Maurizio Blondet
08/01/2007
Una lettera brevissima, naturalmente.
Eccola:
«Antisemitismo in funzione antiamericana o vice-versa?»
Edward N.Luttwak

Sempre pronto a rendere omaggio all'acuta intelligenza di Luttwak.
Ma vorremmo non facesse torto alla nostra, supponendoci ignoranti o dimentichi delle preziose lezioni che abbiamo appreso proprio da lui.
Sull'utilizzo di termini demonizzanti e sommari come «antisemitismo» e «anti-americanismo» per intimidire i critici del potere illegale, ci ha informato una volta per tutte la sua operetta immortale dal titolo «Coup d'Etat, a practical handbook» (Colpo di stato, manuale pratico) pubblicato dalla Harvard University Press nel 1969.
Un vecchio libro, ma nient'affatto superato.
Anzi profetico nel descrivere quello che sarebbe avvenuto - sotto il pretesto del mega-attentato - l'11 settembre 2001.
In questo prezioso saggio, Luttwak infatti dava istruzioni su come attuare un golpe di successo in uno Stato come gli USA, formalmente pluralista, ma dove manca «una parte abbastanza vasta della società [che sia] istruita, benestante e sicura di poter parlare… senza una popolazione politicizzata, lo Stato non è che una macchina».
Lo Stato ideale per il golpe post-moderno, continua Luttwak, è difatti quello dove «tutto il potere, tutta la partecipazione, è [già] nelle mani di una piccola elite istruita, benestante e sicura, quindi radicalmente differenze dalla vasta maggioranza dei suoi concittadini, praticamente una razza a parte».
Che questa «razza a parte» sia ben presente in America, spero si possa dire senza passare subito per antisemiti.
In questo tipo di società, «il colpo di Stato non necessariamente deve essere assistito dall'intervento delle masse né, in grado significativo, dalla forza militare… il potere verrà dallo Stato stesso. Un golpe consiste nell'infiltrare un segmento anche piccolo dell'apparato statale, che poi verrà usato per togliere al governo il controllo di tutto il resto […]. La presa di potere illegale avrà la forma di una 'rivoluzione di palazzo', ed essenzialmente consiste nella manipolazione della persona del governante. Egli può essere obbligato ad accettare politiche e consiglieri, può essere ucciso o tenuto prigioniero».



Come non ammirare la chiaroveggenza di Luttwak?
Par di vedere qui, con un trentennio di anticipo, quello cui assistemmo nel 2001: l'American Enterprise - centrale neocon - che infiltra il «segmento cruciale» dell'apparato statale, ossia il Pentagono (con il Defense Policy Board di Richard Perle e la «camarilla Wolfowitz»).
E la «manipolazione» del presidente in carica, obbligato o altrimenti indotto ad accettare costoro come consiglieri, per l'attuazione delle politiche di aggressione unilaterale elaborate dal Jewish Institute of National Security Affairs (JINSA), è così evidente da saltare agli occhi di chiunque non li avesse volontariamente chiusi.
Ma andiamo oltre.
Alle pagine dove si spiega come «guadagnare l'accettazione delle masse» al nuovo potere criminale, «sì che la coercizione fisica non sia necessaria».
Come fare?
«Il nostro strumento», risponde Luttwak, «sarà il controllo dei mezzi di comunicazione di massa […] grazie al nostro monopolio sui media».
Nostro, di chi?
La risposta rischia di essere antisemita.
Ma ascoltiamo ancora Luttwak: «Dobbiamo fare ogni sforzo per sopprimere [le] notizie. Se qualche resistenza compare, dobbiamo sottolineare con forza che essa viene da 'isolati' ostinati individui, mal informati o disonesti, che non sono affiliati a nessun gruppo importante». Il sospetto sui golpisti «può essere stornato attaccandoli violentemente, e l'attacco sarà tanto più violento quanto più i sospetti sono giustificati».
A questo scopo, Luttwak suggerisce l'uso di «una selezione adatta di frasi sgradevoli» contro i disturbatori che non credono alla versione ufficiale.

