatti abusivamente chiamare “miracolati”. Nel 1945, i “sopravvissuti” o i “miracolati” ebrei europei si contavano a milioni e si sono sparpagliati in una cinquantina di paesi del mondo, a cominciare dalla Palestina. Come avrebbe potuto una pretesa decisione di sterminio fisico degli ebrei generare milioni di “miracolati” ebrei? Milioni di “miracolati”, non è più un miracolo; è un falso miracolo, è una menzogna, è una frode.



    Per parte mia, nel 1980, ho riassunto in una frase di sessanta parole francesi le conclusioni delle ricerche revisioniste:



    Le pretese camere a gas hitleriane e il preteso genocidio degli ebrei formano una sola e medesima menzogna storica, che ha permesso una gigantesca truffa politico-finanziaria i cui principali beneficiari sono lo Stato d’Israele e il sionismo internazionale e le cui principali vittime sono il popolo tedesco, ma non i suoi dirigenti, e l’intero popolo palestinese.



    Oggi, nel 2006, vale a dire ventisei anni dopo, io continuo a sostenere questa frase nella sua integralità. Essa non mi era ispirata da nessuna simpatia o antipatia politica o religiosa. Essa trovava il suo fondamento in fatti assodati che avevano cominciato a portare alla luce, da un lato, Maurice Bardèche, nel 1948 e nel 1950, con i suoi due libri sul processo di Norimberga e, dall’altro, Paul Rassinier, nel 1950, pubblicando La menzogna di Ulisse. A partire dal 1951, anno dopo anno, i nostri avversari, così ricchi, così potenti, così accaniti nel praticare tutte le forme possibili di repressione contro il revisionismo, si sono visti costretti a darci progressivamente ragione sul piano tecnico, scientifico e storico. Le vittorie riportate dal revisionismo della Seconda guerra mondiale sono numerose e significative, ma, bisogna purtroppo riconoscerlo, restano ancora ai giorni nostri quasi sconosciute al grande pubblico. Queste vittorie, i potenti hanno fatto di tutto per nasconderle al mondo. Ciò si comprende: il loro dominio e la loro divisione del mondo sono in qualche modo fondati sulla religione del preteso “Olocausto” degli ebrei. Mettere in discussione l’“Olocausto”, svelarne pubblicamente la straordinaria impostura, strappare la maschera agli uomini politici, ai giornalisti, agli storici, agli universitari, agli uomini di chiesa, di clan, di cricca che, per più di sessant’anni hanno predicato il falso pur brandendo l’anatema contro gli empi, costituisce un’avventura pericolosa. Ma, come si vedrà, nonostante la repressione, il tempo sembra finire per giocare a favore dei revisionisti.



    Esempi di vittorie revisioniste



    Non ricorderò qui che venti di queste vittorie.



    1) Nel 1951, l’ebreo Léon Poliakov, che era addetto alla delegazione francese al processo di Norimberga (1945-1946), ha concluso che, per tutti i punti della storia del III Reich noi disponevamo di documenti in sovrabbondanza ad eccezione di un solo punto: la “campagna di sterminio degli ebrei”. Qui, scrive, “Non è rimasto alcun documento, forse non è mai esistito” (Bréviaire de la haine, Parigi, Calmann-Lévy, 1974 [1951], p. 171 – in italiano: Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, Torino, Einaudi, 1955).

    Osservazione: c’è qui una straordinaria concessione alla tesi revisionista. Infatti, un’impresa criminale così tremenda presumibilmente concepita, ordinata, organizzata e perpetrata dai Tedeschi avrebbe necessitato di un ordine, un piano, delle istruzioni, un bilancio preventivo,… Una tale impresa, condotta per anni, su tutto un continente e con il risultato di causare la morte di milioni di vittime, avrebbe lasciato una valanga di prove documentali. Di conseguenza, se ci vengono a dire che forse non sono mai esistite tali prove documentali, significa che il crimine in questione non è stato perpetrato. In assenza di qualsiasi documento, allo storico non resta che tacere. L. Poliakov ha fatto questa concessione nel 1951, cioè cinquantacinque anni or sono. Ora bisogna sapere che, dal 1951 al 2006, anche i suoi successori hanno fallito nel trovare la minima prova documentale. Sporadicamente, qua e là, si è assistito a dei tentativi di farci credere a tale o tal altra scoperta ma, ogni volta, come si vedrà qui di seguito, è stato necessario venire a più miti consigli.



    2) Nel 1960, Martin Broszat, membro dell’Istituto di storia contemporanea di Monaco di Baviera ha scritto: “Né a Dachau, né a Bergen-Belsen, né a Buchenwald, sono stati gassati ebrei o altri detenuti” « Die Zeit », 19 agosto 1960, p. 16).

    Osservazione: Quest’improvvisa e inspiegabile concessione è significativa. Al processo di Norimberga, la sola camera a gas omicida che l’accusa si fosse azzardata a mostrarci in un film era stata quella di Dachau e numerose erano state le testimonianze di pretese gassazioni omicide nei tre campi sopra citati. M. Broszat riconosce dunque implicitamente che queste testimonianze erano false. Egli non ci dice in che cosa esse erano false. Non ci dice neanche in che cosa altre testimonianze riguardanti, per esempio, Auschwitz, Majdanek, Treblinka, Sobibor o Belzec continuerebbero ad essere degne di fede. Negli anni ‘80, a Dachau, un cartello indicava in cinque lingue che la “camera a gas mascherata da doccia” che i turisti visitavano non era “mai servita” come tale. I revisionisti avevano allora chiesto in che cosa la stanza potesse essere qualificata come “camera a gas” omicida. Di colpo, le autorità del Museo di Dachau hanno ritirato quel cartello per sostituirlo con un altro in cui, in tedesco e in inglese, si dice ora: “Camera a gas. Qui si trovava il centro del potenziale assassinio di massa” e si aggiunge che “potevano essere gassati fino a 150 uomini alla volta” in questo spazio con dello Zyklon B. Si noteranno le parole “potenziale” e “potevano” (in inglese “potential” e “could”). La scelta di queste parole dimostra una bella doppiezza: fa nascere nei turisti l’idea che detta “camera a gas” è effettivamente servita a uccidere ma, nello stesso tempo, permette di ribattere ai revisionisti: “Noi non abbiamo detto espressamente che questa camera a gas è servita a uccidere; abbiamo semplicemente detto che essa poteva o sarebbe potuta servire, a quel tempo, a uccidere tante persone”. Per concludere, nel 1960, M . Broszat ha decretato, senza alcuna spiegazione, in una semplice lettera che nessuno era stato gassato a Dachau; poi, negli anni successivi, le autorità del Museo di Dachau, assai imbarazzate, hanno cercato, a prezzo di diversi raggiri che sono variati con il tempo, d’ingannare i visitatori facendo loro credere che, in questa stanza dall’aspetto di doccia (e per una buona ragione, perché questo era), erano state veramente gassate delle persone.



    3) Nel 1968, la storica ebrea Olga Wormser-Migot, nella sua tesi su Le Système concentrationnaire nazi, 1933-1945 (Parigi, Presses universitaires de France, 1968), ha dedicato tutta una trattazione a ciò che essa chiama “Il problema delle camere a gas” (pp. 541-544). Essa vi esprime il proprio scetticismo sul valore di celebri testimonianze che attestano l’esistenza di camere a gas in campi come quelli di Mauthausen o di Ravensbrück. Su Auschwitz-I è categorica: questo campo in cui, ancora oggi, i turisti visitano una pretesa camera a gas era, in realtà, “privo di camera a gas” (p. 157).

    Osservazione: Per muovere contro i vinti delle orribili accuse di gassazioni omicide, ci si è fidati soltanto di testimonianze e queste testimonianze non sono state verificate. Notiamo qui il caso particolare di Auschwitz-I: dunque 38 anni fa, una storica ebrea ha avuto il coraggio di scrivere che questo campo era “privo di camera a gas”; ora, ancora oggi, nel 2006, i turisti visitano a schiere a Auschwitz-I una stanza che si osa, ingannevolmente, presentare loro come una “camera a gas”. Qui ci troviamo di fronte ad un raggiro.



    4) Nel 1979, trentaquattro storici francesi hanno firmato una lunga dichiarazione comune in risposta alle argomentazioni tecniche che io avevo personalmente invocato per dimostrare che l’esistenza e il funzionamento delle camere a gas naziste si scontrano con delle impossibilità materiali radicali. Secondo la tesi ufficiale, Rudolf Höss, uno dei tre comandanti successivi di Auschwitz, aveva confessato (!) e descritto come a Auschwitz e a Birkenau si gassavano gli ebrei. Secondo questa confessione, assai vaga, quando le vittime sembravano aver esalato l’ultimo respiro, si metteva in moto un apparecchio di aerazione e una squadra di prigionieri ebrei entrava immediatamente nell’ampia stanza per rimuoverne i cadaveri e trasportarli fino ai forni crematori. R. Höss diceva che quegli ebrei procedevano a quel lavoro con noncuranza fumando e mangiando. Io ho fatto osservare che era impossibile: non si può penetrare fumando e mangiando in un locale saturo d’acido cianidrico (gas velenoso, penetrante ed esplosivo) per toccarvi, manipolare ed estrarne con gran fatica migliaia di cadaveri impregnati d’acido cianidrico e dunque intoccabili. Nella loro dichiarazione, i trentaquattro storici mi hanno risposto: “Non bisogna domandarsi come un tale assassinio di massa sia stato tecnicamente possibile. È stato tecnicamente possibile poiché ha avuto luogo” (« Le Monde », 21 febbraio 1979, p. 23).

    Osservazione: Questa risposta equivale a schivare la domanda posta. Se ci si tira indietro così, significa che si è incapaci di rispondere. E se trentaquattro storici si trovano a tal punto nell’incapacità di spiegare come un crimine di queste dimensioni è stato perpetrato, significa che questo crimine sfida le leggi della natura; dunque è immaginario.



    5) Sempre nel 1979, le autorità americane si sono infine decise a rendere pubbliche delle fotografie aeree di Auschwitz che, fino a quel momento, tenevano nascoste. Con cinismo o ingenuità, i due autori della pubblicazione, Dino A. Brugioni e Robert G. Poirier, ex-membri della CIA, danno alla piccola raccolta di foto il titolo di The Holocaust Revisited e incollano qua e là delle etichette che recano le parole “gas chamber(s)”, ma, nei loro commenti, nulla sta a giustificare tali appellativi. (Central Intelligence Agency, Washington, February 1979, ST-79-10001).

    Osservazioni: Oggi, nel 2006, questo raggiro ci fa pensare alla miserabile dimostrazione dell’ex-ministro americano Colin Powell che cercava di provare, con lo stesso procedimento delle etichette apposte su delle foto aeree, l’esistenza di stabilimenti di fabbricazione di “armi di distruzione di massa” nell’Iraq di Saddam Hussein. In realtà, queste fotografie di Auschwitz infliggono una smentita alla tesi delle camere a gas naziste. Ciò che vi si vede distintamente, sono degli innocui crematori senza folla di persone accalcate all’esterno in attesa di penetrare nei pretesi spogliatoi e nelle pretese camere della morte. I terreni circostanti sono sgombri e visibili da ogni parte. Le aiuole dei giardinetti di questi crematori sono ben disegnate e non portano traccia del calpestio, quotidiano, di migliaia di persone. Il crematorio n. 3, per esempio, è contiguo a quello che noi sappiamo essere, grazie a dei documenti sicuri del Museo di Stato di Auschwitz, un campo di calcio ed è vicino a un campo di pallavolo (Hefte von Auschwitz, 15, 1975, fuori testo delle pagine 56 e 64). Esso è anche vicino ai 18 baraccamenti ospedalieri del campo degli uomini. Ci sono state trentadue incursioni aeree degli Alleati sopra questa zona che comprendeva anche gli importanti impianti industriali di Monowitz. Si comprende che gli Alleati vi abbiano bombardato a più riprese il settore industriale pur risparmiando per quanto possibile ciò che era chiaramente un campo di concentramento, di lavoro e di transito e non un “campo di sterminio”, sul quale non sono cadute in fin dei conti che alcune bombe vaganti.



    6) Nel 1982, il 21 aprile, è stata fondata a Parigi un’associazione per lo studio degli assassinî con il gas sotto il regime nazionalsocialista (ASSAG) “allo scopo di ricercare e controllare gli elementi recanti la prova dell’utilizzo dei gas tossici da parte dei responsabili del regime nazionalsocialista in Europa per uccidere le persone di varie nazionalità, contribuire alla pubblicazione di questi elementi di prova, prendere a tal fine tutti i contatti utili a livello nazionale ed internazionale”. L’articolo 2 dello statuto sancisce: “La durata dell’Associazione è limitata alla realizzazione del suo scopo enunciato all’articolo 1.” Ora, quest’associazione fondata da quattordici persone, tra cui Germaine Tillion, Georges Wellers, Geneviève Anthonioz nata de Gaulle, l’Avv. Bernard Jouanneau e Pierre Vidal-Naquet, non ha, in quasi un quarto di secolo, mai pubblicato niente e nel 2006 continua a esistere. Qualora si sostenesse a torto che essa ha prodotto un libro intitolato Chambres à gaz, secret d’Etat, sarebbe opportuno ricordare che in tal caso si tratta in effetti della traduzione in francese di un’opera pubblicata in tedesco da Eugen Kogon, Hermann Langbein e Adalbert Rückerl e dove figurano alcuni contributi di alcuni membri dell’ASSAG (Parigi, Editions de Minuit, 1984).

    Osservazione: Il titolo di quest’opera, da solo, dà una buona idea del contenuto: invece di prove, poggianti su fotografie di camere a gas, disegni, schizzi, rapporti peritali sull’arma del delitto, il lettore non trova che speculazioni a partire da ciò che viene chiamato “elementi di prove” (e non “prove”), e ciò perché, ci dicono, queste camere a gas avrebbero costituito il più grande dei segreti possibili, un “segreto di Stato”. Se c’è un’“arma di distruzione di massa” che avrebbe meritato una perizia in debita forma, è proprio quell’arma. Infatti, essa costituisce un’anomalia nella storia della scienza per almeno due ragioni: è senza precedenti e non ha avuto seguito; essa è sorta dal nulla per ritornare nel nulla. Ora, la storia della scienza non conosce nessun fenomeno del genere. In ogni caso, per il solo fatto di esistere ancora oggi nel 2006, si può dire che quest’associazione detta ASSAG non ha ancora realizzato lo scopo per il quale era stata fondata, ben presto venticinque anni or sono. Essa non ha dunque ancora trovato né prove e nemmeno elementi di prove dell’esistenza delle “camere a gas naziste”.



    7) Nel 1982, dal 29 giugno al 2 luglio, si è tenuto a Parigi, alla Sorbona, un simposio internazionale sotto la presidenza di due storici ebrei, François Furet e Raymond Aron. Secondo gli organizzatori, si trattava di replicare solennemente e pubblicamente a Robert Faurisson e a “un gruppetto di anarchico-comunisti” che gli avevano fornito il proprio sostegno (allusione a Pierre Guillaume, Jean-Gabriel Cohn-Bendit, Serge Thion nonché ad altri libertari, a volte ebrei). L’ultimo giorno, durante la tanto attesa conferenza stampa, i due organizzatori hanno dovuto ammettere pubblicamente che, “nonostante le ricerche più erudite”, non era stato trovato un ordine di Hitler di uccidere gli ebrei. Quanto alle camere a gas, essi non vi hanno nemmeno fatto cenno.

    Osservazione: Questo simposio ha costituito il primo tentativo al fine di mostrare al grande pubblico che i revisionisti mentivano. Come altri simposi dello stesso genere (in particolare nel 1987, sempre alla Sorbona), ne è stato vietato l’accesso ai revisionisti e, come tutti gli altri simposi, senza eccezione, è sfociato in un completo fallimento per gli organizzatori.



    8) Nel 1983, il 26 aprile, terminava, in appello, il lungo processo che mi era stato intentato nel 1979, in particolare da alcune organizzazioni ebraiche, per “danno ad altri” attraverso la “falsificazione della storia” (sic). Quel giorno, la prima sezione della corte d’appello civile di Parigi, sezione A (presidente Grégoire), pur confermando la mia condanna per “danno ad altri” rendeva un sostenuto omaggio alla qualità dei miei lavori. Essa affermava, infatti, che non si poteva individuare nei miei scritti sulle camere a gas alcuna traccia di leggerezza, alcuna traccia di negligenza, alcuna traccia di deliberata ignoranza, né alcuna traccia di menzogna e che, di conseguenza, “il valore delle conclusioni difese dal Signor Faurisson [sulle camere a gas] appartiene dunque alla sola valutazione degli esperti, degli storici e del pubblico”.

    Osservazione: Se non si possono rilevare presso l’autore di lavori che confutano la tesi delle camere a gas né leggerezza, né negligenza, né deliberata ignoranza, né menzogna, né “falsificazione”, è la prova che tali lavori sono quelli di un ricercatore serio, diligente, coscienzioso, probo ed autentico, e ciò a un grado tale che si deve avere il diritto di sostenere pubblicamente, come egli fa, che dette camere a gas non sono altro che un mito.



    9) Nel 1983, il 7 maggio, Simone Veil, che è ebrea ed essa stessa una “sopravvissuta al genocidio”, ha dichiarato a proposito delle camere a gas: “Nel corso di un processo intentato a Faurisson per aver negato l’esistenza delle camere a gas, coloro che intentano il processo sono costretti ad apportare la prova incontrovertibile della realtà delle camere a gas. Ora tutti sanno che i nazisti hanno distrutto queste camere a gas ed eliminato sistematicamente tutti i testimoni” (« France-Soir Magazine », 7 maggio 1983, p. 47).

    Osservazione: Se non ci sono né arma del crimine né testimonianze, che cosa resta? Che cosa pensare dei locali presentati come camere a gas a milioni di visitatori tratti in inganno? Che cosa pensare dei personaggi che si presentano come testimoni o come miracolati delle camere a gas? Per parte sua, S. Veil è la prima autorità olocaustica che abbia così dato ad intendere che ogni preteso testimone delle gassazioni non può essere che un falso testimone. Già il 6 marzo 1979, nel corso di un dibattito dei “Dossiers de l’écran” organizzato dalla televisione francese sull’uscita dello sceneggiato americano a puntate “Holocaust”, essa aveva manifestato il proprio disprezzo per Maurice Benroubi presentato come un “testimone delle camere a gas”. Quest’ultimo aveva di colpo mostrato un’estrema discrezione riguardo alla sua “testimonianza” apparsa poco prima su «L’Express» (3-9 marzo 1979, p. 107-110).



    10) Nel 1961, l’ebreo Raul Hilberg, Number One degli storici ortodossi, aveva pubblicato la prima edizione della sua opera più importante ed è stato nel 1985 che ne ha pubblicato la seconda edizione profondamente riveduta e corretta. La distanza di tempo tra queste due edizioni è considerevole e non si può spiegare che con la sequenza di vittorie riportate nel frattempo dai revisionisti. Nella prima edizione, l’autore aveva freddamente affermato che “la distruzione degli ebrei d’Europa” era stata innescata a seguito di due ordini successivi dati da Hitler. Egli non precisava né la data né il contenuto di tali ordini. In seguito pretendeva di spiegare nei minimi particolari il processo politico, amministrativo e burocratico di tale distruzione; per esempio egli arrivava a dire che a Auschwitz lo sterminio degli ebrei era organizzato da un ufficio incaricato della disinfezione degli abiti e dello sterminio degli esseri umani contemporaneamente (The Destruction of the European Jews, 1961, nuova edizione nel 1979 presso Quadrangle Books, Chicago, pp. 177, 570). Ora, nel 1983, rinunciando completamente a questa spiegazione, R. Hilberg è giunto all’improvviso ad affermare che il processo di “distruzione degli ebrei d’Europa” si era svolto, in fin dei conti, senza piano, senza organizzazione, senza centralizzazione, senza progetto, senza bilancio preventivo, ma, in tutto e per tutto, grazie a “un incredibile incontro degli spiriti, una trasmissione di pensiero consensuale in seno a una vasta burocrazia”, la burocrazia tedesca (an incredible meeting of minds, a consensus mind reading by a far-flung bureaucracy) («Newsday», New York, 23 febbraio 1983, p. II/3). Questa spiegazione, R. Hilberg la confermerà sotto giuramento al processo Zündel del 1985 a Toronto, il 16 gennaio 1985 (resoconto testuale, p. 848); poi, la confermerà di nuovo con altre parole nella versione profondamente riveduta della sua opera The Destruction of the European Jews, New York, Holmes & Meier, 1985, pp. 53, 55, 62 ; in francese, La Destruction des juifs d’Europe, Parigi, Fayard, 1988, pp. 51, 53, 60 — in italiano: La Distruzione degli ebrei d’Europa, Torino, Einaudi, 1995). Infine l’ha appena confermata nuovamente nell’ottobre 2006 in un’intervista concessa a « Le Monde »: “Non c’era uno schema guida prestabilito. Quanto alla questione della decisione, essa è in parte insolubile: non si è mai ritrovato nessun ordine firmato da Hitler, di suo pugno, probabilmente perché un tale documento non è mai esistito. Io sono persuaso che le burocrazie sono mosse da una sorta di struttura latente: ogni decisione ne comporta un’altra, poi un’altra e così via, anche se non è possibile prevedere esattamente la tappa seguente” (« Le Monde des livres » , 20 ottobre 2006, p. 12).

    Osservazione: Lo storico Number One del genocidio degli ebrei si è dunque trovato così smarrito che è improvvisamente arrivato a rinnegarsi e a spiegare una gigantesca impresa d’assassinio collettivo come se questa si fosse realizzata in qualche modo per opera dello Spirito Santo. Egli evoca, infatti, un “incontro degli spiriti” in seno a una burocrazia e definisce quest’incontro “incredibile”. Se esso è incredibile, perché ci si dovrebbe credere? Bisogna credere all’incredibile? Egli invoca anche la “trasmissione di pensiero” e la definisce “consensuale”, ma si tratta qui di una pura speculazione intellettuale a base di credenza nel soprannaturale. Come credere a un fenomeno di questo genere, in particolare in seno a un vasto apparato burocratico e più in particolare ancora, in seno alla burocrazia del III Reich? È da notare che al modo di R. Hilberg, gli storici ufficiali hanno incominciato, negli anni 1980-1990, ad abbandonare la storia e a cadere nella metafisica e nel gergo. Essi si sono interrogati sul punto di sapere se bisognava essere “intenzionalisti” o “funzionalisti”: bisognava supporre che lo sterminio degli ebrei era avvenuto a seguito di un’“intenzione” (non ancora provata) e secondo un piano concertato (non ancora trovato) oppure tale sterminio era avvenuto da solo, spontaneamente e nell’improvvisazione, senza intenzione formale e senza alcun piano? Questo tipo di controversia fumosa testimonia lo smarrimento di storici che, incapaci di fornire delle prove e dei documenti a sostegno della loro tesi, sono ridotti a teorizzare a vuoto. In fondo, gli uni, gli “intenzionalisti”, ci dicono: “Ci sono stati necessariamente un’intenzione e un piano, che non abbiamo ancora trovato ma che forse scopriremo davvero un giorno”, mentre gli altri affermano: “Non c’è bisogno di ricercare le prove di un’intenzione e di un piano perché tutto è potuto avvenire senza intenzione, senza piano e senza lasciare tracce; simili tracce sono introvabili perché non sono mai esistite”.



    11) Nel maggio 1986, in Francia, degli ebrei, allarmati nel constatare che non riuscivano a replicare ai revisionisti sul semplice piano della ragione, hanno deciso d’intraprendere un’azione al fine di ottenere la repressione legale del revisionismo. Questi ebrei sono principalmente Georges Wellers e Pierre Vidal-Naquet riuniti, con i loro amici, attorno al rabbino capo di Francia, René Samuel Sirat (« Bulletin quotidien de l’Agence télégraphique juive », 2 giugno 1986, pp. 1, 3). Nel giro di quattro anni, essi otterranno, in particolare grazie all’ebreo Laurent Fabius, ex-primo ministro e presidente dell’Assemblea nazionale, il voto, il 13 luglio 1990, di una legge speciale che permette d’infliggere a ogni persona che faccia pubblicamente dei discorsi revisionisti a proposito dello “sterminio degli ebrei” una pena che può arrivare fino a un anno di carcere, un’ammenda di un massimo di 300 000 Ffr (45 000 euro) e altre pene ancora. Questo colpo di mano costituisce una flagrante confessione di debolezza.

    Osservazione: G. Wellers e P. Vidal-Naquet sono stati messi in allarme soprattutto dalla sentenza del 26 aprile 1983 (vedere sopra, il paragrafo 8). Il primo ha scritto: “La corte ha riconosciuto che [Faurisson]si era ben documentato. Il che è falso. È stupefacente che la corte ci sia cascata”( « Le Droit de vivre », giugno-luglio 1987, p. 13). Il secondo ha scritto che la Corte d’appello di Parigi “ha riconosciuto la serietà del lavoro di Faurisson, che è il colmo, e, insomma, lo ha condannato solo per aver agito con malanimo riassumendo le sue tesi in slogan” (Les Assassins de la mémoire, Parigi, La Découverte , 1987, p. 182 – in italiano: Gli assassini della memoria, Roma, Ed. Riuniti, 1993).



    12) Nel 1986, in agosto, Michel de Boüard, ex-membro della resistenza deportato, professore di storia, preside della facoltà di lettere dell’università di Caen, membro dell’Institut de France, responsabile, in seno al Comitato di storia della seconda guerra mondiale, della commissione di storia della deportazione, ha dichiarato che in fin dei conti “la faccenda è putrefatta”. Egli precisava che la faccenda in questione, quella della storia del sistema dei campi di concentramento tedeschi, era “putrefatta” da, secondo le sue parole, “un’enormità d’invenzioni, d’inesattezze ripetute ostinatamente, in particolare sul piano numerico, di amalgami, di generalizzazioni”. Accennando agli studi dei revisionisti, aggiungeva che c’erano “d’altra parte, degli studi critici molto approfonditi per dimostrare l’inanità di tali esagerazioni” (« Ouest-France », 2-3 agosto 1986, p. 6).

    Osservazione: M. de Boüard era uno storico professionista e addirittura lo storico francese più competente in storia della deportazione. Fino al 1985 egli difendeva la posizione strettamente ortodossa ed ufficiale. Dalla lettura della tesi del revisionista Henri Roques sulla pretesa testimonianza dell’SS Kurt Gerstein, ha compreso il suo errore. Egli l’ha onestamente riconosciuto, arrivando persino a dire che, se egli aveva fino a quel momento personalmente avallato l’esistenza di una camera a gas nel campo di Mauthausen, era a torto, prestando fede a ciò che si diceva. (La sua morte prematura avvenuta nel 1989 ha privato il campo revisionista di un’eminente personalità che si era ripromessa di pubblicare un’opera destinata a mettere in guardia gli storici contro le menzogne ufficiali della storia della Seconda guerra mondiale).



    13) Nel 1988, Arno Mayer, professore americano di origine ebraica, docente all’università di Princeton di storia dell’Europa contemporanea, ha scritto a proposito delle “camere a gas naziste”: “Le fonti per lo studio delle camere a gas sono al contempo rare e dubbie” (Sources for the study of the gas chambers are at once rare and unreliable) (The “Final Solution” in History , New York, Pantheon Books, 1988, p. 362 ; in francese, La « solution finale » dans l’histoire, prefazione di Pierre Vidal-Naquet, Parigi, La Découverte , 1990, p. 406 — in italiano: Soluzione finale: lo sterminio degli ebrei nella storia europea, Milano, Mondadori, 1990).

    Osservazione: Ancora oggi, nel 2006, il grande pubblico persiste nel credere che, come glielo suggeriscono instancabilmente i mezzi di comunicazione, le fonti per lo studio delle camere a gas siano innumerevoli e indiscutibili. Al simposio della Sorbona del 1982, A . Mayer non aveva avuto, come il suo amico Pierre Vidal-Naquet, parole mai abbastanza dure per i revisionisti; ora, sei anni dopo, ecco che questo storico ultra-ortodosso si è notevolmente avvicinato alle conclusioni revisioniste.



    14) Nel 1989, lo storico elvetico Philippe Burrin, ponendo come principio e senza dimostrarlo che camere a gas naziste e genocidio ebraico sono esistiti, ha tentato di determinare in che data e da chi era stata presa la decisione di sterminare fisicamente gli ebrei d’Europa. Egli non ha avuto maggiore successo di tutti i suoi colleghi “intenzionalisti” o “funzionalisti” (Hitler et les juifs / Genèse d’un génocide, Parigi, Seuil, 1989 — in italiano: Hitler e gli ebrei: genesi di un genocidio, Genova, Marietti, 1994). Egli ha dovuto constatare l’assenza di tracce del crimine e notare ciò che egli ha deciso di chiamare “la cancellazione ostinata della traccia di un passaggio d’uomo” (p. 9). Egli deplora “le grandi lacune della documentazione” e aggiunge: “Non sussiste alcun documento che riguardi un ordine di sterminio firmato da Hitler. […] Con ogni probabilità, gli ordini furono impartiti verbalmente. […] le tracce qui sono non soltanto poco numerose e sparse, ma di difficile interpretazione” (p. 13).

    Osservazione: Ecco ancora uno storico professionista che riconosce di non poter produrre alcun documento a sostegno della tesi ufficiale. Il grande pubblico immagina che le tracce del crimine siano numerose e prive di ambiguità ma lo storico che ha esaminato la documentazione afferente, per parte sua, non ha trovato niente se non rare parvenze di “tracce” delle quali si domanda quale interpretazione dare.



    15) Nel 1992, Yehuda Bauer, professore all’università ebraica di Gerusalemme, ha dichiarato nel corso di una conferenza internazionale tenutasi a Londra sul genocidio degli ebrei: “Il pubblico ripete ancora, giorno dopo giorno, la sciocca storia (the silly story) che vuole che lo sterminio degli ebrei sia stato deciso a Wannsee” (comunicato della Jewish Telegraphic Agency riportato su « The Canadian Jewish News », 30 gennaio 1992).

    Osservazione: Oltre al fatto che un’attenta lettura del “verbale” della riunione di Berlino-Wannsee del 20 gennaio 1942 prova che i Tedeschi pensavano ad una “soluzione finale territoriale [eine territoriale Endlösung] della questione ebraica”, che sarebbe sfociata in “rinnovamento ebraico” in uno spazio geografico da determinare, la dichiarazione assai tardiva di Yehuda Bauer conferma che questo punto primario della tesi dello sterminio degli ebrei non ha in effetti alcun valore. Aggiungiamo, a nostra volta, che lo sterminio degli ebrei non è stato deciso né a Wannsee né altrove. L’espressione “campi di sterminio” non è che un’invenzione della propaganda di guerra americana e alcuni esempi provano che, durante questa guerra, l’assassinio d’un solo ebreo o d’una sola ebrea esponeva il suo autore, fosse egli civile o militare, membro o no delle SS, al comparire davanti al consiglio di guerra dell’esercito tedesco e alla fucilazione (in sessant’anni, mai un solo storico ortodosso ha fornito una spiegazione a questo genere di fatti rivelati dalla difesa persino dinanzi al tribunale di Norimberga).



    16) Nel gennaio 1995, lo storico francese Eric Conan, co-autore con Henry Rousso di Vichy, un passé qui ne passe pas (Parigi, Gallimard, 2001 [1994, 1996]), ha scritto che in definitiva io avevo avuto ragione di certificare, alla fine degli anni ’70, che la camera a gas visitata a Auschwitz da milioni di turisti era completamente falsa. Secondo E. Conan, che si esprimeva su un grande settimanale francese: “Tutto lì è falso […]. Alla fine degli anni ’70, Robert Faurisson sfruttò tanto meglio quelle falsificazioni quanto più responsabili del museo si mostravano recalcitranti nel riconoscerle”. E. Conan prosegue: “[Alcune persone], come Théo Klein, [preferiscono che si lasci la camera a gas] così come sta ma spiegando al pubblico il travisamento: ‘ la Storia è quello che è; basta dirla, anche quando non è semplice, piuttosto che aggiungere artificio ad artificio’”. E. Conan riferisce poi un discorso stupefacente della vice-direttrice del Museo nazionale di Auschwitz, che, per parte sua, non si decide a spiegare al pubblico il travisamento. Egli scrive: “Krystyna Oleksy […] non vi si risolve: ‘Per il momento, la si lascia così come sta [questa stanza qualificata come camera a gas] e non si fornisce alcuna precisazione al visitatore. È troppo complicato. Si vedrà più avanti’” (Eric Conan, “Auschwitz : la mémoire du mal”, « L’Express », 19-25 gennaio 1995, p. 68).

    Osservazione: Questo discorso di una responsabile polacca significa in chiare parole: abbiamo mentito, mentiamo, e fino a nuovo ordine, continueremo a mentire. Nel 2005, io ho chiesto a E. Conan se le autorità del Museo di Auschwitz avevano pubblicato una smentita o sollevato una protesta contro l’affermazione che egli aveva attribuito, nel 1995, a K. Oleksy. La sua risposta è stata che non c’era stata né smentita, né protesta. Nel 1996, quest’impostura e altre relative anch’esse al campo di Auschwitz-I sono state denunciate da due autori ebrei, Robert Jan van Pelt e Deborah Dwork, in un’opera scritta congiuntamente: Auschwitz, 1270 to the Present, Yale University Press, 443 p. Ecco un saggio delle parole che sgorgano dalla loro penna: « postwar obfuscation », « additions », « deletions », « suppression », « reconstruction », « largely a postwar reconstruction » (p. 363), « reconstructed », « usurpation », « re-created », « four hatched openings in the roof, as if for pouring Zyklon B into the gas chamber below, were installed [after the war] » (p.364), « falsified », « inexact », « misinformation », « inappropriate » (p. 367), « falsifying » (p. 369). Nel 2001, il carattere fallace di questa camera a gas da effetto Potëmkin è stato riconosciuto anche in un libretto che accompagna due CD-Rom e che s’intitola: Le Négationnisme. Redatto da Jean-Marc Turine e Valérie Igounet, questo libretto reca una prefazione di Simone Veil (Radio-France – INA, Vincennes, Frémeaux et Associés).



    17) Nel 1996, Jacques Baynac, storico francese, di sinistra e risolutamente antirevisionista sin dal 1978, ha finito per ammettere, dopo matura riflessione, che non c’erano le prove dell’esistenza delle camere a gas naziste. Non si può far altro, scrive, che constatare “l’assenza di documenti, di tracce o di altre prove materiali” (« Le Nouveau Quotidien de Lausanne », 2 settembre 1996, p. 16, e 3 settembre 1996, p. 14). Ma persiste nel credere nell’esistenza di quelle magiche camere a gas.

    Osservazione: Insomma, J. Baynac dice: “Non ci sono prove ma io credo”, mentre un revisionista pensa: “Non ci sono prove, quindi rifiuto di credere e il mio dovere è contestare”.



    18) Nel 2000, alla fine della sua Histoire du négationnisme en France (Parigi, Gallimard), Valérie Igounet ha pubblicato un lungo testo alla fine del quale Jean-Claude Pressac, che era stato uno dei più accesi avversari dei revisionisti, firma un vero e proprio atto di capitolazione. Infatti, riprendendo la parola del professor Michel de Boüard, dichiara che la faccenda del sistema dei campi di concentramento è “putrefatta”, e ciò in maniera irrimediabile. Egli scrive: “Si può forse raddrizzare il timone?” e risponde: “È troppo tardi”. Aggiunge: “L’attuale forma, pur tuttavia trionfante, della presentazione dell’universo dei campi è condannata”. Egli termina considerando che tutto ciò che è stato così inventato attorno a delle sofferenze troppo reali è destinato “alle pattumiere della storia” (pp. 651-652). Nel 1993-1994, questo protetto dell’ebreo Serge Klarsfeld e del rabbino americano Michael Berenbaum, direttore scientifico del Museo dell’Olocausto di Washington, era stato celebrato in tutto il mondo come uno straordinario ricercatore che, nel suo libro su Les Crématoires d'Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse, Parigi, CNRS éditions, 1993, (in italiano: Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, Milano, Feltrinelli, 1994), aveva, sembra, messo a terra l’idra del revisionismo. Qui, nel libro di V. Igounet, lo si vede firmare la sua capitolazione.

    Osservazione: Il grande pubblico era stato tenuto all’oscuro di un fatto d’importanza capitale: l’uomo provvidenziale che la stampa del mondo intero aveva presentato come uno straordinario ricercatore che aveva infine scoperto la prova scientifica dell’esistenza delle camere a gas naziste, quell’uomo ha finito per riconoscere il proprio errore. Qualche anno dopo, non c’è stato neanche un organo di stampa che abbia segnalato la sua morte.



