Se non noi, chi? E se non ora quando?
di Marcello de Angelis
La grande manifestazione del due dicembre ha preso - per la sua imponenza - tutti alla sprovvista, organizzatori inclusi. Generalmente le mobilitazioni popolari seguono un percorso di crescita progressiva: si parte dalla periferia con manifestazioni di entità minore e si fa crescere il coinvolgimento fino a giungere ad una grande prova di forza, solitamente nella Capitale. A quel punto, in qualche maniera, si fa pesare la forza della piazza sul tavolo delle trattative politiche. In questo caso, come si diceva, la forza della piazza ha trascinato se stessa oltre qualsiasi aspettativa, realizzando un’accelerazione rispetto alla tempistica naturale.
Sarebbe un errore adesso lasciare che la spinta si esaurisca. La grande partecipazione ha dimostrato che esiste un popolo del centrodestra e che questo popolo vuole farsi sentire, vuole partecipare e vuole vivere altri entusiasmanti momenti di coesione e mobilitazione. Presa coscienza di tutto ciò, i leader della Casa delle libertà hanno ritenuto che i tempi fossero maturi per dar vita ad una coalizione più salda, rilanciando l’idea di una confederazione tra i partiti del centrodestra. Ma le fusioni politiche, come abbiamo sempre asserito, non si fanno calare dall’alto, i movimenti politici sono fatti di persone e ogni volta che si sono tentati in questo campo esperimenti di ingegneria genetica, si è andati incontro a risultati insoddisfacenti. A nostro avviso, bisognerebbe dunque mantenere vivo il desiderio di unità e di mobilitazione del popolo di centrodestra con cento altre manifestazioni di dissenso, diffuse per ambiti territoriali e settoriali, abituando inoltre così i dirigenti locali dei diversi partiti ad una cooperazione sui fatti concreti e al coordinamento organizzativo permanente. Questa marcia da Roma, deve interessare ogni capoluogo di regione e poi ogni capoluogo di provincia e poi ogni comune, rendendo la mobilitazione contro il governo un dato permanente del panorama politico, veicolando così plasticamente l’immagine dell’isolamento del Palazzo rispetto all’Italia reale.
Nel contempo bisogna continuare a tenere alto il livello di protesta delle categorie professionali, mettendole in rete in una trama che attraversi le strutture di partito senza sovrapporsi ad esse. Da questa mobilitazione può e deve nascere una rete della società civile che si interfacci con le rappresentanze politiche, per fornire loro in permanenza gli stimoli e gli strumenti per dare voce alle istanze dell’Italia che lavora e che produce. I nostri avversari ci tacceranno di populismo, noi li ringrazieremo per quello che loro intendono come un insulto ma che per noi significa semplicemente la conferma di una sintonia con il popolo e la volontà di porsi al suo servizio. Se è vero - e appare sempre più evidente - che non passa giorno che il divario tra potere e popolo si faccia più ampio e la lontananza tra il Palazzo e la piazza più estesa, stare in piazza con il popolo è sicuramente più nobile che asserragliarsi nei palazzi del potere. Casini ha fatto una valutazione errata - e con lui tutti coloro i quali sostenevano che la piazza fosse una dimensione estranea alla destra - quando ha sostenuto, prima del due dicembre, che l’opposizione al governo andasse realizzata in Parlamento, dove i numeri non consentono - nemmeno al Senato - di impedire i continui attentati alla sicurezza, al benessere e alla coesione della nostra nazione. Forse anche lo stile dell’opposizione parlamentare dovrebbe subire una variazione: la correttezza e la signorilità che ci ha sinora contraddistinto non ha certo incontrato dall’altra parte altrettanto fairplay. Non ci saranno quindi spallate in Parlamento, anzi, è forse legittimo sospettare che il mito giornalistico della imminente spallata, sia stato creato proprio dalle forze egemoni della maggioranza per tenere vincolati i “cespugli”, in un clima di costante ansia per l’eventuale ritorno al governo del temutissimo Berlusconi. Quindi è falso anche sostenere che possa essere la mobilitazione di piazza a funzionare da collante per l’eterogeneo club della coalizione al governo, semmai il contrario. La protesta di piazza testimonia dell’unità del centrodestra e della sua volontà di marciare compatto, nonché della crescente perdita di consenso per i partiti che hanno scelto di agganciarsi al carro di Prodi.
Un ultimo elemento - e certo non il meno importante - che rende essenziale mantenere permanente la mobilitazione, è la carenza di informazione e la debolezza comunicativa che ha rappresentato il vero handicap del centrodestra: ogni manifestazione è un fatto politico che i media, per quanto controllati e manipolati, non possono ignorare o nascondere. Ogni protesta di popolo porta con sé parole d’ordine che finiranno sulle pagine dei giornali e sui notiziari televisivi, arginando lo strapotere mediatico del centrosinistra e indebolendo le sue mistificazioni.
Ogni giorno, finché Prodi sarà al governo, dovrà essere un giorno di protesta, ogni atto del governo dovrà essere svelato, smascherato e stigmatizzato, ogni luogo di aggregazione - piazza, scuola, luogo di lavoro e le aule parlamentari stesse - dovrà risuonare delle nostre parole di protesta, finché il rumore non diventi assordante per chi ancora ostenta sicurezza di restare avvitato alla propria poltrona per ancora molti anni a venire. La politica ha delle modalità affinate dalla storia e dall’esperienza, l’osservazione della situazione odierna ci impone di seguire la strada della protesta popolare. Non perdiamo l’attimo, sarebbe imperdonabile.




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