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    Predefinito Quanto petrolio c’è in Somalia?

    Maurizio Blondet
    10/01/2007
    D’accordo, è possibile che dietro le corti islamiche somale ci sia Al Qaeda.
    E che per questo gli USA abbiano spinto il dittatore etiopico Museweni ad attaccare la Somalia, per mettere al potere un regime più amico dell’Occidente.
    Ma dietro, c’è un altro motivo, non detto: il petrolio.
    Che sotto le sabbie della Somalia ci sia petrolio (e parecchio) è un’ipotesi che viene definita «assurda» dal dipartimento di Stato e dagli esperti del settore.
    Ma allora non si spiega perché la Conoco, grande petrolifera statunitense, abbia mantenuto aperta la sua enorme sede a Mogadiscio in tutti questi anni, in un Paese senza strade né governo, con le poche infrastrutture (italiane) distrutte da tempo, abbandonato all’anarchia, alla violenza e ai signori della guerra, da cui tutte le altre imprese estere sono scappate.
    Questa sede - un vasto compound recintato da alte mura, sorvegliato da guardie armate locali e straniere - è anzi servita di fatto come ambasciata non-ufficiale degli Stati Uniti.
    Poiché tutte le sedi diplomatiche a Mogadiscio sono crivellate dall’artiglieria, svuotate da anni di vandalismo, ogni diplomatico americano che si avventura per qualche missione nel Paese viene ospitato nel compound della Conoco; e così i capi e gli addetti delle organizzazioni non-governative USA e britanniche, collegate ai ministeri degli Esteri e ai servizi d’intelligence dei rispettivi Paesi, e intensamente occupate in Somalia in missioni definite «umanitarie».
    «E’ solo nostro dovere di ospitalità come cittadini americani», dice John Geybaure, portavoce della Conoco ad Houston, Texas, aggiungendo che la diplomazia USA paga un regolare affitto per gli edifici che occupa nell’interno del compound fortificato. (1)
    D’accordo.
    Ma è anche vero che ai tempi del dittatore Siad Barre (figlio di un pastore, diplomato in un corso per ufficiali dei carabinieri in Italia) i quattro colossi americani del petrolio, Conoco, Amoco, Chevron e Phillips avevano ottenuto dall’uomo forte i diritti di esplorazione su ben due terzi del territorio somalo, e negoziato grosse concessioni per l’estrazione.
    La caduta di Siad Barre nel 1991 ha bloccato ulteriori sviluppi.
    Ma ciò che hanno trovato i geologi della Conoco dev’ essere molto promettente, se la compagnia ha ritenuto necessaria la spesa per mantenere aperta la sua sede a Mogadiscio per quasi due decenni di caos e instabilità, dove ogni attività è di fatto stata impossibile.
    Evidentemente, la continua presenza serve a proteggere gli investimenti già fatti e le prospettive future.



    Il presidente della Conoco a Mogadiscio è Raymond Marchand, un francese che ha operato in Chad fino al giorno in cui la guerra civile ha obbligato la Conoco a sospendere laggiù le sue attività.
    Naturalmente, Marchand è diventato un esperto della difficile situazione somala, con ottimi contatti e amicizie tra i signori della guerra.
    Costoro sono, notoriamente, assetati di denaro e mazzette.
    Si sa che Marchand ha firmato con Ali Mahdi Mohammed, uno dei signori della guerra che sono parte del «governo provvisorio» scacciato dalle Corti Islamiche, un accordo «di sospensione» (standstill agreement) in cui è detto che le compagnie petrolifere non possono esercitare i loro diritti e le loro concessioni «per forza maggiore», il che significa che ritengono ancora validi i vecchi contratti stilati con Siad Barre, e che ne reclameranno l’adempimento appena la situazione diverrà meno rovente.
    Ovviamente, è appunto questo accordo che rende il governo provvisorio (detestato dai somali) «sicuro per l’Occidente», e degno della protezione armata dell’Etiopia.
    La rivista aziendale della Conoco ha pubblicato cinque anni fa una lettera del generale di brigata Frank Libutti (dei Marines) che loda Marchand per «il coraggioso contributo e l’altruistico servizio reso» ad una operazione umanitaria condotta, per ordine di Bush, in Somalia nel dicembre 2001: si trattava di salvare dalla fame, si disse allora, due milioni di somali.
    Gli aiuti sbarcarono a Mogadiscio - insieme a diverse migliaia di Marines per la sicurezza dell’operazione.
    Il generale Frank Libutti operò come assistente militare dell’inviato speciale americano in Somalia, Robert B. Oakley, il quale soggiornò appunto nel recinto fortificato della multinazionale, e Marchand si mise in luce come «facilitator» nei contatti tra il diplomatico USA e i signori della guerra poi divenuti membri del «governo» nemico di «Al Qaeda».
    Studi della Banca Mondiale sostengono che i tesori petroliferi della Somalia sono più che promettenti, anche se allo stato attuale non quantificabili.



