Mafia e Camorra
Iniziamo dal tema della criminalità organizzata, perché il regime borbonico
veniva - anzitutto - qualificato come "mafioso" e "camorrista".
Non si contano le esclamazioni, la disperazione, il dolore degli unitari
constatando la diffusione di quei fenomeni che loro si trovavano ad ereditare
dal passato regime.
Ma tanta disperazione e tanto dolore corrispondevano ad una "profondità e
delicatezza- di approccio al problema che appaiono subito sospette prima che
grossolane.
Nel caso della Mafia l'approccio unitario comincia a denunciare le oggettive
circostanze della sua "particolarità- addirittura con il conio stesso del termine
"Mafia". Un termine che venne forgiato (o, meglio, inventato lessicalmente
come identificativo di una "organizzazione malavitosa") dai piemontesi, per
indicare la categoria/consorteria di pubblico e giustizia", naturalmente nei limiti e per mandato baronale e con
mezzi rozzi e sommari che non disdegnavano - anzi, utilizzavano ampiamente -
anche il fior fiore dei delinquenti comuni, costretti a darsi alla macchia.
Questa situazione era ben nota a qualunque casa regnante si fosse trovata ad
avere la corona di Sicilia, cosi come era ben noto che i baroni siciliani usassero
della presenza nelle loro terre di questa forma di "ordine- per rivendicare la
[oro autonomia dallo stesso re - quale che fosse - dell’isola.
Dunque, tutto poteva essere un re di Sicilia tranne che un "mafioso"
(usiamo, d'ora in poi, il termine nell’accezione piemontese, ormai, diventata
lessico mondiale) e tanto meno un "colluso" con la Mafia: a meno di
improbabili tendenze autolesionistiche.
Tutt'al più poteva arrivare ad un compromesso che consisteva nel fatto di
rinunciare ad ingerirsi "eccessivamente" nelle prerogative di gestione dei solo
latifondo, gelosamente rivendicate dai baroni, a patto che loro non
ostacolassero le attività "possibili" del governo centrale dell’isola:
compromesso che evitava, se non altro, di dover mantenere costantemente
l'isola sotto controllo di un robusto e costosissimo esercito.
Di tanto c'erano - come è noto - antichissime testimonianze, a cominciare da
quella risalente addirittura al vicerè spagnolo Olivares, che nel XVII secolo già
annotava "il capopopolo in Sicilia è sempre l'agente di tino o più individui
delle alte classi, ed in Sicilia nulla si può senza i baroni”; ma non mancavano
documentazioni di diretta fonte piemontese se è vero che il breve regno
siciliano di Vittorio Amedeo di Savoia (tra il 1713 ed il 1720) ha lasciato
esplicite testimonianze circa il fatto che i baroni siciliani ospitavano briganti,
avevano "bande armate” ed una polizia fatta "di" e comandata "da" ex galeotti.
Il tutto a garanzia dei fatto che - parola del governo sabaudo - i principi
pretendevano di essere "legibus soluti” fino al punto di ritenere offesa
perseguibile pesantemente la sola richiesta (che non venisse da un loro simile o
dal re) di "pagare i debiti" (cosa che avveniva del resto anche nel Piemonte di
quel tempo, e solo con un po' di arroganza in meno).
Qualunque re di Sicilia, quindi, poteva legittimamente andare orgoglioso
come tutore del "bene comune" se appena fosse riuscito a costituire una polizia
e corti civili di giustizia che circoscrivessero al massimo possibile la sfera di
prepotenze dei baroni, e, perciò, limitassero pesantemente la capacità di agire
della loro struttura di amministrazione locale.
A tanto i Borbone erano riusciti, ma, purtroppo per loro, facendosi "nemiche
giurate" la nobiltà e la sua struttura "parassita" di amministrazione dell’ordine e
della giustizia nei feudi (che i piemontesi battezzarono Mafia).