Eccoci arrivati al punto.
«Anti-americanismo», «anti-semitismo», «complottismo».
Da anni siamo abituati ad essere bollati in tal modo, con queste «frasi sgradevoli», insieme a tutti quelli che sollevano qualche dubbio sul ruolo dei neocon israeliani, e dei tre viceministri israeliti del Pentagono, nell'11 settembre.
Obbiettare che Saddam non aveva armi atomiche, che l'invasione del'Iraq sarebbe finita nel disastro sanguinoso, è tuttora bollato dai media - come da istruzioni ricevute - di anti-americanismo.
Il fatto è che sei anni dopo, e dopo che la camarilla ha speso un milione di dollari (del contribuente) per ogni singolo iracheno trucidato, il gioco non riesce più tanto bene.
Se siamo «anti-americani», lo siamo esattamente come il presidente Jimmy Carter, che ha alzato la sua voce autorevole contro la distorsione che la lobby giudaica ha imposto all'interesse nazionale USA.
Se siamo «antisemiti», lo siamo come i professori Walt e Mearsheimer, che hanno detto la stessa cosa in uno studio oggettivo e pacato.
Insomma le voci critiche e le resistenze non possono più essere liquidate come provenienti da individui «disonesti o mal informati», e tanto meno «isolati», «non affiliati ad alcun gruppo importante». (1)
Luttwak non può non capire - acuto com'è - che sta sparando pallottole bagnate.
Che ormai salta agli occhi che i veri anti-americani sono i neocon che hanno infiltrato il Pentagono e portato gli USA al punto più basso del loro prestigio e della loro credibilità anche militare; e che costoro lo hanno fatto nell'interesse di Israele, facendo pagare il prezzo più alto all'America - e per giunta fallendo.
In definitiva, così, hanno danneggiato anche Israele.
Perché anche se si accettasse il fine machiavellico o criminoso del nuovo imperialismo incarnato dai Wolfowitz, Perle & Co., si dovrà pur ammettere che hanno sbagliato i mezzi, con un'incompetenza, una ferocia e una stupidità indegna dell'America, e della stessa mitica intelligenza ebraica.
Forse Luttwak dovrebbe aggiornare il suo vecchio ed utilissimo manuale golpista, con un capitolo dedicato al necessario controllo di internet.
Oggi, la sua equivalenza: «antisemitismo in funzione anti-americana o viceversa» per definire le critiche, rivela solo che nella sua testa questa equivalenza è totale e accecante, che per lui USA e semitismo sono la stessa cosa, due facce dello stesso destino.
E non ha torto.
Almeno a giudicare dalla lista provvisoria di agenti del Mossad, israeliani di cittadinanza e non ebreo-americani, che lavorano nella CIA pagati dal contribuente.

Questa lista è stata pubblicata da Nicole Bagley (2) e non è priva di interesse anche per un lettore straniero:
Gadi Regev (nato nel 1975) salario $ 63,000 annui.
Betzalel Yanay (nato nel 1978) salario $ 75,000 annui
Eyal Artzel (nato nel 1977) salario $ 87,000 annui
Sharon Rotem (nato nel 1977) salario $ 75,000 annui
David Susi (nato nel 1975) salario $ 90,000 annui
Dana Sasson (nato nel 1980) salario $ 70,000 annui
Morin Biton (nato nel 1980) salario $ 63,000 annui
Gilad Lifschitz (nato nel 1978) salario $ 87,000 annui
Maya Maimon (nata nel 1978) salario $ 65,000 annui
Marco Fernandez (nato nel 1977) salario $ 54,000 annui
Keren Touyz (nato nel 1978) salario $ 75,000 annui
Nofar Bahidi (nato nel 1979) salario $ 53,000 annui
Michal Gal (nato nel 1979) salario $ 92,000 annui
Ophir Baer (nato nel 1956) salario $ 102,000 annui
Dilka Borenstein (nato nel 1979) salario $ 67,000 annui
Michael Calmanovic (nato nel 1975) salario $ 102,000 annui.

L'infiltrazione dei «segmenti cruciali degli apparati statali» da parte di un potere straniero, come si vede, è massiccia e permanente.
Perché Israele non è come molti possono credere, alleata degli USA: non c'è fra i due Paesi un trattato d'alleanza, ciò che significa che Israele non si assume impegni di lealtà verso gli USA.
In tale situazione, che il grande impero americano inserisca nei suoi quadri d'intelligence, e paghi, spie del Mossad, è semplicemente una vergogna indecente, resa possibile solo dal «nostro controllo sui media».
Anti-americano non è chi scrive.
E' Luttwak, che identifica l'America con il bene di Giuda.

Maurizio Blondet




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Note
1) George Bisharat, «Truth at last, while breaking a Us taboo of criticising Israel», Philadelphia Inquirer, 2 gennaio 2007. Bisharat loda il presidente Carter per aver «spezzato il tabù» che vieta di criticare Israele. Per questo, Carter è stato bollato come antisemita: «ma sfruttare il termine per schiacciare la critica legittima ad un sistema di oppressione razziale [quale quello che Israele impone ai palestinesi] e macchiare un uomo di principii, è inqualificabile», scrive Bisharat: «Criticare le politiche israeliane, ciò che avviene ogni giorno sui giornali israeliani, non è più antisemita di quanto criticare l'amministrazione Bush sia anti-americano».
2) Nicole Bagley, «The Mossad in the CIA», TRB news, 3 gennaio 2007.




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