    19) Nel 2002, il summenzionato R. J. van Pelt ha pubblicato The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial, Indiana University Press, XVIII-571 p. Si sa che David Irving, che è tutt’al più un semi-revisionista e mal conosce l’argomentazione revisionista, ha perso il processo per diffamazione che aveva avuto l’imprudenza d’intentare all’universitaria ebrea americana Deborah Lipstadt. Egli ha maldestramente cercato di sostenere la tesi –perfettamente giusta del resto – secondo la quale non sono esistite camere a gas omicide a Auschwitz. Ma egli ha tuttavia segnato un punto essenziale e, se il giudice Charles Gray, poi altri giudici dopo quest’ultimo avessero avuto più coraggio, quel punto avrebbe dovuto permettergli di vincere la causa. L’argomentazione si riassumeva in una formula di quattro parole che io avevo lanciato nel 1994: “No holes, no Holocaust”. Il mio ragionamento era stato il seguente: 1. Auschwitz è al centro dell’“Olocausto”; 2. I grandi crematori di Auschwitz-Birkenau, o Auschwitz-II, sono al centro del vasto complesso di Auschwitz; 3. Nel cuore di questi crematori si trovavano, sembra, una o più camere a gas omicide; 4. Oggi uno solo di questi crematori (il crematorio n. 2), sebbene sia in rovina, permette di andare ad esaminare la stanza che si suppone essere stata una camera a gas omicida; è il presunto luogo di un crimine esso stesso presunto; 5. Ci viene detto che, per uccidere i detenuti ebrei ammucchiati nella stanza, un membro delle SS, portandosi sul tetto di cemento di detta camera a gas, versava dei granuli di Zyklon B attraverso quattro orifizi regolari situati sul soffitto; 6. Ora basta guardare per rendersi conto che tali orifizi non sono mai esistiti; 7. Dunque il crimine non può essere stato commesso. R. J. van Pelt, testimoniando contro D. Irving, ha sofferto le pene dell’inferno per cercare di trovare una risposta a questa argomentazione. In fin dei conti, né lui né i suoi collaboratori ci sono riusciti. Il giudice Gray ha dovuto, anche lui, riconoscere “the apparent absence of evidence of holes” (resoconto testuale, p. 490) e, in maniera più generale, egli ha concesso che “contemporaneous documents yield little clear evidence of the existence of gas chambers designed to kill humans” (p. 489; per maggiori dettagli si farà riferimento alle pagine 458-460, 466-467, 475-478 e 490-506). Nel testo stesso della sua sentenza, Charles Gray riconosce la propria sorpresa: “I have to confess that, in common I suspect with most other people, I had supposed that the evidence of mass extermination of Jews in the gas chambers at Auschwitz was compelling. I have, however, set aside this preconception when assessing the evidence adduced by the parties in these proceedings” (1371). Il fallimento degli storici-accusatori è qui flagrante e D. Irving avrebbe dovuto vincere il processo grazie a questa constatazione di un giudice che gli era ostile: i documenti d’epoca non ci consegnano davvero che pochi elementi di prova, che siano chiari, dell’esistenza delle camere a gas naziste e dunque di una politica tedesca di sterminio degli ebrei. Non è forse, dopo tutto, ciò che concludevano già, come abbiamo visto in precedenza, molti storici ebrei, a cominciare da Léon Poliakov nel 1951?



    20) Nel 2004, uno storico francese, Florent Brayard, ha pubblicato un’opera intitolata: La « solution finale de la question juive ». La technique, le temps et les catégories de la décision, Parigi, Fayard, 640 p. Nel 2005, in una recensione di quest’opera, si potevano leggere le tre frasi seguenti: “Si sa che il Führer non ha né redatto né firmato un ordine di soppressione degli ebrei, che le decisioni – perché ce n’è stata più d’una – sono state prese nel corso di colloqui segreti con Himmler, forse Heydrich e/o Göring. Si suppone che, piuttosto di un ordine esplicito, Hitler abbia dato il proprio accordo a delle richieste o dei progetti dei suoi interlocutori. Forse egli non lo ha nemmeno formulato, ma si è fatto capire con un silenzio o un consenso” (Yves Ternon, « Revue d’histoire de la Shoah », luglio-dicembre 2005, p. 537).

    Osservazione: Quasi ad ogni parola, queste frasi mostrano che l’autore è ridotto a delle avventurose speculazioni. Quando osa affermare senza il minimo indizio che Hitler si è forse fatto capire “con un silenzio o un consenso”, egli non fa che riprendere la teoria del “nod” (cenno del capo del Führer!) emessa dal professor Christopher Browning al processo Zündel di Toronto nel 1988. Non un universitario di convinzioni antirevisioniste si è mostrato più scadente e più scemo di questo shabbat-goy. Tant’è vero che, annientata dalle vittorie revisioniste, la tesi ufficiale ha finito per svuotarsi di ogni contenuto scientifico.



    Bilancio di queste vittorie revisioniste



    Ricapitoliamo brevemente queste vittorie revisioniste.



    Messi con le spalle al muro dai revisionisti, gli storici ufficiali del preteso sterminio fisico degli ebrei hanno finito per riconoscere che, dal punto di vista storico e scientifico non resta loro alcuna argomentazione per sostenere la loro atroce accusa. Essi riconoscono infatti: 1) di non potere invocare a sostegno nessun documento che provi il crimine; 2) di essere incapaci di fornire la minima rappresentazione dell’arma del crimine; 3) di non possedere prove e nemmeno elementi di prove; 4) di non potere nominare alcun testimone veridico (ved., sopra, l’opinione di S. Veil); 5) che la loro faccenda è putrefatta (bis), irrimediabilmente putrefatta e che è destinata alle pattumiere della storia; 6) che le fonti un tempo citate a sostegno si sono rivelate non soltanto molto più rare di quanto si pretendesse ma anche dubbie; 7) che le pretese tracce sono poco numerose, sparse, di difficile interpretazione; 8) che da parte loro c’erano stati falsificazioni, travisamento, artificio; 9) che a sostegno della tesi ufficiale si è invocata troppo spesso una “storia sciocca” (sic), quella di una decisione di sterminare gli ebrei che sarebbe stata presa il 20 gennaio 1942 a Berlino-Wannsee; 10) che il primo di loro, Raul Hilberg, oggi è ridotto a spiegare tutto, in maniera strampalata, con delle presunte iniziative che la burocrazia tedesca avrebbe arditamente preso, secondo lui, senza ordine, senza piano, senza istruzione, senza controllo e semplicemente grazie, pare, ad un’incredibile incontro degli spiriti e una trasmissione di pensiero consensuale. Questi storici ufficiali non hanno saputo rispondere ad alcuna domanda o constatazione dei revisionisti del tipo: 1) “Show me or draw me a Nazi gas chamber” ; 2) “Bring me one proof, one single piece of evidence of your own choosing, on the grounds of which to assert that there was a genocide”; 3) “Bring me one testimony, one single testimony, the best one in your opinion” o ancora 4) “No holes, no Holocaust”. Essendo alle corde, gli storici di corte hanno fatto appello ai tribunali per condannare i revisionisti, ma, contro ogni aspettativa, è accaduto che i giudici siano arrivati a rendere omaggio alla probità dei revisionisti oppure abbiano manifestato sorpresa di fronte alla rarità o all’assenza delle prove documentali presso gli accusatori. Allora, dapprima in Francia, poi in molti altri paesi d’Europa, questi accusatori hanno fatto appello al voto di leggi speciali per far tacere i revisionisti. Qui hanno firmato la loro sconfitta. Ricorrere a leggi speciali, alla polizia e alla prigione, equivale a confessare la propria impotenza ad utilizzare le argomentazioni della ragione, della storia e della scienza.



    Potrebbero essere qui ricordate altre cento argomentazioni che provano che, sul piano della storia e della scienza, non resta più pietra su pietra dell’immenso edificio di menzogne eretto dai seguaci dell’“Olocausto” o della “Shoah”. In contrasto con questo campo di rovine si è visto innalzarsi l’edificio di tutta una letteratura revisionista. Vi si scoprono documenti, fotografie, perizie, trascrizioni di processi, rapporti tecnici e scientifici, testimonianze, studi statistici a iosa, il tutto riguardante cento aspetti della storia della Seconda guerra mondiale che mostrano che cosa sia stata in realtà la sorte degli ebrei europei e che dimostrano in maniera eclatante che la versione ebraica di questa guerra rientra ampiamente nell’ordine del mito. Dal mito, gli ebrei sono arrivati alla mitologia e dalla mitologia alla religione o, piuttosto, a una parvenza di religione. Oggi, i servitori di questa falsa religione assomigliano sempre più a dei preti che continuano a officiare e che ripetono con insistenza le formule sacre ma, manifestamente, senza avere più la fede. Essi non credono più veramente al loro “credo”. È così, per esempio che, da una decina d’anni a questa parte, li si vede consigliare alle loro greggi di osservare la massima discrezione possibile sull’argomento delle camere a gas. Nelle sue memorie il grande testimone falso Elie Wiesel ha scritto nel 1994: “Le camere a gas, è meglio che restino chiuse agli sguardi indiscreti. E all’immaginazione” (Tous les fleuves vont à la mer …, Parigi, Le Seuil, 1994, p. 97 – in italiano: Tutti i fiumi vanno al mare. Memorie, Milano, Bompiani, 2002). Come lui, Claude Lanzmann (autore del film Shoah), Daniel Goldhagen (autore di Hitler’s Willing Executioners – in italiano: I volonterosi carnefici di Hitler, Milano, Mondadori, 1997), Simone Veil (ex-presidente del Parlamento europeo, sopra citata), François Léotard (ex-ministro) stanno diventando da qualche anno stranamente riservati, prudenti o silenziosi sull’argomento. Jacques Attali (uomo d’affari ebreo e storico) ha appena decretato, qualche mese fa: “La stragrande maggioranza degli ebrei assassinati lo è stata dalle armi individuali dei soldati e dei gendarmi tedeschi, tra il 1940 e il 1942, e non dalle officine di morte, allestite in seguito” (“Groupes de criminels ?”, « L’Express », 1° giugno 2006, p. 60). Diventa comune questa maniera implicita di depennare le pretese camere a gas naziste. Si cerca di sostituire la menzogna di Auschwitz con la menzogna di Babi Yar o altri fantasiosi massacri in Ucraina o nei Paesi Baltici ma, non una volta, ci vengono fornite in proposito delle prove scientifiche quali rapporti d’esumazione e d’autopsia come è stato il caso per dei massacri reali perpetrati, quelli, dai Sovietici a Katyn, a Vinnitsa o altrove. Quanto al numero dei morti di Auschwitz, non ci viene detto più tanto che è stato di 9 000 000 (come in Nuit et Brouillard – in italiano: Notte e nebbia), di 8 000 000, di 6 000 000 o di 4 000 000 (come al processo di Norimberga o sulle stele di Auschwitz-Birkenau fino al 1990). Ci si accontenta di 1 500 000 (come su quelle stesse stele dal 1995), o di 1 100 000, o di 700 000 (come scriveva J.-C. Pressac), o ancora di 510 000 (come ha concluso Fritjof Meyer nel 2002: “Die Zahl der Opfer von Auschwitz”, « Osteuropa », maggio 2003, pp. 631-641), non essendo tutte queste cifre più fondate di quelle precedenti.





    Conclusione generale



    Ci è dato il privilegio di assistere, in quest’inizio del XXI secolo, ad una seria rimessa in discussione di una delle più grandi menzogne della storia. Il mito dell’“Olocausto” ha potuto brillare di mille luci, in realtà si consuma. Esso è servito alla creazione in terra di Palestina di una colonia guerriera che ha assunto il nome di “Stato ebraico” e che si è dotata di un “Esercito ebraico”. Esso impone al mondo occidentale il giogo di una tirannide ebraica o sionista che si esercita in tutti i campi della vita intellettuale, universitaria e mediatica. Esso avvelena fin nell’anima un grande paese, la Germania. Esso ha permesso di estorcere a quest’ultima nonché a molti altri paesi del mondo occidentale delle somme esorbitanti in marchi, dollari o in euro. Esso ci subissa di film, di musei, di libri che tengono vivo il fuoco di un odio dal carattere talmudico. Esso permette di fare appello alla crociata in armi contro “l’asse del male” e, per questo, di fabbricare, su richiesta, le più impudenti menzogne proprio sul modello della Grande Menzogna dell’“Olocausto” perché non c’è nessuna differenza tra le “armi di distruzione di massa” di Adolf Hitler e quelle di Saddam Hussein. Esso permette di accusare quasi il mondo intero e di esigere dappertutto “pentimento” e “riparazioni” a causa, sia di pretese azioni dirette contro “il popolo eletto di Jahvè”, sia di una pretesa complicità nel crimine, sia di una pretesa indifferenza generale alla sorte degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Esso ha al suo attivo valanghe di processi truccati, a cominciare dall’infame processo di Norimberga. Esso ha autorizzato migliaia d’impiccagioni di soldati vinti, un’atroce Epurazione, la deportazione di milioni di civili scacciati dalla terra dei loro antenati, saccheggi inenarrabili, decine di migliaia di scandalosi procedimenti giudiziari, ivi comprese oggi delle azioni giudiziarie che mirano a degli ottuagenari o nonagenari contro i quali vengono a rendere falsa testimonianza dei “miracolati” ebrei. Questi abomini, questa dismisura nella menzogna e nell’odio, questa hybris che un giorno o l’altro il destino viene sempre a punire, in poche parole, questi eccessi devono finire. Nessun popolo si è mostrato più paziente con questa hybris ebraica o sionista del popolo arabo: ora ecco che persino la pazienza di questo popolo è al limite. Sta per sbarazzarsi del giogo israeliano e far capire all’Occidente che è venuto il momento di ricercare una vera e propria pace invece di sostenere con le armi uno Stato artificiale che si mantiene solo con la forza. Persino in Occidente, persino negli Stati Uniti, certuni aprono gli occhi e si prende coscienza dei rischi che si fanno correre alla comunità internazionale con una sottomissione così prolungata alla falsa religione dell’“Olocausto”, arma n. 1, spada e scudo dello Stato d’Israele.





    Conclusione pratica



    Esistono dei mezzi pratici per iniziare una vera e propria azione contro questa falsa religione il cui santuario si situa a Auschwitz.



    Come si sa, nel cuore di Auschwitz si trova una camera a gas emblematica. Finora circa trenta milioni di turisti l’hanno visitata. Si tratta di un’impostura; tutti gli storici ne sono consapevoli e le autorità del Museo di Stato di Auschwitz lo sanno meglio di chiunque altro. Ora l’UNESCO (organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, su richiesta del Governo polacco ha iscritto, il 26 ottobre 1979, questo campo nell’elenco dei siti o dei beni culturali (Cultural Property) del patrimonio mondiale, facendosi così carico, di preservarne l’autenticità. Per parte mia, suggerisco dunque che sia presentato un esposto all’UNESCO per questo caso di frode, che costituisce un pregiudizio all’educazione, alla scienza e alla cultura. In maniera più generale, noi potremmo riprendere le parole pronunciate nel 1979 da Jean-Gabriel Cohn Bendit: Battiamoci dunque affinché si distruggano queste camere a gas che si mostrano ai turisti nei campi in cui si sa ora che non ce ne sono affatto” (« Libération », 5 marzo 1979, p. 4).



    Esistono altri mezzi pratici per lottare contro la tirannia del mito dell’“Olocausto”, a cominciare dall’annuncio al mondo intero di queste “vittorie revisioniste” che gli sono state finora nascoste. Io confido nei revisionisti presenti a quest’assemblea affinché ci suggeriscano altri mezzi e ne discutano con noi.



    Praticando la menzogna su larga scala, i devoti dell’“Olocausto” si sono resi a poco a poco nemici del genere umano. Da più di sessant’anni, essi mettono progressivamente sotto accusa il mondo intero o poco ci manca. Il loro bersaglio principale è stato, certamente, la Germania e tutti coloro che, a fianco di quel paese, hanno ritenuto di dover lottare contro Stalin, nello stesso modo in cui altri, nel campo avversario, pensavano di dover lottare contro Hitler. Ma, nella loro frenesia accusatrice, le organizzazioni ebraiche sono arrivate a biasimare gli Alleati per la loro pretesa “indifferenza” criminale alla sorte degli ebrei europei. Se la sono presa con Roosevelt, Churchill, de Gaulle, Papa Pio XII, il Comitato internazionale della Croce Rossa nonché con molte altre personalità, istanze o paesi per non avere, questi, denunciato l’esistenza delle “camere a gas”. Ma come si sarebbe potuto ritenere assodato ciò che altro non era che una voce grottesca messa in circolazione durante la guerra? Basta leggere l’opera dell’ebreo Walter Laqueur, The Terribile Secret (Londra, Weidenfeld & Nicolson, 1980, 262 pp. – in italiano: Il terribile segreto, Firenze, La Giuntina , 1983) per riscontrarvi una trentina di riferimenti allo scetticismo, perfettamente giustificato, del campo alleato di fronte alla valanga di voci provenienti da fonti ebraiche. Erano state condotte delle inchieste, che avevano permesso di concludere che tali voci erano infondate. Dunque gli Alleati e gli altri accusati hanno dato prova di avvedutezza e non d’indifferenza. È quella stessa avvedutezza che dopo la guerra, nei loro discorsi o nelle loro memorie, hanno testimoniato Churchill, de Gaulle e Eisenhower guardandosi dal menzionare, fosse anche solo una volta, dette “camere a gas”.



    La guerra e la propaganda bellica hanno bisogno della menzogna proprio come le crociate e lo spirito di crociata si nutrono di odio. All’opposto, la pace e l’amicizia tra i popoli non possono che guadagnare con la cura dell’esattezza in materia di ricerca storica, una ricerca che deve potersi esercitare in completa libertà.







    Due allegati riguardanti la pretesa camera a gas di Auschwitz-I





    1) Testo integrale di ciò che ne ha detto Eric Conan, nel 1995



    Altro argomento delicato: che cosa fare delle falsificazioni lasciate in eredità dalla gestione comunista? Negli anni ’50 e ’60, vari edifici che erano scomparsi o erano stati adibiti ad altro uso, furono ricostruiti con grandi errori, e presentati come autentici. Alcuni, troppo “nuovi” sono stati chiusi al pubblico. Senza parlare di camere a gas per la disinfestazione dai pidocchi, presentate talvolta come camere a gas omicide. Queste aberrazioni sono servite ai negazionisti, che ne hanno tratto l’essenziale delle loro affabulazioni. Significativo è l’esempio del crematorio I, il solo di Auschwitz-I. Nella sua camera mortuaria fu installata la prima camera a gas. Essa funzionò per poco tempo, all’inizio del 1942: l’isolamento della zona, che le gassazioni comportavano, turbava l’attività del campo. Fu dunque deciso, alla fine di aprile del 1942, di trasferire queste gassazioni mortali a Birkenau dove furono praticate, su vittime essenzialmente ebree, su scala industriale. Il crematorio I fu, in seguito, trasformato in rifugio antiaereo, con sala operatoria. Nel 1948, quando fu creato il museo, il crematorio I fu ricostituito in un supposto stato originario. Tutto lì è falso: le dimensioni della camera a gas, la collocazione delle porte, le aperture per il versamento dello Zyklon B, i forni, ricostruiti secondo i ricordi di qualche sopravvissuto, l’altezza del camino. Alla fine degli anni ’70, Robert Faurisson, sfruttò tanto meglio queste falsificazioni quanto più i responsabili del museo si mostravano recalcitranti a riconoscerle. Un negazionista americano ha appena girato un video nella camera a gas (sempre presentata come autentica): lo si vede rivolgersi ai visitatori con le sue “rivelazioni”. Jean-Claude Pressac, uno dei primi a stabilire esattamente la storia di questa camera a gas e delle sue modifiche durante e dopo la guerra, propone di restaurarla allo stato del 1942, basandosi su delle mappe tedesche che egli ha appena ritrovato negli archivi sovietici. Altri, come Théo Klein, preferiscono lasciarla così come sta, ma spiegando al pubblico il travisamento: “ la Storia è quella che è; basta raccontarla, anche quando non è semplice, piuttosto che aggiungere artificio su artificio.” Krystyna Oleksy, il cui ufficio direttivo, che occupa il vecchio ospedale delle SS, dà direttamente sul crematorio I, non vi si risolve: “Per ora la si lascia così come sta e non si precisa niente al visitatore. È troppo complicato. Si vedrà più avanti.” (Eric Conan, “Auschwitz : la mémoire du mal”, « L’Express », 19-25 gennaio 1995, pp. 54-69 ; p. 68). Nel suo lungo studio, E. Conan ha voluto mostrare quanto “la memoria” è lontana dalla storia. Lo ha fatto senza rimettere in discussione il dogma dell’“Olocausto”; egli è arrivato ad affermare la sua credenza nell’esistenza dell’arma di distruzione di massa chiamata “camera a gas” e ha posto come esatte e dimostrate delle asserzioni che non hanno il minimo fondamento scientifico. Nondimeno egli ha avuto il coraggio di denunciare delle gravi menzogne tra le quali quella della “camera a gas” emblematica che si presenta oggi ai visitatori di Auschwitz. E osa ammettere che, già alla fine degli anni ’70, io ho avuto ragione sull’argomento. Nel 2005, gli ho chiesto se il suo studio aveva suscitato rettifiche o proteste, in particolare da parte delle autorità del Museo nazionale di Auschwitz e di Krystyna Oleksy. La sua risposta è stata: “Nessuna”.





    2) Testo integrale di ciò che si dice in un libretto di CD-Rom con prefazione di Simone Veil



    La motivazione [Robert Faurisson] ce l’ha: l’amore esclusivo della verità, tale sarebbe una delle sue ossessioni. Universitario, Robert Faurisson, non smetterà di utilizzare questa garanzia scientifica, pegno per così dire di rispettabilità. Legge Maurice Bardèche. Scopre Paul Rassinier. “Scandaglia” Rimbaud, Lautréamont, Apollinaire. Uomo brillante e colto, egli è nondimeno un provocatore. Negli anni ’70, Robert Faurisson lavora. Abbozza il suo metodo storico-letterario. Si reca presso gli archivi di Auschwitz. Sta per costruirsi lì la sua negazione. Essa poggia su un fatto reale: la camera a gas del campo di Auschwitz I è una “ricostruzione”, poiché è servita come deposito per i farmaci delle SS e come rifugio antiaereo dopo la messa in funzione delle camere a gas di Auschwitz II-Birkenau; ciò che egli ha potuto vedere (e ciò che si può ancora vedere) è una supposta camera a gas. È innegabile. Ciò non toglie che per Robert Faurisson, si tratta di un raggiro di cui gli ebrei sono gli autori (Le Négationnisme (1948-2000). Interviste trasmesse alla radio nazionale « France Culture » sotto la direzione di Jean-Marc Turine. Libretto di Valérie Igounet e Jean-Marc Turine con la prefazione di Simone Veil, Vincennes, Frémeaux et associés, 2001, 48 pagine; pp. 27-28).

    Il professor Bruno Gollnisch aveva semplicemente dichiarato che, sull’argomento delle camere a gas, gli storici dovevano potersi pronunciare liberamente. Egli è stato in un primo tempo sospeso dall’insegnamento per cinque anni dall’Università di Lione-III. Poi, il 7 e 8 novembre 2006, è dovuto comparire dinanzi al tribunale di Lione, costituito dal giudice Fernand Schir e dai suoi due giudici a latere. Pressioni e ricatto l’hanno indotto a cedere e a riconoscere davanti ai suoi giudici l’esistenza del genocidio degli ebrei e delle camere a gas naziste. La sentenza sarà emessa il 18 gennaio 2007. Bisogna sapere che in Francia, la legge vieta la contestazione dell’esistenza dei crimini nazisti contro gli ebrei “anche se [tale contestazione] è presentata sotto forma mascherata o dubitativa o attraverso insinuazione” (Code pénal, 2006, p. 2059). Di conseguenza, in proposito, non bisogna né contestare e nemmeno dare l’impressione di contestare.



    F I N E

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    09 Mar 2002
    Messaggi
    14,441
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Ottimo articolo

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Saggio storico: Auschwitz o della soluzione finale. Storia di una leggenda
    Categoria


