di ADRIANO SEGATORI

Una chiarificazione linguistica.

“La causa della stupidità democratica è la fiducia nel cittadino anonimo; e la causa dei suoi crimini è la fiducia che il cittadino anonimo ha in se stesso” 1 . (Nicolás Gomez Dávila)

Ritengo indispensabile – per motivare una risposta esauriente all’interrogativo del titolo – definire almeno in maniera sommaria i concetti di carattere e di democrazia , anche se è evidente già dall’inizio una maliziosa impossibilità di convergenza dei due paradigmi.
Il carattere è quella struttura dell’uomo che si combina tra temperamento e personalità, tra le qualità ereditate e costituzionali che caratterizzano i comportamenti reattivi e l’unicità complessiva data dalla articolata armonia tra strutture connaturate e costruzioni esperienziali 2 . Esso si pone, perciò, a metà tra il dover essere passivamente prestabilito e il voler essere attivamente progettuale, nel punto in cui uno diventa – o almeno dovrebbe auspicabilmente diventare – ciò che è – come destino e come donazione.
Il carattere, quindi, si fonda su risorse che escludono la libera volontà del soggetto – il quale può solamente prendere atto della quantità e della qualità delle stesse –, e sulla percezione di un peculiare destino da condividere e da perseguire nel percorso integrativo della sua personalità, proprio nell’operazione volontaria di rendere più redditizie e vantaggiose le risorse ricevute.
Questo procedimento, a sua volta, si impernia su due valenze psichiche e comportamentali: la decisione e il desiderio. Se si analizzano etimologicamente le due opzioni, emergono con evidenza dei precisi punti di contatto e di sinergia. Decidere – da de caedere, togliere via – eliminare tutto ciò che di superfluo, di sovrastrutturale e di condizionante reprime e costringe lo sviluppo peculiare delle doti e delle disposizioni innate, e desiderare – da de siderum , rimuovere la stella di riferimento, la sicurezza prestabilita, il conosciuto indicatore tranquillizzante – per aprirsi a vie sconosciute, ad esperienze estranee, ad orizzonti inesplorati: “Un proiettarsi in avanti e oltre per far ritorno, arricchiti di esperienza e maturi nella coscienza, al punto di partenza, là da dove si venne” 3 , ovvero: “Il viaggio [come] una rappresentazione dell’animo umano [che] comporta comunque un cambiamento. (…) un’avventura spirituale (…). Il viaggio è una ricerca di senso, una ricerca dell’ignoto in noi e fuori di noi (…)” 4 .
Il carattere, a questo punto, possiamo vederlo come la carta d’identità della personalità; ciò che caratterizza una persona nel momento in cui questa si trova ad assolvere al compito esistenziale per la quale è stata chiamata: il senso e la meta del viaggio di trasformazione e di integrazione.
E qui entra i gioco il destino, perché, se “Il carattere è destino”, “Ethos anthropoi daimon” 5 – come rivendica con precisione James Hillman partendo da Eraclito –, allora il carattere è ciò che definisce e caratterizza la “ciascunità” 6 – secondo il felice e centrato neologismo dello stesso Hillman: il carattere è la particolarità che ogni persona esprime usufruendo delle opportunità offerte in natura e, attraverso un pericoloso percorso di spaesamento e di ritrovamento, cerca e raggiunge lo scopo interiore di quella sua unica ed irripetibile vita: non trasformazione ma identificazione.
Se il cammino, però, è personale – come le risorse in gioco e la meta auspicata – il metodo può essere unificato e uniformato? Certamente no! Il carattere è imparabile, non insegnabile. Può essere evidenziato e messo in luce attraverso un dispositivo educativo non un procedimento didattico. Potremmo azzardare una comparazione: il temperamento può essere condizionato dall’insegnamento, ciò da un trattamento di controllo degli istinti primari e da una prescrizione coattiva delle buone maniere e delle norme condivise, mentre il carattere può essere affidato solo all’educazione, nella sua stretta adesione etimologica – educere, condurre fuori ciò che è nascosto, coartato, inespresso per esplicitarlo e renderlo attivo, animarlo.
È chiaro, perciò, che animare i caratteri è un’operazione artigianale, artistica, aristocratica che coinvolge la vita, mentre insegnare ed istruire sono due sinonimie per un’azione di plagio, di omologazione e di normalizzazione del pensiero e della coscienza nell’ambito dell’anonimato esistenziale – quindi uno strumento democratico. E a questo punto diventa necessario chiarificare il secondo concetto, quello di democrazia .
La democrazia – o meglio il principio essenziale della superstizione democratica – si fonda sul fraintendimento che tutti gli uomini nascano uguali, non nel senso di una condizione paritaria di opportunità di crescita e di elevazione, ma proprio nel senso letterale che tutti hanno le stesse risorse, devono avere gli identici obiettivi e possono usufruire delle medesime modalità per raggiungerli. In altre parole, la nascita avrebbe in sé – per dogma deformante – un fondamento egualitario, che poi la disfunzione e i soprusi societari distruggerebbero per una perversione di tipo darwinistico. Il fatto stesso di nascere uomini diventa, in questo modo, l’assunto normativo per stabilire la totale omologazione, fino all’invenzione settecentesca dell’uomo universale e la prescrizione del concetto astratto di umanità .
L’uguaglianza, si sa, è smentita metodicamente dalla storia e dalla quotidianità, eppure mantiene sempre viva la sua attrattiva demagogica: “(…) è insomma una funzione scenica che non ha alcun tramite con il piano della logica, della funzionalità, del merito” 7 . Ma questa rappresentazione virtuale, nel momento in cui viene propagandisticamente diffusa e normativamente prescritta, perde il suo valore parziale di spettacolo opinionistico per diventare legge contronatura, verità condivisa, oggettività risentita: “Non appena un’allucinazione diventa collettiva, diventa popolare, diventa sociale, cessa di essere un’allucinazione per convertirsi in realtà, in qualcosa che esiste al di fuori di coloro che ne fanno parte” ( Miguel de Unamuno) 8 .
Con questi presupposti deviati, la democrazia deve imporre una linea di condotta necessariamente livellante: una orizzontalizzazione dei desideri, dei bisogni, delle risorse. È proprio a tale proposito che non si può intendere un’educazione democratica ma solo un insegnamento democratico. Seguendo l’indicazione etimologica usata per inquadrare il senso educativo, possiamo così evidenziare la volontà omologante implicita nella coercizione istruttiva: insegnare da in signum, porre un marchio, un’impronta, un riconoscimento. La democrazia deve predeterminare la traccia da seguire per i suoi membri, evitando accuratamente qualunque deviazione derivante da una possibile vocazione, da un’auspicabile peculiarità, da un’arricchente diversità. Parafrasando Rousseau potremmo affermare che “l’uomo nasce diverso e libero di seguire la propria vocazione secondo le capacità innate e le perfezioni acquisibili, la democrazia lo rende uguale impedendogli qualunque espressione delle proprie risorse per livellarlo in una condivisa schiavitù”.
La democrazia controlla i temperamenti e omologa le personalità proprio attraverso la negazione del carattere, e questa negazione è il fattore attivamente ricercato per l’anonimato interiore e il conformismo di massa.