    Ma la quantità non è quello che importa agli americani.
    Lo disse nel 1986 George Bush padre, petroliere lui stesso ed allora vicepresidente USA sotto Ronald Reagan (dopo essere stato capo della CIA sotto Carter), quando si recò ad inaugurare la raffineria impiantata dalla Hunt Oil Company (texana) nello Yemen, nella cittadina di Marib.
    La raffineria produceva 200 mila barili al giorno, non certo degni di una visita presidenziale.
    Ma, disse allora Bush nel discorso ufficiale: «E’ ovvia la crescente importanza strategica di sviluppare fonti petrolifere ad ovest dello Stretto di Ormuz».
    L’allusione è al collo di bottiglia del Golfo Persico, da cui passa tutta la produzione petrolifera saudita, irachena e iraniana.
    Uno stretto nel centro di una zona altamente instabile, e che rischia in ogni momento di essere reso inagibile, per esempio in caso di un attacco all’Iran.
    La Somalia, come lo Yemen, si trova ben lontana dallo stretto di Ormuz, e dunque esente dai possibili blocchi del collo di bottiglia: una fonte petrolifera sicura, in caso di crisi estrema nel Golfo Persico.
    I geologi della Hunt Oil Company del resto hanno scoperto che il «loro» giacimento yemenita è parte di un vasto campo subacqueo che, attraverso il golfo di Aden, raggiunge il nord della Somalia.
    Evidentemente, l’avvento delle Corti Islamiche ha disturbato i progetti a lunga scadenza espressi da Bush-padre: siano o no infiltrate dalla fantomatica Al Qaeda, esse non hanno assicurato il rispetto dei vecchi contratti di Siad Barre.
    Di qui la necessità dell’intervento militare etiopico, il cui dittatore è notoriamente filo-americano.
    L’Etiopia appoggia ormai da anni il secessionismo di due regioni somale molto importanti dal punto di vista minerario, il Somaliland e il Puntland, entrambe ex-colonie britanniche.
    Nel 2005, un sedicente «governo indipendentista» del Puntland ha firmato un importante contratto con la Consort Private Limited, una ditta-fantasma con sede ufficiale alle Maldive, ma che in realtà opera da Londra, presso lo studio legale Anthony Black.
    La Consort ha ottenuto tutti i diritti minerari e petroliferi del Puntland; ed ha ceduto il 50,01% di tali diritti ad una ditta australiana, la Range Resources Ltd.
    Presieduta dal lord britannico Sam Jonah: lo stesso che presiede la Ashanti Anglo-Gold, la massima estrattrice di oro in Africa, e figura nel consiglio d’amministrazione della Anglo-American Corporation, altro colosso minerario.
    Il guaio è che le Corti Islamiche stavano prendendo il sopravvento, con l’appoggio popolare, anche nel Puntland.
    Ora, messe in fuga le Corti dall’intervento etiopico, il potere formale è tornato al «governo di transizione» riconosciuto dalla comunità internazionale, ma non dalla popolazione somala.
    Un governo sostenuto dalle armi straniere.



    Al Qaeda, se esiste, avrà facile gioco ad accendere il mondo islamico contro l’occupazione
    di una terra musulmana da parte di un occupante cristiano (l’Etiopia), e a innescare una guerriglia di liberazione che attrarrà militanti fondamentalisti da tutto l’Islam.
    Per la Somalia comincia una nuova feroce stagione di guerriglia?
    La Conoco deve pensare di no, visto che non ha chiuso il suo ufficio fortificato a Mogadiscio.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) «America’s interests in Somalia: four major oil companies are sitting on a prospective fortune in exclusive concessions», GlobalResarch, 3 gennaio 2007.




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  2. #2
    kalashnikov47
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    Dove ci sono bombardamenti umanitari, c'è petrolio. Dove c'è petrolio ci sono bombardamenti umanitari.

  3. #3
    Mujâhid_Jihâd
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    Petrolio ? Perchè non c'era in Somalia prima della vittoria delle Corti Islamiche !?

    A mio avvisio le motivazioni di questo ultimo conflitto sono ben altre. Come disse il compianto Imam Khomeyni: "Fin dal principio il Movimento Islamico venne tormentato dagli Ebrei, i quali dettero inizio alla loro attività reattiva inventando falsità circa l'Islam, attaccandolo e calunniandolo. Ciò è continuato fino ai nostri giorni".

