«Riformisti? Controriformisti, piuttosto». Ce l’ha con Fassino e Rutelli, Oliviero Diliberto, leader del Pdci che già scalda i muscoli in vista di Caserta.
Onorevole Diliberto, a Caserta sarà braccio di ferro tra riformisti e sinistra radicale?
«Io non vorrei, ma con queste premesse non escludo ci possa essere».
Quali premesse?
«C’è un equivoco terminologico che rimanda a questioni politiche. Riformisti al mio Paese sono quelli che ampliano i diritti, che danno più spazi di libertà e di opportunità, non quelli che li restringono».
A chi sta pensando?
«Il primo centrosinistra, quello di Nenni con la Dc, fece la scuola media unificata e poi lo statuto dei lavoratori, quelle sì che erano riforme».
Oggi invece, di che si tratta?
«Mah, vedo Fassino e Rutelli avanzare solo proposte restrittive: innalzamento dell’età pensionabile, conferma della legge Biagi, tagli all’università. Ma allora dovevano dirlo prima agli elettori, non dopo aver preso i voti. C’è malcontento nelle fabbriche: vogliono affrontarlo aumentando l’età pensionabile?».
L’obiezione è che nel frattempo è cresciuta di molto l’età media, e passare da 57 a 60 anni per andare in pensione non sarebbe poi così grave.
«Suggerisco a qualcuno di andare a vedere come si lavora in generale, e alcuni lavori in particolare. Tre anni non è un numero, sono persone in carne e ossa».
Ma allora a Caserta dichiarerete guerra al riformismo di Fassino e Rutelli?
«Ma quale riformismo. Controriformismo, piuttosto. Sarebbe interessante, invece, se da Caserta si uscisse con un bel piano di riforme vere tipo aumento dei salari e delle pensioni più basse, nonché forti investimenti su scuola e ricerca, innalzamento dell’obbligo scolastico a 16 anni. C’è una questione sociale che permane, grave, da non sottovalutare. Il risanamento è stato fatto, le entrate fiscali sono in forte aumento, ci sono ampi margini per dare impulso a politiche di protezione sociale, non restrittive».
Così metterete Prodi fra due fuochi.
«Non credo. Prodi ha detto che non c’è urgenza sulla riforma della previdenza, e io sono d’accordo. Anche il ministro Damiano, diessino, mostra molta più cautela in materia del suo segretario. E lo capisco, tocca poi a lui andare a discutere e trattare con i lavoratori. No, i problemi per il governo non vengono dalla cosiddetta sinistra alternativa, ma dall’area del Partito democratico».
Ds e Margherita han già detto che non accetteranno più veti.
«Non è nel mio costume porre veti. Chiedo solo che venga applicato il programma sottoscritto da tutti, anche da Fassino e Rutelli».
Ma si potrà pure aggiornarlo, questo programma, o è lesa maestà?
«Il fatto è che le proposte che vengono avanzate sono spesso l’opposto di quanto pattuito tra tutti prima delle elezioni».
Scontro sul riformismo, braccio di ferro sul programma, proposte divergenti: ma così rischia il governo.
«Chi mette a rischio il governo sono loro, i controriformisti. Forse hanno in mente un altro progetto politico. Io no, io sostengo Prodi».



Fassino e Rutelli perseguono un altro progetto politico?
«Vedo in giro strani movimenti. La Convenzione di Amato, inevitabilmente, avrebbe messo in difficoltà il governo. Sento parlare di intese più larghe, in pratica il cambio dell’attuale quadro politico».
Il tutto favorito da una nuova legge elettorale?
«Qui casca l’asino. Sono per il Tatarellum senza l’elezione diretta del premier. E sono pronto a discutere ma con un’avvertenza: fare le nuove regole del gioco con pezzi dell’opposizione escludendo pezzi della maggioranza, significherebbe davvero mettere a repentaglio la nostra coalizione».