Il carattere come selezione di merito.

“(…) in nessuna città l’elemento migliore è favorevole al popolo, bensì – dovunque – l’elemento peggiore: il simile favorisce il proprio simile” 9 . (Anonimo ateniese)

Il carattere – al di là dei distinguo molto specifici ed articolati inerente alla psicologia dinamica ed alla psicopatologia – può essere considerato quell’entità in continua definizione, che si forma e si delinea attraverso l’impiego delle risorse date e di quelle acquisite, in un percorso di conquista del proprio destino. E a questo punto, è indispensabile rifarsi a quella psicologia archetipica fondata da Hillman, per poter offrire una cornice di comprensione al nostro discorso.
Al di là di un certo contorsionismo giustificatorio della democrazia naturale, Hillman chiarisce senza mezzi termini che “le disuguaglianze precedono il primo vagito” 10 . Ogni uomo è altamente differenziato l’uno dall’altro, e questo come prima superficiale constatazione e senza ricercare conferme negli inequivocabili risultati della genetica. Nell’ambito di questa naturale disuguaglianza, ogni individuo ha in sé le potenzialità per perseguire una propria caratteristica di vita, per dare un significato unico ed inequivocabile al percorso terreno che gli è stato assegnato. A lui, a lui soltanto, spetta la decisione di scegliere tra vie già battute e certezze rimediate, oppure optare per Il dèmone toccatoci in sorte 11 – come titola un rinomato lavoro di Adriano Lanza.
A fronte, quindi, di una concezione democratica che – in una felice definizione politica di Massimo Fini – l’unica qualità che prevede è l’assenza di ogni qualità, all’interno del dispositivo del carattere, ogni mediocrità universalista ed ogni normalizzazione omologante non trova posto, ed anzi la selezione di destino è la discriminante di una buona o cattiva riuscita nel percorso di individuazione: “Molti sono i chiamati, pochi gli eletti; molti hanno talento, pochi il carattere per realizzare quel talento. È il carattere il mistero; e il carattere è individuale” 12 . Quindi l’animazione e l’esercizio del carattere si basa su due opzioni: la presenza innata di qualità e la volontà consapevole per renderle vive e partecipi.
La democrazia prevede il successo, la notorietà, la riuscita sociale, fattori ben diversi dall’affermazione, dalla fama e dalla realizzazione individuale: per la maggioranza, arrivare altro non è che il raggiungimento di un cospicuo avere e di un gratificante rappresentare apprezzati dall’opinione vincente 13 . La democrazia si fonda sulla forza della scalata sociale, la cui considerazione è dettata dal consenso popolare secondo parametri statistici e dalla capacità di accondiscendenza agli umori e alle esigenze contingenti. La democrazia presuppone la flessibilità delle opinioni e la duttilità dei giudizi, facendo dell’adattamento pressappochistico e della leggerezza della parola un segno di virtù e di elasticità mentale.
Avere, rappresentare, consenso popolare, approvazione maggioritaria, opinione, adattamento, fluidità verbale: tutti parametri estranei e opposti all’essenza del carattere.
Il carattere ha come indicatore principale e primario l’unicità dell’essere ed il suo valore in quanto tale: “Uno è per me diecimila, se è migliore” 14 – precisa Eraclito –, mentre lo stesso filosofo indica i senza-carattere che soggiacciono alla legge del numero come coloro che “danno retta agli aedi popolari e si valgono della folla come maestra, senza sapere che i molti non valgono nulla e solo i pochi sono buoni” 15 .
Il carattere non segue la prospettiva di massa ma cerca un passaggio interiore che sia viaggio di conoscenza di sé e approdo del destino ricevuto; in ciò non è prevista la forza dell’arrampicata e l’instabilità del divenire ma l’energia dell’ascesa e la stabilità dell’essere, in una precisione di stile, in quanto: “L’idea di forma (…) dà una struttura e un carattere all’anima, ed esige pensieri rigorosi” 16 . Il carattere esige una totalità organica di forma e di parola, una disciplina nello stile, una coerenza nei metodi ed una precisione negli obiettivi: “Mantenersi in carattere è mantenersi nella propria forma per durare [senza intendimenti di integralismo moralistico o di moderazioni nella virtù, perché] l’idea di integrità richiede soltanto che si sia quello che si è, niente di più e niente di diverso” 17 .