Su questa inimicizia mortale avevano lavorato motto bene La Masa e
Rosolino Pilo, che precedettero Garibaldi in Sicilia dal marzo 1860 proprio per
cooptare i baroni e le loro bande a sostegno della spedizione dei Mille (parola
di La Masa, che ripetutamente rivendicò l'operazione indicando, anche nelle
sue opere storiche nomi di baroni e cifre di uomini).
Infatti, immediatamente dopo lo sbarco a Marsala, i Mille furono soli
esclusivamente nello scontro di Calatafimi. Una solitudine temporanea e non
dannosa perché quello scontro venne deciso dal generale borbonico Landi,
pare dietro consegna di un fedecommesso del Banco di Napoli per 14mila
ducati (più di 6miliardi di oggi) che dovrebbe ancora trovarsi nell’archivio
storico di quella banca sia perché quell’archivio è, per tradizione, uno dei
migliori "giacimenti" di documentazione storica dei sud, sia per il motivo
"tecnico-bancario" che è presso l'istituto di emissione che vengono conservati
quei titoli, soprattutto quando "non" vengono onorati perché, in qualche modo,
ritenuti fasulli. Landi, infatti, fece suonare la ritirata per i suoi 5mila uomini
proprio quando i Mille avevano cominciato a scappare lungo le balze che
avevano appena scalato.
Ma subito dopo quello scontro (più che di battaglia - come vuole l'oleografia
risorgimentale - si trattò, causa ordine di ritirata, di un semplice scontro a
fuoco) almeno quattro bande baronali si unirono ai Mille (facendoli più che
triplicare) e ad esse se ne aggiunsero immediatamente tante altre fino ad
arrivare a ben oltre 10mila uomini (9 briganti per ogni garibaldino) prima di
arrivare alle porte di Palermo.
L'infoltimento "banditesco" delle colonne garibaldine prosegui fino a
Messina, anche con progressive liberazioni dai carceri siciliani di tutti i
delinquenti comuni (come è noto, quelli politici non sostavano in carceri
dell’isola maggiore, ma in quelli delle isole minori), pure per assicurare, con le
bande, il mantenimento deli'ordine persino - e, per la Mafia, per la prima volta
- nelle città, nonché per tutelare il buon esito dei plebiscito di annessione al
Regno di Sardegna.
Qui si colloca lo spartiacque della storia della Mafia.
Quando questa, cioè, prese consapevolezza del ruolo che poteva giocare non
più "contro" il governo centrale (fino al 1860, quello dell’isola) ma "in
sostegno" di questo, in una posizione nuova di "parassita" del potere statale,
non diversa da quella svolta fino a quel momento solo per garantire 1a rendita
baronale".
Questo salto di qualità è stato generato proprio dal modo in cui èstata fatta
l'Unità e da chi, poi, avrebbe preteso di bollare come male sociale endemico un
virus che i precedenti sistemi di governo avevano combattuto e contenuto in
ambiti progressivamente ristretti.
La frittata era fatta. Se la nobiltà siciliana si era schierata con i Savoia (ma, soprattutto, contro Napoli) non era cosa né nuova né grave, ma -purtroppo - la
Mafia aveva compreso quale funzione di sostegno paralle
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lo potesse giocare in uno Stato in cui c'erano da gestire "anche" istituzioni
cittadine e quella simpatica novità delle elezioni cui venivano chiamati cittadini
in numero esiguo. ma pur sempre più ampio di quello ristrettissimo dei baroni,
e, soprattutto, meno potenti di questi.
La Mafia capi che poteva diventare molto potente. Gli effetti si sentirono e
subito. Ma questi effetti furono venduti dagli unitari come retaggio borbonico.
La prima mano di paura allo sfondo storico di sostegno alla ge-stione
dell’Unita senza unificazione venne data proprio cosi.
