Maurizio Blondet
10/01/2007
«Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino...»Era il 1992 - quando ancora i palestinesi potevano andare da Ramallah a Gerusalemme,
e Ramallah non era ancora un lager accerchiato da posti di blocco - e la scrittrice palestinese Suad Amiry stava appunto guidando la sua auto verso la città santa.
D'improvviso, vede un vecchio ebreo uscire dalla propria macchina e accasciarsi sull'asfalto.
Suad frena, si china sull'anziano e si rende conto che ha un attacco cardiaco; senza pensarci, lo carica sulla sua auto e gli dice - in inglese, non sapendo l'ebraico - che lo porterà al più vicino ospedale.
E' la replica viva della storia del buon samaritano, che avviene nei luoghi stessi dove avvenne allora.
Ma nei territori occupati da Israele, la storia prende un tono angoscioso.
Presto, la ragazza palestinese si rende conto delle complicazioni che il suo impulsivo atto di carità può procurarle: e se l'uomo muore in auto, cosa penseranno i poliziotti israeliani?
Crederanno alla sua versione di araba?
Suad ha paura.
Ma la sua è nulla, in confronto a quella dell'ebreo sofferente.
Con un filo di voce, le chiede sé è di Betlemme: la cittadina è per lo più abitata da cristiani e, si sa, i cristiani possono compiere gratuiti atti di solidarietà.
Suad risponde: sono di Ramallah.
«Ma sei cristiana?», chiede il vecchio.
No, sono musulmana, risponde lei.
Il vecchio ammutolisce: si trova indifeso nelle mani di un'araba islamica!
Il terrore dipinto sul suo volto è così evidente, che Suad teme di aver precipitato l'attacco cardiaco mortale, quello che la metterà sicuramente nei più grossi guai con gli agenti sionisti.
La sua paura cresce; la soccorritrice e il suo soccorso proseguono senza dirsi più una parola, entrambi terrorizzati.
Solo davanti all'ospedale il vecchio si rasserena, mormora ringraziamenti, infine dice: «Esistono palestinesi buoni, dopotutto».



Sotto il tallone giudaico, la parabola del buon samaritano è diventata infinitamente più amara («Per il sovrabbondare dell'iniquità verrà meno la carità», predisse Cristo).
Suad Amiry l'ha raccontata nel suo ultimo libro, «Sharon and my mother-in-law» (Sharon e mia suocera).
E la riferisce Jonathan Cook, il coraggioso giornalista britannico che ha scelto di vivere a Nazareth, fra gli oppressi, per testimoniare la loro oppressione. (1)
Cook ha passato il Natale a Betlemme, la città dove nacque Gesù, e da cui il vecchio ebreo sperava venisse Suad, la sua salvatrice.
Oggi Betlemme è anch'essa soffocata dal Muro e circondata da posti di blocco.
Per i turisti e i pellegrini stranieri è abbastanza facile uscire ed entrarvi, i soldati sionisti distribuivano persino babbi Natale in cioccolato, e forse i visitatori non si rendono conto della prigione che è diventata per i palestinesi.
Anche se, scrive Cook, «i soldati obbligano gli stranieri a passare nel varco aperto nel grigio, minaccioso muro di cemento che richiama alla memoria le immagini, in crudo bianco e nero, del cancello di Auschwitz».
Su quel cancello era scritto: «Il lavoro rende liberi».
Anche qui gli oppressori hanno voluto scrivere il loro motto ipocrita: «La pace sia con voi», in inglese, ebraico ed arabo sul muro di cemento.
Ormai i cristiani, che erano il 15 % della popolazione, non raggiungono il 3 %.
Anche fra i palestinesi con cittadinanza israeliana il loro numero cala: erano un quarto della minoranza araba nel 1948, sono meno del 10 % oggi, per lo più sparsi a Nazareth e nella Galilea di Gesù.
La propaganda sionista accusa di questa fuga l'estremismo islamico, che minaccerebbe fisicamente i cristiani arabi.
Cook testimonia una realtà diversa.
Gli arabo-cristiani con cittadinanza israeliana per esempio militano storicamente nel solo partito non-sionista permesso in Israele, il partito comunista: in parte, perché i paesi dell'Est fornivano borse di studio e possibilità di frequentare le università nell'area sovietica.
In Israele, ai palestinesi, cristiani o no, è reso impossibile frequentare le università ai più alti livelli.
«Israele ha imposto un dominio oppressivo sui palestinesi dentro e fuori Israele, concepito apposta per indurre le classi superiori palestinesi ad abbandonare la terra santa: e i palestinesi di classe superiore sono quasi sempre cristiani. Anzitutto perché da sempre sono i benestanti urbani, istruiti più della media, e poi perché sono parte delle Chiese universali, il che facilita che la loro gioventù vada a studiare al'estero».


La scrittrice Suad Amiry



I giovani che vanno all'estero poi scoprono, al ritorno, che «in violazione delle norme internazionali», Giuda consente di stare a casa loro solo grazie a un visto temporaneo, che devono rinnovare ogni pochi mesi.
«Ma da un anno, silenziosamente, Israele ha preso la decisione di cacciare per sempre questi palestinesi, rigettando ogni richiesta di nuovo visto. Molti dei nuovi senza-patria sono docenti e accademici, tornati per ricostruire la società palestinese. La migliore università palestinese, Bir Zeit, ha perso il 70 % dei suoi professori a causa del rifiuto israeliano di rinnovo dei visti».
Secondo Cook, Israele detesta questi intellettuali arabo-cristiani perché - anziché partecipare al «clash of civilization» prescritto da Huntington, «crociati cristiani» contro musulmani, come fanno i protestanti fondamentalisti USA, si ostinano a parteggiare per la causa nazionale palestinese, militando attivamente assieme ai compatrioti musulmani.
Edward Said, il celebre critico letterario che insegnava alla Columbia University, era un arabo cristiano.
E' cristiano Raja Shedadeh, noto attivista dei diritti umani nei Territori Occupati.
E cristiani erano Nayif Hawatmeh e George Habash, i fondatori dell'ala più estrema del movimento di liberazione palestinese.
«Molti dei più noti artisti e intellettuali arabi sono cristiani, come il defunto romanziere Emile Habibi, lo scrittore Anton Shammas, il regista Elia Suleiman ed Hany Abu Assad, oggi tutti in esilio, e il giornalista Antoine Shalhat, che per ragioni ignote è stato messo agli arresti domiciliari».



Oggi, l'accresciuta oppressione del muro e del blocco induce sempre più spesso questo tipo di persone, che ha i mezzi per vivere all'estero, ad andarsene.
«Per Israele, è meglio così», commenta Cook: «Sarebbe lieto che se ne andassero tutti, e che a Betlemme e a Nazareth restassero solo le custodie delle Chiese internazionali. Senza cristiani palestinesi a confondere il quadro, sarà più facile per Israele persuadere il mondo che lo Stato ebraico ha di fronte un nemico monolitico, l'Islam fanatico, e che la lotta di liberazione nazionale palestinese non è che la maschera del jihad e una copertura per la lotta di civiltà di cui Israele è l'avamposto».
Quel giorno felice, niente più buoni samaritani in Terra Santa.
Suad Amiry, la musulmana, è stata forse l'ultima a recitare l'antica parte nella parabola.

Maurizio Blondet




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Note
1) Jonathan Cook, «Israel's purging of palestinian Christians», Counterpunch, 9 gennaio 2007.



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