Riproponiamoci a questo punto, per concludere, la domanda retorica indicata nel titolo: Esiste un carattere democratico? La risposta, evidentemente, è no. Anzi, riprendendo lo spunto polemico di Massimo Fini, possiamo a ragione affermare che una delle qualità dell’essere democratico è quella di non avere carattere. Ed inoltre, proprio il fatto di avere un carattere diventa un rischio: quello della classificazione psicopatologica, dell’emarginazione societaria, dell’ironia collettiva. Evola aveva detto che molti, in questa epoca, per poter sopravvivere alla deriva progressista e democratica hanno dovuto rinunciare al carattere – “viviamo in un tempo in cui non ci si può permettere di avere un carattere” – e con ciò tradire la propria originarietà. Del resto, la “chiamata del daimon” – come la indica Hillman – è incompatibile con il livellamento del numero e la dittatura dell’opinione pubblica, proprio per il fatto che rispondere al “precetto sia della fedeltà a se stessi, sia dello scegliere se stessi, sia della responsabilità [quindi al criterio della] decisione rapportata al carattere dell’agire in fedeltà al proprio Sé, risvegliandosi dallo stato di un vivere anodino e tramortito tra gli altri” 18 è antitetico al criterio democratico che esige una umanità informe, indecisa, amorfa, indifferenziata ed anestetizzata.
L’impossibilità ontologica di democrazia e carattere è inquadrabile nell’immagine di reciproca esclusione della morte e della vita per gli Stoici: dove c’è la democrazia non ci può essere carattere, e dove c’è carattere non ci può essere democrazia.



1 N. G. DÀVILA, In margine a un testo implicito, Adelphi, Milano, 2001, p. 49.
2 Cfr. C. BONVECCHIO, Il coraggio di essere, Armando Dadò, Locarno, 2002.
3 E. COCCO, Hölderlin e le vie del viandante, Pendragon, Bologna, 2000, p. 40.
4 A. CAROTENUTO, Vivere la distanza, Bompiani, Milano, 1998, pp. 73-75. 5
J. HILLMAN, Il codice dell’anima, Adelphi, Milano, 1997, pp. 313 e 317.
6 Ivi, p. 161.
7 A. OSTIDICH, Sulla democrazia, Edizioni di Ar, Padova, 1991, p. 29.
8 Ivi, p. 30.
9 ANONIMO ATENIESE, La democrazia come violenza, Sellerio, Palermo, 1986, p. 34.
10 J. HILLMAN, Il codice dell’anima, cit., p. 336.
11 Cfr. A. LANZA, Il dèmone toccatoci in sorte, Moretti&Vitali, Bergamo, 2006.
12 J. HILLMAN, Il codice dell’anima, cit., p. 311.
13 Cfr. A. SCHOPENHAUER, Aforismi sulla saggezza del vivere, Longanesi, Milano, 1986.
14 AA.VV., Filosofia antica, Raffaello Cortina, Milano, 2005, pp. 31.
15 Ivi, p. 31
16 J. HILLMAN, La forza del carattere, Adelphi, Milano, 2000, p. 46.
17 Ivi, pp. 46-47.
18 J. EVOLA, Cavalcare la tigre, Mediterranee, Roma, 1995, p. 84.