La Kultura Omologata - Cominciamo col Cinema
Brava Berbara ! Bravissima !
LE CONFESSIONI INVOLONTARIE DI “ RE G I S T I D ’ I T A L I A”
Complimenti a Barbara, che sa come far cantare i suoi polli
Barbara Palombelli è una signora sempre
più bella e suo marito risulta ogni
giorno più utile e più caro, una sorta di ministro-
kathecon spedito al governo direttamente
dall’Altissimo affinché le porte dell’inferno
non prevalgano. Di lei, della moglie,
giungevano notizie frammentarie e ormai
la davamo per dispersa, in mezzo a figli,
cani, amiche e appunto mariti, pronta
per qualche rubrica di bon ton da redigere
con la mano sinistra, perché la destra è impegnata
a intingere il biscotto nella tazza di
tè. Ma ecco la dea domestica sorprendere
tutti con un durissimo libro-denuncia intitolato
“Registi d’Italia” (Rizzoli), impietoso
atto di accusa contro la cortigianeria, la
viltà, lo squallore umano e professionale di
quello che rimane del nostro cinema.
Nella storia del giornalismo italiano si
ricorda almeno un’altra donna capace di
repentini cambi di marcia: Camilla Cederna,
che quando partiva lancia in resta non
si ricordava nemmeno di passare da casa
per togliersi la collana di perle. Ma Barbara
al contrario di Camilla tiene famiglia, e
numerosa, condizione che in Italia sembra
consustanziale al più ignobile conformismo.
Così avranno pensato anche i trentotto
registi interpellati, che l’hanno fatta entrare
nelle loro case senza temere altro
che la sua lenta avvenenza. Poveretti. La
Palombelli non è la Fallaci, non è signora
da sceneggiare interviste contropelo, ma il
suo metodo è perfino più efficace: porre
domande semplici con tono partecipe, mai
nemmeno vagamente aggressivo, e una volta
abbassate le difese dell’interlocutore registrare
le sue risposte senza nulla aggiungere
e nulla togliere. Ci cascano tutti, sempre,
e figuriamoci se non ci cascavano i
trentotto registi. Sembra di vederli, eccoli:
ricevono la corda dalle mani dell’intervistatrice,
se la accomodano al collo, fanno
un bel nodo e quindi si appendono, senza
smettere mai di sorriderle. Anche lei sorride,
e scrive. Scrive il feroce ritratto di cineasti
ignorantissimi, che non citano mai
filosofi o pittori o poeti ma solo politici
perché possono sempre venire buoni, che
si dichiarano schivi e non mondani e poi
danno appuntamento al bar del De Russie,
che riesumano la nonna ebrea o il
babbo ferroviere per occultare un razzismo
da Sudafrica dell’apartheid: se non
abitano ai Parioli, come durante il Ventennio
le dive dei telefoni bianchi, abitano ai
Prati, e se non abitano ai Prati abitano al
quartiere Trieste, e se non abitano al
quartiere Trieste abitano ovunque tranne
che a Roma Sud, dove bisogna avere il set,
giammai la casa. Barbara Palombelli inchioda
alle loro colpe vecchi registi sfiatati
e impuniti, affezionati agli errori di gioventù
come cozze allo scoglio, le cui menti
hanno attraversato il Novecento con lo
stesso dinamismo della foresta fossile di
Dunarobba, in Umbria, bloccata da tre milioni
di anni nel suo aspetto attuale. “Ho
amato il pragmatismo di Togliatti, avvertivo
la luce di Berlinguer” (Gianni Amelio).
“Quando andai a vivere con Daria Nicolodi,
nella nostra camera da letto avevo fatto
costruire un’immensa stella rossa di legno”
(Dario Argento). “Sono un comunista”
(Mario Monicelli). “Il mio idolo era
Lenin” (Marco Bellocchio). Almeno Bellocchio
usa il passato mentre Argento ancora
oggi chiama il suo cane Dziga in onore
di Dziga Vertov, l’autore di “Tre canti su
Lenin”, cinepanegirico dell’assassino dei
cosacchi e dei contadini russi.
“Registi d’Italia” mostra il ripugnante
spettacolo di cineasti che non avendo più
mercato puntano sull’adulazione, come cagnetti
che si mettono a scodinzolare sperando
negli avanzi del pasto. Francesca Archibugi
è in posizione adorante da quando
aveva 13 (tredici) anni: “Mi ero iscritta alla
Fgci, Veltroni era il capo inarrivabile”.
Fausto Brizzi è regista giovane ma ha già
imparato la lezione: “Walter Veltroni è stato
un errore non averlo usato come leader
nazionale della sinistra”. Mimmo Calopresti:
“Mi piace la follia ecumenica di Walter
Veltroni, uno che vuole mettere d’accordo
tutte le diversità del mondo”. Cristina Comencini:
“Una persona di cui ci si può fidare,
Walter Veltroni, che è anche un amico”.
Luigi Magni stima Veltroni, “innamorato di
questa città”. A Giuliano Montaldo piace
Veltroni, “bravissimo, peccato che non abbia
un ruolo nazionale”. Ferzan Ozpetek
ama Veltroni, “per il suo lato umano, per
quelle sensibilità che lo fanno sembrare un
non politico, che per me è il miglior complimento
possibile”. Perfino Carlo Vanzina:
“Devo ringraziare un innamorato del cinema,
l’unico comunista di cui mi fido e per il
quale ho votato: Walter Veltroni”.
Poteva bastare ma la Palombelli, maliziosissima,
ha voluto rendere ancora più
manifesta la mancanza di dignità e di decenza
dell’ambiente da lei magistralmente
descritto. C’era un solo modo: far scrivere
la prefazione a Walter Veltroni. Lo ha fatto.
Camillo Langone




Rispondi Citando

) o qualche termine astruso (come ministro-kathecon) che metta subito in riga il lettore; va tuttavia precisato che quest'ultimo sistema è infallibile anche se si vuole sembrare stronzi, invece che colti.
.