    Note dell’autore
    Richard Harwood: Ad memoriam del cam. Armando Arena, che, ancor alla vigilia della sua tragica scomparsa, questa edizione sostenne. Ristretta è la cerchia di coloro che hanno voluto e saputo resistere sia alle lusinghe dell’opportunismo, sia al terrorismo delle istituzioni antifasciste, sia alle sugge¬stioni della propaganda del nemico stravincente. Ma è tempo ormai che la massa del pubblico cominci a capire la natura e la funzione di tale propaganda. La nostra casa editrice, che già fece conoscere agli Italiani Paul Rassinier, presentando ora questo studio di Richard Harwood, scrittore e docente di storia politica e diplomatica della Seconda Guerra Mondiale presso l’Uni¬versità di Londra, prosegue nella sua opera di demistifi¬cazione e illuminazione. Non è un compito facile: la storia ce lo insegna. Senza voler andare troppo lontano e ricordare le leg¬gende di orrori create prima e durante la rivoluzione francese per aizzare le plebi contro l’aristocrazia, o i libel¬li contro Napoleone diffusi dall’Inghilterra all’epoca della lotta ventennale, basterebbe rifarci alla propaganda anti¬tedesca al tempo della Prima Guerra Mondiale per capire come sia facile rendere credibili le più assurde menzogne. Allora le masse sciocche credettero a lungo ai bambini belgi con le mani mozzate, ai bagni di sangue del Kron¬prinz, ai delitti ordinati da Hinderburg, alla fabbricazione di sapone con i corpi dei soldati caduti, ecc.
    Ora, il problema che oggi si pone è di sapere quanto tempo occorra, questa volta, perché la verità confonda i mercanti di menzogna e faccia finalmente opera di giu¬stizia. Le difficoltà di quest’opera di demistificazione sor¬gono da una realtà inquietante.
    La leggenda-tabù dello sterminio di Sei Milioni di Ebrei ha infatti la funzione di velare e « legittimare >> i misfatti e le pretese di dominio di certo temutissimo sio¬nismo, che in sempre crescente misura è in grado di con¬dizionare in modo più. o meno diretto, più o meno occulto gli organi di informazione e di controllo. (Ché, se così non fosse, non si capirebbe quale sia il meccanismo che ha sempre impedito alla “coscienza universale” di ricordare il preteso sterminio di 300.000 Zingari ad Auschwitz, i qua¬li dovrebbero dunque aver subito una perdita di vite uma¬ne in proporzione superiore a quella, propagandata, degli Ebrei.)
    A conferma di questa realtà per noi umiliante e provocatoria, sottoponiamo al lettore due notizie recenti (le quali ci hanno stimolato a preparare questa edizione ita¬liana).
    La prima riguarda un recente filmone televisivo ame¬ricano, della durata complessiva di nove ore, che ripro¬pone come verità storica la leggenda di Auschwitz, igno¬rando farisaicamente le recenti autorevoli demistificazioni della leggenda dei campi di “sterminio” e delle “camere a gas”.
    Questo filmone, i1 cui titolo è Olocausto, comparirà nel prossimo autunno anche sui teleschermi europei. La manipolazione in Olocausto è così evidente e gli effetti di suggestione così grossolani, che perfino noti studiosi ebrei hanno preso posizione contro questo film, definendolo « infame e falso » e « probabilmente anche controprodu¬cente ».
    La seconda notizia l’abbiamo trovata nel Chicago Sun Times del 25 ottobre 1977, che una persona amica credette opportuno sottoporre alta nostra attenzione. A pag. 37 del
    giornale citato, un lungo articolo riferisce particolareg¬giatamente di una conferenza tenutasi il 23 ottobre 1977 presso la Northwestern University di Chicago sul tema « Il popolo ebreo nel periodo successivo allo sterminio ».
    Tra i partecipanti spiccavano i nomi dei professori Yehuda Bauer e Moshe David dell’Istituto di Ebraismo Contemporaneo della Hebrew University e del Dr. Victor Rosenblum della Northwestern University.
    Sconcertanti le dichiarazioni di questi professori. Da¬vis e Bauer si dissero preoccupati per il fatto che il senso di colpa di fronte allo sterminio di 6 milioni di Ebrei si sta affievolendo, anche a causa di opere storiche che con¬testano la veridicità e la autenticità di tutti quei docu¬menti che dovrebbero provare lo sterminio sistematico (soluzione finale) degli Ebrei.
    Davis disse testualmente:
    « Non si può fare affidamento sulla memoria, che con il tempo si affievolisce. Lo sterminio di 6 milioni di Ebrei deve diventare una convinzione. Deve essere inserito nei programmi scolastici di tutti i paesi della civilizzazione oc¬cidentale. Bisogna agire sulla memoria collettiva. Questo è un lavoro difficilissimo. Deve diventare un riflesso… ».
    Tali due notizie ci mettono brutalmente di fronte alla realtà della guerra psicologica e della persuasione oc¬culta, fenomeni questi intanto pericolosi e insopportabili in quanto determinati in ultima analisi da forze estranee ed ostili al nostro popolo ed alla nostra storia (cfr. von Schrenck-Notzing, Il Lavaggio del Carattere, ed. Il Bor¬ghese, Milano).
    Tuttavia, la situazione di coloro che si battono per la verità è, sì, difficile - quando non anche pericolosa - ma non disperata.
    In questi ultimi anni si sono infatti moltiplicati i casi di scienziati, quali per esempio l’americano Arthur R. Butz e l’inglese Irving, che con opere rigorosamente scientifiche, ancorché sistematicamente ignorate, hanno dimostrato quanto meno la non scientificità delle note leg¬gende di orrori nazisti.
    Questo ci sprona e ci riconforta, perché siamo convinti che la buia notte che da 33 anni grava sul mondo detto libero, può essere fugata solo dal trionfo della verità.
    Ed è per essa che noi ci battiamo: perché il mondo l’aspetta, perché i nostri MORTI la esigono. Questo sia ricordato ai nostri amici.
    Ai sionisti, quelli cattivi (perché pare esistano anche quelli buoni), vogliamo far giungere un ammonimento, citando uno scritto di Benito Mussolini, apparso su Il Po¬polo d’Italia del 31 dicembre 1936. Eccolo:
    « La gente distratta o che finge d’esserlo, si domanda come fa a nascere l’antisemitismo. (…) La risposta è semplicissima: l’antisemitismo è inevitabile laddove il se¬mitismo esagera con la sua esibizione, la sua invadenza e quindi la sua prepotenza. (…) L’annunciatore e il giusti¬ficatore dell’antisemitismo è sempre e dovunque uno solo: l’ebreo. Quando esagera e lo fa sovente. »
    Questo fortunato studio di Richard Harwood abbraccia in una felice sintesi la sterminata letteratura riguardante la complessa questione della cosiddetta Soluzione Finale, che si è preteso di interpretare come sinonimo di piano di sterminio del popolo ebraico.
    Con una brillante e stringata argomentazione, condot¬ta sulla base di un obiettivo esame critico delle fonti, Har¬wood fa crollare il colossale castello di menzogne, che i vincitori della Seconda Guerra Mondiale hanno costruito per meglio annientarci e asservirci.
    La perfezione dei sistemi di suggestione, la stupidità delle masse e il pressoché totale controllo dei mezzi di informazione hanno permesso ai vincitori di far accettare come fatti certi e documentati le più assurde e infondate menzogne.
    Il lettore aperto alla verità, leggendo questo scritto, constaterà sbalordito e turbato che “il mondo libero” non è meno intollerante e terrorista del mondo “non libero”, quando si tratta di censurare o di manipolare certe infor¬mazioni. E apprenderà così, che non esiste una sola prova, un solo testimone che permettano di verificare l’esistenza delle leggendarie “camere a gas”; e che statistici, anche di parte ebraica, fissano il numero di Ebrei morti durante la Seconda Guerra Mondiale al di sotto del mezzo milione. Indicano cioè cifre che, nel bilancio tragico di una guerra come quella del 1939-’45, non autorizzano a parlare di un piano di sterminio del popolo ebraico né quindi di campi di sterminio.
    Al termine della sua rigorosa disamina, l’Autore giun¬ge legittimamente alla conclusione che i Lager tedeschi nel e del periodo bellico altro non erano che luoghi desti¬nati all’internamento di cittadini di un paese nemico (il 5 settembre 1939, l’ebraismo internazionale aveva infatti di¬chiarato ufficialmente guerra al III Reich, per bocca del suo massimo rappresentante Chaim Weitzmann, ponendo così gli Ebrei nella condizione appunto di cittadini di un paese nemico), creati per motivi di sicurezza e attrezzati in modo da permettere l’utilizzazione di una mano d’ope¬ra, che rimpiazzava in qualche modo quella tedesca, in sempre crescente misura impiegata al fronte.
    Negli ultimi mesi di guerra, in alcuni di questi campi, come per esempio Bergen-Belsen, sia per la carenza di viveri e di medicinali (dovuta alla distruzione del siste¬ma di comunicazioni stradali e ferroviarie provocata da apocalittici bombardamenti alleati), sia per le epidemie di tifo (provocate dalla caotica ed improvvisa evacuazione dei Lager dell’Est di fronte all’avanzata dell’Armata Ros¬sa), le condizioni di vita nei Lager peggiorarono e il tasso di mortalità degli internati salì tragicamente.
    Ora - a parte il fatto che la II Guerra Mondiale fu una guerra voluta e preparata dagli Ebrei, fu anzi la loro guerra - è più che comprensibile che essi piangano i loro morti; ma non è né giusto né tollerabile che essi, accecati dal loro fanatismo razzista, credano di avere il diritto di contraffare la realtà storica dei fatti e favoleggino di ca¬mere a gas e di piani di sterminio e moltiplichino per dieci o per venti le loro effettive perdite per trarne immensi vantaggi finanziari e politici.
    Non è giusto né tollerabile, perché ciò significa non solo misconoscere, ma, anche e soprattutto, offendere - ignorandoli - gli immani e autentici lutti e le inenarrabili sofferenze dei popoli europei di razza ariana.
    1 quali non sono poi, tutto sommato, così stupidi come taluni credono; e, alla lunga, neanche tanto pazienti.
    Berlino, 30 aprile 1978
    Prof. Dr. A. D. Monaco
    INTRODUZIONE DELL’AUTORE
    L’Autore pensa di avere raggiunto nei capitoli che seguono le prove inconfutabili che il fatto di pretendere che durante la seconda guerra mondiale siano morti sei milioni di Ebrei, vittime di un piano tedesco di sterminio, costituisca un’accusa assolutamente priva di fondamento. A questa conclusione, oggi certo molto scomoda, l’Autore è giunto, attraverso una ricerca condotta senza pregiudizi, partendo sia dalla considerazione che un numero di per¬dite così rilevante poteva certo giustificare qualche dub¬bio, sia dalla constatazione che da questi presunti crimini furono tratti enormi vantaggi politici.
    Dopo un attento studio del problema, sono oggi piena¬mente convinto, senza ombra di dubbio, che lo sterminio di sei milioni di Ebrei, non solo è una esagerazione, ma
    è una esagerazione della propaganda del dopoguerra. In realtà la propaganda basata su leggende di atrocità non è una novità. La si ritrova in ogni conflitto del XX secolo ed è certo che questo fenomeno si ripeterà anche in av¬venire.
    Durante la Prima Guerra Mondiale si arrivò ad accu¬sare i Tedeschi di mangiare i bambini belgi e di divertirsi a scagliarli in aria per poi infilzarli con la baionetta. Gli Inglesi affermarono ugualmente che le truppe tedesche avevano creato una « fabbrica per lo sfruttamento di cadaveri» dove facevano bollire i corpi dei loro caduti per ricavarne glicerina e altre sostanze. Un’offesa all’onore dell’armata imperiale! Dopo la guerra, tuttavia, gli Inglesi ritrattarono. Con una dichiarazione alla House o f Com¬mons (camera dei deputati) il ministro degli esteri inglese si scusò pubblicamente per l’offesa all’onore della Ger¬mania, ammettendo che si era trattato di propaganda di guerra.
    Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale non è stata fatta alcuna ammissione del genere.
    In realtà, invece di attenuarsi, con il trascorrere degli anni, la propaganda basata sulle atrocità commesse du¬rante l’occupazione e soprattutto sul trattamento riservato agli Ebrei non ha fatto che aumentare in virulenza, perfe¬zionando sempre più il suo catalogo di orrori. Edizioni economiche, la cui lettura fa rabbrividire, con illustrazioni raccapriccianti, continuano ad essere pubblicate e ingi¬gantiscono sempre più le favole sui campi di concentra¬mento, spiegando che in essi furono uccisi non meno di sei milioni di Ebrei.
    Nelle pagine che seguono questa pretesa si rivelerà essere nient’altro che una colossale menzogna e la più grossa manipolazione di tutti i tempi. Si tenterà di rispon¬dere a una importante domanda: da cosa dipende il fatto che i racconti di orrori della Seconda Guerra Mondiale abbiano avuto un diverso sviluppo rispetto a quelli della Prima Guerra Mondiale? Perché i racconti di orrori della Prima Guerra Mondiale vennero ritrattati, mentre quelli della Seconda Guerra Mondiale continuano a essere ripe¬tuti, oggi più di ieri?
    È possibile che la storia dei Sei Milioni di Ebrei abbia un fine politico? o sia addirittura una forma di ricatto politico?
    Al popolo ebraico una tale menzogna offre vantaggi incalcolabili. Ogni razza, ogni popolo ha sofferto la sua parte di dolori durante la Seconda Guerra Mondiale, ma nessuno li ha sfruttati con tale successo, ricavandone un così grande vantaggio. Le presunte dimensioni della loro persecuzione fecero rapidamente aumentare le simpatie per la causa della fondazione di uno stato nazionale ebrai¬co, così a lungo sospirato dagli Ebrei. Il governo britan¬nico, che pure l’aveva dichiarata illegale, fece ben poco dopo la guerra, per impedire l’emigrazione degli Ebrei in Palestina, e non durò molto che i sionisti sottrassero la Palestina al controllo britannico e fondarono il loro stato di Israele. Merita attenta considerazione il fatto che il popolo ebraico sia uscito dalla Seconda Guerra Mondiale come una minoranza trionfante.
    Il Dr. Max Nusbaum, già rabbino capo di Berlino, dichiarò 1′11 aprile 1953: « La posizione che il popolo ebreo oggi occupa nel mondo - nonostante le gravi per¬dite sofferte - è dieci volte più forte di quanto non lo fosse vent’anni fa. »
    Avrebbe dovuto aggiungere, per onestà, che questa potenza è stata raggiunta grazie ai finanziamenti ottenuti speculando sul presunto massacro di sei milioni di Ebrei. Si tratta senza dubbio della più redditizia simulazione di ogni tempo. Il governo di Bonn ha già sborsato a titolo di riparazione l’incredibile somma di 36 miliardi di mar¬chi, principalmente allo Stato di Israele (che al tempo della Seconda Guerra Mondiale ancora non esisteva), co¬me anche individualmente ad Ebrei, che avevano preteso un indennizzo.
    Umiliazione del sentimento nazionale
    Ma, per ciò che riguarda il ricatto politico, la pretesa che sei milioni di Ebrei sarebbero morti durante la Se¬conda Guerra Mondiale, ha per il popolo britannico e gli altri popoli europei delle implicazioni di portata ben più vasta di quanto non siano grandi i vantaggi che ne ha saputo trarre il popolo ebraico. E qui si viene al punto centrale della questione. Perché questa colossale menzo¬gna? Qual è il suo fine? In primo luogo essa viene utiliz¬zata senza scrupoli per scoraggiare ogni forma di patriot¬tismo e di nazionalismo. Qualora il popolo britannico o qualsiasi altro popolo europeo tentassero di comportarsi patriotticamente o di difendere la loro integrità nazionale, in un’epoca in cui la semplice sopravvivenza degli stati nazionali è in pericolo, simili tentativi verrebbero bollati come neonazisti: il nazismo, infatti, era anche naziona¬lismo « e noi tutti sappiamo che cosa accadde allora: sei milioni di Ebrei furono sterminati »!
    Fintantoché durerà questa leggenda, tutti i popoli ne resteranno schiavi. La necessità della tolleranza interna¬zionale e della reciproca comprensione ci verrà inculcata dall’ONU, fino a quando la stessa nazionalità, unica ga¬rante della libertà e dell’indipendenza, sarà scomparsa.
    Un esempio classico dell’impiego dei Sei Milioni come arma antinazionale si trova nel libro di Manvell e Frankl The incomparable Crime (Londra 1967), che tratta del « genocidio nel ventesimo secolo». Tutti gli Inglesi, che sono fieri di essere Inglesi, saranno un poco sorpresi dal malevolo attacco all’Impero Britannico, contenuto in que¬sto libro. Gli Autori citano Pandit Nehru, che scrisse ciò che segue, quando si trovava in una prigione inglese in India: « Da quando Hitler è uscito dall’oscurità ed è diventato Fiihrer della Germania, abbiamo inteso parlare molto di razzismo e della teoria nazista dell’Herrenvolk… Ma noi in India conosciamo il razzismo, sotto tutte le forme, dall’inizio della dominazione britannica. Alla base di questa dominazione stava l’ideologia dell’Herrenvolk e della razza superiore… L’India come nazione e gli In¬diani come individui dovettero subire affronti, umiliazioni e disprezzo. Ci fu raccontato che gl’Inglesi erano una razza imperiale, che possedeva il diritto, per grazia di Dio, di governarci e di tenerci sotto la loro dipendenza. Se noi protestavamo, ci ricordavano le ” qualità della tigre di razza imperiale ” ».
    Gli autori ebrei Manvell e Frankl ce lo dicono molto chiaramente, quando scrivono: « Le razze bianche d’Eu¬ropa e d’America si sono considerate per secoli come Herrenvolk. Il XX secolo, il secolo di Auschwitz, ha com¬piuto il primo passo verso il riconoscimento di una asso¬ciazione plurirazziale » (ibid., pag. 14).
    Il problema razziale
    Il fine di questa diatriba, con il tema insidioso de « l’associazione plurirazziale », non potrebbe essere più chiaro. L’accusa di sterminio dei Sei Milioni viene dunque usata non solamente per distruggere il principio di nazio¬nalità e l’orgoglio nazionale, ma minaccia anche la soprav¬vivenza della razza medesima. Questa accusa viene lan¬ciata sopra le nostre teste un po’ come nel medioevo la minaccia del fuoco eterno e di dannazione. Molti paesi anglosassoni, particolarmente la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, sono esposti oggi alla più grave minaccia di tutta la loro storia: la minaccia delle razze straniere che si trovano nel loro seno. Se in Gran Bretagna non si farà niente per arrestare l’immigrazione e l’assimilazione degli Africani e degli Asiatici nel nostro paese, noi dovremo subire in un futuro prossimo non solo un sanguinoso con¬flitto razziale, ma anche l’imbastardimento e la distru¬zione biologica del popolo britannico, così come esso si presenta dalla venuta dei Sassoni. In una parola, noi rischiamo la perdita irreparabile della nostra cultura euro¬pea e della nostra eredità razziale.
    Ma che cosa succede, quando qualcuno osa parlare del problema razziale, delle sue implicazioni biologiche e politiche? Gli si applica il marchio d’infamia della crea¬tura più abominevole: un razzista. E come tutti sanno: razzismo = nazismo, è evidente! I nazisti hanno assassi¬nato (in ogni caso, questo è ciò che ci raccontano) Sei Milioni di Ebrei in nome del razzismo, dunque deve trat¬tarsi di una cosa molto cattiva. Quando Enoch Powell in uno dei suoi primi discorsi attirò l’attenzione sul pericolo rappresentato dall’immigrazione in Gran Bretagna di gente di colore, un eminente socialista per farlo tacere evocò lo spettro di Dachau e di Auschwitz. In questo modo si scoraggia con successo ogni discussione sensata dei pro¬blemi razziali e dei provvedimenti da prendere per con¬servare l’integrità razziale. Non si può non ammirare il rigore con cui gli Ebrei sono riusciti nel corso di molti secoli a conservare la loro razza e con cui continuano a farlo ancora oggi. Essi vengono aiutati considerevolmente dalla storia dei Sei Milioni che ha esaltato, come in un mito religioso, la necessità di una più grande solidarietà razziale ebraica. Sfortunatamente essa ha avuto un effetto totalmente contrario per tutti gli altri popoli, impotenti nella lotta per la difesa della loro propria razza.
    Le pagine che seguono non hanno altro scopo che quello di dire la verità. L’Americano Harry Elmer Barnes, noto storico, scrisse un giorno: « cercare di studiare con competenza, obiettività e veridicità la questione dello ster¬minio… è sicuramente nell’ora attuale l’impresa più rischio¬sa per uno storico o per un demografo ».
    Intraprendendo questa impresa pericolosa, spero di contribuire in una certa misura, non solamente alla ricer¬ca della verità storica, ma anche alla liberazione dal peso di una menzogna, per poter affrontare senza complessi i pericoli che minacciano noi tutti.
    Richard E. Harwood
    I
    I - LA POLITICA TEDESCA NEI CONFRONTI DEGLI EBREI PRIMA DELLA GUERRA
    La Germania di Adolf Hitler considerò, a torto o a ragione, gli Ebrei come un elemento perfido ed avaro, estraneo alla comunità nazionale e come un fattore di decadenza e di decomposizione della vita culturale tede¬sca. La loro influenza era considerata come estremamente nociva da quando essi, durante la Repubblica di Weimar, avevano raggiunto una posizione di considerevole potenza specialmente nell’amministrazione della giustizia, nel set¬tore finanziario e in quello della stampa, nella radio, nel cinema, nel teatro, benché essi rappresentassero solo il 5% circa dell’intera popolazione. Il fatto poi che Karl Marx fosse ebreo e che Ebrei come Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht avessero avuto una parte determinante nei movimenti rivoluzionari in Germania, contribuì a convincere i Nazionalsocialisti delle tendenze internazio¬naliste del popolo ebraico.
    Qui non vogliamo discutere, se questo atteggiamento nei; confronti degli Ebrei sia stato giusto o ingiusto, o se giuste o ingiuste siano state le misure legislative antiebrai¬che. Noi vogliamo semplicemente mostrare che i Nazional¬socialisti, convinti com’erano dell’influenza nefasta degli Ebrei, considerarono che la soluzione di questo problema fosse di eliminare l’influsso degli Ebrei sul popolo tede¬sco, adottando idonee misure legislative, e di incoraggiare la loro totale emigrazione.
    Nel 1939 la maggior parte degli Ebrei tedeschi era già emigrata, ed essi avevano potuto portare con sé una parte cospicua del loro patrimonio. Mai, in nessun momento del¬la sua storia, la Germania nazista ha tentato una politica di sterminio nei loro confronti.
    Gli Ebrei hanno chiamato “sterminio” l’emigrazione.
    Occorre tuttavia rilevare che certi Ebrei si affretta¬rono a far passare questo diverso trattamento, a cui il loro popolo fu soggetto, per una politica di sterminio. Il libro di propaganda antitedesca di L. Feuchtwanger ed altri, pubblicato a Parigi nel 1936 con il titolo Der Gelbe Fleck - Die Austrottung von 500.000 Deutsche Juden (La macchia gialla - Lo sterminio di 500.000 Ebrei tede¬schi), ne è un tipico esempio. Sin dalle prime pagine vi si parla di sterminio di Ebrei; benché questo sterminio non sia basato su alcun fatto: l’emigrazione pura e sem¬plice viene considerata come eliminazione fisica degli Ebrei tedeschi. In questo modo, i campi di concentra¬mento nazisti vengono fatti passare per possibili impianti per il genocidio, e si fa esplicito riferimento ai cento Ebrei che nel 1936 si trovavano ancora a Dachau, 60 dei quali erano internati sin dal 1933.
    Un ulteriore esempio è stato il libro a sensazione del comunista ebreo-tedesco Hans Beimler, 4 Wochen in der Hand von Hitler Hóllenhunden - Das ‘Nazi-Mórder¬Lager von Dachau (4 Settimane in Mano dei Cerberi di Hitler - Il Campo di Sterminio Nazista di Dachau), pub¬blicato a New York agli inizi del 1933. Internato a causa delle sue relazioni con ambienti marxisti, l’Autore affer¬mava che Dachau fosse un campo di sterminio, ma, se¬condo quanto da lui stesso dichiarato, egli fu rilasciato dopo tre mesi di internamento.
    La Repubblica Democratica Tedesca (la Repubblica di Pankow) conferisce oggi un Ordine Hans Beimler per fedeltà alla causa comunista (Hans Beimler - Orden fur Treue Kommunistische Dienste).
    Il fatto che una siffatta propaganda cominciasse ad essere diffusa già nei primi anni del “III Reich”, da persone prevenute per motivi ideologici o razziali, dovrebbe in¬durre qualsiasi osservatore neutrale ad un’estrema diffi¬denza nei confronti di simili storie risalenti al periodo bellico.
    L’incoraggiamento dell’emigrazione ebraica non do¬vrebbe essere confuso con lo scopo a cui servivano i campi di concentramento nella Germania di prima della guerra. Questi infatti servivano per internare oppositori politici, principalmente liberali, socialisti e comunisti di ogni colore - tra i quali erano anche alcuni Ebrei, come H. Beimler. Se confrontato con i milioni di uomini, ridotti a quel tempo in schiavitù nell’Unione Sovietica, il numero degli internati nei campi di concentramento fu sempre assai limitato. Reitlinger ammette che tra il 1934 ed il 1938 questa cifra ha raramente superato, in tutto il territorio del Reich, le 20.000 unità, e che il numero degli internati Ebrei non raggiunse mai le 3.000 unità (The SS: Alibi of a Nation, Londra 1956, pag. 253).
    La Politica Sionista
    Le vedute dei Nazionalsocialisti sulla emigrazione ebraica non si limitavano alla politica dell’espulsione, ma venivano elaborate seguendo le formule del sionismo mo¬derno. Theodor Herz, fondatore del sionismo del XX se¬colo, aveva previsto in un primo tempo, nella sua opera Der Jiidische Staat (Lo stato ebraico) come possibile pa¬tria per gli Ebrei l’isola di Madagascar. Questa possibilità fu attentamente studiata anche dai Nazionalsocialisti: rap¬presentò anzi uno dei punti fondamentali del Programma del Partito Nazionalsocialista prima del 1933, che era stato pubblicato in brossura. Questo significa che la ricostitu¬zione dello stato ebraico in Palestina era considerata mol¬to meno accettabile, poiché ne sarebbero nate una guerra senza fine ed una lacerazione del mondo arabo, ciò che, a partire dal 1948, è effettivamente avvenuto. I primi a proporre l’emigrazione degli Ebrei nel Madagascar non furono i Tedeschi, ma il governo polacco, che aveva preso in considerazione questo progetto per la sua popolazione ebraica e aveva inviato Michael Lepecki nel Madagascar, insieme con rappresentanti ebrei, per studiare sul posto il problema.
    Le prime proposte dei Nazionalsocialisti per la Solu¬zione Madagascar furono avanzate nel 1938, in collega¬mento con il progetto Schacht. Su consiglio di Goering, Hitler acconsenti ad inviare il presidente della Reichsbank, Dr. Hialmar Schacht, a Londra per trattare con il rappre¬sentante di parte ebraica Lord Bearsted e Mr. Ruhlee di New York (cfr. Reitlinger, The Final Solution, Londra 1955, pag. 20; ed. ital. La Soluzione Finale, Milano 1962, pag. 36). Il progetto consisteva nel congelare i beni degli Ebrei tedeschi, come fondo di garanzia per un prestito internazionale, che avrebbe reso possibile il finanziamento della emigrazione ebraica in Palestina.
    Schacht informò Hitler su queste trattative a Berchtesgaden, il 2 gennaio 1939. Il progetto, che andò a vuoto, perché gli Inglesi non approvarono le condizioni di finan¬ziamento, fu spiegato per la prima volta il 12 novembre 1938, in una conferenza convocata da Goering. Questi di¬chiarò anche che Hitler aveva preso in considerazione la proposta di un insediamento ebraico sull’isola di Mada¬gascar (ibid., pag. 37). Più tardi, nel dicembre dello stesso anno, il ministro degli esteri francese Georges Bonnet raccontò a Ribbentrop, che anche il suo governo proget¬tava l’emigrazione di 10.000 Ebrei sull’isola del Mada¬gascar.
    Prima del Progetto Palestina di Schacht, dell’anno 1938, avevano avuto luogo, già a cominciare dal 1935, di¬verse trattative e numerosi tentativi per rendere possibile l’emigrazione ebraica in altri paesi europei. Questi sforzi sfociarono nella Conferenza di Evian (luglio 1938); tut¬tavia nel 1939 prevalse il progetto dell’insediamento degli Ebrei sull’isola di Madagascar. È vero che Helmut Wohl¬tat, del Ministero degli Affari Esteri germanico, condusse, fino all’aprile 1939, delle trattative a Londra per un inse¬diamento ebraico in Rodesia e nella Guinea britannica; ma il 24 gennaio 1939 Goering scriveva al ministro degli interni Frick, ordinandogli la fondazione di un Ufficio Centrale di Emigrazione (Auswanderungsbiiro) per Ebrei e affidando a Heydrich, capo dell’Ufficio Centrale di Sicu¬rezza del Reich (Reichssicherheitshauptamt), l’incarico di risolvere il problema ebraico « per mezzo dell’emigrazione e dell’evacuazione »; e da allora il progetto Madagascar venne seriamente esaminato.
    Gli sforzi costanti del governo tedesco per assicurare l’allontanamento degli Ebrei dal “Reich” germanico culminarono con l’emigrazione di 400.000 dei 600.000 Ebrei tede¬schi, più altri 410.000 Ebrei dell’Austria e della Cecoslo¬vacchia (la quasi totalità della popolazione ebraica di que¬sti paesi). Questa operazione venne condotta dagli “Uffici per l’Emigrazione Ebraica” di Berlino, Vienna e Praga, istituiti da Adolf Eichmann, capo dell’ “Ufficio per lo Studio della Questione Ebraica” della “Gestapo”. Elchmann giunse finanche ad organizzare in Austria dei “Campi di Adde¬stramento”, dove giovani Ebrei potevano essere iniziati ai lavori. agricoli, prima di essere introdotti clandestina¬mente in Palestina (Manvell e Fankl, “SS und Gestapo”, pag, 6).
    Se Hitler avesse avuto anche la più piccola intenzione di sterminare gli Ebrei, non si capirebbe perché avrebbe permesso che più di 800.000 Ebrei lasciassero la Germania con quasi tutti i loro beni; e ancora meno comprensi¬bile sarebbe la presa in esame dei progetto Madagascar. Ma c’è di più: vedremo che la politica di emigrazione, fu presa in considerazione fino a guerra inoltrata, e segna¬tamente il progetto Madagascar, che fu oggetto di discus¬sione di Eichmann con esperti del “Ministero Francese delle Colonie-”, nel 1940, dopo che la sconfitta della Francia permetteva di prospettare la possibilità della consegna di questa colonia da parte della Francia.
    II LA POLITICA TEDESCA NEI CONFRONTI DEGLI EBREI DOPO LO SCOPPIO DELLA GUERRA
    Con l’avvicinarsi della guerra, la posizione degli Ebrei cambiò in modo radicale. Non è molto noto che l’Ebrai¬smo mondiale si dichiarò, nella Seconda Guerra Mondiale, parte belligerante, e che pertanto i Tedeschi avevano il diritto, sulla base di leggi internazionali, di internare gli Ebrei in quanto potenza belligerante nemica.
    Il 5 settembre 1939, Chaim Weitzmann, Presidente dell’Organizzazione Sionista (1920) e dell’Agenzia Ebraica (1929), il quale divenne, più tardi, il primo presidente della Repubblica di Israele, aveva dichiarato guerra alla Germania in nome di tutti gli Ebrei del mondo, precisando « che gli Ebrei sono a fianco della Gran Bretagna e com¬batteranno a fianco delle democrazie… L’Agenzia Ebraica è pronta a prendere misure immediate per utilizzare la mano d’opera ebraica, la competenza tecnica e le risorse ebraiche, ecc. » (Jewish-Chronicle, 8 settembre 1939).
    Internamento di stranieri, cittadini di un paese nemico.
    I dirigenti delle organizzazioni ebraiche avevano dun¬que dichiarato che tutti gli Ebrei entravano in guerra con¬tro la Germania, e per conseguenza Himmler e Heydrich avrebbero dovuto, un giorno o l’altro, iniziare la politica di internamento. Occorre far notare che, prima che tali misure di sicurezza venissero applicate nei confronti degli Ebrei europei, gli Stati Uniti ed il Canadà avevano già internato tutti i cittadini giapponesi e gli Americani con ascendenza giapponese. E tuttavia riguardo ai Giapponesi d’America non esistevano prove di tradimento come quelle fornite da Weitzmann. Anche gli Inglesi avevano internato durante la guerra dei Boeri, tutte le donne e i bambini boeri, che morirono a migliaia; eppure mai gli Inglesi furono accusati di aver intenzionalmente eliminato i Boeri. Dal punto di vista tedesco, l’internamento degli Ebrei nei paesi occupati serviva a due scopi fondamentali: pre¬venire le agitazioni e la sovversione.
    L’11 ottobre 1942, Himmler aveva informato Mussolini che la politica tedesca nei confronti degli Ebrei si era mutata durante la guerra per motivi di sicurezza militare. Egli deplorava che migliaia di Ebrei conducessero guerri¬glia partigiana nei territori occupati, partecipando ad atti¬vità di spionaggio e di sabotaggio. Tale constatazione fu del resto confermata da una relazione ufficiale sovietica, consegnata a Raymond Arthur Davies, secondo la quale non meno di 35.000 Ebrei europei conducevano guerriglia partigiana agli ordini di Tito. Come conseguenza di ciò gli Ebrei dovettero essere trasportati in zone dove la loro libertà di movimento sarebbe stata limitata e in campi di prigionia in Germania e, dopo il marzo 1941, nel Gover¬natorato Generale di Polonia.
    Con il proseguimento della guerra si sviluppò la ten¬denza ad utilizzare a vantaggio dell’industria bellica la mano d’opera degli Ebrei internati. La questione dell’uti¬lizzazione della mano d’opera è molto importante, se vo¬gliamo esaminare il presunto progetto di sterminio degli Ebrei: infatti sarebbe stato insensato e inutile lo spreco di mano d’opera, di tempo e di energia, in una guerra che la Germania combatteva su più fronti e nella quale era in gioco la sua sopravvivenza. E’ certo che, solamente dopo l’attacco alla Russia, l’idea del lavoro forzato finì con il prevalere sui progetti tedeschi di una emigrazione ebraica.
    Il processo verbale di una conversazione tra Hitler e il Reggente dell’Ungheria Horthy, del 17 aprile 1943, rivela che il Fiihrer domandò personalmente a Horthy di conce¬dergli 100.000 Ebrei ungheresi perché lavorassero per il piano Aerei da caccia (Verfolger-Jaeger) della Luftwaffe; e questo in un periodo nel quale i bombardamenti aerei sulla Germania si intensificavano (Reitlinger, La Solu¬zione Finale, cit., pag. 515). Questa conversazione si svolse quando, come si pretende, i Tedeschi avrebbero dovuto aver già iniziato l’eliminazione degli Ebrei; mentre la richiesta di Hitler mostra chiaramente l’urgente necessità di aumentare la mano d’opera.
    In relazione a questo programma i campi di concen¬tramento diventarono effettivamente complessi industriali. In ogni Lager, dove erano internati Ebrei e prigionieri di altre nazionalità, sorgevano grandi impianti industriali e fabbriche dell’industria bellica tedesca, come per esem¬pio la fabbrica di caucciù Buna a Bergen-Belsen, la Buna I.G. Farben-Industrie ad Auschwitz, la Siemens a Ravens¬bruck. In molti casi il lavoro svolto veniva retribuito con speciali biglietti di banca, con i quali gli internati pote¬vano acquistare razioni supplementari negli appositi spac¬ci. I Tedeschi si sforzavano di trarre tutti i vantaggi economici possibili dal sistema dei campi di concentra¬mento, obiettivo che certo non si sarebbe conciliato con quello della eliminazione fisica degli internati. Era com¬pito dell’Ufficio Centrale di Amministrazione Economica delle SS (SS-Wirtschafts- und Verwaltungsamt) diretto da Oswald Pohl, di far sl che i campi di concentramento divenissero centri importanti di produzione industriale.
    L’emigrazione fu facilitata anche durante la guerra
    E’ un fatto notevole che i Nazisti, fino a guerra inol¬trata, furono sempre favorevoli a una politica di emigra¬zione ebraica. La caduta della Francia nel 1940 rese pos¬sibile al governo tedesco di intraprendere serie trattative con i Francesi, al fine di far emigrare gli Ebrei europei
    nell’isola di Madagascar. Un memorandum dell’agosto 1942 del segretario di stato Luther, dell’Ufficio per gli Affari Esteri tedesco, . informa che questi. dal luglio al novembre 1940 condusse trattative che vennero però troncate dai Francesi. Una circolare emanata dai dipartimento di Luther, datata 15 agosto 1940, rivela che i particolari di questo progetto tedesco erano stati elaborati da Adolf Eichmann, in quanto essa reca la firma del suo sostituto Dannecker. Eichmann, effettivamente, era stato incaricato, nell’agosto del 1940, di preparare in tutti i particolari un progetto Madagascar e Dannecker fece delle ricerche sul Madagascar presso il Ministero delle Colonie Francesi (Reitlinger, La Soluzione Finale, cit., pag. 103).
    Le proposte del 15 agosto 1940 prevedevano perfino che una banca intereuropea dovesse finanziare l’emigra¬zione di 4 milioni di Ebrei, da attuarsi in più fasi.
    Il memorandum di Luther del 1942 prova che Hey¬drich aveva ottenuto l’approvazione di Himmler per que¬sto piano prima della fine dell’agosto 1942 e che lo aveva sottoposto a Goering. Il progetto ottenne anche l’appro¬vazione di Hitler prima del 17 giugno 1942. Il suo inter¬prete Schmidt, infatti, riferisce a Mussolini l’osservazione di Hitler « che si potrebbe fondare uno Stato di Israele nel Madagascar » (Schmidt, Hitler’s Interpreter, Londra 1951, pag. 178). Sebbene i Francesi avessero interrotto nel dicembre del ‘40 le trattative sul Madagascar, i Tedeschi, secondo quanto ammette lo stesso Poliakov, del Centro di Documentazione Ebraica di Parigi, continuarono tut¬tavia a studiare questo progetto, di cui Eichmann si oc¬cupò dopo il 1941. Proseguendo la guerra, soprattutto dopo l’invasione della Russia, il progetto diventò inattua¬bile, e il 10 febbraio 1942 il Ministero degli Affari Esteri venne informato che il piano era stato temporaneamente sospeso.
