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E' un pò datato (1987), ma è imperdibile. Un giornalista americano al seguito di un battaglione dell'esercito svizzero illustra una delle principali ragioni della libertà elvetica: l'esercito. La sua unicità nel panorama internazionale (fatta eccezione per Israele che da esso mutua), il suo spirito, il suo legame indissolubile con ogni angolo di territorio.
Lo sguardo è oggettivo ma allo stesso tempo aperto alle suggestioni sublimi dei paesaggi elvetici, e alla ruvida ma sincera umanità di questi "guerrieri" impegnati a prevenire un eventuale invasione sovietica. Che viene immaginata fra la speranza riposta nel proprio patriottismo e il timore di dover retrocedere a una disperata guerriglia fra le foreste.
Banchieri, ingegneri, giardinieri che, richiamati periodicamente, si trasformano in un corpo solo. E non in un corpo qualunque, ma in quello di un "porcospino", che si arriccia su sé stesso e mostra gli aculei a chiunque pensi di invadere il loro peculiare habitat.
Un oggetto d'indagine che è un "unicum" e per questo non comprensibile al di fuori delle peculiarità di un popolo che è quattro popoli e forse ventisei. O forse centinaia, quanti i comuni. Oppure milioni, quanti i singoli svizzeri.
E' vero che gli svizzeri non sono mai stati grandi inventori o grandi artisti: ma l'elveticità non è forse, per sé stessa, una meraviglia dell'umanità?




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