di Carlo Bertani – 7 gennaio 2007

“Serbisi questo violento rimedio al caso estremo”
Pietro Metastasio (Pietro Trapassi) – Attilio Regolo – Atto Primo Scena I

Su George Walker Bush c’è sempre qualcosa da raccontare, anche quando sembra oramai alle corde e privo di qualsiasi via d’uscita che non sia una resa, più o meno onorevole.
L’unica via che gli analisti internazionali davano per scontata per uscire dal pantano iracheno – dopo l’affermazione dei Democratici al Congresso ed al Senato – era quella di un accordo bipartizan per andarsene da Baghdad: cosa del tutto ovvia e ragionevole, se mai ci fosse ancora qualcosa di “ragionevole” nella politica statunitense.
Quali potevano essere i termini dell’accordo? Un accordo bipartizan deve soddisfare la gran maggioranza d’entrambe le parti: non può essere una via d’uscita che salva soltanto il sederino a quattro politici di prima grandezza, bensì deve essere una soluzione che in futuro si potrà giocare nella campagna elettorale per la Presidenza senza concedere all’avversario dei vantaggi strategici. In altre parole, non è tanto l’oggi che conta, bensì i riflessi che le decisioni odierne avranno nel prossimo biennio, fino al febbraio del 2009, quando s’insedierà il prossimo Presidente USA.

Ci sarà un “nuovo” Presidente? Anche questo è un aspetto da sondare, ma andiamo avanti un passo dopo l’altro.

Strombazzato ai quattro venti subito dopo le elezioni di novembre, l’accordo bipartizan sembrava inevitabile: il pensionamento di Rumsfeld e Bolton pareva quasi un sigillo sulla pergamena, ma a George Bush rimangono ancora due anni, due lunghi anni da vivere sulla “graticola” che i Democratici gli prepareranno senz’altro – bocciandogli le leggi di spesa – due anni nei quali i democratici avranno tutto l’interesse a presentare un Presidente già sconfitto dagli eventi, per poi celebrare le elezioni di novembre 2008 come una semplice routine.
Tutto questo può andar bene in casa democratica: e in quella repubblicana?
In casa repubblicana l’unica possibilità di spianare un poco la strada al futuro candidato – sia esso Giuliani, Mc Cain od un altro – è quello di una “onorevole” uscita dall’Iraq, il che è quasi come immaginare che giungano gli alieni a sistemare magicamente la situazione.

Da oggi ad un anno, due o tre non ci sono ragionevoli prospettive che la situazione irachena cambi: anche inviando 20-40.000 nuovi effettivi in Iraq (a patto di riuscire a trovarli) la situazione non cambierà poiché ogni anno l’Iraq “ingoia” mille e più morti, 100 miliardi di dollari e, soprattutto, decine di migliaia di feriti e mutilati. Quest’ultimo è proprio l’aspetto più pericoloso per Bush: i feriti ed i mutilati che la gente osserva con i propri occhi – in stridente contrasto con la censura dei media di regime – e che già in Vietnam furono coloro che catalizzarono il crollo del cosiddetto “fronte interno”.

Con l’esecuzione di Saddam Hussein la fazione sciita ha conseguito un ulteriore punto nei confronti di quella sunnita: non dimentichiamo, però, che rafforzare troppo gli sciiti – a lungo andare – potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio; tutti possono facilmente comprendere che gli sciiti iracheni sono legati a Teheran a doppio filo. In qualche modo, si può già oggi affermare che Teheran governa l’Iraq.
Come uscirne?

Va detto che una soluzione ragionevole non esiste, ma George Bush ci ha abituati oramai alle soluzioni più irragionevoli che possiamo immaginare: mercoledì 10 gennaio 2007 il Presidente parlerà alla nazione – ufficialmente per spiegare la exit strategy dall’Iraq – ma temo che ci sarà dell’altro.
Anticipandolo di quasi una settimana, i nuovi leader democratici del Congresso e del Senato gli hanno mandato a dire – a stretto giro di posta – che una strategia di uscita dall’Iraq deve prevedere la partenza delle truppe americane nell’arco dei prossimi 4-6 mesi.
Cosa rimarrebbe da fare a Bush per il rimanente anno e mezzo della sua presidenza? Fare l’anatra zoppa e muta per i democratici che, comodamente seduti, potrebbero dedicarsi al tiro al bersaglio contro il Presidente repubblicano per 18 mesi. Per Bush questo è il peggior affare, da evitare in qualsiasi modo.

Il termine di 4-6 mesi è però perentorio; anche i democratici americani hanno oramai superato una soglia: l’Iraq è un affare che “puzza di morto” ed è garantito che chi ci rimane aggrappato finisce per farsi trascinare a fondo. Non ci potranno essere accordi bipartizan che salvino capra e cavoli, perché la capra dell’uno significa la scomparsa dei cavoli dell’altro e viceversa: nessun accordo nel nome “dell’interesse superiore della nazione”, perché anche gli interessi nazionali dei democratici e dei repubblicani, oramai, collidono.
L’ossessione petrolifera di Bush (ed il suo apocalittico conflitto d’interessi) si scontra con nuove esigenze: la salvezza del dollaro, i rapporti con la Cina e con gli altri partner planetari, che il Presidente non è in grado di gestire – anche a causa del cancro iracheno – e che invece sono le priorità dei democratici per uscire dall’impasse della politica reaganiana. Come evitare lo scacco matto dei Democratici?