    Questa comunicazione inviata al Ministero da Rade¬macher, l’aggiunto di Luther, è di grande importanza, in quanto dimostra che l’espressione “Soluzione Finale” altro non indicava che l’emigrazione degli Ebrei e che la depor¬tazione degli Ebrei nei ghetti orientali e nei campi di concentramento, come Auschwitz, fu solo una soluzione di ripiego. La direttiva dice testualmente: « La guerra contro l’Unione Sovietica ha nel frattempo creato la possibilità di disporre di altri territori per la “Soluzione Finale”. Di conseguenza il Fiihrer ha deciso che gli Ebrei siano eva¬cuati non nel Madagascar, ma all’Est. Non è più il caso, quindi, di pensare al Madagascar in rapporto alla “Solu¬zione Finale” » (Reitlinger, ibid., pag. 104).
    I particolari di questa evacuazione erano stati discussi un mese prima, alla cosiddetta “Conferenza di Wannsee” a Berlino, come si dirà più avanti.
    Reitlinger e Poliakov affermano entrambi, senza for¬nire le prove, che, poiché il Progetto Madagascar non poté essere portato a compimento, i Tedeschi avrebbero pen¬sato necessariamente allo “sterminio”. Tuttavia, un mese dopo, il 7 marzo 1942, Goebbels scrisse una nota favo¬revole al Progetto Madagascar, visto come « risoluzione definitiva» della questione ebraica (Manvell e Frankl, Dr. Goebbels, Londra 1960, pag. 165). Acconsentiva, però, a che gli Ebrei, nel frattempo, fossero concentrati nei territori dell’Est. Note successive di Goebbels insistono sull’importanza del trasferimento all’Est, cioè nel Gover¬natorato Generale della Polonia, sottolineando l’importan¬za del lavoro obbligatorio in queste regioni. Dopo che la politica dell’evacuazione fu introdotta e accettata, l’utiliz¬zazione della mano d’opera ebraica divenne parte essen¬ziale del progetto. Da quanto detto risulta chiaro che l’espressione Soluzione Finale veniva riferita al Madaga¬scar e ai territori orientali, e che essa significava soltanto evacuazione degli Ebrei.
    Perfino più tardi, nel maggio del ‘44, i Tedeschi erano disposti ad approvare l’evacuazione di un milione di Ebrei. La storia di questa proposta si trova nel libro di Alexander Weissberg (Die Geschichte von Joel Brand, Colonia 1956).
    Alexander Weisberg è un famoso studioso ebreo¬sovietico, deportato durante la purga staliniana. Weiss¬berg, che durante la guerra visse a Cracovia, sebbene temesse che i Tedeschi lo avrebbero rinchiuso in un campo di concentramento, racconta in questo libro che, con autorizzazione personale di Himmler, Eichmann aveva inviato a Istanbul il presidente della comunità ebraica di Budapest, Joel Brand, che viveva a Budapest, per pro¬porre agli Alleati di permettere in piena guerra la par¬tenza di un milione di Ebrei.
    Se si dovesse prestar fede ai vari scribacchini che parlano di eliminazione, nel maggio del ‘44 non sarebbero stati in vita nemmeno un milione di Ebrei. La Gestapo ammetteva che il problema del trasporto avrebbe rappre¬sentato un grave peso per l’impegno militare della Ger¬mania, ma si sarebbe potuto risolvere se fossero stati messi a disposizione 10.000 autocarri, da impiegare esclu¬sivamente sul fronte russo. Sfortunatamente non se ne fece nulla, poiché gli Inglesi, pensando che Brand fosse un pericoloso agente nazista, lo imprigionarono al Cairo, mentre la stampa presentava l’offerta come un volgare trucco nazista. Winston Churchill deplorò invero il tratta¬mento a cui furono sottoposti gli Ebrei ungheresi, soste¬nendo che « fu il più grande e terribile crimine che mai fu commesso nella storia dell’umanità »; ma spiegò a Chaim Weitzmann che era impossibile accettare l’offerta di Brand, perché sarebbe stato un tradimento nei con¬fronti dei suoi alleati russi.
    Sebbene il progetto non sia giunto a buon fine, esso mostra molto chiaramente che nessuno che voglia attuare una supposta “eliminazione totale” permetterebbe mai l’emigrazione di un milione di Ebrei; e mostra anche chiaramente quanta importanza attribuissero i Tedeschi ai loro sforzi militari.
    III POPOLAZIONE ED EMIGRAZIONE
    Non si posseggono statistiche precise e particolareg¬giate della popolazione ebraica per alcun paese. Le appros¬simazioni per i diversi paesi presentano valori troppo differenti. Così non si conosce quanti Ebrei, negli anni tra il 1939 e il 1945, furono evacuati o imprigionati. In generale, tuttavia, da quanto è dato di sapere da stati¬stiche attendibili, specie da quelle che si riferiscono al¬l’emigrazione, si può concludere che neppure una picco¬lissima parte di sei milioni poté essere eliminata.
    Innanzi tutto il numero di 6.000.000 non può reggere, solo se si considera il numero della popolazione ebraica europea. Secondo la Chambers Enzyclopaedia gli Ebrei che vivevano in Europa prima della guerra erano 6.500.000. Ciò significa che sarebbero stati tutti uccisi. Ma il gior¬nale svizzero neutrale Baseler Nachrichten, che utilizza materiale statistico di fonte ebraica, stabilisce chiara¬mente che, tra il 1933 e il 1945, 1.500.000 Ebrei erano emigrati in Inghilterra, Svezia, Spagna, Portogallo, Au¬stralia. Cina, India, Palestina e USA. Questa circa è confermata dal giornalista ebreo Bruno Blau, sul giornale ebraico di New York Aufbau (13 agosto 1945). Di questi emigranti circa 400.000 giunsero dalla Germania prima del settembre 1939, come viene confermato dall’organo del Congresso Ebraico Mondiale, Unity in Dispersion (pag. 377), dove si afferma che « la maggior parte degli Ebrei tedeschi riuscì ad abbandonare la Germania prima che scoppiasse la guerra ».
    Oltre agli Ebrei del Vecchio Reich, entro il settembre 1939 emigrarono 220.000 dei complessivi 280.000 Ebrei austriaci, mentre a partire dal marzo 1939 l’Istituto per l’Emigrazione Ebraica di Praga conferma l’emigrazione di 260.000 Ebrei dai territori già appartenuti alla Cecoslo¬vacchia. Complessivamente, pertanto, dopo il settembre 1939 rimasero nei territori del Vecchio Reich, dell’Austria e della Cecoslovacchia 360.000 Ebrei. Dalla Polonia ne erano emigrati, fino a prima della guerra, circa 500.000. Queste cifre significano che il numero degli Ebrei emi¬grati da altri paesi europei (Francia, Olanda, Italia e paesi dell’Est) ammontava a circa 120.000.
    L’esodo degli Ebrei, prima e durante la guerra, ridus¬se il numero degli Ebrei in Europa a circa 5.000.000. Biso¬gna poi aggiungere gli Ebrei che, dopo il 1939, fuggirono nell’Unione Sovietica e che, in seguito, furono evacuati in zone fuori della portata delle truppe germaniche. Si dimostrerà più avanti che la maggior parte di essi, circa 1.250.000, venivano dalla Polonia. Ma Reitlinger ammette che senza contare gli Ebrei polacchi, 300.000 Ebrei eu¬ropei giunsero nell’Unione Sovietica tra il 1939 e il 1941. Questo porta il numero degli immigrati Ebrei nell’Unione Sovietica a 1.550.000. Sulla rivista Colliers del 9 giugno 1945, Freiling Foster, in un servizio sugli Ebrei in Russia, scrive che 2.200.000 Ebrei erano riusciti a fuggire nel¬l’Unione Sovietica a partire dal 1939; ma la nostra valu¬tazione, più modesta (1.550.000), è probabilmente più precisa.
    Pertanto l’entità dell’emigrazione degli Ebrei nell’Unio¬ne Sovietica riduce a circa 3.500.000-3.450.000 il numero degli Ebrei presenti nei paesi sotto controllo tedesco.
    Occorre inoltre sottrarre il numero degli Ebrei che, vivendo in nazioni europee neutrali o alleate, non erano esposti alle conseguenze della guerra. Secondo il World Almanac del 1942 (pag. 594) il numero degli Ebrei in Gibilterra, Inghilterra, Portogallo, Svezia, Svizzera, Irlan¬da e Turchia ammontava a 413.128.
    Tre milioni di Ebrei nell’Europa occupata
    La cifra di circa tre milioni di Ebrei nei territori sotto giurisdizione tedesca è precisa nella misura in cui lo permettono le statistiche a nostra disposizione. Se però esaminiamo le statistiche riguardanti la popolazione ebrai¬ca che rimase nei territori occupati dalla Germania, otteniamo un numero pressoché identico.
    Più della metà degli Ebrei che emigrarono nell’Unione Sovietica dopo il 1939 provenivano dalla Polonia. Si af¬ferma che la guerra con la Polonia fece cadere altri tre milioni di Ebrei sotto giurisdizione tedesca e che la totalità degli Ebrei polacchi venne « sterminata ». Si tratta di un errore grossolano. Secondo il censimento del 1931, gli Ebrei in Polonia erano 2.732.600 (Reitlinger, La Soluzione Finale, cit., pag. 52). Reitlinger ammette però che almeno 1.170.000 di essi si trovavano nella zona occupata dai Russi nell’autunno 1939. Di questi, circa 1 milione sa¬rebbero stati evacuati negli Urali e nella Siberia meridionale dopo l’attacco tedesco del giugno 1941 (ibid., pag. 69). Come abbiamo già ricordato, prima della guerra erano emigrati dalla Polonia 500 n00 Ebrei. Perfino il giornalista Raymond Arthur Davies, che trascorse la guerra nell’Unio¬ne Sovietica, sostiene che negli anni tra il 1939 e il 1941 erano fuggiti in Russia dai territori polacchi occupati dai Tedeschi circa 250.000 Ebrei, che si incontravano in ogni provincia russa (Odyssey through Hell, New York 1946). Sottraendo questo numero al numero complessivo di 2.732.000 e tenendo conto dell’incremento demografico, si conclude che alla fine del 1939 non più di 1.100.000 erano gli Ebrei polacchi che vivevano sotto la dominazione tede¬sca (Gutachten des Institutes fiir Zeitgeschichte, Monaco 1956, pag. 80).
    A questi Ebrei polacchi dobbiamo aggiungere i 360.000 Ebrei che rimasero in Germania, Austria, in Boemia¬Moravia e Slovacchia, dopo la forte emigrazione da questi paesi avvenuta prima della guerra e di cui abbiamo par¬lato più sopra. Per quanto riguarda i 320.000 Ebrei fran¬cesi, il pubblico accusatore di parte francese al processo di Norimberga dichiarò che 120.000 di essi erano stati evacuati. Reitlinger, tuttavia, li valuta ad appena 50.000. In ogni caso gli Ebrei sotto dominazione nazista non arri¬varono ai 2.000.000. Evacuazioni dai paesi scandinavi furono limitate, dalla Bulgaria non ce ne furono affatto. Se si aggiunge ancora la popolazione ebraica in Olanda (140.000), Belgio (40.000), Italia (50.000), Jugoslavia (55.000), Ungheria (386.000) e Romania (725.000), si ot¬tiene una cifra totale che non supera di molto i 3.000.000. Questa eccedenza deriva dal fatto che gli ultimi dati sono di prima della guerra e non tengono conto dell’emigra¬zione (che in questi paesi interessò circa 120.000 Ebrei, v. sopra). Questo doppio esame, pertanto, conferma la cifra approssimativa di 3.000.000 di Ebrei europei che si trovavano nei paesi occupati dall’esercito tedesco.
    Evacuazione degli Ebrei russi
    Non si conoscono dati precisi sul numero degli Ebrei russi, e ciò facilita e rende possibili incredibili esagera¬zioni. L’esperto di statistica ebreo Jacob Leszczynski af¬ferma che nei territori che poi saranno occupati dai Tedeschi, ossia nella Russia occidentale, vivevano 2.100.000 Ebrei. Vi erano inoltre circa 260.000 Ebrei che vivevano negli stati baltici (Estonia, Lituania, Lettonia). Secondo i dati del presidente del Consiglio Ebraico-Americano per gli Aiuti alla Russia, Louis Levine, che effettuò dopo la guerra un viaggio di ricognizione attraverso l’Unione So¬vietica e quindi pubblicò un rapporto sulla situazione degli Ebrei che là vivevano, la maggior parte di essi era stata evacuata verso Est dopo l’attacco tedesco. Il 30 ottobre 1946 dichiarò a Chicago che «allo scoppio della guerra gli Ebrei furono i primi a essere evacuati dai territori minacciati dagli invasori hitleriani e a essere portati in salvo al di là degli Urali. A questo modo ven¬nero salvati 2.000.000 di Ebrei ». Questa cifra viene confer¬mata dal giornalista ebreo David Bergelson, che sul gior¬nale ebraico Ainikeit (= Unità) di Mosca, il 5 dicembre 1942, scrisse che « grazie all’evacuazione, la maggioranza (80%) degli Ebrei dell’Ucraina, della Russia bianca, della Lituania e della Lettonia poterono essere salvati prima dell’arrivo dei Tedeschi ». Reitlinger concorda con l’esper¬to ebreo Josef Schechtmann, che ammette che un gran numero di Ebrei furono evacuati, ma dà una valutazione leggermente superiore degli Ebrei russi e baltici rimasti sotto i Tedeschi (650.000-850.00) (Reitlinger, La Soluzione Finale, cit., pag. 499).
    Per quanto riguarda gli Ebrei sovietici che rimasero
    nei territori occupati dai Tedeschi, si dimostrerà che nel corso della campagna di Russia non ci furono più di 100.000 persone. tra partigiani e commissari bolscevici, che peraltro non erano tutti Ebrei, che furono uccise da unità speciali tedesche per la lotta contro il terrorismo.
    Bisogna sottolineare a questo riguardo che i parti¬giani sostengono di aver ucciso nell’Est 500.000 soldati tedeschi, un numero, cioè, cinque volte più alto delle loro perdite.
    Sei milioni: un falso secondo fonti svizzere neutrali
    E’ chiaro, pertanto, che i Tedeschi non poterono mai avere il controllo su sei milioni di Ebrei né tanto meno uc¬ciderne tanti. Prescindendo dall’ Unione Sovietica, Il nume¬ro degli Ebrei nell’Europa occupata dai Tedeschi ammon¬tava, dopo l’emigrazione che precedette l’arrivo delle trup¬pe tedesche, a poco più di 3.000.000, di cui non tutti furono internati. Per giungere soltanto alla metà dei supposti “Sei Milioni”, bisognerebbe presupporre che tutti gli Ebrei viventi in Europa siano stati uccisi, mentre è noto che in Europa un gran numero di Ebrei, dopo il 1945, erano ancora in vita. Philipp Friedmann scrive nei suo libro “Their Brother’s Keeper” (New York 1957, pag. 13) che « perlomeno 1.000.000 di Ebrei erano sfuggiti ai terribile inferno nazista », mentre il numero ufficiale del “Jewish Joint Distribution Committee” è di 1.559.600. Il che signifi¬ca, data per vera la seconda valutazione, che gli Ebrei deceduti durante la guerra non potrebbero essere stati più di un milione e mezzo.
    Alla medesima conclusione è arrivato anche l’autore¬vole giornale Baseler Nachrichten, della neutrale Svizzera. In un articolo del 13 giugno 1946, dal titolo Quante sono le vittime ebree?, viene scritto che sulla base dei dati riguardanti la popolazione e l’emigrazione, la perdita di vite umane può essere stata al massimo di 1.500.000. Dimostreremo più avanti che questo numero deve essere ulteriormente ridotto: il Baseler Nachrichten, infatti, uti¬lizzava i dati del Jewish Joint Distribution Committee (1.559.000 sopravvissuti dopo la guerra), ma noi vedremo che soltanto le richieste di risarcimento (Wiedergutma¬chung) avanzate dagli Ebrei sopravvissuti sono più del doppio. La Svizzera però non disponeva di queste infor¬mazioni nel 1946.
    Un tasso di incremento demografico impossibile
    Una prova inconfutabile si ricava anche dalle stati¬stiche, approntate dopo la guerra, riguardanti la popola¬zione ebraica. Il “Welt-Almanach” del 1938 dà un totale di Ebrei nel mondo intiero di 16.588.259. Ma dopo la guerra il “New York Times” del 25 febbraio 1948 scriveva che il numero degli Ebrei nei mondo è da valutare con una cifra oscillante da un minimo di 15.600.000 a un massimo di 18.700.000. Questi dati dimostrano chiaramente che gli Ebrei morti durante la guerra non possono essere stati più di qualche migliaio. 15.500.000 nel 1938 meno i sup¬posti 6.000.000 fanno 9.000.000. Significherebbe, quindi, se¬condo le cifre del “New York Times”, che gli Ebrei, in tutto il mondo, avrebbero avuto 7.000.000 di nascite in 10 anni, ivi compresi gli anni di guerra quando le famiglie ebree furono disperse, separate e dovettero vivere sovente in condizioni poco propizie alla procreazione. 7.000.000 di nascite che avrebbero dunque quasi raddoppiato il loro numero. Il che è impossibile e ridicolo.
    Quindi sembra proprio che la grande maggioranza dei 6 milioni mancanti siano in effetti Ebrei che emigrarono in certi paesi europei, in Unione Sovietica, negli Stati Uniti, prima, durante e dopo !a guerra più gli Ebrei che emigrarono in grande numero in Palestina durante e spe¬cialmente dopo la guerra. Dopo il 1945 giunsero illegal¬mente in Palestina, provenienti dall’Europa, interi basti¬menti carichi di Ebrei, provocando notevoli difficoltà al governo britannico. Il loro numero era così elevato che il H.M. Stationary Office, nei suo bollettino n. 190 del 5 novembre 1946, ne parlò come di un « secondo Esodo ». Erano questi gli emigrati di tutte le parti della terra, coloro che avevano portato la popolazione ebraica mon¬diale da 15.000 a 18 milioni nel 1948. Di essi la maggior parte erano emigranti d’America, che si erano colà recati in spregio dei limiti imposti all’immigrazione dal governo americano. Il 16 agosto 1963 l’allora presidente israeliano, David Ben Gurion, dichiarò che la popolazione ebraica degli Stati Uniti, valutata ufficialmente in 5.600.000, non sarebbe inferiore ai 9.000.000 (Deutsche Wochenzeitung, 23 novembre 1973). La ragione di un numero così alto è sottolineata da un articolo di Albert Maisal (Readers Digest, gennaio 1957), intitolato I nostri nuovi Americani: in esso si dice che subito dopo la seconda guerra mon¬diale, in base a un’ordinanza dei presidenti americani, il 90% dei visti di immigrazione era riservato a emigranti dei paesi dell’Europa centrale e orientale.
    In questa pagina è riprodotto uno delle centinaia di annunci funebri, che appaiono regolarmente sul settimanale ebreo americano Der Aufbau di New York (16 giugno 1972). Esso mostra come gli Ebrei emigrati negli Stati Uniti ab¬biano in seguito cambiato il loro nome. I loro nomi origi¬nari, che portavano in Europa, vengono pubblicati in tali annunci tra parentesi, come in questo, che riportiamo qui sotto, dove si legge: Arthur Kingsley (già dr. Kónigsberger, Francoforte sul Meno).
    Am 30. Januar 1972 verschied mein herzensguter Mann, unser geliebter Vater und Grossvater
    ARTHUR KINGSLEY
    (friiher Dr. Kóni sber er. Frankfurt/Main)
    drei Wochen vor seinem 90. Geburtstag
    Furono sterminati solo i nomi?
    Non potrebbe essere possibile che una parte o addi¬rittura la totalità di queste persone, i cui nomi sono “de¬ceduti”, siano fra i Sei Milioni di cui si è perduto traccia in Europa?
    IV I SEI MILIONI: DOCUMENTI « PROBANTI » (! ?)
    Da quanto sin qui esposto, si ha l’impressione che il numero di Sei Milioni di Ebrei eliminati derivi soltanto da un compromesso tra una quantità di valutazioni senza fondamento obiettivo. Non c’è neppure un brandello di prova documentabile e attendibile. Di quando in quando qualche scribacchino trascrive questo numero per assicu¬rarsi credibilità a buon mercato. Lord Russel of Liverpool, per esempio, afferma, nel suo libro The Scourgl of the Swastika (Londra 1954) che « non meno di 5.000.000 di Ebrei morirono in campi di concentramento; e ottiene così il suo scopo, dando una valutazione che sta tra i presunti sei milioni e i quattro milioni di cui altri preferiscono parlare. Ma ammette che « il numero effettivo non potrà mai essere conosciuto ». Stando così le cose è però difficile comprendere come egli possa giungere al numero di « non meno di cinque milioni ».
    L’ebraico Joint Distribution Committee preferisce la cifra di 5.012.000, ma l’ “esperto” ebreo Reitlinger con¬gettura la cifra di 4.192.000 « Ebrei dispersi », un terzo dei quali sarebbero morti di morte naturale. Così il nu¬mero di Ebrei “eliminati” si ridurrebbe a 2.796.000.
    Tuttavia al Congresso Ebraico Mondiale di Ginevra, nell’anno 1948, il delegato di New York, Mr. M. Perlzweig, rese noto, in una conferenza stampa, che « il prezzo pa¬gato per l’annientamento del Nazionalsocialismo e del Fascismo è stato di sette milioni di Ebrei, vittime del più feroce antisemitismo ». Sulla stampa, e anche altrove, questa cifra diventa otto, o addirittura nove milioni. Come abbiamo mostrato nei capitoli precedenti simili valuta¬zioni, prive di qualsiasi verosimiglianza, sono semplice¬mente ridicole.
    Esagerazioni fantasiose
    Per quanto ne sappiamo, le prime accuse di genocidio rivolte ai Tedeschi furono formulate dall’ebreo polacco Rafael Lemkin nel suo libro Axis Rule in Occupied Europe (Il Dominio dell’Asse nell’Europa Occupata), pubblicato a New York nel 1943. Lo stesso Rafael Lemkin, guarda caso, fu incaricato, più tardi, di redigere la cosiddetta conven¬zione sul genocidio dell’ONU, con la quale si cerca di dichiarare fuori legge il “razzismo”. Il suo libro sostie¬ne che i nazisti avrebbero eliminato milioni di Ebrei, forse proprio sei milioni. Una simile notizia, rive¬lata nel 1943, è davvero notevole, dato che si pretende che questa opera di eliminazione sarebbe cominciata nel¬l’estate del 1942. Procedendo di questo passo sarebbe stata sterminata l’intera popolazione ebraica della terra!
    Dopo la guerra le valutazioni propagandistiche si ingi¬gantirono in modo inverosimile. Kurt Gerstein, un anti¬nazista che affermava di essersi infiltrato nelle SS, rac¬contò all’inquirente francese Raymond Cartier che egli sapeva che non meno di 40 milioni di internati in campi di concentramento erano stati uccisi nelle camere a gas. Nel primo processo verbale del 26 aprile 1945 ridusse questa cifra a 25 milioni, ma questo totale fu considerato ancora troppo inverosimile dalla difesa francese. In un secondo processo verbale, sottoscritto a Rotweil il 4 mag¬gio 1945, Gerstein si avvicinò ai 6 milioni, valutazione che ebbe la preferenza al Processo di Norimberga. La sorella di Gerstein era malata di mente fin dalla nascita, e fu fatta morire per eutanasia; questo fa supporre che lo stesso Gerstein fosse affetto dal medesimo male. Egli, del resto, era stato condannato nel 1936 perché aveva spedito per posta lettere eccentriche. Dopo le sue due “con¬fessioni di accusa” si impiccò nel carcere parigino Cher¬che-Midi.
    Gerstein affermò di aver trasmesso al governo sve¬dese, durante la guerra e per il tramite di un barone tedesco, informazioni riguardanti uccisioni di Ebrei. Ma, per inspiegabili motivi, la sua relazione venne « messa agli atti e dimenticata ». Inoltre egli sostenne di aver informato, nell’agosto del 1942, il Nunzio Apostolico a Berlino su tutto il “piano di sterminio”, ma il prelato gli avrebbe detto: « Uscite! ».
    Nelle sue dichiarazioni Gerstein pretende ripetuta¬mente di essere stato testimone di queste enormi stragi (12.000 uccisioni in un sol giorno a Belzec); nel suo se¬condo rapporto descrive addirittura una visita di Hitler, il 6 giugno 1942, in un campo di concentramento polacco, mentre gli storici sanno che questa visita non ebbe mai luogo.
    Le fantasiose esagerazioni di Gerstein hanno contri¬buito a screditare completamente tutte le testimonianze su eliminazioni in massa. Ed effettivamente il vescovo evangelico di Berlino, Dibelius, ha respinto come « inat¬tendibili » tutte le affermazioni di Gerstein (H. Rothfels, Augenzeugenbericht zu den Massenvergasungen, in Vier¬telsjahreshefte fiir die Zeitgeschichte, aprile 1953).
    Incredibilmente, però, nel 1955 il Governo Federale di Germania pubblicò questo secondo processo verbale di Gerstein, perché fosse diffuso nelle scuole (Dokumen¬tation zur Massenvergasung, Bonn 1955), sostenendo che Dibelius aveva riposto tutta la sua fiducia su Gerstein, le cui dichiarazioni sarebbero « fuori di ogni dubbio auten¬tiche ». Siamo di fronte ad un tipico esempio di come vengano divulgate in Germania le accuse infondate di genocidio, e di come esse vengano imposte soprattutto ai giovani.
    La storia dello sterminio di Sei Milioni di Ebrei ebbe la sua definitiva consacrazione al Processo di Norimberga, grazie alla deposizione del Dr. Wilhelm Hoettl.
    Costui, un aiutante di Eichmann, era in realtà uno strano individuo, agli ordini del servizio segreto america¬no, e scrisse, dopo la guerra, diversi libri che pubblicò sotto lo pseudonimo di Walter Hagen. Hoettl lavorò anche per lo spionaggio sovietico, insieme con due emigranti ebrei di Vienna, Ponger e Verber, che durante l’istruttoria al Processo di Norimberga prestavano servizio come uffi¬ciali americani. In tutta questa vicenda occorre notare che la testimonianza di questo ambiguo personaggio è stata considerata come l’unica “prova” dello sterminio dei Sei Milioni di Ebrei. Nella sua deposizione sotto giu¬ramento del 26 novembre 1945, dichiarò che Eichmann, nell’agosto del 1944, a Budapest, gli avrebbe “raccontato” della eliminazione di sei milioni di Ebrei. Non occorre certo aggiungere che Eichmann, durante il suo processo, non confermò mai questo fatto. Durante tutto l’ultimo periodo della guerra, Hoettl lavorò come spia americana, ed è certo sorprendente che mai egli, in tutto questo tempo, abbia informato gli Americani dello sterminio degli Ebrei, quantunque fosse alle dirette dipendenze di Heydrich e Eichmann.
    Mancano le prove
    Non esiste un solo documento che provi che i Tede¬schi progettassero o pensassero di attuare il presunto sterminio degli Ebrei. Nel libro di Poliakov e Wulf “Das Dritte Reich und die Juden - Dokumente und Ausfaetze” (Berlino 1955), le “prove” che vengono presentate non sono altro che dichiarazioni, estorte, dopo la guerra, a uomini come Hoettl, Ohlendorf e Wisliceny, quest’ultimo sottoposto a tortura in un carcere sovietico.
    In mancanza di ogni prova, Poliakov è costretto a scrivere che le «tre o quattro persone che erano princi¬palmente coinvolte nel piano della eliminazione totale sono morte e che non si è conservato alcun documento in proposito». Questa situazione offre notevoli vantaggi; naturalmente sia il progetto sia le «tre o quattro per¬sone» sono affermazioni nebulose, che non è possibile provare.
    I documenti di cui disponiamo non fanno mai rife¬rimento a eliminazioni, e pertanto autori come Poliakov e Reitlinger ricorrono sempre alla comoda giustificazione che tali ordini, generalmente, venivano impartiti « a vo¬ce ». Poiché mancano prove documentate, essi congettu¬rano che il progetto di sterminare gli Ebrei sia nato nel 1941, contemporaneamente all’attacco alla Russia. La pri¬ma fase avrebbe previsto lo sterminio degli Ebrei sovie¬tici, cosa che confuteremo più avanti. Il resto del piano, così viene supposto, dovrebbe aver avuto inizio nel marzo del ‘42, con la deportazione degli Ebrei europei nei Lager orientali del Governatorato Generale di Polonia, quali i giganteschi impianti industriali di Auschwitz, vicino a Cracovia. Si sostiene in modo fantasioso, e senza il mi¬nimo fondamento, che il trasporto verso l’Est, controllato dal reparto di Eichmann, significasse l’immediata elimina¬zione nelle camere a gas, subito dopo l’arrivo. Secondo Manvell e Frankl (Heinrich Himmler, Londra 1965) sem¬bra che la politica dell’eliminazione sia stata concordata in « colloqui segreti » tra Hitler e Himmler (pag. 118); ma questi Autori si dimenticano di darcene le prove. Reitlinger e Poliakov almanaccano di « ordini orali », aggiungendo che nessuno doveva esser presente a questi colloqui e che non fu redatto alcun testo scritto. Tutto questo è pura immaginazione, perché non esiste neppure il più piccolo indizio che simili insoliti incontri siano mai avvenuti. William Shirer, nel suo libro The Rise and Fall o f the Third Reich (Ascesa e caduta del Terzo Reich), opera nell’insieme stravagante e poco seria, di eventuali prove documentate non fa parola. Dichiara soltanto, in¬vero senza grande convinzione, che il supposto ordine di eliminare gli Ebrei « non fu mai posto per iscritto da Hitler, in quanto non ne venne ritrovata copia alcuna. Esso fu verosimilmente trasmesso a voce a Góring, Himmler e Heydrich, che a loro volta provvidero a inol¬trarlo… » (pag. 1148).
    Un tipico esempio di “prova”, a sostegno della fa¬vola dello sterminio, ci viene fornito da Manvell e Frankl. Essi menzionano una nota del 31 luglio 1941, inviata da Goering a Heydrich, capo del Reichssicherheitshauptamt (Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich) e sostituto di Himmler. Il promemoria comincia con queste parole: « In aggiunta all’incarico che le venne assegnato il 2 gennaio 1939, di risolvere nel modo migliore e secondo le nostre attuali possibilità la questione ebraica mediante emigra¬zione ed evacuazione… ».
    L’incarico supplementare assegnato in questo prome¬moria è « la soluzione globale della questione ebraica nei territori sotto giurisdizione tedesca in Europa »; la quale soluzione, come gli stessi autori ammettono, significava il concentramento degli Ebrei nei territori dell’Est, ope¬razione che richiedeva preparativi « per i suoi aspetti organizzativi, finanziari e materiali ». Il promemoria pre¬vede poi un piano futuro per « la auspicata soluzione fi¬nale » (Endlósung), ciò che richiama il- piano ideale e defi¬nitivo, accennato all’inizio della direttiva, di una emigra¬zione degli Ebrei.
    In nessun punto dello scritto si fa cenno ad una eli¬minazione fisica di uomini, però Manvell e FrankI ci assi¬curano che questo è il significato dei promemoria. Natu¬ralmente la “vera natura” della “soluzione finale”, diversa¬mente che per la “soluzione globale”, « fu chiarita oralmen¬te a Heydrich da parte di Góring » (ibid., pag. 118). Questo giocare a piacere con gli « ordini dati a voce » è natural¬mente molto sospetto.
    La conferenza di Wannsee
    I particolari definitivi sull’eliminazione degli Ebrei dovrebbero essere stati fissati in una conferenza presie¬duta da Heydrich al Gross-Wannsee (Berlino), il 20 gen¬naio 1942 (Poliakov, Das Dritte Reich und die Juden, pagg. 120 e segg.; Reitlinger, La Soluzione Finale, pagg. 124 e segg.). Erano presenti funzionari di tutti i ministeri tede¬schi, Miiller e Eichmann rappresentavano l’Ufficio Cen¬trale della Gestapo (Gestapa). Reitlinger, Manvell e FrankI considerarono il processo verbale di questa conferenza come la loro carta vincente, in quanto esso dimostrerebbe l’esistenza di un piano di sterminio. Ma la verità è che un tale piano di genocidio non viene menzionato in nessun punto del processo verbale, come gli Autori stessi rico¬noscono apertamente. Manvell e FrankI lo fanno in manie¬ra insoddisfacente, scrivendo che « il processo verbale, redatto nello stile burocratico tedesco, non permetterebbe di riconoscere il reale significato delle parole e della ter¬minologia usate » (The Incomparable Crime, Londra 1967, pag. 46): ciò significa, in realtà, che gli Autori lo pos¬sono interpretare come a loro fa comodo.
    Heydrich disse, realmente - secondo il sopraccitato processo verbale - di aver ricevuto da Goering l’incarico di regolare la soluzione della questione ebraica. Ripeté ancora una volta la storia dell’emigrazione ebraica, e, con¬statato che la guerra aveva ormai reso irrealizzabile il progetto Madagascar, proseguì: « Il programma che preve¬deva l’emigrazione è stato ora sostituito da un’altra pos¬sibile soluzione: l’evacuazione degli Ebrei nei territori del¬l’Est in conformità con l’autorizzazione precedente del Fiihrer ». Qui, aggiunse, deve essere impiegata la loro ma¬no d’opera. Ora, si pretende donare a questa dichiarazione un senso oscuro e sinistro e far nascere il sospetto che gli Ebrei avrebbero dovuto essere sterminati. Ma il prof. Paul Rassinier, un francese che fu internato a Buchenwald e che ha ben meritato nella preziosa opera di smaschera¬mento della favola dei Sei Milioni, afferma che « il pro¬cesso verbale vuol dire solo ciò che in esso è scritto, ossia il concentramento degli Ebrei per utilizzare questa mano d’opera nei ghetti orientali del Governatorato Generale di Polonia. Lì avrebbero dovuto aspettare la fine della guer¬ra e la ripresa dei colloqui internazionali che avrebbero deciso del loro futuro. Questa decisione fu raggiunta fi¬nalmente nella conferenza interministeriale di Berlino¬-Wannsee (Rassinier, Véritable Procès Eichmann, pag. 20).
    Manvell e FrankI tuttavia non si lasciano impressio¬nare dalla completa mancanza del più piccolo accenno all’eliminazione fisica. Alla conferenza di Wannsee, così scrivono, « sarebbe stato evitato un riferimento esplicito all’eliminazione fisica » e Heydrich avrebbe preferito l’e¬spressione « impiego della mano d’opera nei territori del¬l’Est » (Manvell e Frankl, Heinrich Himmler, pag. 209). Essi non ci spiegano perché non dovremmo credere che « impiego di mano d’opera » significhi realmente « impie¬go di mano d’opera ».
    Secondo Reitlinger e altri, nei mesi seguenti del 1942, tra Himmler, Heydrich, Eichmann e il comandante Hoess vennero scambiati innumerevoli ordini riguardanti lo ster¬minio; ma, naturalmente, « nessuna di queste direttive è giunta fino a noi ».
    Parole distorte e illazioni senza fondamento
    La completa mancanza di prove documentate che ap¬poggino l’esistenza di un piano di sterminio ha favorito l’abitudine di stravolgere il significato dei documenti che ci sono giunti. Per esempio un documento che riguardi 1′« evacuazione » non riguarda 1′« evacuazione », ma è un modo artificioso per parlare di « sterminio ». Manvell e FrankI sostengono che sarebbero state usate diverse e¬spressioni per mascherare l’eliminazione, quali « evacua¬zione » e « trasporto » (ibid., pag. 265). In questo modo, come già abbiamo potuto vedere, le parole troppo scomode non vengono più intese per quello che esse significano. Questo procedimento conduce a incredibili arbitri, come nel caso degli ordini impartiti da Heydrich riguardo al¬l’impiego di mano d’opera nei territori dell’Est. Un altro esempio: l’ordine di Himmler di avviare all’Est tutti i cittadini espulsi « vale a dire di ucciderli » (ibid., pag. 251). Allo stesso modo si comporta Reitlinger, quando non ha prove: così a proposito delle “circonlocuzioni” utilizzate nel processo verbale della Conferenza di Wannsee, affer¬ma essere evidente « che si progettava la decisione di di¬struzione lenta di tutta una razza » (ibid., pag. 126).
    Un riesame di tutta la documentazione è importante e scopre il castello di supposizioni e congetture, assolutamente prive di fondamento, su cui si è costruita la favola dello sterminio. I Tedeschi, quando si trattava della stesura di un rapporto, riponevano le attenzioni più meticolose, che tenevano conto fin dei più piccoli particolari; ma tra tutte le migliaia di carte e documenti delle “SS” e della “Gestapo”, gli atti del “Reichssicherheitsshauptamt”, gli atti del Quartier Generale di Himmler e gli ordini perso¬nali di Hitler, non si è trovato un solo ordine riguardante lo sterminio degli Ebrei o di chi per essi. Si vedrà più avanti come ciò sia stato riconosciuto dal “Centro Mon¬diale di Documentazione Ebraica Contemporanea” di Tel Aviv.
    Del pari infruttuosi sono i tentativi di trovare “velate allusioni” al genocidio in discorsi come quello che Himmler tenne a Posen nel 1943 ai suoi SS-Obergruppenfurer (Ge¬nerali delle SS).
    Nel capitolo seguente esamineremo le deposizioni di testimoni al processo di Norimberga dopo la guerra, depo¬sizioni estorte sicuramente con minacce.
    V I PROCESSI DI NORIMBERGA
    Alla storia dei Sei Milioni venne dato un riconosci¬mento giuridico negli anni tra il 1945 e il 1949 con i Pro¬cessi di Norimberga contro i gerarchi tedeschi. Questi processi furono la più vergognosa commedia giuridica del¬la storia. Per uno studio accurato delle infamie di questi processi, dei quali il Feldmaresciallo Montgomery disse che d’ora in avanti sarà un crimine perdere la guerra, ri¬mandiamo il lettore alle opere sotto citate, e soprattutto, a quelle dell’autorevole giurista inglese F.J.P. Veale, Advance to Barbarism, Nelson 1953.
    Il processo fu condotto, fin dall’inizio, sulla base di grossolani errori statistici. Nella sua requisitoria del 20 novembre 1945 Mr. Sidney Alderman dichiarò che nell’ ¬Europa occupata dai Tedeschi vivevano 9.600.000 Ebrei. La nostra precedente indagine ha però dimostrato che questa cifra è assurda. Ci si è avvicinati a questo totale: 1) con il non tenere assolutamente conto di tutti gli Ebrei emigrati dal 1933 al 1945 e 2) aggiungendo tutti gli Ebrei della Russia, compresi quei 2.000.000 o più che non furono mai nelle zone sotto in¬fluenza tedesca.
    Il medesimo totale artificiosamente gonfiato, legger¬ente arrotondato a 9.800.000, venne presentato al proce¬sso Eichmann dal prof. Shalom Baron.
    I presunti Sei Milioni di vittime fecero la loro appari¬zione come base dell’accusa a Norimberga, e, dopo che stampa di allora ebbe manipolato la cifra fino ad arri¬vare addirittura ad un totale di 10 milioni o più; i Sei Milioni ottennero infine generale riconoscimento attraver¬so i mass media internazionali. È da notare tuttavia che questa cifra spropositata, quantunque abbia trovato credi¬to nel 1945, al tempo del processo Eichmann, nel 1961, non era più sostenibile. La corte di giustizia di Gerusa¬mme si preoccupò di evitare accuratamente il numero di sei Milioni, e la requisitoria di Gideon Haussner parlò semplicemente di « alcuni milioni ».
    A Norimberga non si tenne conto dei principi giuridici