Se non fosse quasi impensabile una genesi più diretta per il salto di qualità di
un'organizzazione che da rozza e brutale diventava "sistemicamente criminale""
e, soprattutto, parassitariamente istituzionale, basterebbe a convincersi del
contrario la comparazione fra la sostanza di quanto avvenuto in Sicilia con
quanto riguardo la Camorra di Napoli.
Questo e certo. almeno quanto e certo che tutti i
"narratori" che dopo il 1860 hanno riempito biblioteche intere di descrizioni di
quel fenomeno. sono incorsi in un errore di "strabismo"' hanno cioè attribuito al
periodo pre/1860 i connotati che caratterizzavano la Camorra dopo il 1860.
Basti, per tutti, un esempio scelto tra i primi in ordine di tempo e di
diffusa considerazione.
Nel suo “Camorra e Mafia” A. Umiltà notava “...negli ultimi giorni di
quel triste regime (n.d.r. fine agosto/inizi di settembre 1850) la Camorra
era diventata una specie di guardia pretoriana delta dinastia decaduta".
Quell’autore - che scriveva a ridosso dell’Unita - coglieva nel segno
constatando l'ingresso della Camorra nell’agone politico, ma - purtroppo -
ne sbagliava, appunto per strabismo, drammaticamente la collocazione di
pane. Sarebbe risibile (anche se qualche bello spirito. e non da oggi. ci ha
robustamente provato) ritenere che - a quei tempi, come oggi -
l’organizzazione malavitosa potesse avere contenuti diversi da quelli
criminali, o confondere lo "sfruttamento dei bisogni estremi” dei popolani
operato dalla Camorra come una forma rozza di ribellismo e o di mutuo
soccorso per gli emarginati: la Camorra non faceva (come non fa) politica,
ma estorceva e produceva il bisogno di protesone per continuare ad
estorcere; più era forte la debolezza della popolazione p,u era forte la
Camorra. Ecco perché, allora come oggi, si l’arma letale contro la Camorra è
lo sviluppo economico. Solo la prospettiva di poter vivere di onesto lavoro,
allora come oggi può confinare la Camorra in una posizione (ineludibile in
qualunque società) di organizzazione criminale - si passi il termine -
"ordinaria" e fronteggiabile con normali organizzazioni di polizia di sicurezza
In effetti, la prima organizzazione in società della Camorra nel 1842
(anche in questo caso, ma almeno senza danni culturali dopo il I860 si fece
diventare nome proprio di organizzazione quello che era soltanto l’“oggetto
sociale" di una società che definiva se stessa come "la Grande Mamma") fu
la risposta - a suo modo ragionevole - che la malavita dette all'azione di
crescita economica del governo di Ferdinando n che toglieva sempre più
acqua allo stagno in cui nuotavano i pesci/delinquenti, costringendoli ad
"organizzarsi" in modo pertinente per ottimizzare le decrescenti possibilità
operative.
E che nel 1842 il fenomeno fosse in qualche modo sotto controllo, e
confermato dal fatto che la polizia borbonica usasse i malavitosi per avere
informazioni politiche; in ciò comportandosi come qualunque polizia - anche
oggi - si comporterebbe per contrastare le organizzazioni politiche di
"terrorismo" (perché tali erano le "sette" più o meno "liberali" del tempo che,
consapevolmente o meno, applicavano i dettami - scritti e pubblicati, ben
s'intenda - di terrorismo elaborati anche e significativamente da G. Mazzini).