Prima di questo fatidico mercoledì, Bush ha compiuto due mosse che insospettiscono, e parecchio.
Per prima cosa ha sostituito i capi delle forze armate: sparisce la generazione dei generali “del Vietnam” (Abizaid, Casey, ecc) e ci sono delle “new entry”. I nuovi venuti – proprio per l’occasione che loro si presenta – saranno più proni ai desideri della Casa Bianca che – oltretutto – li ha scelti fra coloro che hanno fama di “duri”. Brutto inizio.
La seconda decisione è invece ancora più preoccupante: una portaerei a propulsione nucleare della classe “Eisenhower” ha fatto il suo ingresso nel Golfo Persico alla testa di una task force.

La presenza di una simile unità nelle acque del Golfo non ha nessun legame con l’Iraq, ma può averne uno solo: l’Iran. Già, e come?
Premetto d’aver scritto più volte che non credevo in un attacco all’Iran: troppo pericoloso per gli USA visto come andavano le cose in Iraq, ma a quel tempo Bush aveva il completo controllo della politica interna. Ricordiamo che la sconfitta in Vietnam avvenne più all’interno degli USA che nelle risaie dell’Indocina: a crollare fu il “fronte interno”.
Oggi, il “fronte interno” americano contro l’Iraq sta crollando, inutile negarlo: la percentuale degli americani che appoggiano il Presidente – per l’Iraq – è scesa in tre anni dal 50% al 30% circa. Una débacle.
Come riconquistare gli elettori delusi?

Prima che il Congresso riesca a bloccare le leggi di spesa, l’idea che può aver attraversato le mente di Bush potrebbe essere quella di metterli di fronte al fatto compiuto, giocando d’anticipo. I democratici intendono smontare pezzo per pezzo la strategia di Bush – affermano che con Siria ed Iran si deve dialogare – ed a me riservano la parte di un orso sul quale fare per 18 mesi il tiro al bersaglio?
Io sono il Presidente, ed ho ancora la possibilità di giocare le mie carte: oggi Bush è il classico cagnolino messo alle corde e chiuso in un angolo. Sono i cani più pericolosi, perché azzannano per paura.
Come spiazzare i democratici?

La guerra contro la Siria è passata in cavalleria, a causa della resistenza di Hezbollah e per l’imbecillità delle alte sfere militari israeliane, ma rimane l’Iran.
C’è una risoluzione ONU contro l’Iran – che non prevede l’uso della forza – ma non è detto che non si riesca a “rivoltarla” facendo in modo che siano gli iraniani ad attaccare.
Facciamo un’ipotesi: dalla portaerei americana s’alzano regolarmente velivoli che compiono rapide incursioni ai limiti dello spazio aereo iraniano. Già, “ai limiti”.
Quali sono questi limiti?
Gli stessi per i quali ancora oggi Hezbollah ed Israele si gettano l’un l’altro addosso la responsabilità della causa che scatenò la guerra in Libano: la pattuglia israeliana attaccata, per gli israeliani era in territorio israeliano, per Hezbollah in quello libanese. Difficile dirimere tali questioni, poiché pochi metri fanno la differenza: dopo, su quei pochi metri si litigherà all’infinito.

In aria non sono metri ma miglia: i velivoli, però, volano normalmente a circa 1.000 chilometri l’ora – circa 270 metri il secondo – ed in una manciata di secondi possono entrare ed uscire dallo spazio aereo iraniano.
Un piccolo incidente, due pattuglie che si scontrano in aria, lanciano i rispettivi missili aria-aria: non importa come va a finire, perché oramai il gioco è fatto.
Dopo, parte la catena di ritorsioni: aerei americani entrano decisamente nello spazio aereo iraniano (per “dare una lezione” a chi li aveva intercettati nello spazio aereo internazionale), mentre missili contraerei e velivoli iraniani attaccano aerei americani per garantire i confini violati della Repubblica Islamica.

Gli iraniani non possono farcela a lungo contro gli aerei USA e subirebbero forti perdite, ma c’è la portaerei e, soprattutto, ci sono i missili antinave Mosquit russi in grado di raggiungerla ed affondarla. E questo, probabilmente, potrebbe essere il segreto desiderio di George Walker Bush. Perché, altrimenti, offrire su un piatto d’argento una portaerei USA quando, dal punto di vista tattico, non ce n’è nessuna necessità?
Con le immagini dei marinai americani in acqua, aggrappati alle tavole o sorretti dai giubbotti salvagente, i media di regime avrebbero finalmente quel casus belli necessario per partire con un bombardamento indiscriminato dell’Iran, delle sue città, dei siti nucleari, delle fabbriche e delle vie di comunicazione.

E i democratici americani? Cosa potrebbero opporre? A quel punto sarebbero loro a dover ingoiare il rospo poiché – di fronte ad una nuova Pearl Harbour – l’elettore americano medio si schiererebbe senza condizioni dalla parte del Presidente. Chi proponesse trattative verrebbe immediatamente tacciato di “collaborazionismo” con il nemico, d’essere un comunista nemico dell’America: al resto penserebbe il tam tam dei media.
Ciliegina sulla torta, per un Presidente statunitense c’è una sola possibilità – nell’ordinamento costituzionale americano – per farsi rieleggere per la terza volta (capitò solo a F. D. Roosevelt: 1936, 1940, 1944): quella che il paese sia in stato di guerra. Dichiarata o no, grande o piccola, scommetto un penny che George Bush ci sta pensando.

Carlo Bertani [email protected] www.carlobertani.it