    Se qualcuno fosse indotto a credere che lo sterminio :gli Ebrei sia stato confermato a Norimberga con “prove testimoniali” e “documenti”, dovrebbe considerare attenta¬mente lo svolgimento di quei processi, condotti nel più assoluto spregio di ogni principio giuridico. Le parti lese svolsero il ruolo di accusatori, giudici e carnefici; il ver¬detto era conosciuto sin dall’inizio: “colpevoli” (tra i giu¬dici erano naturalmente anche i Russi, i cui innumerevoli crimini comprendevano anche l’assassinio di 15.000 uffi¬ciali polacchi, i cui cadaveri furono scoperti dai Tedeschi ne1 bosco di Katyn, vicino a Smolensk. L’accusatore sovie¬tico cercò perfino di incolpare di questa carneficina gli accusati tedeschi). A Norimberga la sentenza venne ema¬nata sulla base di una legislazione “ex post facto”, cioè creata posteriormente ai “reati” addebitati agli imputati. Vennero quindi condannati uomini per “delitti” che soltan¬to lì, a Norimberga, furono dichiarati tali e che soltanto si presumeva che fossero stati commessi. Fino ad allora, sommo principio giuridico era stato che si potesse dichia¬re colpevole soltanto chi avesse violato una legge già in gore al momento del fatto. « Nulla poena sine lege ».
    A Norimberga non venne per nulla tenuta in conto la regolamentazione per l’accertamento delle prove, svilu¬ppata dalla giurisprudenza britannica attraverso secoli, tendente a garantire con la maggior certezza possibile la veridicità e l’autenticità di una accusa. Fu disposto che tribunale « non dovesse essere vincolato alle prescrizioni tecniche riguardanti le prove »; ma « poteva accettare ¬qualsiasi prova testimoniale che fosse in qualche modo utile », cioè che promettesse di favorire la condanna. All’¬atto pratico ciò significò l’accettazione di prove e docum¬enti sulla base del “sentito dire”, cosa che in normali processi è respinta come inattendibile. Che prove di que¬sto genere siano state accettate è di grande importanza; infatti il procedimento della “‘dichiarazione giurata scritta¬” è stato uno degli espedienti principali, grazie a cui poté essere costruita la favola dello sterminio.
    Sebbene nel corso del processo siano stati ascoltati appena 240 testimoni, il Tribunale di Norimberga accettò a sostegno dell’accusa non meno di 300.000 di queste “di¬chiarazioni giurate scritte”. Naturalmente queste “prove” non furono fornite sotto giuramento. A questo modo qual¬siasi Ebreo evacuato o ex internato potè produrre, come più gli aggradava, testimonianze che soddisfacessero la sua sete di vendetta. Ma la cosa più incredibile fu il fatto che ai difensori degli imputati non fu permesso un con¬traddittorio con i testimoni dell’accusa. Una situazione non diversa si ripeté al processo contro Eichmann, dove, secondo quanto è stato reso noto, il difensore dell’impu¬tato poteva in ogni momento essere richiamato « se fosse sorta una situazione incresciosa », vale a dire se al difen¬sore fosse riuscito di dimostrare l’innocenza dell’imputato.
    La reale motivazione dei Processi di Norimberga fu denunciata dal giudice americano Wenersturm, presidente di uno dei Tribunali di Norimberga. Egli fu a tal punto disgustato dalle procedure di quei processi, che si dimise dal suo incarico e ritornò in America. Rilasciò al Chicago Tribune una dichiarazione nella quale espose, punto per punto, le sue obiezioni nei confronti di questo processo (cfr. Mark Lautern, Das Letzte Wort iiber Niirnberg, pag. 56). Riportiamo il testo dei punti da 3 a 8 di quella di¬chiarazione:
    3) I componenti il collegio della Pubblica Accusa, anziché cercare di formulare e di raggiungere un nuovo sistema giuridico normativo, sono guidati solo dal loro torna¬conto personale e dai loro sentimenti di vendetta..
    4) L’accusa compie ogni sforzo per rendere impossibile alla difesa preparare la causa e procurarsi le prove a discarico necessarie.
    5) L’accusa, diretta dal gen. Taylor, ha fatto l’impossibile per impedire che la corte deliberasse di chiedere a Washington di mettere a disposizione ulteriori docu¬menti che fossero in possesso del Governo americano.
    6) Il 90% dei membri del Tribunale di Norimberga era costituito da persone prevenute, che, per motivi politici o razziali, appoggiarono l’accusa.
    7) L’accusa sapeva benissimo per quale motivo tutti i posti dell’amministrazione del tribunale militare furono oc¬cupati con “Americani” naturalizzati i cui attestati di immigrazione erano recenti e che in seguito, o nel¬l’adempimento del loro ufficio o con le loro traduzioni, crearono un’atmosfera ostile intorno agli imputati.
    8) Il vero obiettivo dei Processi di Norimberga era di mostrare ai Tedeschi i crimini dei loro gerarchi; e que¬sta era anche l’intenzione con la quale erano stati pre¬parati i processi. Avessi saputo sette mesi prima cosa sarebbe accaduto a Norimberga, non mi ci sarei mai recato.
    Il punto 6, secondo il quale il 90% della corte di Norimberga era composto da persone che, per motivi po¬litici o razziali, erano prevenute, fu confermato anche da altri che furono presenti al processo. Secondo Earl Carrol, un avvocato americano, il 60% del personale al servizio dell’accusatore era composto da Ebrei tedeschi, che ave¬vano lasciato la Germania dopo la promulgazione delle leggi razziali hitleriane. Egli osservò, inoltre, che nemmeno il 10% del personale americano del Tribunale di Norim¬berga era composto da americani dì nascita. Il capo del¬l’Ufficio degli Accusatori, dietro il quale agiva il generale Taylor, era Robert M. Kempner, un immigrato ebreo-tede¬sco. Il suo collaboratore era Morris Amchan. Mark Lau¬tern, che fu osservatore ai processi, scrive nel suo libro: « Sono venuti tutti, i Salomon, i Schlossberger e i Rabi¬nowitsch, membri degli Uffici della Pubblica accusa… » (ibid., pag. 68). Queste circostanze dimostrano chiaramen¬te che il principio giuridico fondamentale: « nessuno può esser giudice in questioni che lo riguardino personalmen¬te » fu del tutto ignorato. Ma c’è di più: la maggior parte dei testimoni erano Ebrei. Il prof. Maurice Bardèche, pure lui osservatore al processo, scrisse che « l’unica pre¬occupazione di questi testimoni consisteva nel non mo¬strare apertamente il loro odio e nel suscitare un’impres¬sione di obiettività » (Nuremberg ou la Terre Promise, Pa¬rigi 1948, pag. 149).
    Confessioni estorte sotto tortura
    Ma particolarmente impressionanti furono i metodi di cui ci si avvalse a Norimberga per estorcere dichiara¬zioni e “confessioni di colpevolezza”, soprattutto ai Co¬mandanti delle SS, così da dare solido fondamento all’ac¬cusa di “sterminio”: Il senatore americano Joseph Mc Carthy, in una dichiarazione alla stampa americana del 20 maggio 1949, attirò l’attenzione su alcuni casi di tortura. Egli accertò, che nelle carceri di Schwàbisch-Hall ufficiali della SS-Leibstandarte A. Hitler (il selezionatissimo e leg¬gendario Reggimento della Guardia del Fiuhrer, portato, durante la guerra, alla forza di una divisione corazzata. - N.d.T.) furono percossi a sangue, una volta a terra, inca¬paci di ogni reazione, furono loro spappolati gli organi genìtali; come nel famigerato processo Malmedy dove semplici soldati furono appesi al soffitto e quindi bat¬tuti, finché sottoscrissero le “confessioni” che venivano pretese.
    Sulla base di simili “confessioni”, come quelle del generale delle SS Sepp Dietrich e di Joachim Peiper, la Leibstandarte fu classificata come “organizzazione crimi¬nale”. Il generale delle SS Oswald Pohl, responsabile del¬l’amministrazione economica del sistema dei campi di concentramento, fu imbrattato sul viso con i propri escre¬menti, e quindi percosso, fino a che non riconobbe le pro¬prie “colpe”. A proposito di questi casi il senatore Mc Carthy comunicò alla stampa: « Io ho ascoltato testimoni, ho letto testimonianze che provano che gli accusati furo¬no percossi, maltrattati e sottoposti a torture fisiche, quali solo cervelli malati possono aver escogitato. Vennero sot¬toposti a pseudotribunali e a fucilazioni apparenti. Fu loro raccontato che alle loro famiglie era stata tolta la tessera di sussistenza. Tutte queste terribili cose accaddero con l’approvazione del Pubblico Accusatore, con il solo scopo di creare l’atmosfera psicologica idonea ad estorcere le confessioni necessarie. Se gli Stati Uniti dovessero lasciare impunite simili azioni vergognose, eseguite da alcune per¬sone, il mondo intero potrebbe, a ragione, criticarci e met¬tere in dubbio per sempre la legittimità dei nostri motivi e della nostra integrità morale ».
    Simili metodi furono ripetuti durante i processi di Francoforte e Dachau, e molti Tedeschi furono condannati per crimini accertati sulla base delle loro “confessioni”.
    Il giudice americano Edward L. van Roden, uno dei tre membri della Simpson Armee Kommission, apposita¬mente costituita per esaminare la procedura del pro¬cesso di Dachau, ha svelato, nel giornale di Washington Daily News del 9 gennaio 1949, i metodi con i quali veni¬vano estorte le confessioni. Il servizio è stato pubblicato anche sul giornale inglese Sunday Pictorial, il 23 gennaio 1949.
    L’autore descrive i seguenti metodi: « Gli americani si travestivano da sacerdote per ascoltare gli accusati nel¬la confessione e impartire loro l’assoluzione; conficcavano loro fiammiferi accesi sotto le unghie, spezzavano loro den¬ti e mascelle, li segregavano per lungo tempo in celle buie e li mantenevano con razioni da fame. » Van Roden di¬chiara inoltre: « Le “confessioni”, presentate come prove a carico, furono estorte a uomini che avevano vissuto per 3, 4 o 5 mesi segregati e al buio… Gli inquisitori coprivano la testa degli imputati con sacchi neri, e quindi li colpi¬vano al volto con sbarre di ottone, li calpestavano, li per¬cotevano con manganelli… A tutti i 139 Tedeschi sotto¬posti a processo, meno che a due, i testicoli erano stati a tal punto percossi, che non poterono più guarire. Que¬sto era il normale trattamento usato dai nostri inquirenti americani. »
    Gli inquirenti “americani” responsabili di tali atro¬cità sono: il tenente Burton F. Ellis (capo del Comitato per i Crimini di Guerra) e il suo assistente, capitano Ra¬phael Shumaker, il tenente Robert E. Byrne, sottotenenti William R. Perl, Morris Ellowitz, Harry Thon e Kirsch¬baum. Il consulente legale della corte era il colonnello A.H. Rosenfeld. Il lettore capirà- subito, dai loro nomi, che la maggioranza di questi individui era, per usare le parole del giudice Wernersturm, « prevenuta per motivi razziali »: erano, cioè, Ebrei, e pertanto mai avrebbero dovuto con¬durre una simile indagine.
    Nonostante il fatto che “confessioni” riguardanti lo sterminio di Ebrei siano state estorte in simili circostanze, le deposizioni rese al Processo di Norimberga vengono considerate prove definitive dell’uccisione dei Sei Milioni da autori come Reitlinger ed altri; e inoltre si mantiene ancora l’illusione che i processi furono imparziali e con¬dotti secondo le regole. Il generale Taylor, capo del colle¬gio di accusa, richiesto su come fosse giunto al numero di Sei Milioni, rispose di basarsi, per le sue valutazioni, sulle confessioni del generale delle SS Otto OhIendorf. Questi era stato parimenti torturato. Noi esamineremo più avanti il suo caso. Ma per quanto riguarda simili “confessioni”, in generale non possiamo far di meglio che citare la relazione del giudice Van Roden, apparsa sul giornale britan¬nico Sundial Pictorial: « Uomini robusti furono ridotti a rottami umani, pronti a mormorare qualsiasi confessione che il publico Ministero avesse preteso. »
    La deposizione di Wisliceny
    A questo punto dobbiamo esaminare alcuni documenti del Processo di Norimberga.
    Il documento più spesso citato, per sostenere la fa¬vola dei Sei Milioni, è riportato nel libro di Poliakov e Wulf, Das Dritte Reich und die Juden: Dokumente und Aufsaetze: è la dichiarazione del capitano delle SS Dieter Wisliceny, assistente di Eichmann e più tardi capo della Gestapo in Slovacchia. Egli subì torture ancora peggiori di quelle sopra descritte, poiché cadde nelle mani dei co¬munisti cechi, e fu “interrogato” in un carcere di Bratisla¬va, controllato dai sovietici. Wisliceny era ridotto a un rot¬tame, in preda a crisi di pianto fino alla sua esecuzione capitale. Tutto questo, naturalmente, toglie ogni credibilità alla sua deposizione, ma Poliakov non se ne cura e scrive semplicemente: « In carcere scrisse alcune memorie, con¬tenenti informazioni di grande interesse. » (Harvest of Hate, pag. 3). Queste memorie comprendono alcune di¬chiarazioni tendenti a renderle credibili, come: « Himmler era un fautore entusiasta dell’emigrazione ebraica », op¬pure « l’emigrazione degli Ebrei continuò anche durante la guerra »; ma le memorie rappresentano complessivamente, una delle tipiche “confessioni” spettacolari, che fanno parte della messa in scena dei grandi processi in URSS. Spesso si fa riferimento ad uccisioni di Ebrei, delle quali vengono incolpati soprattutto ufficiali delle SS. Frequenti sono errate ricostruzioni di fatti, come soprattutto la fa¬migerata asserzione che, in seguito all’invasione della Po¬lonia, più di 3 milioni di Ebrei caddero sotto la giurisdi¬zione tedesca (affermazione che più sopra abbiamo dimo¬strato essere falsa).
    Le “Einsatzgruppen”
    La deposizione di Wisliceny tratta particolareggiata¬mente le azioni delle “Einsatzgruppen” durante la campa¬gna di Russia. Dobbiamo occuparci anche di questo argo¬mento, perché a Norimberga se ne è data un’immagine paragonabile, in piccolo, a quella dei “Sei Milioni”. E’ stato tuttavia dimostrato che anche qui siamo di fronte a incre¬dibili esagerazioni e falsificazioni.
    Le Einsatzgruppen erano 4 unità speciali, formate con elementi della Gestapo e del SD [SS-Sicherheitsdienst]: loro compito era di eliminare nel corso dell’avanzata del¬le armate tedesche partigiani e commissari comunisti. Già nel 1939 all’Armata Rossa erano stati assegnati 34.000 commissari politici. Le azioni delle Einsatzgruppen furo¬no, al Processo di Norimberga, l’oggetto particolare del¬l’accusatore sovietico Rudenko. Nel 1947 le 4 Einsatzgrup¬pen furono condannate perché, nello svolgimento della loro missione, avrebbero ucciso in Russia non meno di 1.000.000 di Ebrei, solo perché erano Ebrei sovietici. Da allora queste affermazioni sono state alquanto “rielabo¬rate”. Adesso si sostiene che l’eliminazione degli Ebrei so¬vietici costituiva la prima fase del progetto di sterminio totale degli Ebrei, mentre la seconda fase sarebbe stata la deportazione degli Ebrei europei in Polonia. Reitlinger ammette che l’espressione « soluzione finale della questio¬ne ebraica » si riferiva all’emigrazione e che non aveva nulla a che vedere con lo sterminio degli Ebrei; ma poi sostiene che la “politica di sterminio” cominciò al tempo della campagna di Russia nel 1941. Egli esamina l’ordine di Hitler del luglio 1941, riguardante l’eliminazione dei commissari comunisti e ne conclude che tale ordine fosse accompagnato dall’istruzione orale di eliminare tutti gli Ebrei sovietici (La Soluzione Finale, cit., paggi 106-107). Questa supposizione su null’altro si basa che sulla inatten¬dibile deposizione di Wisliceny, storicamente e giuridica¬mente senza alcun valore, secondo la quale le Eisantz¬gruppen avrebbero ricevuto l’ordine di provvedere, oltre che all’annientamento di partigiani e comunisti, allo ster¬minio di tutti gli Ebrei sovietici.
    Occorre rilevare che ancora una volta viene supposto che un presunto “ordine orale” di Hitler abbia accom¬pagnato un suo ordine scritto. C’è però un’altra afferma¬zione di Reitlinger, nebulosa e indimostrabile anch’essa. Un precedente ordine di Hitler, datato marzo 1941 e fir¬mato dal Feldmaresciallo Keitel, precisa chiaramente che il Reichsfuhrer SS Himmler era stato incaricato di prepa¬rare il terreno alla amministrazione politica, missione con¬nessa con la lotta che dovrà essere condotta fra i due op¬posti sistemi politici » (Manvell e Frankl, ibid., pag. 115). Questo si riferisce chiaramente all’eliminazione dei co¬munisti, soprattutto dei commissari politici, il cui com¬pito specifico era l’indottrinamento comunista.
    Il processo Ohlendorf
    Il processo più rivelatore sull’affare delle Einsatz¬gruppen a Norimberga, fu quello del generale delle SS Otto Ohlendorf, capo del SD, e comandante della Einsatz¬gruppe D, che era stata assegnata all’11a Armata del Feld¬maresciallo von Manstein, in Ucraina. Durante l’ultimo periodo della guerra Ohlendorf lavorò come esperto di commercio estero al Ministero dell’Economia. Ohlendorf fu anche sottoposto a tutte le torture e maltrattamenti sopra descritti. Nella sua dichiarazione giurata del 5 no¬vembre 1945 fu “persuaso” a confessare che solo sotto il suo comando sarebbero stati uccisi circa 90.000 Ebrei.
    Il processo contro Ohlendorf, non ebbe luogo che nel 1948, molto tempo dopo il processo principale di Norim¬berga, ed egli affermò insistentemente che le sue prece¬denti confessioni gli erano state estorte con la tortura. Nella sua deposizione Ohlendorf approfittò dell’occasione, per rivelare tutte le infamie di Philipp Auerbach, un Ebreo segretario di stato per l’indennizzo delle vittime del Nazio¬nalsocialismo presso lo Stato di Baviera, il quale preten¬deva un risarcimento per 11.000.000 di Ebrei, che avreb¬bero sofferto in campi di concentramento tedeschi. Ohlen¬dorf si oppose a questa pretesa, definendola ridicola e as¬surda, e dichiarò che neppure una piccolissima parte di coloro, per i quali veniva richiesto il risarcimento, aveva mai visto un campo di concentramento. Ohlendorf visse abbastanza per assistere, prima della sua esecuzione, alla condanna di Auerbach, nel 1951, per frode e falso (falsifi¬cazione di documenti per ottenere risarcimenti in favore di persone che non erano mai esistite).
    Ohlendorf dichiarò alla Corte che le sue unità dovet¬tero spesso intervenire per impedire che Ebrei venissero massacrati da gruppi di Ucraini antisemiti e che le Einsatz¬gruppen non avevano eliminato neppure la quarta parte del numero denunciato al processo. Sottolineò, inoltre, che in Russia la guerriglia illegale dei partigiani, che egli doveva combattere, causò all’esercito regolare tedesco un numero di perdite notevolmente superiore, come venne anche confermato dal governo sovietico, che si fece un vanto della morte di 500.000 soldati tedeschi, uccisi da partigiani.
    Anche Franz Stahlecher, comandante della Einsatz¬gruppe A nei paesi baltici e nella Russia Bianca, fu uc¬ciso da partigiani nel 1942. Il giurista inglese F.J.P. Veale dichiarò, in connessione con le Einsatzgruppen, che in Russia non era possibile stabilire una differenza fra chi apparteneva ai partigiani e chi alla popolazione civile, per¬ché ogni cittadino russo che volesse vivere tranquillo e pacifico, senza partecipare agli atti di terrorismo, veniva ucciso dai partigiani, alla stregua di un traditore. Veale scrive, a proposito delle Einsatzgruppen: « E’ fuori di di¬scussione che le Einsatzgruppen avevano l’ordine di “com¬battere il terrore con il terrore” », e trova strano che gli orribili crimini dei partigiani siano considerati azioni eroiche, solo perché compiuti dai vincitori (ibid., pag. 223). Ohlendorf era della medesima opinione, e in un suo sde¬gnato scritto, prima della sua esecuzione (assassinio), ac¬cusò gli Alleati di menzogna e ipocrisia, perché i Tedeschi furono tratti a giudizio per non aver rispettato le leggi della guerra convenzionale, mentre combattevano contro un nemico selvaggio, che tali leggi violava.
    Deformazione della verità sulle esecuzioni fatte dalle Einsatzgruppen
    L’accusa sovietica, secondo la quale le Einsatzgruppen avrebbero intenzionalmente ucciso, durante le loro ope¬razioni, 1.000.000 di Ebrei, si è dimostrata una grossolana montatura. Tale numero, infatti, non è mai stato confor¬tato da alcun dato statistico. Poliakov e Wulf citarono, a questo proposito, la dichiarazione dell’ambiguo Wilhelm Hoettl, spia americana, doppio agente, già assistente di Eichmann. Hoettl, come già abbiamo ricordato, dichiarò che Eichmann « gli aveva raccontato che 6 milioni di Ebrei erano stati eliminati, e aggiunse che 2.000.000 di que¬sti Ebrei erano stati uccisi dalle sole Einsatzgruppen. »
    Questa assurda cifra, superiore perfino alle più folli congetture dell’accusatore sovietico Rudenko, non fu cre¬duta nemmeno dalla corte americana che condannò Ohlendorf.
    Il numero effettivo delle perdite di vite umane, delle quali le “Einsatzgruppen” furono responsabili, è stato fi¬nalmente svelato nell’opera dell’abile giurista inglese R.T. Paget, “Manstein his Compaigns and his Trial” (Londra 1951). Ohlendorf aveva già agito sotto l’autorità nominale di Manstein. Paget giunge alla conclusione che il Tribunale di Norimberga, accettando le cifre dell’accusa sovietica, ingrossò il numero delle perdite per più del 1000%, di¬storcendo del tutto le circostanze nelle quali esse accad¬dero. (Di queste grossolane deformazioni si occupano sei pagine del libro di William Shirer, “The Rise and Fall of the Third Relch”, pagg. 1140-46.) Qui compare un caso simile al leggendari “Sel Milioni”, sebbene in formato ri¬dotto: non 1.000.000 di morti, ma 100.000. Naturalmente solo una piccola parte di questi partigiani o prigionieri co¬munisti potevano essere Ebrei.
    Bisogna ancora ripetere che queste perdite umane avvennero nel corso di una spietata guerra partigiana sul fronte orientale e che i terroristi sovietici affermarono di aver ucciso un numero di soldati tedeschi 5 volte superiore a quello delle loro perdite. E tuttavia si continua volgar¬mente a raccontare che l’eliminazione degli Ebrei cominciò con l’impiego in Russia delle “Einsatzgruppen”.
    Per concludere, vogliamo prendere brevemente in esa¬me il processo di von Manstein, così simile, per ciò che riguarda i metodi usati, al Processo di Norimberga. Sol¬tanto perché fu a capo della Einsatgruppe D (della quale tuttavia il solo responsabile era Himmler), von Manstein, quest’uomo malato, di 62 anni, riconosciuto dalla maggior parte degli specialisti come il miglior stratega tedesco del¬l’ultima guerra, fu sottoposto ad un umiliante e disono¬revole processo per “crimini di guerra”. Dei 17 capi d’ac¬cusa, 15 furono presentati dal governo comunista dell’ Unione Sovietica e due dal governo comunista della Po¬lonia. Al processo fu ammesso un solo testimone, a soste¬gno dell’accusa: ma la sua deposizione fu così insoddisfa¬cente, che dovette essere respinta. Furono invece accet¬tate 800 dichiarazioni giurate, che spesso si basavano sul “sentito dire”, senza che la corte ne controllasse l’auten¬ticità o l’identità di chi le aveva rilasciate. L’accusa pre¬sentò dichiarazioni giurate di Ohlendorf e altri comandan¬ti delle SS, ma, poiché questi uomini erano ancora in vita, il difensore di von Manstein, Reginald Paget K.C., chiese che essi si presentassero come testimoni. Tale richiesta fu però respinta dalle autorità americane, e Paget spiegò il motivo del rifiuto con la paura che i testimoni rivelassero davanti al tribunale i metodi con i quali erano state loro estorte le dichiarazioni giurate. Von Manstein fu assolto da 8 punti d’accusa (tra i quali i due capi d’accusa di parte polacca), perché, come disse Paget, essi erano palesi menzogne, e ci si doveva meravigliare che fossero stati presentati.
    Il Processo Oswald Pohl
    Il caso delle Einsatzgruppen ci consente di farci una idea dei metodi del Tribunale di Norimberga e della fab¬bricazione della favola dei Sei Milioni. Un altro esempio ci è dato dal processo contro Oswald Pohl nel 1948: si tratta, qui, dell’amministrazione del sistema dei campi di concentramento.
    Pohl diresse, fino al 1934, l’amministrazione finan¬ziaria della marina militare tedesca, poi Himmler chiese il suo trasferimento nelle SS. Per 11 anni fu il responsa¬bile principale dell’amministrazione delle SS, nelle sue funzioni di capo dell’Ufficio Centrale Economico e Am¬ministrativo delle SS (SS-Wirtschafts-und Verwaltungs¬amt), ufficio che dal 1941 si occupò anche della produtti¬vità industriale dei campi di concentramento. Il colmo dell’ipocrisia fu raggiunto, durante il processo, quando l’accusa dichiarò: « Se la Germania si fosse accontentata di espellere gli Ebrei dal suo territorio, o di toglier loro la cittadinanza tedesca, o di escluderli da tutti gli uffici pubblici, o di cose simili, nessun’altra nazione avrebbe avuto qualcosa da ridire ». La verità è però che la Germania fu aggredita da una campagna oltraggiosa e da rappresaglie economiche, proprio perché fece queste cose; e inoltre le misure interne contro gli Ebrei furono sicuramente uno dei motivi fondamentali che spinse le “democrazie” a dichiarare guerra.
    Oswald Pohl era una persona sensibile e colta, ma nel corso dell’istruzione del suo processo era diventato un uomo distrutto. Come rivelò il senatore Mc Carthy, solo dopo essere stato sottoposto a gravi torture, Pohl sotto¬scrisse le dichiarazioni che lo condannavano, tra cui la ridicola affermazione di aver visto una camera a gas ad Auschwitz nel 1944. Il collegio d’accusa richiamò l’atten¬zione proprio su questo punto, ma Pohl respinse questa accusa con successo. Obiettivo dell’accusa era di presen¬tare quest’uomo, distrutto e abbattuto, come il diavolo in sembianze umane; tentativo senza speranza, di fronte alle testimonianze di chi lo conobbe.
    Una testimonianza di questo genere fu fatta anche da Heinrich Hoepker, un antinazista, amico della moglie di Pohl, il quale tra il ‘42 e il ‘45 fu in stretti rapporti con lui: Hoepker sottolineò che Pohl era un uomo serio e tranquillo. Nella primavera del ‘44, durante una visita a Pohl, Hoepker venne a contatto con internati in campi di concentramento, che lavoravano al di fuori del campo. Egli potè osservare come essi lavorassero calmi e rilassati, sen¬za essere vessati dai loro guardiani. Hoepker dichiarò che Pohl non era prevenuto contro gli Ebrei, e che non aveva nulla in contrario quando sua moglie riceveva in casa la sua amica ebrea Annemarie Jacques. All’inizio del 1945, Hoepker era pienamente convinto che l’amministratore dei campi di concentramento assolvesse con umanità, scrupolo e fedeltà il suo incarico, e rimase sorpreso quan¬do più tardi, nel 1945, venne a conoscenza dell’accusa mos¬sa contro Pohl e i suoi collaboratori.
    La signora Pohl asserì che suo marito, nonostante dif¬ficoltà e impedimenti, conservò la sua serenità fino al mar¬zo 1945, quando visitò il Lager di Bergen-Belsen, dove al¬lora infuriava una epidemia di tifo. Fino ad allora il Lager era stato un modello di pulizia e ordine, ma la caotica situazione che venne a determinarsi verso la fine della guerra in Germania aveva avuto conseguenze disastrose per gli internati di Bergen-Belsen. A Pohl fu impossibile migliorare colà la situazione: profondamente scosso dal tragico corso della fase finale della guerra e turbato da quella visita non riuscì più, secondo la testimonianza di sua moglie, a riacquistare l’energia di un tempo.
    Il Dr. Alfred Seidl, l’autorevole difensore nel processo di Norimberga, lavorò appassionatamente per ottenere l’assoluzione di Pohl. Seidl era da anni un amico dell’ac¬cusato ed era completamente convinto della sua innocenza, riguardo alle false accuse di aver attuato il piano di ster¬minio degli Ebrei. La sentenza di condanna degli Alleati non poté indurre Seidl a mutare opinione. Egli dichiarò che l’accusa non era riuscita a presentare nemmeno una prova testimoniale valida contro Pohl.
    Una delle più belle difese in favore di Oswald Pohl fu fatta dal tenente colonnello delle SS Kurt Schmidt-Kle¬venow, addetto legale Juristischer Beamter dell’Ufficio E¬conomico e amministrativo delle SS (SS Wirtschafts- und Verwaltungsamt), con la sua dichiarazione giurata dell’8 agosto 1947. Questa dichiarazione giurata fu intenzional¬mente omessa nei documenti ufficiali pubblicati con il ti¬tolo Processi contro i criminali di guerra del tribunale militare di Norimberga 1946-1949. Schmidt-Klevenow so¬stenne che Pohl aveva dato il suo pieno appoggio al giu¬dice Konrad Morgen dell’Ufficio di Polizia Criminale del Reich, che era stato incaricato di indagare su eventuali irregolarità nei campi di concentramento.
    Più avanti ritorneremo ancora sul caso del coman¬dante di Lager Kock, incriminato da un tribunale delle SS per cattiva conduzione, e per il quale anche Pohl aveva approvato la pena capitale. Schmidt-Klevenow dichiarò che Pohl si era adoperato affinché le autorità locali di polizia assumessero direttamente la giurisdizione sui cam¬pi e intervenissero personalmente per assicurare una se¬vera disciplina del personale dei Lager. Le dichiarazioni dei testimoni nel processo Pohl mostrano chiaramente che il processo non fu altro che la diffamazione premeditata di un uomo integro, col solo fine di dare un fondamento alla favola propagandistica dello sterminio di Ebrei nei campi di concentramento che egli amministrava.
    Testimonianze falsificate e
    dichiarazioni giurate menzognere
    Le false testimonianze al Processo di Norimberga e le dichiarazioni assurde che avvaloravano la favola dei Sei Milioni, furono ottenute sotto coercizione da ex ufficiali tedeschi, sia, come si è già detto, attraverso terribili tor¬ture, sia con l’assicurazione che avrebbero ricevuto una pena ridotta, se avessero sottoscritto le dichiarazioni ri¬chieste. Di questo secondo caso un esempio è dato dalla deposizione del generale delle SS Erich von dem Bach¬-Zelewski. Egli fu minacciato di venire condannato alla pena di morte per aver soffocato, con la sua brigata di Russi Bianchi delle SS, la rivolta dei partigiani polacchi a Varsavia, nell’agosto del 1944. Egli venne pertanto “prepa¬rato” a “collaborare”. La deposizione di Back-Zelewski costituì la prova testimoniale fondamentale contro il Reichsfiihrer delle SS, Heinrich Himmler, nel processo principale di Norimberga (Trial of the Major War Cri¬minals, vol. IV, pagg 29, 36). Nel marzo 1941, alla vigilia della campagna di Russia, Himmler invitò nel suo castello Wewelsburg, per una conferenza, tutti i comandanti supe¬riori delle SS, incluso Back-Zelewski, profondo conoscito¬re della guerra partigiana. Nella sua deposizione a No¬rimberga, egli diede ad intendere che Himmler avesse parlato ampiamente dello sterminio dei popoli dell’Europa orientale; ma in aula Goering gli rinfacciò la menzogna. Sempre appoggiandosi a presunte dichiarazioni di Himm¬ler, Bach-Zelewski affermò che uno degli obiettivi della campagna era « di ridurre la popolazione slava di 30 mi¬lioni di unità». Ciò che Himmler disse veramente fu ri¬ferito dal suo Capo di Stato Maggiore: la guerra in Russia sarebbe costata milioni di morti (Manwell e Frankl, ibid., pag. 117). Un’altra palese menzogna fu l’affermazione di Bach-Zelewski, secondo cui Himmler avrebbe quasi per¬duto i sensi, assistendo il 31 agosto 1942 ad una esecu¬zione di 100 Ebrei da parte di una Einsatzgruppe a Minsk. E’ noto, infatti, che Himmler in quel periodo si trovava nel suo quartier generale di Zhitomir, in Ucraina, per una conferenza (cfr. K. Vowinckel, Die Wehrmacht im Kampf, vol. IV, pag. 275).
    Le deposizioni di Bach-Zelewski hanno fornito abbon¬dante materia a molti libri su Himmler, soprattutto al¬l’opera di Willi Frischauer Himmler: Evil Genius of the Third Reich, Londra 1953, pagg. 148 segg.
    Bach-Zelewski, però, smenti pubblicamente la sua de¬posizione di Norimberga nell’aprile del 1959, davanti a una corte tedesco-occidentale. Egli ammise che le sue precedenti deposizioni non corrispondevano per nulla ai fatti e che le aveva fatte per salvarsi. Dopo un attento esame la corte tedesca accettò la ritrattazione.
    Ma tutto questo fu senza risultato: la « cortina di fer¬ro del silenzio discreto»,, come la chiama Veale, calò su tutta questa faccenda. La verità non ha influenzato gli autori di libri che diffondono la favola dei Sei Milioni, e le deposizioni di Bach-Zelewski vengono sempre utilizzate come prove contro Himmler.
    La verità su Himmler fu invece rivelata, da un anti¬nazista, Felix Kersten, medico personale e massaggiatore del Reichsfiihrer delle SS. Poiché era un avversario del re¬gime, Kersten è incline a sostenere la leggenda che l’in¬ternamento degli Ebrei significasse la loro eliminazione. Ma per le sue personali conoscenze nell’ambiente di Himmler, non può far altro che raccontare la verità su di lui. Nelle sue “Memorie 1940-1945″ (Londra 1946, pagg. 119 sgg.) sottolinea che Himmler non preconizzava l’annien¬tamento degli Ebrei, bensì una loro emigrazione oltremare.
    Allo stesso modo scagiona Hitler. Tuttavia la credibilità di questo antinazista si dissolve, quando, cercando un capro espiatorio qualsiasi, afferma che Il vero fautore dello “sterminio” sarebbe stato il dr. Goebbels. Una simile assurda affermazione è contraddetta dalla semplice con¬statazione che Goebbels era ancora impegnato con il “Pro¬getto Madagascar”, quando esso fu temporaneamente ar¬chiviato dal “Ministero degli Affari Esteri” della Germania come già abbiamo dimostrato.
    Tanto basti al riguardo delle false prove presentate a Norimberga. Sono state prese in considerazione anche le molte migliaia di false “dichiarazioni giurate scritte”, che vennero accolte dalla corte di Norimberga, senza che si esaminasse attentamente la veridicità del contenuto o la personalità degli autori. Questi « documenti del sentito dire », spesso assurdi, vennero accettati come “prove te¬stimoniali”, solo che portassero una firma. Tipica dichia¬razione giurata, presentata dall’accusa durante un pro¬cesso del 1947, fu quella di Alois Hoellriegel, membro del personale del campo di concentramento di Mauthausen, in Austria. La difesa sottopose ad un attento esame la di¬chiarazione giurata e dimostrò che essa era stata fabbri¬cata mentre Hoellriegel era sottoposto a tortura. Tuttavia era servita per far condannare il generale delle SS Ernst Kaltenbrunner, nel 1946. Si diceva che a Mauthausen aveva avuto luogo una gassazione in massa e che Hoellriegel aveva visto che Kaltenbrunner (la più alta autorità SS do¬po Himmler) vi prendeva parte.
    Ma un anno più tardi, al tempo dei processi sui campi di concentramento (Processo Pohl), diventò impossibile continuare a sostenere una tale assurda dichiarazione quando la si presentò di nuovo al Tribunale. La difesa di¬mostrò non solo che la dichiarazione era stata falsificata, ma anche che tutti i casi di morte a Mauthausen erano stati sistematicamente controllati dalla polizia locale e ri¬portati in un apposito registro, uno dei pochi che potè essere salvato e che servì come prova alla difesa. Così come numerosi ex internati di Mauthausen (un Lager de¬stinato principalmente a criminali) testimoniarono che il trattamente era umano e conforme ai regolamenti.
    Inverosimili accuse degli Alleati
    Non c’è una testimonianza più eloquente della trage¬dia e della tirannia di Norimberga che il doloroso stupore e la penosa incredulità degli accusati stessi di fronte alle grottesche accuse che venivano loro rivolte. Ciò appare chiaro nella dichiarazione del generale di brigata delle SS Heinz Fanslau, che aveva personalmente visitato, durante gli ultimi anni di guerra, la maggior parte dei campi di concentramento. Sebbene fosse ufficiale al fronte, Fanslau aveva sempre mostrato grande interesse alle condizioni di vita nei campi di concentramento. Diventò uno degli obiettivi principali degli Alleati e fu accusato di aver co¬spirato per lo sterminio degli Ebrei. Appena fu reso noto che sarebbe stato giudicato e condannato, giunsero cen¬tinaia di dichiarazioni giurate in suo favore, da parte di ex internati che egli aveva visitati. Dopo aver letto il testo dell’accusa contro il personale dei campi di concentra¬mento al Processo supplementare nr. 4, a Norimberga, 6 maggio 1947, Fanslau dichiarò: « Non è possibile, altri¬menti io avrei pur dovuto saperne qualcosa! »
    Hermann Góring: a Norimberga respinse l’accusa dei Sei Mi¬lioni, bollandola come invenzione della propaganda.
    Deve essere sottolineato che durante tutto il corso del “Processo di Norimberga”, in nessun momento i gerarchi tedeschi sotto accusa credettero alle accuse che venivano loro mosse dagli Alleati. Hermann Goering, particolarmente esposto agli attacchi della più isterica propaganda, non si lasciò mai convincere. Hans Fritzsche, sotto accusa co¬me il più alto funzionarlo del Ministero di Goebbels, dice che Goering, anche dopo aver ascoltato la dichiarazione di Ohlendorf sulle “Einsatzgruppen” e la testimonianza di Hoess su Auschwitz, rimase convinto che lo sterminio de¬gli Ebrei fosse una pura invenzione propagandistica (”The Sword in the Scales”, Londra 1953, pag. 145).
    Una volta Góring dichiarò davanti alla corte, in tono molto irritato, che gli toccava di sentire simili cose «per la prima volta qui a Norimberga ». (Shirer, ibid., pag. 1147). Gli autori ebrei, Poliakov, Reitlinger, Manvell e Frankl cercano di coinvolgere Goering in questo presunto “piano di sterminio”, ma Charles Bewley, nella sua opera “Her¬mann Goering” (Goettingen 1956), mostra come a Norimber¬ga non fosse stata trovata nemmeno una prova che con¬fermasse tale accusa. Hans Fritzsche almanaccò, durante tutto il processo, su questa questione e giunse alla con¬clusione che non erano state fatte adeguate indagini per verificare questa assurda accusa.