Sette che, come dimostro proprio il "Processo degli unitari" con evidenze
giudiziarie, avevano nei loro statuti 1'obiettivo di "bombe" in mezzo alla folla
o di "omicidio" del re (cosa che concretamente tento il sergente A. Milano
ancora nel 1857). Quest’atteggiamento era - come sarebbe oggi -
perfettamente comprensibile sia dal lato della polizia che da quello
dell’organizzazione malavitosa. La polizia sfruttava il tipo di presenza (si badi
bene, presenza e non controllo)
della malavita sul territorio (soprattutto la gestione sia del
la prostituzione - perché l'attività d'alcova e sempre stata quella più pronuba
alla fornitura di informazioni politiche "confidenziali" - sia di alcuni traffici
"ordinari e normali" che erano - come sono - la porta più usata
per l'introduzione di armi e materiali sovversivi). La malavita, cioè, pagava
con informazioni politiche un “clima tollerabile", per la sua attività di
controllo poliziesco: controllo che come è noto - in periodi di "acutizzazioni
di attività terroristica e dal 1815 al I860 ve ne furono a ripetizione in tutte le
Due Sicilie) ambisce persino la cosiddetta piccola criminalità.
Ma di questo si trattava - durante il regno dei Borbone - e non certamente di
compromesso politico: basti considerare che le carceri erano talmente piene di
delinquenti e camorristi che nello statuto (il frieno ricordato)
dell’organizzazione una grande rilevanza avevano le norme che regolavano la
Camorra delle carceri.
Con la premessa di questi ricordi e tornando alla "guardia pretoriana della
dinastia" cui alludeva l'Umiltà, ne appare chiaro tutto lo "strabismo" unitario
(che, nel caso dell’Umiltà, può anche essere giustificato dall'ignoranza di quel
che era effettivamente successo nei mesi della "rivoluzione" dei Mille) di chi
confonde cose effettivamente accadute "ancora formalmente regnante
Francesco II con cose fatte l'esclusivamente dagli unitari".
Infatti, nel giugno 1860 (Garibaldi era nel Cilento e non ancora a Napoli)
Liborio Romano era formalmente uomo di governo di Francesco II. Questo,
però, gli servi solo per facilitargli l'accordo diretto con il capo riconosciuto
della Camorra (Salvatore De Crescenzo, detto Tore 'e Criscienzo) che -
guarda caso - "era detenuto" e non liberamente circolante a Napoli (solo negli
ultimi 10 anni il capo camorrista si era fatto oltre 8 anni di carcere, ad ulteriore
smentita di "compromessi" dei potere con la Camorra).
Il Ministro Romano contrattò con il De Crescenzo la liberazione sua e di
tutti i camorristi detenuti, ma non certo per costituire la guardia pretoriana dei
Borbone ma, al contrario, per affiliarli alla rivoluzione.
à documentato ampiamente, infatti (cfr. da ultimo G. Di Fiore 'Potere
Camorrista', 1993), che tra il 27 ed il 28 giugno 1860 il vertice della Camorra
si riuniva sotto - si fa per dire - la presidenza proprio di Tore 'e Criscienzo per
definire la strategia futura del "sostegno a don Peppino" (Garibaldi), e,
contemporaneamente, già scattavano le prime operazioni "rivoluzionarie" che -
guarda caso - investivano proprio i Commissariati di polizia, di cui Romano era
Ministro responsabile, con i delegati passati "per cortello".
Già nel luglio 1860 i primi camorristi - primo tra tutti, per ferocia
riconosciuta, tal F. Mele - venivano nominati funzionari di polizia, e chi li
nominava era Liborio Romano che, certamente, sulla carta era Ministro di
Francesco ii, ma stava già preparando l'accoglienza a Garibaldi (con tanto di
invito al re - formale, scritto e pubblicato - a togliere l'imbarazzo, redatto in
contemporanea con il proclama/invocazione per Garibaldi ad affrettarsi a
raggiungere Napoli) ed intanto dotava i camorristi di coccarda tricolore di
riconoscimento.
Romano, poverino, dirà, poi, nel libro postumo di 'Memorie', che la sua
preoccupazione era quella di prevenire il pericolo che i camorristi potessero
approfittare della confusione causata dalla rivoluzione per far man bassa dei
beni dei cittadini della capitale, facendo finta di dimenticare che era stato lui stesso a mettere in libertà - e per tempo - un
grande e qualificatissimo numero di camorristi.