    I Giudei hanno osteggiato l'Islam sin dal suo sorgere, furono loro ad iniziare la guerra con l'Islam attaccando il Profeta Muhammad (pbsl) e i suoi Compagni.

    Oggi che il Sionismo Mondiale ha più potere che mai, attraverso i suoi lacché, ha scatenato una guerra d'annientamento contro l'Islam continuando così la sua attitudine ad attaccarlo, la colpa della Somalia era aver issato la bandiera dell'Islam. Il petrolio etc. sono tutte cose secondarie...

  4. #4
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    Bombe yankee sulla Somalia

    | Mercoledì 10 Gennaio 2007 - 104

    La ferocia e l’arroganza del regime Usa non conosce limiti. George W. Bush, con le mani ancora grondanti del sangue del legittimo presidente dell’Iraq Saddam Hussein, fatto assassinare dai collaborazionisti iracheni dopo un processo farsa, ha lanciato un nuovo criminale attacco, questa volta contro la Somalia, da tempo nel mirino di Washington.
    Evidentemente la Casa Bianca non deve fidarsi troppo di Addis Abeba e l’invasione della Somalia, data temporabneamente “in appalto” agli etiopici, ha visto l’intervento diretto delle milizie yankee.
    Già lunedì scorso, nel colpevole silenzio dei media e dei diretti responsabili un AC-130 del Pentagono aveva bombardato l’estremo sud della Somalia con il dichiarato scopo di colpire i soliti presunti terroristi della fantomatica Al Qaida; ieri sono intervenuti gli elicotteri d’assalto americani che hanno nuovamente bombardato la zona causando un numero imprecisato di vittime civili (almeno una trentina).
    Le agenzie di stampa nazionali ed internazionali hanno dato scarso rilievo alla notizia che invece è di una gravità assoluta. Ancora una volta il regime americano si muove come fosse il padrone del pianeta e proprio questo è il suo disegno finale: una dittatura (ovviamente formalmente democratica) che soffochi ogni voce libera, ogni pensiero politicamente scorretto, ogni tentativo di difesa della sovranità dei popoli.
    Noi siamo profondamente contrari alla pena di morte, anche per i peggiori criminali, ma i caporioni mondialisti dovrebbero essere trascinati davanti ad un tribunale degli Uomini per rispondere dei loro crimini contro l’umanità.

  5. #5
    kalashnikov47
    Ospite

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    Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 5/07 dell’11 gennaio 2007, Sant’Igino

    Somalia: sempre per al-Qaeda?