    Fritzsche, che poi fu assolto, era uomo di fiducia di Goebbels ed un eccellente propagandista. Comprese su¬bito che il presunto sterminio degli Ebrei sarebbe stato il capo d’accusa principale per tutti gli imputati. Kalten¬brunner, successore di Heydrich come capo del Reichs-Sicherheits-Hauptamt (Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich) e che fu l’accusato principale delle SS, in seguito alla morte di Himmler, non era più convinto di Goering del¬la fondatezza dell’accusa di genocidio. Egli confidò a Fritz¬sche che l’accusa aveva necessariamente bisogno di un suc¬cesso e che pertanto avrebbe usato la tecnica della coer¬cizione esercitata sui testimoni e della soppressione delle prove a discarico: esattamente quanto il giudice Wener¬sturm e van Roden avevano rimproverato al Tribunale di Norimberga.
    VI AUSCHWITZ E GLI EBREI POLACCHI
    Il campo di concentramento di Auschwitz vicino a Cracovia nell’Alta Slesia, oggi Polonia, è rimasto il centro del presunto sterminio di milioni di Ebrei. Vedremo più avanti che dopo la guerra nelle zone britannica e ameri¬cana nessun sincero osservatore potè accertare la presenza di camere a gas nei campi di concentramento tedeschi, come Dachau o Bergen-Belsen. L’attenzione, pertanto, fu rivolta ai campi di concentramento dell’Est, particolar¬mente ad Auschwitz. Si sostenne che lì ci fossero effetti¬vamente camere a gas: purtroppo questi campi erano tutti nel territorio occupato dai Russi, cosicché nessuno poté verificare la fondatezza di simili affermazioni. I Russi, fino a 10 anni dopo la guerra, non permisero a nessuno di visitare Auschwitz: ebbero quindi tutto il tempo di mo¬dificare gli impianti e l’aspetto del campo, in modo che potesse sembrare verisimile che là erano stati sterminati milioni di persone. Chi dovesse mettere in dubbio che i Russi siano capaci di una tale falsificazione, pensi a quei grandi monumenti che furono innalzati nei luoghi dove migliaia di uomini furono assassinati dalla polizia segreta di Stalin e le cui epigrafi affermano trattarsi delle vittime della Seconda Guerra Mondiale, uccise dalle truppe tede¬sche.
    In verità Auschwitz non era altro che il più grande e più importante campo di concentramento industriale, dove si produceva ogni specie di materiale per l’indu¬stria bellica. Il campo comprendeva fabbriche per carbone sintetico e gomme della I.G. Farben Industrie, la cui mano d’opera era costituita dagli stessi internati. Inoltre vi era una stazione di ricerca per l’agricoltura, vivai di piante, allevamenti di bestiame, fabbriche di armamenti della Krupp. Abbiamo già detto che iniziatìve del genere rap¬presentavano la funzione principale di tutti i campi di concentramento. Tutte le grandi industrie vi avevano suc¬cursali, e le SS aprirono addirittura delle proprie fabbri¬che. I resoconti delle visite di Himmler mostrano che lo scopo principale delle sue ispezioni era quello di esami¬nare e verificare l’efficienza dell’attività industriale. Quan¬do nel marzo 1941, accompagnato da dirigenti della I.G. Farben, visitò Auschwitz, non mostrò alcun interesse per il Lager come campo di internamento, ma ordinò che il campo fosse ingrandito, per poter accogliere 100.000 pri¬gionieri, da destinare alla produzione della I.G. Farben. Ciò non si concilia con una politica di sterminio di milioni di prigionieri.
    Milioni e ancora milioni
    Ma è stato affermato che in questo solo Lager, sareb¬bero stati sterminati più della metà dei Sei Milioni; alcuni parlano addirittura di 4 o 5 milioni. Quattro milioni è stata la cifra sensazionale resa nota dal governo sovietico dopo un accurato “sopraluogo”, nel momento stesso che cercavano di far ricadere sui Tedeschi la responsabilità dell’eccidio di Katyn. Reitlinger ammette che tutte que¬ste informazioni provengono dai governi dell’Europa orien¬tale: « Le testimonianze che rìguardano i campi di stermi¬nio in Polonia furono raccolte principalmente dopo la guerra dalla Commissione statale polacca e dalla Commis¬sione Centrale di Storia Ebraica della Polonia (La Soluzio¬ne finale, cit., pag. 651).
    Tuttavia non fu mai presentato alcun testimonio ocu¬lare vivente di queste “gassazioni” né tanto meno riconosciuto legalmente. Benedikt Kautsky, che visse sette anni in campi di concentramento, tre anni dei quali proprio ad Auschwitz, nel suo libro “Teufel und Verdammte” (Zurigo, 1946) afferma che « non meno di 3.500.000 Ebrei sarebbero stati uccisi ad Auschwitz ». E’ una dichiarazione molto strana, poiché egli ammette di non aver mai visto camere a gas. Kautsky scrive: « Sono stato nei grandi campi di concentramento tedeschi. Tuttavia devo ammettere la ve¬rità: mai, in nessun campo, ho visto qualcosa di simile a una camera a gas » (pagg. 272-273). L’unica esecuzione a cui assistette fu quella di due Polacchi, colpevoli di aver assassinato due internati ebrei. Kautsky, che nell’ottobre del 1942 fu trasferito da Buchenwald ad Auschwitz-Buma, sottolinea nel suo libro che l’utilizzazione di prigionieri nell’industria bellica è stata uno degli obiettivi principali della politica dei campi di concentramento fino alla fine della guerra. Ma tralascia di conciliare questo fatto con la presunta politica di sterminio degli Ebrei.
    I presunti eccidi avrebbero avuto luogo ad Auschwitz, tra il marzo 1942 e l’ottobre 1944. Per uccidere in 32 mesi la metà dei Sei Milioni, cioè 3 milioni di Ebrei, i Tedeschi avrebbero dovuto eliminare 94.000 persone al mese all’in¬circa 3.350 al giorno, 24 ore su 24 ore per più di due anni e mezzo e sbarazzarsi poi dei cadaveri. La menzogna è talmente ridicola, che non vale nemmeno la pena di con¬futarla.
    E tuttavia Reitlinger sostiene che Auschwitz era at¬trezzato in modo da poter quotidianamente sterminare non meno di 6.000 persone. Ciò significherebbe, calco¬lando tutti i giorni fino all’ottobre 1944, una cifra com¬plessiva di più di 5.000.000.
    Ma simili valutazioni impallidiscono se confrontate con le fantasticherie di una Olga Lengyel (”Five Chimmeys”, Londra 1959). L’Autrice sostiene di essere una ex inter¬nata di Auschwitz e assicura che questo “Lager” poteva cre¬mare non meno di « 720 uomini all’ora »; cioè « 17.280 al giorno ». Aggiunge che altre 8.000 persone venivano bru¬ciate, ogni giorno, in « fosse della morte », e che pertanto « dovevano essere rimossi, quotidianamente, più di 24.000 cadaveri, in cifra tonda » (pagg. 80-81).
    Tutto ciò significherebbe più di 8.500.000 vittime al¬l’anno. Ad Auschwitz, pertanto sarebbero stati “liquidati”, dal marzo 1942 all’ottobre 1944, più di 21.000.000 di per¬sone. Sei milioni più di tutta la popolazione ebraica mon¬diale. Ogni commento è superfluo.
    Benché si supponga che soltanto ad Auschwitz sareb¬bero morti alcuni milioni di persone, Reitlinger deve con¬cedere che nel periodo tra il gennaio 1940 e il febbraio 1945 nei registri del campo erano iscritti soltanto 363.000 internati (The SS Alibi of a Nation, pagg. 268 sgg.), e non tutti erano Ebrei.
    È stato spesso scritto, che molti prigionieri non furo¬no mai registrati, ma nessuno è mai riuscito a dimostrar¬lo. Anche nel caso che i prigionieri non registrati fossero stati tanti quanti quelli registrati, avremmo un numero complessivo di 750.000; certo non sufficiente per giun¬gere ad eliminare 3 o 4 milioni. Un gran numero di inter¬nati fu rimesso in libertà durante la guerra o fu trasferito altrove; infine 80.000 internati furono evacuati nel gen¬naio 1945, prima dell’arrivo dell’Armata Rossa.
    Un solo esempio sarà sufficiente per mostrare le fol¬lie statistiche riguardanti i decessi ad Auschwitz. Shirer afferma che nell’estate del 1944 sarebbero stati uccisi, nel giro di neanche 46 giorni, non meno di 300.000 Ebrei un¬gheresi (ibid., pag. 1156). Vale a dire quasi l’intera popo¬lazione ebraica dell’Ungheria (che ammontava a circa 380.000). Ma secondo l’Istituto Centrale di Statistica di Budapest, nel 1945, vivevano in Ungheria 260.000 Ebrei. Tale valutazione concorda approssimativamente con quel¬la del Joint Distribution Committee, che calcola un totale di 220.000. Cosicché soltanto 120.000 sono gli Ebrei regis¬trati come assenti. Di questi, 35.000 erano emigrati per sottrarsi al governo comunista e ‘altri 25.000 furono tratte¬nuti in Russia, perché avevano lavorato in battaglioni di lavoro (Arbeitsbataillone) tedeschi. Sono dunque 60.000 gli Ebrei ungheresi mancanti, ma M.E. Namenyi calcola che 60.000 Ebrei deportati in Germania siano ritornati in Ungheria. Reitlinger però considera questo numero troppo alto (La soluzione finale, trad. cit., pag. 607). Può avere ragione, ma non bisogna trascurare eventuali emigrazioni di Ebrei ungheresi durante la guerra (cfr. Rapport du CICR - Relazione del Comitato Internazionale della Croce Rossa, vol. 1, pag. 649).
    Pertanto le perdite degli Ebrei ungheresi, durante la guerra, devono essere state assai più basse del presunto.
    Auschwitz: un testimone oculare racconta
    Altri nuovi fatti concernenti Auschwitz, vengono adesso finalmente alla luce. Essi sono esposti in una pub¬blicazione recente: Die Auschwitz-Liige: Ein Erlebnisbe¬richt von Thies Christophersen (La menzogna di Auschwitz: Relazione di cose viste e vissute da Thies Christophersen, Kritik Verlag, Mohrkirch 1973). Questa testimonianza, pub¬blicata dall’avvocato tedesco Manfred Roeder sul periodico Deutsche Biirgerinitiative, è stata redatta da Thies Christophersen, che era stato distaccato, durante la guer¬ra, ad Auschwitz per collaborare alle ricerche sulla produ¬zione di gomma sintetica, per conto del Kaiser-Wilhelm¬Institut.
    Nel maggio del 1973, poco dopo la pubblicazione di questo resoconto, l’ebreo Simon Wiesenthal, il “cacciatore di nazisti”, scrisse alla Rechtsanwaltskammer (Camera de¬gli avvocati) di Francoforte e pretese che l’avv. Roeder, membro di quella camera ed editore e autore della prefa¬zione, comparisse davanti ad una commissione discipli¬nare. Il dibattimento provocato dalla richiesta di Wiesen¬thal, cominciò in luglio, ma fu accompagnato da critiche perfino da parte della stampa che si chiedeva: « È S. Wiesenthal il nuovo governatore della Germania? » (Deut¬sche Wochenzeitung, 23 luglio 1973).
    La relazione di Christophersen è di certo uno dei più importanti documenti per una nuova valutazione di Ausch¬witz. Egli trascorse ad Auschwitz tutto il 1944, e durante tutto questo periodo visitò tutti i reparti del grande com¬plesso, compreso AuschwItz-Birkenau, dove sarebbero av¬venuti tutti i massacri di cui si parla. Christophersen però non ha dubbi che tutto ciò sia una menzogna. Scrive: « Sono stato ad Auschwitz, dal gennaio 1944 fino al dicem¬bre dello stesso anno. Dopo la guerra ho sentito parlare di massacri in massa, che sarebbero stati eseguiti dalle SS. Ne sono rimasto profondamente stupito. Nonostante tutte le testimonianze, i servizi giornalistici, le trasmissioni ra¬diofoniche e televisive, ancora oggi non credo a simili atro¬cità. Questo ho sempre detto e ripetuto, dappertutto. Ma sempre senza successo: nessuno mi ha mai voluto cre¬dere » (ibid., pag. 16).
    Non abbiamo lo spazio per dare un particolareggiato resoconto di ciò che l’Autore ha visto ad Auschwitz. La sua testimonianza ci informa anche sulla vita di ogni gior¬no degli internati; ma naturalmente in termini ben diversi da quelli a cui ci ha abituati certa propaganda (ibid., pagg. 22-27).
    Più importanti sono però le rivelazioni sulla presunta esistenza di un campo di sterminio. « durante il mio sog¬giorno ad Auschwitz non ho notato il più piccolo indizio che potesse far pensare a gassazioni in massa. Anche l’o¬dore di carne bruciata, che si sarebbe dovuto avvertire spesso, è una menzogna. Nelle vicinanze del campo prin¬cipale (Auschwitz 1) c’era una bottega di maniscalco, da dove proveniva un odore di carne bruciata che non era certo piacevole » (pagg. 33-34).
    Reitlinger conferma che ad Auschwitz c’erano 5 alti¬forni e 5 miniere di carbone, che, insieme con gli impianti del Bunawerk formavano Auschwitz IlI (ibid., pag. 551). L’Autore è d’accordo sul fatto che sicuramente c’era un crematorio, « perché qui vivevano 200.000 persone e in ogni grande città con 200.000 abitanti c’è sempre un cre¬matorio. Naturalmente anche qui moriva gente, ma non soltanto internati. Anche la moglie dell’Obersturm fiihrer A. (il superiore diretto di Christophersen) morì ad Ausch¬wizt » (pag. 33). Christophersen spiega che ad Auschwitz non c’era alcun segreto. « Nel settembre 1944 giunse per una ispezione una commissione della Croce Rossa Inter¬nazionale. Si interessò, però, soprattutto del campo di Bir¬kenau. Anche a Raisko (Buna-Abteilung) avemmo molte ispezioni » (ibid., pag. 35).
    Christophersen sottolinea che le continue visite ad Auschwitz da parte di estranei non si conciliano con le accuse di gassazioni in massa. Quando descrive la visita di sua moglie, nel maggio del 1944, osserva: « Il fatto che fosse possibile ricevere visite di nostri parenti in ogni momento, prova che l’amministrazione del campo non avesse nulla da nascondere. Se veramente Auschwitz fosse stato un campo di sterminio, di certo non avremmo potuto ricevere visite di nostri parenti » (pag. 27).
    Dopo la guerra Christophersen sentì parlare di una co¬struzione con enormi camini, che si sarebbe trovata ad Auschwitz vicino al campo principale. « Sarebbe dovuto essere il presunto crematorio. Mi dispiace, ma quando ab¬bandonai Auschwitz, nel dicembre del 1944, non vidi que¬sta costruzione » (pag. 37). C’è ancora oggi questa misterio¬sa costruzione? Chiaramente no. Reitlinger sostiene che è stata distrutta e « che bruciò completamente sotto gli oc¬chi di tutto il campo » nell’ottobre del 1944; ma Christo¬phersen non notò questa distruzione pubblica. Sebbene si dica che il fatto accadde « sotto gli occhi di tutto il cam¬po », esso fu notato, a quanto sembra, soltanto da un testi¬mone ebreo, un certo dr. Bendel: e questa sarebbe l’unica testimonianza (Reitlinger, ibid., pag. 556). Tutta questa faccenda è caratteristica: quando si tratta di dover pre¬sentare una solida testimonianza, questa diventa strana¬mente evasiva: la costruzione « venne distrutta », il do¬cumento « è andato perduto », l’ordine « fu impartito a voce ». Oggi a chi visita Auschwitz viene mostrato un pic¬colo forno, e viene spiegato che esso sarebbe servito a sterminare milioni di persone. La commissione ufficiale sovietica che fece un’inchiesta sul campo, rese noto, il 12 maggio 1945, che « introducendo un coefficiente di rettifica, la commissione di esperti ha potuto accertare che, dal primo all’ultimo giorno di esistenza del campo di Auschwitz, i massacratori tedeschi vi sterminarono non meno di 4 milioni di persone… ». Ma il commento, sor¬prendentemente sincero di Reitlinger asserisce il con¬trario: «Il mondo ha imparato a diffidare dei “coeffi¬cienti di rettifica” e la cifra di 4 milioni fa ridere » (ibid., pag. 559).
    Infine la relazione di Christophersen si occupa di un altro fatto molto strano. L’unico imputato che non si pre¬sentò al processo di Francoforte nel 1963 fu Richard Baer, ultimo comandante del campo di Auschwitz e successore di Rudolf Hoess. Sebbene fosse in ottima salute, morì im¬provvisamente in carcere, prima che cominciasse il pro¬cesso e in « circostanze molto misteriose », come scrisse la Deutsche Wochenzeitung (27 luglio 1973). La morte im¬provvisa di Baer prima che potesse deporre davanti al Tribunale è molto sospetta: il giornale parigino Rivarol ricordò, infatti, che Baer aveva sempre sostenuto che nel periodo in cui era stato comandante del campo di Ausch¬witz, non aveva mai visto camere a gas né credeva che simili cose ci fossero mai state e che niente avrebbe po¬tuto smuoverlo da questa convinzione.
    Riassumendo, il resoconto di Christophersen si ag¬giunge alla montagna di testimonianze che mostrano come l’immenso complesso industriale di Auschwitz (che com¬prendeva 30 impianti separati ed era attraversato dalla importante linea ferroviaria Vienna-Cracovia) non fosse altro che un grande centro di produzione dell’industria di guerra, dove gli internati erano, sì, costretti al lavoro for¬zato, ma che sicuramente non era un centro di « stermi¬nio in massa ».
    Il ghetto di Varsavia
    Per quanto riguarda il numero delle vittime, si so¬stiene che soprattutto gli Ebrei polacchi avrebbero sof¬ferto sotto la persecuzione, non solo ad Auschwitz, ma anche in una interminabile lista di campi di sterminio da poco scoperti, come Treblinka, Sobibor, Belzec, Maidanek, Chelmno e in molti altri luoghi sconosciuti, diventati im¬provvisamente famosi. Al centro del presunto sterminio degli Ebrei polacchi sta la drammatica rivolta del ghetto di Varsavia, dell’aprile 1943. Questo episodio viene spesso interpretato come se si fosse trattato di una rivolta contro la deportazione verso le camere a gas. Bisognerebbe dun¬que credere che il preteso soggetto dei “colloqui segreti” tra Hitler e Himmler fosse trapelato, divenendo a Varsa¬via di dominio pubblico. Il caso del ghetto di Varsavia ci consente di vedere in che modo sia nata la favola dello sterminio. Effettivamente l’evacuazione del ghetto di Var¬savia, voluta dai Tedeschi nel 1943, è stata spesso presen¬tata come “sterminio degli Ebrei polacchi”, e scrittori ricchi di fantasia hanno cercato di descriverla con romanzi a sensazione, come The Wall (Il muro) di John Hersey, e Exodus di Leon Uri.
    Quando i Tedeschi occuparono la Polonia, interna¬rono gli Ebrei - per motivi di sicurezza - non in campi di concentramento, ma in ghetti. L’amministrazione in¬terna dei ghetti era affidata a Consigli ebraici, liberamente eletti dagli stessi Ebrei e l’ordine era garantito da una apposita polizia ebraica. Nei ghetti, per evitare specula¬zioni, circolava una moneta speciale. Questo sistema, giu¬sto o ingiusto che fosse, era perfettamente comprensibile in tempo di guerra. Forse il ghetto è una istituzione poco piacevole, ma in nessun caso può essere definito una bar¬barie. E di certo non fu creato per sterminare un popolo. Ma ciononostante si continua ad affermare che proprio questa sarebbe stata la funzione dei ghetti. Una recente pubblicazione sul ghetto di Varsavia osa sostenere, men¬tendo spudoratamente, che i campi di concentramento «costituirono un ripiego, quando non fu possibile cac¬ciare gli Ebrei in ghetti sovraffollati per farli morire di fame ». Appare dunque evidente che i Tedeschi, qualunque sistema di sicurezza adottassero, qualunque sforzo facesse¬ro per salvaguardare le comunità ebraiche, non possano mai sottrarsi all’accusa di “sterminio”.
    Abbiamo già accertato che nel 1931 la popolazione ebraica, secondo il censimento di quell’anno, ammontava in Polonia a 2.732.600 e che, dopo l’emigrazione o la fuga in Unione Sovietica, non più di 1.100.000 Ebrei erano ri¬masti sotto giurisdizione tedesca. Questi dati irrefutabili non impediscono però a Manwell e Frankl di affermare che « in Polonia vivevano più di 3.000.000 di Ebrei, quando i Tedeschi cominciarono l’invasione », e che nel 1942 « ne re¬stavano ancora 2.000.000 circa, che aspettavano la morte » (ibid., pag. 140). In realtà, del milione circa di Ebrei che si trovavano allora in Polonia, quasi la metà, 400.000, furono concentrati nel ghetto di Varsavia su una superficie di circa 6,5 km2, intorno all’antico ghetto medievale. Gli altri erano già stati trasferiti, nel settembre del 1940, nel Gover¬natorato Generale di Polonia. Nell’estate del 1942 Himmler ordinò il trasferimento di tutti gli Ebrei polacchi in campi di internamento, per poter utilizzare la loro mano d’opera. Ciò costituiva un obbligo a cui tutti erano sottoposti nel Governatorato Generale.
    Così dal luglio all’ottobre del 1942 più di tre quarti degli abitanti del ghetto di Varsavia furono pacificamente evacuati e trasferiti, sotto la sorveglianza della stessa po¬lizia ebraica. Come si è visto, si pretende che il trasporto nei campi si concludesse con lo “sterminio”; ma non c’è dubbio, invece, che la deportazione aveva come fine di pro¬cacciare nuova mano d’opera e prevenire sommosse. Du¬rante una improvvisa ispezione, nel gennaio del 1943, Himmler scoprì che 24.000 Ebrei, registrati come operai dell’industria bellica, lavoravano invece illegalmente come sarti e pellicciai (Manwell e Frankl, ibid., pag. 140). Il ghet¬to serviva altresì, come base per attività clandestine nel territorio di Varsavia.
    Dopo 6 mesi di pacifica evacuazione, quando nel ghetto erano rimasti appena 60.000 Ebrei, il 18 gennaio 1943, i Tedeschi dovettero far fronte ad una ribellione armata. Manwell e FrankI ammettono che « gli Ebrei, coinvolti nel movimento di resistenza già da lungo tempo ‘Introduce¬vano clandestinamente armi nel ghetto e che gruppi di combattimento spararono e uccisero soldati delle SS e della Milizia, che scortavano una colonna di deportati. I terroristi del ghetto furono appoggiati anche dall’Armata Metropolitana Polacca (organizzazione clandestina) e dalla « PPR - Polzka Partia Robotnicza », il Partito . Comunista dei Lavoratori. Fu dunque per domare una rivolta appog¬giata da partigiani e comunisti, che le truppe tedesche di occupazione Intervennero, per annientare i terroristi e, se necessario, per distruggere tutto Il quartiere. Ciò che avrebbe fatto qualsiasi altra armata che si fosse trovata in una simile situazione.
    Bisogna ancora ricordare che tutte le operazioni di evacuazione si sarebbero svolte pacificamente se i terrori¬sti ebrei non avessero organizzato una rivolta armata, de¬stinata per altro al fallimento. Quando il tenente generale delle SS Stropp, il 19 aprile, assalì il ghetto con i suoi carri blindati, si trovò subito sotto il fuoco nemico e perse 12 uomini. Le perdite tedesche e polacche (Milizia polacca) ammontarono, nel corso dei combattimenti che durarono 4 settimane, a 101 uomini, tra morti e feriti. Da parte ebraica le vittime furono valutate a 12.000, la maggior parte delle quali trovò la morte in case o rifugi dati alle fiamme. La maggioranza degli abitanti del ghetto, però, 56.056 unità, fu presa prigioniera e trasferita nel Gover¬natorato Generale. Molti Ebrei, all’interno del ghetto, in¬sofferenti del regime di terrore imposto dalle organizza¬zioni di combattimento, avevano cercato di far giungere ai Tedeschi informazioni sul quartier generale dei ribelli.
    I « morti » si fanno vivi
    Le circostanze che accompagnarono la rivolta del ghetto di Varsavia, così come la deportazione nei campi di lavoro orientali, quali Auschwitz, fecero nascere le più in¬verosimili storie sul destino degli Ebrei polacchi, il più numeroso contingente ebraico in Europa.
    L’ebraico Jewish Joint Distribution Committee, in un documento preparato per il processo di Norimberga, af¬ferma che in Polonia nel 1945 non restavano più di 80.000 Ebrei. Si sosteneva pure che nessun Ebreo polacco si tro¬vava tra le “displaced persons” (persone rimosse) in Ger¬mania e in Austria: affermazione che era in flagrante con¬trasto con il numero di Ebrei arrestati dalle truppe di occupazione inglesi e americane perché facevano il mer¬cato nero.
    Tuttavia il nuovo regime comunista polacco non riu¬scì a impedire, il 4 luglio 1946, un grande “pogrom” a Kiel¬ce, che provocò la fuga di più di 150.000 Ebrei polacchi che trovarono rifugio nella Germania Occidentale. La loro improvvisa comparsa creò un certo imbarazzo e pertanto vennero fatti emigrare, a tempo di primato, negli USA o in Palestina. Conseguentemente il numero degli Ebrei po¬lacchi sopravvissuti alla guerra subì una corrispondente modificazione. Nell’American Jewish Year Book 1948-49″ (Annuario ebraico -americano 1948-49) la cifra salì a 390.000: già un bel progresso, rispetto agli originari 80.000. A buon diritto, possiamo aspettarcl, per l’avvenire, nuove rettifiche nel medesimo senso.
    VII ALCUNE MEMORIE SUI CAMPI DI CONCENTRAMENTO
    1 più efficaci strumenti di propaganda per la divulga¬zione della favola dello sterminio sono l’industria dell’edi¬zione di libri tascabili e di settimanali illustrati. Con le sue pubblicazioni sensazionali, tutte a scopo di lucro, essa ha fatto sì che l’uomo medio si sia abituato a questa fa¬vola, che è in effetti al servizio di un obiettivo eminente¬mente politico. Simili pubblicazioni ebbero il loro mo¬mento negli anni 50, quando un diffuso sentimento di av¬versione verso la Germania trovò un mercato favorevole; ma questa industria è sempre fiorente, e sta godendo at¬tualmente di un nuovo rilancio. I prodotti di questa indu¬stria sono per lo più le cosiddette “Memorie”, che si pos¬sono distinguere in due categorie: le pretese memorie di SS, comandanti di Lager e simili, e le reminiscenze, trucu¬lente e raccapriccianti, di presunti ex internati in campi di concentramento.
    Origini comuniste
    Del primo gruppo l’esempio di maggior spicco è il libro di Rudolf Hoess Kommandant in Auschwitz (Stoc¬carda 1958), pubblicato originariamente in polacco (Wspomniemia) dal governo comunista. Hoess era un uomo giovane, quando nel 1940 assunse il comando di Ausch¬witz. Egli fu catturato dagli Inglesi a Flensburg e venne poi consegnato alle autorità comuniste polacche, che nel 1947 lo condannarono a morte ed eseguirono quasi immediata¬mente la sentenza. Queste cosiddette “Memorie” di Hoess sono senza dubbio un falso, fabbricato dai comunisti, co¬me dimostreremo; tuttavia i comunisti affermano che Hoess fu “costretto” a scrivere la sua biografia, e che esiste un manoscritto originale: ma nessuno l’ha mai visto.
    Hoess fu torturato e sottoposto, durante la prigionia, al lavaggio del cervello dai comunisti; a Norimberga fece la sua testimonianza con voce monotona, lo sguardo fisso nel vuoto, come un automa. Persino Reitlinger respinge come inattendibile la sua testimonianza.
    È interessante notare quante di queste «prove» dei “Sei Milioni” provengano da fonte comunista. Fra queste vanno inclusi quali documenti principali, la dichiarazione di Wisliceny e le “Memorie” di Hoess che sempre vengono citate in tutte le pubblicazioni sul preteso sterminio. Tutte le informazioni sui cosiddetti “campi di sterminio”, come Auschwitz sono d’origine comunista: “Commissione Stori¬ca Ebraica” di Polonia, “Commissione Centrale per lo Stu¬dio dei Crimini di Guerra” di Varsavia e “Commissione Ufficiale per i Crimini di Guerra” di Mosca.
    Reitlinger ammette che la testimonianza di Hoess a Norimberga era un elenco di esagerazioni insensate, come l’affermazione che ad Auschwitz venivano eliminate ogni giorno 16.000 persone, ciò che significherebbe un numero complessivo, alla fine della guerra, di 13.000.000. Anzi che smascherare tali valutazioni, che secondo Reitlinger e altri sono effettivamente falsificazioni di parte sovietica, Reitlinger e altri preferiscono pensare che simili ridicole esagerazioni siano il frutto di una specie di “orgoglio pro¬fessionale”. Ma questo non si concilia con le Memorie che si pretendono autentiche di Hoess, nelle quali si cerca di rendere plausibile la cosa facendo risaltare la ripugnanza provata da Hoess nell’eseguire certi incarichi. Hoess dovreb¬be aver “confessato” che ad Auschwitz furono eliminati 3.000.000 di internati; ma al suo processo a Varsavia, l’ac¬cusa ridusse il totale a 1.135.000. Tuttavia, come già abbia¬mo riferito, il governo sovietico, dopo gli “accertamenti” nel campo di concentramento nel 1945, aveva dato una valutazione di 4.000.000.
    Questa specie di gioco con milioni di morti sembra che non preoccupi affatto gli scribacchini delle pubblica¬zioni sullo sterminio degli Ebrei.
    Ricordi compromettenti
    Fra tutte le “Memorie” finora pubblicate, le più men¬zognere sono quelle di Adolf Eichmann. Prima del suo ille¬gale rapimento ad opera di Israeliani, nel maggio 1960, e della prevista ondata di pubblicità internazionale, sol¬tanto pochissimi avevano mai sentito parlare di lui. Era ef¬fettivamente una persona relativamente poco importante nella gerarchia tedesca: egli era il capo dell’ufficio A 4 b nella sezione IV (Gestapo) dell’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich (Reichssicherheitshauptamt). Il suo ufficio con¬trollava il trasporto nei campi di concentramento di una categoria determinata di cittadini di un paese nemico, internati in Germania: gli Ebrei. Un profluvio di menzogne sommerse il mondo intero nel 1960: vogliamo citare un solo sempio, dal libro Eichmann: The Savage Truth di Comer Clarke: « Le orge duravano spesso fino alle 6 del mattino, fino a poche ore prima di mandare a morte un nuovo contingente di internati » (dal capitolo Streamlined Death and Wild Sex Qrgies, pag. 124).
    Stranamente le presunte “Memorie” di A. Eichmann apparirono improvvisamente proprio al momento del suo rapimento. Esse furono pubblicate, senza nemmeno essere state sottoposte a un esame critico, dalla rivista americana “Life”, il 28 novembre e il 5 dicembre 1960: sarebbero state consegnate da Eichmann in persona ad un giornalista In Argentina, poco prima della sua cattura: una strana coin¬cidenza davvero. Altre fonti, però, danno una diversa ver¬sione dei fatti: si tratterebbe di una relazione di Eichmann a un suo « complice », risalente al 1955: a nessuno però è venuto mai in mente di identificare questa persona.
    Per un’altra straordinaria combinazione - così dichia¬rano ricercatori di crimini di guerra - sarebbero stati trovati, negli archivi della biblioteca del Congresso, negli Stati Uniti, « gli atti completi » sulla sezione diretta da Eichmann: questo più di 15 anni dopo la guerra.
    Per quanto riguarda le “Memorie”, esse furono fatte in modo che risultassero il più compromettenti possibile, senza tuttavia sconfinare nel campo della pura fantasia e ci fanno vedere un Eichmann pieno di gioia per « l’annien¬tamento fisico degli Ebrei ». La loro inautenticità può es¬sere dimostrata con la considerazione di alcuni errori in esse contenuti: quando si dice per esempio, che Himmler avrebbe ricevuto il comando supremo dell’Einsatzheer già nell’aprile del 1944, mentre in realtà lo assunse solo dopo l’attentato del 20 luglio 1944 contro Hitler, circostanza che Eichmann non poteva ignorare.
    L’apparizione di queste “Memorie” al momento giusto ci fa capire che il loro scopo era quello di creare, prima del processo, un’immagine propagandistica dell”`incorreg¬gibile nazista”, del mostro in sembianze umane.
    Le peripezie dei processo Eichmann in Israele qui non ci interessano. I documenti di provenienza sovietica, usati come prove nel processo, quali la dichiarazione Wisliceny, li abbiamo già esaminati e, per un resoconto sulla “tortura di 3° grado”, a cui fu sottoposto Eichmann durante la sua prigionia, per essere indotto a “collaborare”, il lettore è rimandato al giornale londinese Jewish Chronicle del 2 settembre 1960. Ma ancor più significativo è il contenuto di una lettera di Eichmann, che si pretende abbia scritto di sua volontà e abbia consegnato ai suoi rapitori a Buenos Aires. Non occorre dire che subito l’editoria ebraica si fece viva. Il contenuto di quella lettera mostra con eviden¬za che essa fu redatta da uno o più israeliani. Nulla prova la credulità umana meglio di questa frase: « Io consegno questa dichiarazione di mia propria volontà ». Ma il passo più significativo e rivelatore è quando egli dichiara che è disposto a comparire davanti a un tribunale in Israele « per dare alle generazioni venture una testimonianza autentica di quanto è successo ».
    Manipolazioni su Treblinka
    Le ultime memorie pubblicate sono quelle di Franz Stangl, ex comandante di Treblinka in Polonia, condannato all’ergastolo nel dicembre 1970. Sono state pubblicate dal Daily Telegraph Magazine di Londra, 1′8 ottobre 1971, e dovrebbero avere avuto origine da una serie di interviste rilasciate da Stangl in prigione. Alcuni giorni dopo l’inter¬vista egli mori. Queste presunte “Memorie” sono la cosa più strana e bizzarra che mai sia stata pubblicata. Si può essere tuttavia riconoscenti all’Autore di questo articolo per alcune rivelazioni: per esempio « le prove presentate nel corso del processo non hanno dimostrato che Stangl abbia compiuto crimini », e « il resoconto sul comporta¬mento di Stangl in Polonia è frutto, in parte, di manipo¬lazioni ».
    Un tipico esempio di queste manipolazioni è la descri¬zione della prima visita di Stangl a Treblinka. Al suo arrivo alla stazione ferroviaria, avrebbe visto « migliaia di cada¬veri », buttati sui binari, « centinaia, anzi migliaia di cada¬veri dappertutto, ormai in stato di decomposizione ». E « in stazione c’era un treno pieno di Ebrei, alcuni morti, altri ancora in vita… Sembrava che fosse lì già da alcuni giorni ». Il resoconto raggiunge il colmo dell’assurdità, quando Stangl, scendendo dalla sua carrozza, « affonda fino al ginocchio in un mare di denaro: non sapevo dove dirigermi, dove andare. Affondavo in un mare di banco¬note, monete, pietre preziose, gioielli e vestiti. Erano tutti sparsi per terra. »
    Il quadro riceve il tocco finale « da prostitute di Var¬savia, che, completamente ubriache, ballavano, cantavano, facevano musica », dall’altra parte del filo spinato.
    Per una mente sana tutto questo, « l’affondare fino al ginocchio » in banconote e gioielli di Ebrei, tra migliaia di cadaveri e prostitute scatenate, richiederebbe il più alto grado di sconsideratezza, e sarebbe, in un contesto meno fantasioso di quello dei Sei Milioni, da considerare come il più pazzo vaniloquio.
    Ciò che toglie ogni apparenza di veridicità al memo. riale di Stangl è la sua presunta risposta a chi gli doman¬dava perché venissero sterminati gli Ebrei: « Volevano il denaro degli Ebrei; la questione razziale veniva in se¬condo piano ». L’intervista si conclude in modo molto sospetto. Essendogli stato domandato se pensasse che « in questo terrore fosse riposto qualche significato », l’ex co¬mandante nazista avrebbe risposto, entusiasta: « Sì, sono sicuro che un senso c’è. Forse gli Ebrei avevano bisogno di questo terribile choc per ritrovare l’unione, per ricreare un popolo, così che ognuno potesse riconoscersi nell’al¬tro ». Non si potrebbe immaginare una risposta così per¬fetta (e così utile alla propaganda sionista. N.d.T. ), se essa non fosse stata inventata.
    Best-seller: una montatura
    Tra l’infinità di “Memorie” che ci offrono un quadro degli sventurati Ebrei, perseguitati dalla bestialità nazista, la più nota è sicuramente il Diario di Anna Frank: la verità su questo libro ci consente di gettare uno sguardo disgu¬stato sulla fabbricazione di una menzogna propagandistica. Pubblicato la prima volta nel 1952, il Diario di Anna Frank è divenuto subito un best-seller: ne furono pubblicate 40 edizioni in formato tascabile e ne fu tratto un film di suc¬cesso. Otto Frank, il padre della ragazza, con i diritti d’au¬tore del libro, che pretende rappresentare la tragedia del¬la figlia, ha messo insieme una fortuna. Appellandosi di¬rettamente al sentimento, il libro e il film hanno effetti¬vamente ìnfluenzato milioni di persone in tutto il mondo, più che qualsiasi altra storia del genere.
    Nota del Traduttore:
    Tuttavia negli anni 1956-58 fu celebrato « at the Coun¬ty Court House in the City of New York » un processo che si concluse con la condanna di Otto Frank a pagare allo scrittore ebreo Meyer-Levin una somma pari a 50.000 dol¬lari a titolo di risarcimento per « truffa, rottura di con¬tratto e illegittima utilizzazione di idee ».
    La causa giudiziaria riguardava invero l’adattamento teatrale del Diario di Anna Frank e questioni concernenti diritti di distribuzione dell’adattamento stesso.
    Ma da un attento esame del carteggio Mayer-Levin Otto Frank, contenuto nel processo (registrato sotto: New York County Clerk’s Office 2241/1956), e delle notizie di stampa dell’epoca, particolarmente sul New York Times, risulta:
    1) che Mayer-Levin rielaborò il Diario, impegnandosi a non rivelare a nessuno tale lavoro;
    2) che Anna Frank aveva lasciato 150 annotazioni, che per contenuto e stile riflettevano il modo di sentire e di pen¬sare di una adolescente. In realtà solo poche delle 150 annotazioni, così come esse appaiono oggi nelle 293 (!) pagine del Diario, possono essere attribuite ad una 13-15¬enne: il contenuto e lo stile del Diario, le conoscenze di contesti storici, la capacità di giudizio, l’arte della ripeti¬zione, ecc., tutto ciò presuppone l’opera di uno scrittore adulto;
    3) che Otto Frank loda calorosamente in molte lettere il lavoro di Mayer-Levin. Di quale lavoro si trattava? Poiché l’adattamento teatrale del Diario eseguito da Mayer-Levin non fu mai lodato da nessuno, anzi rappresentò uno dei motivi del processo, ne consegue che i1 lavoro lodato ri¬guardasse il Diario. (Cfr. U. Valendy, Das Anne-Frank-Ta¬gebuch, in Denk mit!, Nr. 6 del 1976.)
    Noi possiamo citare brevemente un altro “Diario”, pubblicato non molto tempo dopo quello di Anna Frank, e intitolato Notes f rom the Warsaw Ghetto: the Journal of Emmanuei Ringelblum (New York, 1958). Ringelblum fu un capo nella campagna di sabotaggio contro i Tede¬schi in Polonia, così come nella rivolta del ghetto di Var¬savia nel 1943, finché fu catturato e giustiziato nel 1944. Il Diario di Ringelblum, che riferisce le solite “voci” sullo sterminio che circolavano in Polonia, fu pubblicato, al pari delle cosiddette “Memorie” di Hoess, sotto regia co¬munista.
    Mc Graw-Hill, gli editori americani, ammettono che il manoscritto originale, non censurato, conservato a Var¬savia, non fu loro accessibile; noi, pertanto, dovremmo ri¬farci, fiduciosi, all’edizione “purgata” del governo comuni¬sta di Varsavia (1952).
    Tutte queste “prove” di fonte comunista sono perciò senza alcun valore come documenti storici.
    Menzogne su menzogne
    A partire dalla fine della guerra c’è stato un rigoglioso fiorire della letteratura concentrazionaria. La maggior parte di essa è di fonte ebraica. Ogni libro rigurgita di atrocità e mescola frammenti di verità con le più inve¬rosimili menzogne, dove è assente ogni rapporto con la realtà storica. Esempi ne abbiamo già dati: l’assurdo Cin¬que Camini di Olga Lengyel (« ogni giorno venivano “lavo¬rati” 24.000 cadaveri »); Medico ad Auschwitz di Miklos Nyiszli, manifestamente una persona fittizia; Questo era Auschwitz: Storia di un Campo di Sterminio di Philipp Friedman, e così di seguito fino alla nausea.
    L’ultimo della serie è “For Those I Loved”, di Martin Grey (Bodley Head 1973), che dà ad intendere di fornire un resoconto sul campo di Treblinka in Polonia. Grey si era occupato, in America, della vendita di falsi d’antiqua¬riato, prima di rivolgersi ai suoi ricordi “concentrazionari”. Tuttavia le circostanze che accompagnano la pubblicazione del suo libro sono simili a quelle della sua precedente attività; poiché per la prima volta furono sollevati seri dubbi sull’autenticità del contenuto. Persino Ebrei, preoc¬cupati del danno provocato dal libro, condannarono l’ope¬ra come ciarlatanesca e si domandarono se l’autore fosse mai stato a Treblinka; mentre la stazione radiofonica bri¬tannica della BBC lo mise alle strette e gli domandò per¬ché avesse atteso 28 anni per scrivere le sue memorie.
    L’articolo di fondo del giornale londinese Jewish Chronicle (Cronaca ebraica) del 30 -marzo 1973, sebbene condannasse il libro di Grey, contribuì ad ingrandire la menzogna dei Sei Milioni. Così vi si legge: « Circa 1.000.000 di persone furono assassinate a Treblinka, nel corso di un anno. Ogni giorno 18.000 internati prendevano la via delle camere a gas ».
    È triste che un così gran numero di gente legga simili sciocchezze e vi presti fede, senza riflettere. Se veramente fossero state uccise 18.000 persone ogni giorno, il numero di 1.000.000 sarebbe stato raggiunto in 56 giorni, e non « nel corso di un anno ». Una simile colossale prestazione, pertanto, lascerebbe vuoti i rimanenti 10 mesi dell’anno. 18.000 al giorno farebbero 6.480.000 « nel corso di un an¬no ». Ciò significherebbe che i Sei Milioni morirono tutti a Treblinka in 12 mesi. E che ne è dei 3 o 4 milioni di Auschwitz?
    Simili considerazioni ci mostrano che una volta giunti a far accettare la cifra assurda dei Sei Milioni, si possono fare tutte le permutazioni che si vuole senza che nessuno pensi a discuterle.
    Nella sua recensione al libro di Grey, la Jewish Chro¬nicle fa una rivelazione interessante a proposito delle camere a gas: « Grey si ricorda che il pavimento delle ca¬mere a gas era inclinato, mentre altri superstiti, che le avevano costruite, insistono che era orizzontale… ». Occasionalmente vengono alla luce libri di ex inter¬nati che ci offrono un quadro del tutto diverso. Uno è quello di Margarete Buber, Under Two Dictators, (Lon¬dra 1950). L’autrice era un’Ebrea tedesca, che aveva rac¬colto, per diversi anni, amare esperienze sulle condizioni di vita, brutali e primitive, nei campi di prigionia sovie¬tici, prima di essere inviata, nell’agosto del 1940, a Raven¬sbruck, al campo tedesco per donne.
    Poté rendersi conto di essere la sola di tutti gli Ebrei del suo contingente di rimpatriati dall’Unione Sovietica a non essere stata immediatamente rilasciata dalla Gestapo. Il suo libro mette in evidenza il forte contrasto esistente tra i campi russi e quelli tedeschi. In paragone alla spor¬cizia, al disordine, e alla fame che regnavano nei campi sovietici, la Buber trovò Ravensbruck pulito, amministrato bene, e con umanità. Bagni periodici e biancheria pulita le sembrarono, dopo le esperienze precedenti, un lusso, e il suo primo pranzo con pane bianco, salsicce, fiocchi d’ave¬na e frutta secca la spinse a chiedere ad un’altra internata se il 3 agosto fosse un giorno di festa o un giorno altri¬menti importante. Osservò che le baracche a Ravensbruck erano considerevolmente grandi, in confronto con le luride catapecchie sovraffollate dei campi sovietici. Nei primi mesi del 1945 assistette al continuo peggioramento delle condizioni di vita nel campo: le cause di questo fenomeno le esamineremo più avanti.
    Un altro resoconto che contrasta con la solita propa¬ganda è quello di Charlotte Bormann, Die Gestapo làsst bitten. L’autrice era una prigioniera politica, di fede co¬munista, internata a Ravensbriick. La sua più interessante rivelazione è che le voci sulle “gassazioni” erano un’inven¬zione, propagata deliberatamente dai prigionieri comunisti. Questi comunisti si rifiutarono di integrare Margarete Buber nel loro gruppo perché era stata prigioniera nel¬l’Unione Sovietica. Un’altra terribile immagine dei processi del dopoguerra ce la dà il fatto che a Charlotte Bormann non fu permesso di testimoniare al processo contro le guardie del campo di Ravensbrúck a Rastadt, nella zona di occupazione francese. Questo è ciò che normalmente capita a chi non accetta la menzogna dello sterminio.
    Le ultime memorie pubblicate sono quelle di Franz Stangl, ex comandante di Treblinka in Polonia, condannato all’ergastolo nel dicembre 1970. Sono state pubblicate dal Daily Telegraph Magazine di Londra, 1′8 ottobre 1971, e dovrebbero avere avuto origine da una serie di interviste rilasciate da Stangl in prigione. Alcuni giorni dopo l’inter¬vista egli mori. Queste presunte “Memorie” sono la cosa più strana e bizzarra che mai sia stata pubblicata. Si può essere tuttavia riconoscenti all’Autore di questo articolo per alcune rivelazioni: per esempio « le prove presentate nel corso del processo non hanno dimostrato che Stangl abbia compiuto crimini », e « il resoconto sul comporta¬mento di Stangl in Polonia è frutto, in parte di manipo¬lazioni ».
    Un tipico esempio di queste manipolazioni è la descri¬zione della prima visita di Stangl a Treblinka. Al suo arrivo alla stazione ferroviaria, avrebbe visto « migliaia di cada¬veri », buttati sui binari, « centinaia, anzi migliaia di cada¬veri dappertutto, ormai in stato di decomposizione ». E « in stazione c’era un treno pieno di Ebrei, alcuni morti, altri ancora in vita… Sembrava che fosse lì già da alcuni giorni ». Il resoconto raggiunge il colmo dell’assurdità, quando Stangl, scendendo dalla sua carrozza, « affonda fino al ginocchio in un mare di denaro: non sapevo dove dirigermi, dove andare. Affondavo in un mare di banco¬note, monete, pietre preziose, gioielli e vestiti. Erano tutti sparsi per terra. »
    Il quadro riceve il tocco finale « da prostitute di Var¬savia, che, completamente ubriache, ballavano, cantavano, facevano musica », dall’altra parte del filo spinato.
    Per una mente sana tutto questo, « l’affondare fino al ginocchio » in banconote e gioielli di Ebrei, tra migliaia di cadaveri e prostitute scatenate, richiederebbe il più alto grado di sconsideratezza, e sarebbe, in un contesto meno fantasioso di quello dei Sei Milioni, da considerare come il più pazzo vaniloquio.
    VIII CONDIZIONI DI VITA NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO DURANTE LA GUERRA E LORO NATURA
    Nel suo recente libro Adolf Hitler (Londra 1973), Colin Cross tratta i molti problemi di questo periodo con una intelligenza che è raro trovare in questo dominio. Egli osserva acutamente che sarebbe stato assolutamente inu¬tile trasportare su e giù per l’Europa, in un momento par¬ticolarmente critico della guerra, milioni di Ebrei, per poi eliminarli (pag. 307). Proprio a questo punto dobbiamo porci la domanda se era stata possibile e verosimile una tale insensatezza. E’ verisimile che nel momento culmi¬nante della guerra, quando i Tedeschi conducevano una lotta disperata su due fronti, combattendo per la soprav¬vivenza, essi abbiano trasportato per chilometri e chilo¬metri milioni di Ebrei, per condurli in presunti e dispen¬diosi macelli?
    Trasportare tre o quattro milioni di Ebrei ad Ausch¬witz (ammesso, ma ciò è insostenibile, che allora vivesse in Europa un tale numero di Ebrei), sarebbe stato im¬possibile per il sistema di trasporti tedesco, impegnato al massimo per l’approvvigionamento dell’immenso fronte orientale. Il trasporto di questi fantomatici Sei Milioni di Ebrei, più gli innumerevoli altri prigionieri di altre na¬zionalità, nei campi di concentramento avrebbe paralizzato tutte le operazioni militari. Non si può certo pensare che i Tedeschi così ben organizzati ed efficienti abbiano in questo modo messo in gioco le loro fortune militari.
    D’altro canto il trasporto ad Auschwitz di 363.000 pri¬gionieri - che è il totale degli internati che furono regi¬strati in questo campo - nel corso della guerra è sensato, in considerazione della loro utilizzazione nei complessi in¬dustriali ivi esistenti. In effetti dei 3 milioni di Ebrei che allora restavano in Europa, solo due milioni al massimo furono internati, ed è verisimile che questo totale debba essere ridotto a 1.500.000. Vedremo più avanti nella “Rela¬zione della Croce Rossa Internazionale”, che l’intera popo¬lazione ebraica di alcuni stati (come la Slovacchia) non conobbe mai i campi di concentramento, mentre altre co¬munità ebraiche vennero raccolte in ghetti, come There¬sienstadt.
    L’evacuazione dell’Europa occidentale è stata tutto sommato modesta. Le valutazioni di Reitlinger, secondo il quale soltanto 50.000 Ebrei francesi, dei 320.000 comples¬sivi, furono evacuati ed internati, le abbiamo già esaminate.
    Bisogna porsi anche la domanda, se fu possibile eli¬minare milioni di Ebrei. Ne avrebbero avuto il tempo i Tedeschi? È possibile che essi abbiano cremato milioni di persone, se lamentavano la scarsità di mano d’opera e impiegavano tutti i prigionieri nell’industria bellica? Sa¬rebbe stato possibile eliminare in 6 mesi milioni di per¬sone, senza lasciarne traccia? Si sarebbe potuto mante¬nere segreta una concentrazione così enorme di Ebreì e il loro annientamento? Queste sono le domande che do¬vrebbe porsi una persona dotata di intelligenza critica; la quale scoprirebbe presto che non solo la documentazio¬ne statistica, che qui abbiamo fornito, ma anche i proble¬mi di trasporto e di approvvigionamento rendono insoste¬nibile la favola dei Sei Milioni.
    Sebbene fosse impossibile eliminare milioni di inter¬nati nei Lager tedeschi l’organizzazione e le condizioni di vita in questi campi sono state così esagerate da rendere credibile un tale assunto. William Shirer sostiene, in un suo tipico, superficiale scritto, che « tutti i 30 principali campi di concentramento nazisti erano campi della mor¬te » (ibid., pag. 1150). Questo è falso, e non viene sostenuto nemmeno dai più accaniti propugnatori della favola dei Sei Milioni. Shirer cita anche il libro di Eugen Kogon, The Theory and Practice of Hell (New York 1950, pag. 227), dove il numero complessivo dei morti viene valutato addirittura in 7.125.000, benché Shirer stesso riconosca, in nota, che la cifra « è senza dubbio troppo alta ».
    « Campi di sterminio » dietro la cortina di ferro
    Nel 1945 la propaganda alleata sosteneva che tutti i campi di concentramento, soprattutto quelli in Germania, erano « campi di sterminio »; ma presto ciò si rivelò falso. Della questione si occupò l’autorevole storico americano Harry Elmer Barnes, che scrisse: « Questi campi furono presentati come « campi di sterminio » - Dachau, Bergen¬Belsen, Buchenwald, Sachsenhausen e Dora - ma è ades¬so chiaro che in essi non ci fu mai uno sterminio sistema¬tico. Poi l’attenzione fu rivolta ad Auschwitz, Treblinka, Belzec, Chelmno, Janowska, Tarnow, Ravensbrúck, Maut¬hausen, Brezeznia e Birkenau, nomi che ancora non esau¬riscono questa lista che è stata allungata secondo il bi¬sogno. » (Rampart Journal, estate 1967).
    Osservatori coscienziosi, tra le truppe di occupazione britanniche e americane in Germania, ammisero che molti internati erano morti, durante gli ultimi mesi della guer¬ra, per malattie o per fame, ma che non erano state trovate tracce di “camere a gas”. Per questo motivo i campi di concentramento orientali, nella zona di occupazione sovie¬tica, come Auschwitz e Treblinka, vennero in primo piano e furono considerati il centro dello sterminio (sebbene a nessuno fosse permesso di visitarli); questa tendenza con¬tinua a tutt’oggi. In questi campi sarebbe accaduto di tut¬to, ma a causa dell’impenetrabile “cortina di ferro” nes¬suno è finora riuscito a confermare queste accuse. I comu¬nisti affermarono che 4.000.000 di internati furono uccisi ad Auschwitz in enormi camere a gas, che potevano con¬tenere 2.000 persone - e nessuno ha mai potuto dimostra¬re il contrario.
    Qual è la verità sulle cosiddette “camere a gas”? Stephen F. Pinter, che lavorò per sei anni, dopo la guerra, come consulente legale per il Ministero della Guer¬ra degli Stati Uniti per truppe di occupazione in Germania e in Austria, fece la seguente constatazione, nel diffuso giornale cattolico Our Sunday Visitor (L’osservatore della domenica) del 14 giugno 1959:
    « Sono stato per 17 mesi, dopo la guerra, a Dachau, come avvocato del “Ministero della Guerra” degli Stati Uni¬ti, e posso confermare che a Dachau non esisteva alcuna camera a gas. Quello che veniva mostrato e indicato come camera a gas ai visitatori era un forno crematorio (e lo sbaglio non era certo involontario). Anche negli altri campi di concentramento in Germania non c’erano camere a gas. A noi venne raccontato che ad Auschwitz esisteva una ca¬mera a gas, ma poiché si trovava nella zona di occupazione sovietica, non ci fu permesso di svolgere una inchiesta. Ciò che ho potuto constatare nei sei anni che ho trascorso dopo la guerra in Germania e in Austria è che un certo numero di Ebrei era stato eliminato, ma che la cifra di un milione non è sicuramente mai stata raggiunta. Ho ascol¬tato migliaia di Ebrei, ex internati in campi di concentra¬mento In Germania e in Austria, ed io stesso mi considero un esperto in questa materia ».
    E’ una versione del tutto diversa, rispetto a quella della consueta propaganda. Pinter, naturalmente, è molto acuto trattando la questione dei crematori solitamente presentati come “camere a gas”. E’ una astuzia ricorrente: infatti in questi campi di concentramento non poté mai essere mostrata una camera a gas; da qui la designazione di Gaso f en (forni a gas), che ha lo scopo di creare confu¬sione tra il concetto di “camera a gas” e quello di “crema¬torio”. Qust’ultimo era un forno simile a quelli usati an¬cor oggi in tutti i cimiteri e serviva alla cremazione dei cadaveri di quelle persone che erano morte per cause na¬turali, soprattutto per malattie infettive. Questo fatto è stato confermato anche dal cardinal Faulhaber, arcivescovo di Monaco. Egli spiegò agli Americani che durante gli at¬acchi aerei alleati su Monaco del settembre 1944 erano state uccise 30.000 persone. L’arcivescovo pregò le autorità tede¬sche di far cremare le vittime nel crematorio di Dachau, ma gli fu risposto che ciò era impossibile: il crematorio aveva un solo forno, insufficiente per tutte le vittime del¬’,'attacco aereo. Da ciò si evince che il crematorio non sarebbe stato sufficiente neppure per i 238.000 cadaveri li Ebrei, che si pretende siano stati uccisi a Dachau. Per¬ché ciò potesse accadere, il crematorio sarebbe dovuto rimanere in funzione ininterrottamente per 326 anni e avrebbe prodotto 530 tonnellate di cenere.
    Il numero dei morti si riduce
    Il totale del numero degli internati, morti a Dachau, è un esempio tipico del genere di esagerazioni che poi vennero radicalmente corrette. Nel 1946, il Segretario di Stato ebreo del governo bavarese, Philip Auerbach, quello stesso Auerbach che in seguito fu riconosciuto colpevole di essersi appropriato di somme di denaro che egli aveva reclamate a titolo d’indennizzo in nome di Ebrei mai esi¬stiti, scoprì a Dachau, nel 1946, una lapide, su cui era scritto: Questo territorio deve essere ricordato come il luogo dove furono cremate 238.000 persone ».
    Da allora questa cifra è stata costantemente ridotta e attualmente si è giunti a soli 20.600 decessi, dovuti prin¬cipalmente al tifo o alla fame: flagelli degli ultimi mesi di guerra. Questa riduzione è giunta oggi al 10% della cifra iniziale, e si continuerà certamente a correggere questo totale ed anche la cifra assurda dei “Sei Milioni”.
    Un altro esempio è la drastica riduzione delle valuta¬zioni sulle perdite umane ad Auschwitz. Le accuse assur¬de che parlano di 3 o 4 milioni di morti sono incompren¬sibili anche per lo stesso Reitlinger. Egli infatti valuta le perdite a 600.000; sebbene anche questa cifra sia esa¬gerata, rappresenta un notevole progresso; ulteriori ret¬tifiche non mancheranno di certo. Lo stesso Shirer si rifà all’ultima valutazione di Reitlinger, ma trascura di conciliarla con la sua precedente asserzione, che circa 300.000 Ebrei ungheresi « sarebbero stati uccisi in 46 gior¬ni » - una delle più irresponsabili sciocchezze che mai siano state scritte su questo argomento.
    Condizioni di vita
    Il fatto che alcune migliaia di internati morirono negli ultimi, caotici mesi della guerra, ci porta a chiederci come essi vissero durante la guerra. Le condizioni di vita dei prigionieri sono state descritte in modo falso e distorto in un’infinità di libri, con tinte sinistre e terrificanti. Il rapporto della Croce Rossa, che esamineremo più avanti, dimostra, però, che durante tutta la guerra i campi erano bene amministrati. Gli internati che vi lavoravano ricevet¬tero, negli anni 1943 e 1944, una razione quotidiana di non meno di 2.750 calorie, il doppio di quanto riceveva il citta¬dino medio tedesco dopo la guerra nella Germania occu¬pata. Gli internati erano sotto costante controllo medico e quelli gravemente ammalati venivano portati all’ospe¬dale. Tutti gli internati, contrariamente a quanto succe¬deva nei campi sovietici, potevano ricevere pacchi conte¬nenti alimenti, indumenti e medicinali da parte dell’Uffi¬cio Assistenza della Croce Rossa. L’ufficio del procura¬tore di Stato conduceva accurate indagini nei casi di pri¬gionieri arrestati per attività criminali. Gli innocenti veni¬vano rilasciati; coloro che venivano considerati colpevoli, così come i deportati accusati dei crimini più gravi all’in¬terno del campo, venivano processati da una corte mili¬tare e giustiziati. Nell’archivio di Coblenza si trova una direttiva di Himmler del gennaio 1943, che riguarda ap¬punto queste esecuzioni: in essa si ricorda che « non sono permesse brutalità » (Manwell e Frankl, ibid., pag. 312). Occasionalmente ci furono episodi di brutalità, ma essi furono subito stroncati dal giudice delle SS dr. Konrad Morgen dell’Ufficio di Polizia Criminale del Reich, il cui compito era quello di indagare su irregolarità nei campi di concentramento. Lo stesso Morgen condannò il co¬mandante di Buchenwald, Koch, nel 1943, per eccessi avvenuti nel suo campo; il processo si svolse pubblica¬mente. È significativo che anche Oswald Pohl, capo am¬ministrativo dei campi di concentramento, trattato in modo così atroce a Norimberga, fosse favorevole alla con¬danna a morte di Koch. Il tribunale delle SS condannò Koch a morte, ma gli fu concessa la possibilità di ri¬scattarsi sul fronte russo. Tuttavia, prima che ciò po¬tesse accadere, il principe Waldeck, comandante terri¬toriale delle SS, esegui la sentenza. Questo episodio dimo¬stra con quanta severità le SS condannassero atti di inu¬tile brutalità.
    Durante la guerra molti procedimenti del tribunale delle SS furono tenuti proprio nei campi di concentra¬mento, per impedire eccessi, e, fino al 1945, furono esami¬nati più di 800 casi. Morgen dichiarò, a Norimberga, di aver discusso confidenzialmente con molte centinaia di internati sulle condizioni di vita nei campi. Trovò pochi prigionieri sottonutriti (e nessuno negli ospedali), e notò che lo zelo nel lavoro e la dedizione al proprio dovere era¬no, negli internati, molto minori che non negli operai te¬deschi.
    La testimonianza di Pinter e del cardinale Faulhaber ci hanno dimostrato che le accuse di sterminio a Dachau sono false, e abbiamo visto che il numero delle vittime di questo campo viene continuamente ridotto. Dachau può essere considerato tipico esempio di campo di concen¬tramento: il lavoro nelle fabbriche e negli stabilimenti era obbligatorio, ma il capo comunista Ernst Ruff testi¬moniò, in una dichiarazione giurata del 18 aprile 1947 a Norimberga, che il trattamento era umano. Il capo del movimento clandestino polacco Jan Piechowiak internato a Dachau dal 20 maggio 1940 fino al 29 aprile 1945, testi¬moniò il 21 marzo 1946 che i prigionieri godevano di un buon trattamento e che il personale delle SS era « molto disciplinato ». Berta Schirotschin, che lavorò per tutto il periodo della guerra nel magazzino viveri di Dachau, testi¬moniò che gli internati lavoratori, fino all’inizio del 1945, nonostante la crescente carestia in Germania, ricevevano ogni mattina verso le 10 la loro seconda colazione.
    In generale centinaia di dichiarazioni giurate testi¬moniarono a Norimberga sulle condizioni umane nei cam¬pi di concentramento, ma fu data rilevanza soltanto a quelle che rispecchiavano una cattiva amministrazione te¬desca e che potevano essere usate per fini propagandi¬stici. Uno studio dei documenti rende manifesto che testi¬moni ebrei, che rifiutarono l’evacuazione e l’internamento in campi di concentramento, esagerarono vistosamente le cattive condizioni di vita che là regnavano, mentre inter¬nati di altre nazionalità, prigionieri per motivi politici, diedero un quadro molto più equilibrato. In molti casi a diversi prigionieri, come per esempio a Charlotte Bormann, non venne permesso di deporre, perché le loro espe¬rienze non coincidevano con l’immagine propagandistica fabbricata a Norimberga.
    Caos inevitabile
    L’ordine che regnava nei campi di concentramento tedeschi si deteriorò lentamente negli ultimi, terribili mesi della guerra nel 1945. Il rapporto della Croce Rossa di¬chiara che i massicci bombardamenti a tappeto degli Al¬leati distrussero il sistema di comunicazioni e di in¬formazioni nel “Reich”. I rifornimenti di viveri non po¬terono più raggiungere f campi di concentramento e la fame provocò vittime in numero sempre maggiore, così tra gli internati dei campi di concentramento come tra la popolazione civile.
    Questa terribile situazione fu ancor peggiorata nei campi di prigionia dal sovraffollamento e dalle epidemie di tifo. Il sovraffollamento era causato dallo sgombero dei campi dell’Est, come Auschwitz, quando i prigionieri fu¬rono trasportati verso Ovest a causa dell’avanzata sovietica. Colonne di uomini sfiniti e distrutti giunsero pertanto in alcuni campi tedeschi, come Bergen-Belsen e Buchenwald, che già versavano in notevoli difficoltà.
    Il campo di Bergen-Belsen, vicino a Brema, si trovava a partire dal gennaio 1945 in una situazione caotica ed il massaggiatore di Himmler, Felix Kersten, un antinazista, spiega che la triste nomea di “campo della morte” sorse per via della terribile epidemia di tifo, scoppiata nel marzo del 1945 (Memoirs 1940-1945, Londra 1965). Senza dubbio simili terribili condizioni provocarono parecchie migliaia di decessi: così si spiegano le fotografie di esseri umani ischeletriti e di mucchi di cadaveri, che i propagandisti pubblicano e ripubblicano sotto il titolo di « vittime della politica di sterminio nazista ».
    Una sorprendente e obiettiva descrizione delle con¬dizioni di vita a Bergen-Belsen nel 1945 è stata pubblicata nella Purnell’s History of the Second World War (vol. 7, n. 15), del dr. Russel Barton, attualmente capo sezione e consulente psichiatrico nel Severalls Hospital - Essex, il quale, dopo la guerra, trascorse un mese nel campo, come studente di medicina. La sua relazione spiega le vere cau¬se della mortalità in questi campi di concentramento ver¬so la fine della guerra: il dr. Barton dice che il brigadiere Glyn Hughes, medico militare che assunse il comando di Bergen-Belsen nel 1945, non pensò « che fossero stati com¬messi dei crimini nel campo ». II dr. Barton scrive « che la maggior parte poté credere che le condizioni in cui vive¬vano gli internati fossero state intenzionalmente provocate dai Tedeschi. Gli internati segnalarono esempi di brutalità e trascuratezza, e i giornalisti che visitarono i campi di concentramento, provenienti da diversi paesi, diedero dei resoconti che assecondavano le esigenze propagandistiche del loro paese ».
    Tuttavia il dr. Barton spiega chiaramente che la mor¬talità e le malattie erano inevitabili, in quelle condizioni, e che peraltro esse si manifestarono solo negli ultimi mesi di guerra. « Da conversazioni con prigionieri risultò chia¬ramente che le condizioni di vita, fin verso la fine del 1944, non erano cattive. Le baracche sorgevano in mezzo a pinete, e tutte avevano tolette, lavandini, docce e stufe ».
    Egli spiega anche la carenza di viveri: « Ufficiali me¬dici tedeschi mi raccontarono che il trasporto di viveri era diventato sempre più difficile. Sulle strade ogni mezzo di trasporto veniva mitragliato e bombardato… ».
    Rimasi stupito nel trovare registri di 2 o 3 anni prima, dove erano documentate le grandi quantità di cibo che veniva quotidianamente cucinato e distribuito. Da allora non condivido l’opinione generale, secondo cui ci sarebbe stata una deliberata politica della fame. Ciò dovrebbe essere confermato dal gran numero di internati ben nu¬triti. Come mai allora molti soffrirono di denutrizione? Le cause principali, a Bergen-Belsen alla fine della guerra furono: malattie, sovraffollamento causato dall’arrivo di internati dai “Lager” dell’Est, mancanza di disciplina e poco rispetto dei regolamenti all’interno delle baracche, scarso rifornimento di viveri, acqua e medicinali: ». La mancanza di disciplina provocò delle sommosse durante la distri¬buzione dei viveri: gli Inglesi dovettero usare le mitra¬gliatrici e i carri armati per riportare l’ordine nel campo.
    Glyn Hughes calcola che, a parte gli inevitabili decessi dovuti alle circostanze particolari « circa un migliaio di prigionieri morirono a causa della improvvisa abbondanza di viveri: i soldati inglesi offrirono loro le proprie razioni di viveri e di cioccolata. » Essendo stato lui stesso a Ber¬gen-Belsen, subito dopo la fine della guerra, il dr. Barton è ben informato su ciò che riguarda le menzogne della mitologia dei campi di concentramento, e conclude: « Per capire le cause della situazione che abbiamo trovato a Bergen-Belsen, bisogna stare attenti e non farsi suggestio¬nare dall’orribile spettacolo che si è presentato ai nostri occhi e che è stato abilmente sfruttato dalla propaganda ».
    Voler parlare di queste condizioni « semplicemente con le parole “buono” o “cattivo”, significa non rendersi conto di tutte le circostanze ».
    Montaggi fotografici.
    Non soltanto situazioni del genere, come quelle di Bergen-Belsen, furono vergognosamente sfruttate per fini propagandistici, ma la propaganda utilizzò fotografie e film di atrocità interamente truccati. Le condizioni ecce¬zionali in cui venne a trovarsi Bergen-Belsen valgono ef¬fettivamente soltanto per pochi campi. La maggior parte di essi sfuggi alle più gravi difficoltà e tutti gli internati sopravvissero in buone condizioni di salute. Tuttavia è stato fatto uso di abili falsificazioni, per esagerare le con¬dizioni dei campi negli ultimi mesi di guerra. Un simile caso di falsificazione fu scoperto dal giornale britannico Catholic Herald, il 29 ottobre 1948. A Kassel, dove ogni tedesco adulto fu costretto ad assistere a un film sugli “orrori” di Buchenwald, un medico di Gottinga riconobbe se stesso sullo schermo, mentre osservava delle vittime.
    Dopo un momento di sbalordimento, si rese conto di aver visto delle scene di un documentario, girato dai Te¬deschi a Dresda, dopo il terribile attacco aereo del 13 febbraio 1945: in quell’occasione quel medico aveva pre¬stato il suo aiuto. Il film fu mostrato a Kassel il 19 otto¬bre 1948. Dopo l’attacco aereo su Dresda, che provocò 135.000 vittime, per lo più donne e bambini, i cadaveri delle vittime erano stati bruciati, in mucchi di 400-500 cadaveri. L’operazione durò alcune settimane. Queste era¬no le immagini che il medico aveva riconosciuto e che venivano presentate come testimonianze degli orrori di Buchenwald.
    La falsificazione di fotografie riproducenti atrocità della guerra non è un fatto nuovo. Il lettore interessato è rinviato al libro di Arthur Ponsonby, Falsehood in War¬time (I falsi nella guerra) (Londra, 1928), che contiene montaggi fotografici delle “atrocità” tedesche nella prima guerra mondiale.
    Ponsonby indica particolarmente « la fabbrica di ca¬daveri » e « i bambini belgi senza mani », che sono il cor¬rispettivo propagandistico dei “crimini nazisti”.
    F. J. P. Veale dichiara che l’espressione « pezzo di sa¬ponetta umana » fu introdotta dagli accusatori sovietici a Norimberga, come ripetizione e imitazione della menzogna britannica, nella guerra del 1914-18, della « fabbrica di ca¬daveri », secondo la quale I terribili Tedeschi avrebbero prodotto diverse sostanze grazie all’utilizzazione di cada¬veri (Veale, ibid., pag. 192). Per questa accusa il governo britannico presentò le sue scuse dopo il 1918. Ma questa storia fu rimessa in vita dopo il 1945, nel racconto dei paralumi fatti con pelle umana, che corrisponde a quello delle « saponette umane ». In realtà Manwell e Frankl con¬fessano a denti stretti che la prova dei paralumi, al pro¬cesso di Buchenwald « apparve più tardi molto dubbia » (”The Incomparable Crime”, pag. 84). Questa storiella si affermò grazie a una « dichiarazione giurata scritta » di un certo Andreas Pfaffenberger, dichiarazione del tipo di quelle che abbiamo prima esaminato; ma il generale Lu¬cius Clay riconobbe nel 1948 che le dichiarazioni presen¬tate al processo si rivelarono, a un più attento esame, prive di serio fondamento.
    Un’opera eccellente su montaggi fotografici, in rife¬rimento alla menzogna dei Sei Milioni, è il libro del poli¬tologo Udo Walendy, Bild Dokumente fùr die Geschichts¬schreibung? [Documenti fotografici per la storiografia] (Vlotho/Weser 1973). Riportiamo qui uno dei numerosi esempi.
    La provenienza della prima fotografia non è cono¬sciuta, ma la seconda è un fotomontaggio. Un attento esa¬me rivela subito che le figure in piedi sono ricavate dalla prima fotografia e che davanti ad esse è stato montato un mucchio di cadaveri. La palizzata è stata eliminata: ecco come si ottiene una nuova fotografia. Questa evidente fal¬sificazione si trova a pag. 431 del libro di R. Schnabel, Macht ohne Moral: eine Dokumentation uber die SS (Po¬tere senza morale: una documentazione sulle SS), con la didascalia Mauthausen (Walendy riporta altri 18 esempi di falso fotografico dal libro di Schnabel). La stessa foto¬grafia è riprodotta anche negli Atti della Corte Internazio¬nale di Giustizia Militare, vol. XXX, pag. 421, per dare un’immagine del Lager di Mauthausen. Si trova, senza di¬dascalia in: Eugene Aroneau, Konzentrazionslager - Do¬cumento F. 321 per il Tribunale Internazionale di Norim¬berga; . in Heinz Kiuhnrichs, Der. KZ-Staat (Berlino 1960, pag. 87); in Vaclav Berdych, Mauthausen (Praga 1959); e in Robert Neumann, Hitler, Aufstieg und Untergang des Dritten Reiches (Monaco 1961).
    IX GLI EBREI E I CAMPI DI CONCENTRAMENTO: UNA DOCUMENTAZIONE DELLA CROCE ROSSA
    Sulla questione ebraica in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale e sulle condizioni di vita nei campi di concentramento tedeschi esiste uno studio che, com¬plessivamente, è obiettivo e sincero: si tratta del Rapporto del Comitato Internazionale della Croca Rossa sulla sua attività nella Seconda Guerra Mondiale, in tre volumi (Gi¬nevra 1948). Questo ampio rapporto, di parte neutrale, comprende e allarga due opere precedenti: Documents sur l’activitè du CIRC en Faveur des Civils Detenues dans les Camps de Concentration en Allemagne 1939-1945 (Ginevra 1946) e Inter Arma Caritas: l’Attività della Croce Rossa du¬rante la Seconda Guerra Mondiale (Ginevra 1947). Gli au¬tori, diretti da Frederic Siordet, dichiarano nell’introdu¬zione che il rapporto si propone, nella tradizione della Croce Rossa, di mantenere la più stretta neutralità poli¬tica. E in questo sta tutta la sua importanza.
    Il Comitato Internazionale della Croce Rossa, richia¬mandosi alla convenzione di Ginevra del 1929, ottenne di poter visitare i prigionieri civili, internati dalle autorità tedesche nell’Europa centrale e occidentale. Non fu invece concesso al Comitato di recarsi a visitare i campi dell’U¬nione Sovietica. I milioni di prigionieri civili e militari dell’Unione Sovietica, le cui condizioni di vita erano noto¬riamente le peggiori, erano esclusi da ogni controllo in¬ternazionale.
    Il “Rapporto della Croce Rossa” è importante perché in primo luogo chiarisce sulla base di quali considerazioni giuridiche gli Ebrei furono internati nei campi di concen¬tramento, ossia in quanto cittadini di uno Stato nemico. Di¬stinti i prigionieri civili in due categorie, il rapporto defi¬nisce la seconda categoria come comprendente « civili evacuati per motivi amministrativi (in tedesco: Schutzhaf = detenzione preventiva) che erano stati internati per motivi politici o razziali, perché la loro presenza era con¬siderata un pericolo per lo Stato o per le truppe di occu¬pazione » (vol. III, pag. 73). « Queste persone », continua il rapporto, « furono assimilate alle persone arrestate o imprigionate, in forza di una legge comune, per motivi di sicurezza » (pag. 74).
    Il Rapporto riconosce che in un primo momento i Te¬deschi si rifiutarono, per motivi di sicurezza, di affidare alla Croce Rossa la sorveglianza di persone detenute per motivi di sicurezza dello Stato ma, a partire dal secondo semestre del 1942, il Comitato ottenne dalla Germania im¬portanti concessioni. A partire dall’agosto 1942 fu permes¬so al Comitato di distribuire nei principali campi di con¬centramento della Germania pacchi di viveri, e « dal feb¬braio 1943 l’autorizzazione fu estesa a tutti i campi e a tutte le prigioni » (vol. III, pag. 78). Il comitato allacciò presto rapporti con tutti i comandanti dei campi di con¬centramento e attuò un programma di aiuti, che funzionò fino agli ultimi mesi del 1945, così come viene dimostrato dalle migliaia di lettere di ringraziamento inviate da parte di internati ebrei.
    Gli Ebrei ricevettero i pacchi della Croce Rossa
    Il rapporto accerta che « quotidianamente venivano preparati fino a 9000 pacchi. Dall’autunno 1943 al maggio 1945 furono spediti complessivamente ai vari campi di concentramento 1.112.000 pacchi, per un peso di 4.500 tonnellate. » (vol. III, pag. 80). Oltre ai viveri, gli internati ricevevano indumenti e medicinali. « Pacchi vennero spe¬diti a Dachau, Buchenwald, Sangerhausen, Sachsenhausen, Oranienburg, Flossenburg, Landsberg ani Lech, Flóha, Ra¬vensbruck, Hamburg-Neuengamme, Mauthausen, There¬sienstadt, Auschwitz, Bergen-Belsen, a campi di concen¬tramento vicino a Vienna, in Germania centrale e meridio¬nale. I destinatari principali erano Belgi, Olandesi, Fran¬cesi, Greci, Italiani, Norvegesi, Polacchi, Ebrei apolidi » (vol. III, pag. 83). Nel corso della guerra « il Comitato fu in condizione di spedire e distribuire aiuti per un valore di oltre 20 milioni di franchi svizzeri, raccolti in tutto il mondo da organizzazioni assistenziali ebraiche, soprattutto dalla Amerikan Joint Distribution Committee di New York » (vol. I, pag. 644). Quest’ultima organizzazione era stata autorizzata dal governo tedesco a tenere un ufficio a Berlino, fino a quando l’America non entrò in guerra. La Croce Rossa ebbe a lamentarsi per le difficoltà che in¬contrava nella sua azione, non per colpa dei Tedeschi, ma del blocco dell’Europa, voluto dagli Alleati. Gli acquisti erano fatti per lo più in Romania, Ungheria e Slovacchia.
    Il comitato lodò particolarmente, fino alla sua ultima visita, nell’aprile del ‘945, Theresienstadt, per lo spirito liberale con il quale veniva amministrato. Questo campo di concentramento « dove erano raccolti circa 40.000 Ebrei provenienti da diversi paesi, era un ghetto privilegiato » (vol. III, pag. 75). Secondo il rapporto, « ai delegati del Comitato era possibile visitare il campo di Theresien¬stadt, riservato ad Ebrei ed amministrato in modo parti¬colare. Secondo informazioni, che il comitato ricevette, questi campi di concentramento rappresentavano un esperimento avviato da alcuni gerarchi del Reich… Essi desi¬deravano di dare agli Ebrei la possibilità di avere una propria vita comunitaria, di autogovernarsi e di possedere quasi le prerogative della sovranità… A due delegati fu possibile visitare il campo di concentramento il 6 aprile 1945. Essi confermarono l’impressione favorevole della loro prima visita (vol. I, pag. 642).