    “Con l’attenzione dei pianificatori della sicurezza di Washington interamente consumata dalle guerre in Iraq e in Afghanistan, scrive oggi il New York Times, l’interesse dell’amministrazione Bush in Somalia è stato guidato soprattutto dal fatto che una manciata di uomini di al-Qaeda responsabili per attacchi nel Corno d’Africa si nasconderebbero da quelle parti… Fino a questa settimana, Washington si era accontentata di restare dietro le quinte e di usare l’invasione etiopica come la faccia pubblica di uno sforzo contro gli islamici e i loro alleati”.
    Sui bombardamenti americani in Somalia, effettuati con una micidiale cannoniera volante, dopo le quotidiane piogge di proiettili degli elicotteri etiopici, e sulla presenza di navi statunitensi al largo del paese, inclusa la portaerei Eisenhower, fonti diverse stanno fornendo spiegazioni, giustificazioni, pareri, previsioni. Tutte per lo meno improbabili vista lo stato di fluido caos in cui il paese vive da anni.
    Sia pur aggiungendo talvolta aggettivi come “sospetto”, “probabile” o qualcosa di simile, un coro di voci mormora sullo sfondo al-Qaeda… al-Qaeda; un filmato o qualche messaggio radiofonico o in internet da un momento all’altro permetterà di eliminare anche quegli aggettivi precauzionali e i bombardamenti probabilmente continueranno come l’ultimo germoglio sul velenoso e immenso albero della “guerra al terrorismo” e all’Islam fondamentalista.
    Lavoravo per gli americani quando, poco dopo la caduta del muro di Berlino, in un incontro internazionale organizzato in Europa, da colleghi statunitensi sentii affermare che, caduto il comunismo, il nuovo nemico degli Stati Uniti e del mondo era l’Islam. Certo, il punto di vista era vivacemente portato avanti soprattutto da giornalisti che di fatto erano neo-con…
    Che agli scettici come me, 15 anni fa ancora ingenuamente fermi all’idea delle banche americane zeppe dei cosiddetti petrodollari arabi, non offrivano documenti e spiegazioni ma chiedevano soltanto atti di fede. Non di buona fede.
    Ma al principio degli anni ’90, nonostante la prima guerra del Golfo e la disastrosa operazione Black Hawk Down, i due falchi neri abbattuti dai somali a Mogadiscio nel 1993 sotto forma di elicotteri da svariati milioni di dollari capaci di sparare molte migliaia di colpi al minuto, pochi avrebbero sospettato che al-Qaeda sarebbe diventato un marchio più usato e noto di quello delle multinazionali americane degli hamburger e della connessa bevanda a stelle e strisce.
    I neo-con erano già in circolazione da non pochi anni e le loro fortune non apparivano allora così certe, nonostante gli otto anni di amministrazione Reagan (1980-88). E nessuno a quel tempo si sarebbe mai azzardato a immaginare, nemmeno come sceneggiatura per un film, la tragedia dell’ 11 settembre 2001, rivelatasi occasione fondamentale per il rilancio e l’affermazione delle tesi dei neoconservatori soprattutto in politica estera. Dalle ceneri delle Torri rinasceva e spiccava il suo volo più maestoso la sinistra fenice del terrorismo islamico da combattere in qualsiasi modo ovunque e per sempre.
    Con la soppressione totale dei diritti per le centinaia di dannati a Guantanamo, le torture di Abu Ghraib, la soppressione di diritti civili e libertà antiche almeno quanto il presidente Lincoln negli stessi Stati Uniti, la divisione ultramanichea del mondo in pochi buoni (se comunque d’accordo con Washington) e molti cattivi, forse anche filo-terroristi, se appena appena incerti. Con un’impiccagione destinata a restare nella Storia per la sua brutale e assurda illegalità.
    Partendo dall’Afghanistan tuttora caldo e facendo poi perno in Iraq, dove in questi ultimi giorni si susseguono azioni militari e scontri di una violenza forse senza precedenti mentre vengono richiesti altri uomini (20 o 30.000) e altri fondi da bruciare. l’inestinguibile falò del Grande Medio Oriente, Palestina e Libano inclusi, resta senza dubbio il principale palcoscenico dell’esportazione armata della democrazia e della guerra infinita al terrorismo islamico. Vero e spesso presunto.
    Ma quello che si può leggere oggi non solo sul New York Times, dopo uno sterminio di dozzine e dozzine di pastori nomadi e dei loro asini, mucche e cammelli in una “zona fangosa vicina al confine con il Kenya” testimoniato da diverse fonti locali incluso un anonimo da Liboi che lo ha detto all’agenzia inglese Reuters, fa nascere il terrorizzante sospetto che un altro falò della stessa follia neo-con potrebbe essere in preparazione, o almeno costituire una tentazione, anche in Somalia. Cioè nel Corno d’Africa e dintorni.
    “Per diversi giorni, i jet e gli elicotteri da combattimento etiopici hanno steso una coperta di fuoco sull’area e gli attacchi sono continuati martedì” ha scritto da Mogadiscio lo stesso quotidiano di New York, riferendo anche della strage di nomadi e bestiame che dice di non aver potuto verificare in maniera indipendente. Secondo il giornale potrebbe forse essere stato ucciso anche Abu Taha al-Sudani, presunto aiuto di Fazul Abdullah Mohammed, presunto capo della presunta cellula di al-Qaeda nell’Africa orientale.
    Appena l’altro ieri, Jonathan Stevenson, docente di strategia allo U.S. Naval War College, sulle pagine del medesimo quotidiano newyorchese affermava: “…non esiste soluzione militare all’imbarazzante caso Somalia. Una robusta diplomazia, con l’occhio alla creazione di un accordo di condivisione del potere tra il governo di transizione e il Consiglio delle Corti Islamiche, sembra essere l’unica speranza”. E a parlare non era certo un cauto diplomatico.
    Nè era uno come quel Mark Finneman che nel 1993 scriveva dettagliamente delle possibili grandi risorse petrolifere della Somalia. E neanche come quello studioso di Montreal (1) che in un suo libro ha documentato più di una patacca della guerra al terrorismo. Un motivo di più, visti gli angosciosi sviluppi degli ultimi giorni, per essere preoccupati e temere che anche in questo pezzo di mondo possa scatenarsi la stessa belva rampante in Iraq.
    Per ora, proprio come in Afghanistan e in Iraq, non si riesce neanche a sapere se, dove, come, quando e quanti civili inermi sono stati uccisi, e di quale drammatica situazione umanitaria si siano poste le premesse, sempre inseguendo l’inafferrabile “strega morgana” chiamata al-Qaeda…