    Il Comitato ebbe anche parole di lode per il regime di Jon Antonescu, il capo fascista della Romania, dove gli fu possibile estendere il proprio aiuto a 183.000 Ebrei ru¬meni, fino al tempo dell’occupazione sovietica. Allora l’aiuto cessò, e la Croce Rossa si lamentò amaramente di non essere mai riuscita « a mandare qualcosa in Rus¬sia » (vol. II, pag. 62). Lo stesso destino toccò a molti campi di concentramento in Germania, dopo la “libera¬zione” da parte dei Russi. Il comitato ricevette una grande quantità di posta da Auschwitz, fino al tempo dell’occupa¬zione sovietica, quando molti internati furono evacuati verso Occidente. Ma gli sforzi della Croce Rossa per spe¬dire degli aiuti agli internati rimasti ad Auschwitz sotto i sovietici, non ebbe successo. Invece furono spediti pacchi di viveri ad ex internati di Auschwitz, trasferiti in altri campi, come Buchénwald o Oranienburg.
    Nessuna prova di genocidio
    Uno degli aspetti più importanti del “Rapporto della Croce Rossa” è che esso mette in chiaro le diverse cause dei decessi avvenuti nel campi di concentramento verso la fine della guerra. Il rapporto dice: « La situazione caotica in Germania, durante gli ultimi mesi di guerra, quando i campi di concentramento non ricevevano più rifornimenti di viveri, provocò un numero sempre crescente di vittime. II governo tedesco, allarmato da questa situazione, informò infine la Croce Rossa, il 1° febbraio 1945… Nel marzo dello stesso anno, colloqui tra il presidente del “Comitato Inter¬nazionale della Croce Rossa” ed il generale delle SS Kalten¬brunner diedero risultati concreti. Operazioni di soccorso poterono essere avviate immediatamente dal Comitato stesso, e fu permesso che in ogni campo di concentramento rimanesse un delegato della Croce Rossa… » (vol. III, pa¬gina 83)
    Sicuramente le autorità tedesche facevano ogni sforzo per migliorare la situazione, per quanto era possibile. La Croce Rossa rivela anche che i rifornimenti di viveri do¬vettero essere interrotti a causa degli attacchi aerei degli Alleati contro la rete dei trasporti tedesca, e che, nell’inte¬resse degli Ebrei internati, protestò contro « la barbara guerra aerea degli Alleati » (Inter Arma Caritas, pag. 78). Il 2 ottobre 1944 il Comitato della Croce Rossa Internazio¬nale mise in guardia il Ministero degli Esteri tedesco con¬tro l’imminente crollo del sistema dei trasporti tedesco e dichiarò che una carestia si sarebbe resa inevitabile per tutta la popolazione della Germania.
    Se si esamina questo ampio rapporto in 3 volumi, si constata che manca completamente qualsiasi prova che esistesse, nei campi di concentramento dell’Europa occu¬pata dalle forze dell’Asse, una politica di sterminio. In nes¬suna delle 1.600 pagine del “Rapporto” si trova un accenno alle camere a gas. Si ammette che Ebrei, come anche pri¬gionieri di altre nazionalità soffrirono privazioni e furono trattati con rigore, ma il completo silenzio sull’argomento di un genocidio programmato è una confutazione della menzogna dei “Sei Milioni”. Alla Croce Rossa, come pure ai rappresentanti del Vaticano, con i quali essa collaborò, non fu possibile unirsi al coro di accuse di genocidio come è oggi di moda.
    Per quanto riguarda l’effettivo numero di morti, il Rapporto sottolinea che la maggior parte dei medici ebrei in servizio nei campi di concentramento furono impiegati per combattere l’epidemia di tifo scoppiata sul fronte orientale, cosicché fu a loro impossibile fronteggiare l’epi¬demia del 1945 nei campi di concentramento (vol. 1, pa¬gina 204).
    Incidentalmente viene affermato che esecuzioni in massa avevano luogo in camere a gas camuffate da docce. Il Rapporto fa giustizia di questa accusa: « Vennero ispe¬zionati dai delegati non solo i lavatoi, ma anche i bagni e le docce. Spesso si interveniva, quando era necessario mi¬gliorare le installazioni, ripararle o ingrandirle » (vol. III, pag. 594).
    Non tutti erano internati
    Il terzo volume del Rapporto della Croce Rossa, terzo capitolo (I. Popolazione Civile Ebraica) tratta « degli aiuti che vennero dati alla parte ebraica della popolazione ci¬vile ». Questo capitolo mette in chiaro che non tutti gli Ebrei europei furono internati in campi di concentra¬mento, ma che una parte di essi rimase, pur con delle limi¬tazioni, tra la popolazione civile. Questo contrasta con la “inesorabilità” del presunto “piano di sterminio” e con l’affermazione, contenuta nelle false Memorie di Hoess, se¬condo cui Eichmann avrebbe avuto l’ossessione di cattu¬rare « qualsiasi Ebreo che gli capitasse a tiro ». Il Rap¬porto, per esempio, riferisce che in Slovacchia, dove era responsabile l’assistente di Eichmann, Dieter Wisliceny, una grande parte della locale minoranza ebraica aveva il permesso di rimanere in paese, e che, in determinati pe¬riodi, la Slovacchia fu considerata un territorio relativa¬mente sicuro per gli Ebrei, soprattutto, fino alla fine del¬l’agosto 1944, per quelli provenienti dalla Polonia. Coloro che rimasero in Slovacchia vissero senza pericoli fino al¬l’agosto del 1944, quando scoppiò la rivolta contro le trup¬pe tedesche. È vero che la legge del 15 maggio 1942 aveva determinato l’internamento di migliaia di Ebrei; ma essi furono tenuti in campi di concentramento dove le condi¬zioni di vita erano accettabili e dove era loro permesso di lavorare dietro compenso, a condizioni quasi uguali a quel¬le dei liberi lavoratori (vol. I, pag. 646).
    Non solo una gran parte dei 3.000.000 di Ebrei europei poté evitare l’internamento, ma, durante tutta la durata della guerra, continuò, attraverso l’Ungheria, la Romania e la Turchia l’emigrazione degli Ebrei. Per ironia della sorte anche l’emigrazione postbellica degli Ebrei dai territori occupati dai Tedeschi fu facilitata dal Reich, come nel caso degli Ebrei polacchi, che erano giunti in Francia pri¬ma dell’occupazione. « Gli Ebrei provenienti dalla Polonia che, mentre erano in Francia, avevano ottenuto l’autoriz¬zazione ad emigrare negli Stati Uniti, furono trattati dai Tedeschi come cittadini americani e i loro passaporti, ri¬lasciati dai consolati di Stati sudamericani, furono rite¬nuti validi » (vol. I, pag. 645). Come futuri cittadini ame¬ricani questi Ebrei furono trattati, nel campo di concen¬tramento di Vittel, nella Francia meridionale, come stra¬nieri americani.
    Soprattutto l’emigrazione dall’Ungheria di Ebrei eu¬ropei proseguì per tutta la durata della guerra, senza es¬sere ostacolata dalle autorità tedesche. « Fino al marzo 1945 », riferisce il Rapporto della Croce Rossa, « gli Ebrei potevano lasciare l’Ungheria, se erano in possesso di un visto per la Palestina» (vol. I, pag. 648). Perfino dopo la caduta- del governo di Horty, nel 1944 (dopo il tentativo di concludere un armistizio con l’Unione Sovietica), e la sua sostituzione con un governo più strettamente legato alla Germania, l’emigrazione degli Ebrei continuò. Il Co¬mitato della Croce Rossa si assicurò, dà parte dell’Inghil¬terra e degli Stati Uniti, l’assenso « a dare ogni aiuto per rendere possibile l’emigrazione degli Ebrei dall’Ungheria »; e dal governo degli Stati Uniti il Comitato ricevette l’assi¬curazione che « il governo degli Stati Uniti… ribadisce la sua disponibilità in favore degli Ebrei ai quali è stata per¬messa l’emigrazione » (vol. I, pag. 649).
    X FINALMENTE LA VERITA’: L’OPERA DI PAUL RASSINIER
    Senza dubbio il più importante contributo a un’inda¬gine obiettiva e spassionata sulla questione dello stermi¬nio è l’opera dello storico francese prof. Paul Rassinler.
    Il valore di quest’opera sta nel fatto che Rassinier ha conosciuto per diretta esperienza la vita nei campi di con¬centramento e che, essendo un intellettuale francese so¬cialista e antinazista, non aveva certo interesse a difendere Hitler o il Nazionalsocialismo. Tuttavia, per amore di giu¬stizia e di verità storica, Rassinier dedicò gli anni del dopo guerra, fino alla sua morte nel 1966, a studi e ricer¬che che confutano la menzogna dei “Sei Milioni” e delle atrocità dei nazisti.
    Dal 1933 al 1943, Rassinier fu professore di Storia presso il Collège d’Enseignement Général a Belfort, Aca¬demie de Besançon. Durante la guerra combatté nella re¬sistenza, finché, il 3 ottobre 1943 fu catturato dalla Gestapo e rinchiuso nei campi di concentramento di Buchenwald e Dora. Alla fine della guerra si ammalò di tifo: la ma¬lattia minò la sua salute definitivamente, così che non poté più riprendere l’insegnamento. Dopo la guerra fu decorato con la Medaille de la Résistance e della Recon¬naisance Française ed eletto deputato alla Camera, dalla quale fu cacciato dai comunisti nel novembre 1946.
    Rassinier cominciò quindi la sua grande opera: un’ana¬lisi sistematica del preteso “sterminio” degli Ebrei. Non sorprende che le sue opere siano poco note. Poche sono state tradotte, e nessuna in inglese. Le più importanti so¬no: Le Mensonge d’Ulysse (Parigi 1949; trad. italiana La Menzogna di Ulisse, Le Rune, Milano 1966) che è un esame sulle condizioni di vita nei campi di concentramento, ba¬sato sulle sue esperienze personali; Ulysse trahi par les Siens (1960), dove vengono confutate le affermazioni dei propagandisti. Il suo enorme lavoro fu completato da due opere conclusive, Le Véritable Procès Eichmann (1962) e Le Drame des Juifs européen (1964; trad. italiana Il Dram¬rna degli Ebrei in Europa, Europa, Roma 1968), dove con una precisa analisi statistica, vengono messe a nudo ver¬gognose falsificazioni. L’ultima opera prende in esame an¬che il significato politico e finanziario della menzogna dello sterminio, e il suo sfruttamento da parte di Israele e delle potenze comuniste.
    Uno dei molti meriti dell’opera del Rassinier è quello di aver dissolto la menzogna della malvagità tedesca e di aver svelato in che modo la verità storica fu annebbiata da una propaganda di parte. Le sue indagini mostrano chia¬ramente che il destino degli Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, una volta purificato da tutte le distor¬sioni e ricondotto alle sue giuste proporzioni, si libera dagli spropositati eccessi propagandistici per apparire in una luce diversa e meno tragica.
    In un giro di conferenze attraverso la Germania, nella primavera del 1960, il prof. Rassinier sottolineò, di fronte ad un pubblico tedesco, che era ormai tempo di far risor¬gere la verità riguardo alla menzogna dello sterminio e che proprio ai Tedeschi toccava cominciare, perché que¬ste accuse lasciavano sulla Germania, agli occhi del mondo intero, un marchio di vergogna, del tutto ingiustificato.
    La menzogna delle camere a gas
    Rassinier ha intitolato il suo primo libro La Menzo¬gna di Ulisse, alludendo alle storie incredibili raccontate da chi ritorna da paesi lontani (« a beau mentir qui vient de loin »). Fino alla sua morte, Rassinier esaminò tutta la letteratura concentrazionaria, cercando di ritrovare o di incontrare gli autori di quelle storie. Fece giustizia del¬l’affermazione stravagante di David Rousset (The Other Kingdom, New York 1947), secondo la quale a Buchen¬wald ci sarebbero state camere a gas. Poiché egli stesso era stato internato a Buchenwald, poté provare che cose del genere non c’erano mai state (La Menzogna di Ulisse, trad. ital., pgg. 257 sgg.). Rassinier mise alle strette anche l’abate Jean Paul Renard, domandandogli come potesse egli testimoniare, nel suo libro Chaines et Lumières, che a Buchenwald ci fossero camere a gas. Renard gli rispose di averlo sentito da altri, e di aver pertanto accettato di testimoniare su cose che non aveva mai vedute (ibid., pgg. 223 sgg.).
    Rassinier esaminò anche il libro di Denise Dufournier, Ravensbriick: The Women’s Camp of Death (Londra 1948). E ancora una volta dovette constatare che l’autrice non aveva altra prova dell’esistenza di camere a gas che vaghe “voci”, che, secondo Charlotte Bormann, erano state messe in circolazione da internati comunisti. Analoghi esami ven¬nero condotti su libri come: This was Auschwitz: The Story of a Murder Camp di Philipp Friedman (New York 1946) e The Theory and Practice of Hell di Eugen Kogon (New York 1950); e trovò che nessuno di questi autori poteva indicare un testimone vivente che avesse visto ad Auschwitz una camera a gas né loro stessi ne avevano mai visto una. Kogon pretende che una ex inter¬nata poi deceduta, Janda Weiss, gli avrebbe detto di aver visto ad Auschwitz camere a gas; ma poiché questa per¬sona era deceduta, Rassinier non poté ovviamente chie¬derle dei chiarimenti e controllare la veridicità e auten¬ticità della testimonianza. Gli fu invece possibile interro¬gare Benedikt Kautsky, l’autore di Teufel und Verdammte (Il Demonio e i Dannati), che aveva parlato dello stermi¬nio di milioni di Ebrei ad Auschwitz. Kautsky poté solo confermare a Rassinier di non aver mai visto personal¬mente una camera a gas; le sue informazioni si basavano su quello che altri « gli avevano raccontato ».
    La medaglia d’oro in letteratura concentrazionaria viene assegnata da Rassinier a Niklos Nyizli, per il suo libro Doctor at Auschwitz (Medico ad Auschwitz), dove la falsificazione di fatti, le manifeste contraddizioni, le menzogne più sfacciate mostrano che l’autore parla di luoghi che non ha mai visti (Le Drame des Juifs européens, pag. 52). Secondo questo libro, furono eliminate ogni gior¬no 25.000 persone, per 4 anni e mezzo, ciò che rappresenta un progresso, rispetto ai 24.000 morti al giorno, per 2 anni e mezzo di Olga Lengyel. Ciò darebbe un totale di 41 mi¬lioni di vittime, solo ad Auschwitz, cioè due volte e mezzo l’intera popolazione ebraica mondiale di prima della guer¬ra. Quando Rassinier cercò di avere notizie su questo strano “testimone”, gli fu raccontato « che era morto qual¬che tempo prima della pubblicazione del libro ». Rassinier è convinto che Niklos Nyizli non sia altro che un perso¬naggio fittizio.
    Dalla fine della guerra Rassinier ha effettivamente girato per tutta l’Europa alla ricerca di qualcuno che fosse stato veramente testimone di “gassazioni” nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale; ma la sua ricerca è stata vana.
    Scoprì, invece, che nessuno degli autori che sosten¬gono che i Tedeschi avrebbero sterminato milioni di Ebrei aveva mai visto una camera a gas, costruita per questo scopo, né alcun autore poté procurarsi mai un testimone vivente che ne avesse visto una. Senza dubbio ex prigio¬nieri come Renard, Kautsky e Kogon hanno basato le loro affermazioni non su ciò che essi avevano visto, ma su ciò che avevano “sentito”, sempre da fonti “degne di fiducia”, che erano però già morte, nelle più svariate cir¬costanze, e alle quali non era pertanto possibile far con¬fermare o non confermare le loro dichiarazioni.
    Il fatto più importante che emerge dagli studi del Ras¬sinier e sul quale non ci possono essere dubbi è la men¬zogna sulle “camere a gas”. Serie indagini, condotte sul posto, hanno inconfutabilmente dimostrato che, in con¬trasto con quanto affermato dai “testimoni” sopravvis¬suti, non ci sono mai state camere a gas nei campi di con¬centramento tedeschi di Buchenwald, Bergen-Belsen, Ra¬vensbruck, Dachau e Dora, o a Mauthausen, in Austria. Questo fatto, da noi più sopra già rilevato è stato confer¬mato da Stephen Pinter, del “Ministero della Guerra degli USA”, e ufficialmente riconosciuto dall`Istituto di Storia Contemporanea” di Monaco. Tuttavia Rassinier fa notare che “testimoni” hanno dichiarato al processo Eichmann di aver visto a Bergen-Belsen prigionieri avviati alle ca¬mere a gas.
    Per quanto riguarda i campi di concentramento o¬rientali, in Polonia, Rassinier mostra che l’unica testi¬monianza che confermerebbe l’esistenza di camere a gas a Treblinka, Chelmno, Belzec, Maidanek e Sobibor è quella, assurda e senza fondamento di Kurt Gerstein, della quale, si è più sopra già parlato. In un primo tempo, Gerstein aveva sostenuto che sarebbero stati eliminati 40.000.000 di persone, cifra assurda; successivamente, nella sua pri¬ma “memoria” firmata, aveva ridotto la cifra a 25.000.000. In una sua seconda “memoria” ridusse ulteriormente la cifra. Questi documenti furono a tal punto considerati so¬spetti, che non vennero accettati nemmeno dal Tribunale di Norimberga; tuttavia rimasero in circolazione in tre diverse redazioni. Una in tedesco (viene distribuita nelle scuole) e due in francese: nessuna delle tre versioni con¬corda con le altre. L’edizione tedesca servì come “prova” nel processo Eichmann (1961).
    Infine il prof. Rassinier volse l’attenzione ad un’im¬portante ammissione del dr. Kubovy, direttore del Centro Mondiale di Storia Ebraica Contemporanea a Tel Aviv, contenuta in La Terre Retrouvée (La terra ritrovata) del 15 dicembre 1960. Il Dr. Kubovy riconosce che non esi¬ste un solo ordine di Hitler, Himmler, Heydrich o Gòring a proposito dello sterminio degli Ebrei (Le Drame des Juifs européens, pag. 31, 39).
    La menzogna del “Sei Milioni” viene confutata
    Per quanto riguarda la cifra propagandistica dei Sei Milioni, Rassinier ne dimostra la falsità sulla base di una accurata indagine statistica. Egli mostra che questo nu¬mero fu introdotto subdolamente, accrescendo il numero della popolazione ebraica di prima della guerra e non tenendo conto dell’emigrazione e dell’evacuazione; e inol¬tre abbassando il numero dei sopravvissuti alla fine della guerra. Questo fu il metodo applicato dal Jewish World Congress (Congresso Mondiale Ebraico). Rassinier respin¬ge anche ogni “testimonianza”, scritta o orale, sui Sei Milioni, che sia stata data da “testimoni” del tipo di quelli sopra descritti: perché sono tutte piene di contraddizioni, esagerazioni, falsità. Fa l’esempio delle vittime di Dachau: nel 1946 il pastore Niemoeller aveva ripetuto l’assurda va¬lutazione di 238.000 morti già avanzata da Auerbach, men¬tre il vescovo di Monaco Neuhaussler, in un discorso pro¬nunciato a Dachau, nel maggio del 1962, parlò di soli 30 mila morti « fra i complessivi 200.000 internati di 38 na¬zioni» (Le Drame des Juifs européens, pag. 12). Oggi il numero è ancora sceso di alcune migliaia,e continuerà a scendere. Rassinier ne conclude che dichiarazioni in ap¬poggio alla tesi dei Sei Milioni, date da . uomini come Hoess, Hoettl, Wisliceny e Hoellriegel, che temevano la condanna capitale, o speravano di essere graziati e che erano stati sottoposti a continue torture, sono del tutto inattendibili.
    Rassinier trova degno di nota il fatto che al processo Eichmann non sia stata citata la cifra dei Sei Milioni. « L’accusa al processo di Gerusalemme, fu indebolita dal¬l’assenza del tema centrale: i sei milioni di Ebrei, che si pretende siano stati sterminati nelle camere a gas. Que¬sta allegazione poté essere facilmente creduta nei giorni subito dopo la guerra, in una situazione di generale disor¬dine materiale e spirituale. Oggi sono stati pubblicati di¬versi documenti che al tempo del processo di Norimberga non erano ancora accessibili e che tendono a dimostrare che se anche gli Ebrei hanno subito ingiustizie e sono stati perseguitati dal regime di Hitler, non si può assolu¬tamente parlare di sei milioni di vittime » (ibid., pag. 125).
    Rassinier dedica 100 pagine ad un esame accu¬rato- di materiale statistico, e conclude nel volume “Le Drame des Juifs européens” che le perdite ebraiche della Seconda Guerra Mondiale non possono aver superato il 1.200.000; e fa notare che questa valutazione è stata anche accettata dal “Centro Mondiale di Documentazione Ebraica Contemporanea” di Parigi. Tuttavia questa cifra rappresen¬terebbe il limite massimo e Rassinier richiama l’attenzio¬ne sulla valutazione di 896.892 morti o uccisi, proposta in uno studio dello statistico ebreo Raul Hilberg. Lo Stato di Israele, tuttavia, ricorda Rassinier, continua a recla¬mare riparazioni per sei milioni di morti, in ragione di 5.000 marchi tedeschi per ogni vittima (immaginaria)!
    Emigrazione = la Soluzione finale
    Il prof. Rassinier sottolinea in modo particolare, che il governo tedesco non ha mai seguito altra politica nei confronti degli Ebrei che quella di farli emigrare in paesi d’oltremare.
    Spiega anche che, dopo la promulgazione delle leggi razziali di Norimberga, nel settembre 1935, i Tedeschi trattarono con gli Inglesi per rendere possibile l’emigra¬zione degli Ebrei tedeschi in Palestina, sulla base della dichiarazione di Balfour. Dopo il fallimento di queste trattative, si rivolsero ad altri Paesi, chiedendo se fossero disposti a interessarsi della cosa, ma tutti rifiutarono (ibid., pag. 20). Il Piano Palestina fu ripreso nel 1938, ma fallì nuovamente, perché la Germania non poteva accetta¬re di pagare 3.000.000 di marchi, pretesi dell’Inghilterra per il trasporto, senza ottenere un accordo di compensa¬zione. Nonostante queste difficoltà, la Germania assicurò l’emigrazione ad una gran parte degli Ebrei, per lo più verso gli Stati Uniti. Rassinier fa riferimento al rifiuto francese del Piano Madagascar, proposto dalla Germania alla fine del 1940. « In una relazione del 21 agosto 1942 il segretario di stato del Ministero degli Esteri del Terzo Reich, Luther, scrive che sarebbe possibile negoziare con la Francia in questa direzione e descrive i colloqui che ebbero luogo nel luglio e nel dicembre del 1940; colloqui che furono interrotti in seguito all’intervista che Pierre ¬Etienne Flandin, successore di Laval, aveva concesso a Montoire, il 13 dicembre 1940. Durante tutto l’anno suc¬cessivo i Tedeschi sperarono di poter riprendere queste trattative e di condurle a buon fine » (ibid., pag. 108).
    Dopo lo scoppio della guerra, gli Ebrei - che, come ci ricorda Rassinier, avevano dichiarato già nel 1933 la guerra economica e finanziaria alla Germania - furono internati in campi di concentramento, « ciò che fa ogni paese in guerra con i cittadini di un paese nemico… Si de¬cise pertanto di trasferirli e costringerli al lavoro in un grande ghetto che, dopo la vittoriosa avanzata in Unione Sovietica, fu installato, verso la fine del 1941, nei cosid¬detti territori orientali (Ostgebiete), vicino agli ex confini tra Russia e Polonia: ad Auschwitz, Chelmno, Belzec, Mai¬danek, Treblinka, ecc… Lì avrebbero dovuto aspettare la fine della guerra, fino alla ripresa di trattative interna¬zionali che avrebbero deciso della loro sorte » (Rassinier, Le veritable Procès Eichmann, pag. 20). L’ordine di rac¬cogliere gli Ebrei nel ghetto orientale fu dato ad Heydrich da Gòring, e fu considerato come il preludio della « deside¬rata soluzione finale », ossia l’emigrazione in paesi d’oltre¬mare, appena fosse finita la guerra.
    Colossale menzogna
    Il prof. Rassinier prende in grande considerazione il modo in cui la menzogna dello sterminio fu sfruttata per vantaggi politici e finanziari. Qui Israele e Unione Sovie¬tica vanno perfettamente d’accordo. Egli fa notare che, dopo il 1950, dilagò un profluvio di libri menzogneri sullo sterminio, sotto l’abile direzione di due organizzazioni, il cui lavoro procedeva in tale sincronia, da far pensare che ubbidivano ad un’unica mente. La prima organizza¬zione era il Comitato per la Ricerca dei Crimini e dei Cri¬minali di Guerra, costituito a Varsavia sotto gli auspici del governo comunista, l’altra il Centro Mondiale di Storia Contemporanea e di Documentazione Ebraica, con sede a Parigi e a Tel Aviv. Le loro pubblicazioni videro la luce in un clima politico favorevole: per l’Unione Sovietica l’obiettivo era quello di mantenere viva la minaccia nazi¬sta per allontanare l’attenzione dalle proprie attività.
    Per quanto riguarda Israele, il mito dei Sei Milioni è motivato, secondo Rassinier, da fini di natura puramente materiale. Nel libro Le Drame des Juifs européens (pagg. 31, 39) Rassinier scrive: « … Si tratta di giustificare, con un certo numero di vittime, le enormi sovvenzioni che lo Sta¬to di Israele riceve annualmente dalla Germania, a titolo di riparazione di danni; questo indennìzzo non ha alcuna base, né giuridica né morale, poiché lo Stato di Israele non esisteva al momento in cui questi pretesi danni fu¬rono provocati. È dunque una questione di natura finan¬ziaria e materiale ». Si tratta dunque semplicemente e volgarmente di denaro (gross sous).
    « Forse occorre ricordare che lo Stato di Israele è stato fondato soltanto nel 1948, e che gli Ebrei erano cittadini di tutti i paesi, eccetto che di Israele, per far compren¬dere l’enorme impostura; per descrivere la quale nessuna lingua possiede le parole necessarie. Da un lato la Germania paga a Israele le riparazioni, calcolate sulla base di 6 milioni di morti; dall’altro, poiché alla fine della guerra quattro quinti dei sei milioni erano vivi e vegetl, la Ger¬mania versa somme ingenti a titolo di « Wiedergutma¬chung » (indennizzo delle vittime delle persecuzioni del nazionalsocialismo) agli Ebrei che vivono nei paesi di tutto il mondo, fuori che in Israele nonché agli aventi di¬ritto degli Ebrei morti in seguito. Ciò significa che per i primi (cioè i sei milioni) o, detto diversamente, per la stragrande maggioranza, essa paga il doppio. »
    CONCLUSIONE
    Ecco, riassumendo, quanti sono stati gli Ebrei morti o uccisi durante l’ultima guerra.
    Contrariamente a quanto è stato affermato a Norim¬berga e nel processo Eichmann, nei territori sotto giuri¬sdizione tedesca non vivevano 9.000.000 di Ebrei, ma solo 3.000.000 (escludendo l’Unione Sovietica), e questo a causa della massiccia emigrazione. Anche calcolando gli Ebrei che vivevano nella Russia occupata dai Tedeschi (ma i più vennero evacuati prima dell’avanzata germanica), non si dovrebbero superare i 4.000.000. Lo statistico di. Himm¬ler, dr. Richard Korherr, e il Centro Mondiale di Storia Contemporanea e Documentazione Ebraica calcolarono ri¬spettivamente un totale di 5.500.000 e 5.290.000, nel mo¬mento di massima espansione dell’occupazione tedesca; ma entrambe le valutazioni comprendono i 2.000.000 di Ebrei del Baltico e della Russia occidentale, senza tener conto del gran numero di Ebrei di quelle comunità che furono evacuate. Tuttavia c’è l’ammissione, da parte di questo centro di documentazione ebraica, che in Europa e in Russia occidentale vivevano meno di 6.000.000 di Ebrei.
    Quanto siano deboli le argomentazioni di chi parla di 6.000.000 di vittime, lo dimostra il fatto che al processo Eichmann l’accusa evitò di nominare questa cifra. Tut¬tavia, le valutazioni ufficiali del numero di vittime vengono tacitamente abbassate da parte ebraica.
    La nostra analisi delle statistiche riguardanti la popo¬lazione e l’emigrazione ebraiche, così come le indagini condotte dal giornale svizzero Baseler Nachrichien e quel¬le del prof. Rassinier, mostrano che il numero delle vit¬time ebraiche non può assolutamente essere stato supe¬riore a 1.500.000.
    E’ pertanto degno di nota che il Centro Mondiale di Storia Contemporanea e Documentazione Ebraica di Pa¬rigi dica, adesso, che soltanto 1.485.292 Ebrei siano morti, di morte naturale o non, durante la Seconda Guerra Mon¬diale; e sebbene questo numero sia ancora troppo alto, è già lontanissimo dai leggendari Sei Milioni. Come già ri¬cordato, lo statistico ebreo Raul Hilberg giunse alla conclu¬sione che ci furono 896.892 morti o uccisi, un totale ancora inferiore al precedente. Perfino l’ebreo dr. Listojewski scrisse sulla rivista Theo Beoom, nel 1952, di aver cercato per due anni e mezzo, come giurista e statistico, di sta¬bilire il numero degli Ebrei morti o dispersi durante l’era hitleriana (1933-1945) e di essere giunto alla conclusione che questo numero oscillava tra i 350.000 e i 500.000. Listojewski concludeva dicendo che « se noi Ebrei par¬liamo di sei milioni, diciamo un’infame menzogna! » (Stu¬dien fúr Zeitfragen, n. 3/4, 14-4-1960).
    Sicuramente alcune migliaia di Ebrei sono morti nel corso dell’ultima guerra, ma ciò deve essere visto nel con¬testo di un conflitto che fece molti milioni di vittime in¬nocenti in tutti i paesi raggiunti dalla guerra. Per consi¬derare la cosa nella sua giusta luce, dobbiamo ricordare, come esempio, che 700.000 civili russi morirono durante l’assedio di Leningrado e che un numero complessivo di 2.050.000 civili tedeschi, furono uccisi dagli attacchi aerei alleati e durante la loro espulsione dai Territori occupati dall’Armata Rossa.
    Massacri immaginari
    La domanda che più di ogni altra sta i n connessione con la menzogna dello sterminio è sicuramente questa: quanti dei 3.000.000 di Ebrei, che si trovarono durante la guerra nei paesi sotto controllo tedesco, vivevano ancora dopo il 1945? Il Jewish Joint Distribution Committee va¬lutò il numero dei sopravvissuti in Europa tra 1.000.000 e 1.500.000, ma questa cifra è oggi inaccettabile, come di¬mostra il numero sempre crescente di Ebrei che richie¬dono al governo della Germania Federale risarcimenti per le persecuzioni che avrebbero patito tra il 1939 e il 1945. Nel 1965, il numero dei richiedenti si era triplicato nel giro di soli 10 anni, e raggiungeva la cifra di. 3.375.000 (Aufbau, 30 giugno 1965).
    Niente potrebbe meglio dimostrare la spudorata fal¬sità della leggenda dei “Sei Milioni”. La maggior parte dei richiedenti sono Ebrei, cosicché non può più sussistere ií dubbio che la maggioranza dei 3.000.000 di Ebrei che fu¬rono soggetti all’occupazione nazista in Europa siano vivi e in ottima salute. In realtà, pertanto, le perdite ebraiche durante la Seconda Guerra Mondiale devono essere valu¬tate nell’ordine delle migliaia. Questo è sicuramente un motivo sufficiente di dolore per il popolo ebreo. Ma chi ha il diritto di inventare massacri inesistenti facendone ricadere colpa e vergogna su di una grande nazione euro¬pea, e di richiederle poi ancora, fraudolentemente, un in¬dennizzo finanziario?
    Richard Harwood, scrittore ed esperto di storia politica e diplomatica della II Guerra Mondiale, è attualmente docente presso l’Uni¬versità di Londra. Harwood si è dedicato allo studio della questione dei crimini di guerra, sotto l’influsso della monumentale opera di Paul Rassinier, verso il quale l’Autore sente di dover qui esprimere un debito di riconoscenza.
    Harwood è anche autore di un importante studio sul Processo di Norimberga.
    PAUL RASSINIER LA MENZOGNA DI ULISSE
    Lo scrittore socialista Paul Rassinier, noto sostenitore del «pacifi¬smo integrale», è un ex deportato di Buchenwald e di Dora, «Lager» nei quali vìsse due anni: dal 1943 fino al termine della guerra. Ne « La Menzogna di Ulisse », Paul Rassinier esamina con spietato occhio critico la vasta letteratura concentrazionaria. La profonda conoscenza dell’argomento e la sua personale, diretta esperienza gli consentono di passare al vaglio le più importanti ed impressionanti opere e testimonianze. Crollano, così, ad uno ad uno, dai loro piedistalli di cartapesta i più grossi nomi del martirologio concentrazionario; svanisce come un miraggio il pauroso scenario dei campi detti di sterminio. Cosa resta?
    Resta il nauseante spettacolo di una moltitudine di piccoli uomini che trovano nel • Lager •, in cui vengono rinchiusi, la possibilità di manifestare il fondo limaccioso del loro animo. Risulta allora che, se e quando infamie furono commesse nei campi, queste furono, per larga parte, compiute dagli stessi deportati ai danni dei loro compagni di sventura, quando non anche di fede.
    Per guadagnarsi e mantenere il favore della SS e, conseguen¬temente, il controllo del campo (il quale era diretto dagli stessi deportati), dell’infermeria e del magazzino dei viveri, gruppi di prigionieri compivano con inaudito cinismo, crimini nefandi. E la consorteria, quasi sempre formata da comunisti, che riusciva ad ottenere la direzione del campo, vi esercitava una spietata tirannia. Gli odi politici e il giuoco delle simpatie personali creavano odiose discriminazioni.
    Le razioni alimentari, le sigarette, i medicinali, i pacchi viveri, venivano sottratti per alimentare la borsa nera.
    La bastonatura era riservata a quanti avessero osato protestare presso la SS che, quasi sempre ignara, viveva, come è noto, fuori dal campo propriamente detto. Ebbene, proprio gli uomini di quelle consorterie diventarono in Francia, dopo la guerra, i corifei di tutte le lamentazioni, i beneficiari dei grossi risarcimenti in denaro ed in «onori».
    Paul Rassinier, attraverso le pagine de «La Menzogna di Ulisse», racconta tutto questo, e anche di peggio, al lettore. II quale, tra l’altro, riuscirà a dare un fondamento concreto ai suoi dubbi sulla equivoca e sfuggente realtà delle camere a gas e a scio¬gliere l’enigma dei prodigiosi forni, capaci di incenerire 2.500 unità al giorno (!) e suscettibili, dopo la guerra e con la presenza taumaturgica dei «Liberatori», di moltiplicarsi come già i pani e i pesci nel racconto evangelico.
    Volume di 360 pagine, lire 6.200
    ARCHETIPOGRAFIA DI MILANO S.P.A.
    […] Questo fortunato studio di Richard Harwood abbraccia in una felice sintesi la ster¬minata letteratura riguardante la complessa questione della cosiddetta «Soluzione Finale» , che si è preteso di interpretare come sinonimo di piano di sterminio del popolo ebraico.
    Con una brillante e stringata argomentazione, condotta sulla base di un obiettivo esame critico delle fonti, Harwood fa crollare il colossale castello di menzogne, che i vincitori della Seconda Guerra Mondiale hanno costruito per meglio annientarci e as¬servirci.
    La perfezione dei sistemi di suggestione, la stupidità delle masse e il pressoché totale controllo dei mezzi di informazione, hanno permesso ai vincitori di far accettare come fatti certi e documentati le più assurde ed infondate menzogne.
    Il lettore aperto alla verità, leggendo questo scritto, constaterà sbalordito e turbato che « il mondo libero » non è meno intollerante e terrorista del. mondo «non libero», quando si tratta di censurare o di manipolare certe informazioni. E apprenderà così, che non esiste una sola prova, un solo testimone che permettano di verificare l’esistenza delle leg¬gendarie «camere a gas»; e che statistici, anche di parte ebraica, fissano il numero di Ebrei morti durante la Seconda Guerra Mondiale al di sotto del mezzo milione. Indicano cioè cifre, che nel bilancio tragico di una guerra come quella del 1939-’45, non autorizzano a parlare di un piano di sterminio del popolo ebraico né quindi di campi di sterminio.
    Al termine della sua rigorosa disamina, l’Autore giunge legittimamente alla conclusio¬ne che i Lager tedeschi nel e del periodo bellico altro non erano che luoghi destinati al¬l’internamento di cittadini di un paese nemico (il 5 settembre 1939, l’ebraismo interna¬zionale aveva infatti dichiarato ufficialmente guerra al III Reich, per bocca del suo massi¬mo rappresentante Chaim Weitzmann, ponendo così gli Ebrei nella condizione appunto di cittadini di un paese nemico), creati per motivi di sicurezza e attrezzati in modo da permettere l’utilizzazione di una mano d’opera, che rimpiazzava in qualche modo quella tedesca, in sempre crescente misura impiegata al fronte.
    Negli ultimi mesi di guerra, in alcuni di questi campi, come per esempio Bergen-Bel¬sen, sia per la carenza di viveri e di medicinali (dovuta alla distruzione del sistema di co¬municazioni stradali e ferroviarie, provocata da apocalittici bombardamenti alleati), sia per le epidemie di tifo (provocate dalla caotica ed improvvisa evacuazione dei Lager del¬l’Est di fronte all’avanzata dell’Armata Rossa), le condizioni di vita nei Lager peggiora¬rono e il tasso di mortalità degli internati salì tragicamente.
    Ora - a parte il fatto che la II Guerra Mondiale fu una guerra voluta e preparata dagli Ebrei, fu anzi la loro guerra - è più che comprensibile che essi piangano i loro morti; ma non è né giusto né tollerabile che essi, accecati dal loro fanatismo razzista, credano di avere il diritto di contraffare la realtà storica dei fatti e favoleggino di ca¬mere a gas e di piani di sterminio e moltiplichino per dieci o per venti le loro effettive perdite per trarne immensi vantaggi finanziari e politici.
    Non è giusto né tollerabile, perché ciò significa non solo misconoscere, ma, anche e soprattutto, offendere - ignorandoli - gli immani e autentici lutti e le inenarrabili sof¬ferenze dei popoli europei di ogni nazionalità e non solo di quella ebraica.
    I quali non sono poi, tutto sommato, così stupidi come taluni credono; e, alla lunga, neanche tanto pazienti.
    7th Gennaio 2007

 

 

Discussioni Simili

  1. Le vittorie del REVISIONISMO
    Di Daltanius nel forum Destra Radicale
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 28-01-11, 10:10
  2. Robert Faurisson:"Il revisionismo di Pio XII"
    Di Der Wehrwolf nel forum Etnonazionalismo
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 12-01-07, 00:33
  3. Faurisson e il revisionismo
    Di Der Wehrwolf nel forum Etnonazionalismo
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 15-06-06, 09:19
  4. Faurisson e il revisionismo
    Di Forzanovista nel forum Destra Radicale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 05-05-06, 21:07
  5. Revisionismo : Robert Faurisson
    Di Jenainsubrica nel forum Etnonazionalismo
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 05-01-06, 19:03

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226