    (1) “Informazioni sugli stretti legami tra bin Laden e la Somalia sono venute da quel tipo di fonti ‘obiettive e disinteressate’ così spesso citate per la Guerra al terrorismo. Includono l’Etiopia che teneva golosamente d’occhio una striscia di costa somala; i signori della guerra somali che, ansiosi di emulare la Afghan Northern Alliance, volevano usare i militari americani contro i loro rivali locali; e il Pentagono, che ha i suoi motivi di risentimento”
    (R.T.Naylor, docente di Economia alla McGill University di Montreal, Canada, in un documentato saggio dal titolo Il Labirinto somalo, tratto dal libro Satanic Purses ,Denaro satanico, pubblicato dalla McGill-Queen's University Press)

    (Fonte: Agenzia MISNA, Dalla tavola scrivania del direttore, 10 gennaio 2007)

  6. #6
    kalashnikov47
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    Citazione Originariamente Scritto da Mujahid_Jihâd Visualizza Messaggio
    Petrolio ? Perchè non c'era in Somalia prima della vittoria delle Corti Islamiche !?

    A mio avvisio le motivazioni di questo ultimo conflitto sono ben altre. Come disse il compianto Imam Khomeyni: "Fin dal principio il Movimento Islamico venne tormentato dagli Ebrei, i quali dettero inizio alla loro attività reattiva inventando falsità circa l'Islam, attaccandolo e calunniandolo. Ciò è continuato fino ai nostri giorni".

    I Giudei hanno osteggiato l'Islam sin dal suo sorgere, furono loro ad iniziare la guerra con l'Islam attaccando il Profeta Muhammad (pbsl) e i suoi Compagni.

    Oggi che il Sionismo Mondiale ha più potere che mai, attraverso i suoi lacché, ha scatenato una guerra d'annientamento contro l'Islam continuando così la sua attitudine ad attaccarlo, la colpa della Somalia era aver issato la bandiera dell'Islam. Il petrolio etc. sono tutte cose secondarie...


    http://italian.irib.ir/rubriche/armi/linfa.htm


    La Somalia e lo Yemen, nella scelta di Washington, sono appaiate, come può confermare un’occhiata alla mappa del Medio Oriente/Corno d’Africa. Lo Yemen è situato allo snodo del transito di petrolio di Bab el-Mandap, il punto più stretto per il controllo del flusso petrolifero che connette il Mare Rosso con l'Oceano indiano. Inoltre, anche lo Yemen ha petrolio, anche se nessuno sa ancora bene quanto. Potrebbe essere una quantità enorme. Una ditta USA, la Hunt Oil Co. sta pompando 200.000 barili un giorno di là ma probabile questo è solo l’inizio della scoperta.
    Lo Yemen è un ‘obiettivo emergente’ con l'altro più prossimo, la Somalia.
    Anche l’azione militare in Somalia del 1992 di Bush, che diede alla patria un naso insanguinato, era in effetti per il petrolio... Poco noto è il fatto che l'intervento umanitario di 20.000 soldati USA, ordinato da Bush padre in Somalia, aveva ben poco a che fare con la addotta assistenza per la carestia dei somali affamati. Aveva molto a che fare col fatto che le quattro maggiori società di petrolio americane (dirette da amici di Bush) Conoco di Houston (Texas), Amoco (ora BP), Chevron di Condi Rice e Phillips, ottennero tutte grandi concessioni per l’esplorazione di petrolio in Somalia. I patti erano stati fatti col il precedente regime tirannico corrotto di Siad Barre, ‘filo-Washington’.
    Barre fu sconvenientemente deposto proprio nel momento in cui la Conoco cercava oro nero con nove fonti esplorative, confermate da geologi della Banca Mondiale. L’inviato in Somalia, Robert B. Oakley, un veterano del progetto statunitense dei Mujahadeen in Afghanistan nel 1980, fece quasi saltare il gioco agli USA quando, nel corso della guerra civile a Mogadiscio nel 1992, trasportò per sicurezza i suoi quartieri negli stabilimenti Conoco. Una nuova eliminazione da parte degli USA della ‘tirannia’ somala, avrebbe aperto la porta a queste società petrolifere statunitensi per progettare e sviluppare le probabilmente enormi quantità di petrolio della Somalia. Yemen e Somalia sono due i fianchi della stessa configurazione geologica che contiene un grande potenziale di giacimenti, così come sono i fianchi dello snodo del petrolio dal Mare Rosso

 

 

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