Ma fin qui ancora il "salto di qualità" per la Camorra non poteva dirsi
verificato a pieno: il comportamento di Liborio Romano poteva ancora essere
considerato come un "capolavoro" di furbizia doppiogiochista (che, come è
noto, è l'esatto opposto dell’intelligenza e dell’oculatezza) giocato sul tentativo
di neutralizzare una fonte di disordine "ordinariamente" criminale in vista di un
cambio di regime e, con un solo colpo, di garantirsi - sia pure mediante un
controllo criminale - almeno la calma di quella "plebe" urbana che già nel 1799
aveva ingrossato le fila del cardinale Ruffo.
Quella che, invece, deve essere segnata come la data di ingresso della
Camorra ufficialmente nell’agone politico (e, dunque, nella vita dello Stato) è il
7 settembre 1860: il giorno in cui Garibaldi sali sulla carrozza di Liborio
Romano e, con Tore 'e Criscienzo in testa, fiancheggiato dai più rilevanti
"capiparanza" della Camorra, entrò in Napoli dopo un comodo viaggio in treno
da Salerno.
L'episodio in sé sarebbe di scarso rilievo (si sa, durante una rivoluzione può
capitare di tutto: un condottiero non può mica chiedere il certificato penale a
chi l'aiuta), se non fosse stato seguito da una serie di atti inequivoci e per i
quali non c'è giustificazione rivoluzionaria che tenga.
Il dittatore Garibaldi con proprio decreto del 26 ottobre 1860 (per
correttezza espositiva, oltreché per dovere formale derivante dalla concessione
di accesso ai testi originali, si precisa che tutti i "decreti" della Dittatura citati
in questa ricerca sono consultabili, con assoluta facilità, da parte di chiunque vi
abbia interesse presso l'Archivio Storico di Napoli) gratificò di una pensione
vitalizia di 12 ducati mensili (circa 5,4milioni di oggi.) sia Antonietta Pace che
Carmela Faucitano, Costanza Leipnecher e Pasquarella Proto, che, insieme a
Marianna De Crescenzo - prima intestataria della gratifica di Garibaldi -
costituivano il vertice femminile della Camorra napoletana (Camorra che - a
differenza della Mafia - era già all'epoca notevolmente "femminista").
E come se questo t'atto per se stesso non bastasse, lo stesso provvedimento
contiene, oltre l'ovvia motivazione patriottica, due "chicche" che la dicono
lunga sui rapporti con la Camorra.
In primo luogo, incaricato di eseguire fl provvedimento era il Ministro
dell’Interno della Dittatura (cioè, Liborio Romano) che - in questo caso - viene
anche qualificato come Ministro di Polizia.
Tale distinzione (cioè, Ministro di Polizia e dell’Interno) era propria del
regime borbonico (Romano, infatti, era Ministro di Polizia ma non dell’Interno
nel governo di Francesco Il), e sembra voler marcare la "continuità" fra il
riconoscimento pensionistico da eseguirsi e l'opera proditoria espletata da
Romano proprio come Ministro di Polizia di Francesco II. Quest'interpretazione della distinzione non è arbitraria giacché
proprio per mancanza di ulteriore materia di distinzione, non fu mai più
adoperata né dalla stessa Dittatura, né dalla Luogotenenza, né dal regno
d'Italia.
In secondo luogo, il provvedimento di concessione della pensione ha come
prima intestataria proprio Marianna De Crescenzo (sorella di Tore le
Criscienzo) che, però, non viene indicata - come tutte le altre intestatarie della
pensione data da Garibaldi - con il cognome (De Crescenzo), che pure aveva,
ma con un soprannome: Marianna la Sangiovannara.
Perché non sorga equivoco: il soprannome, nella Napoli del tempo, non era
prerogativa dei camorristi, anzi. Ma il soprannome non veniva usato in atti
pubblici a meno che non fosse necessario per qualche motivo.
Perché, quindi, solo Marianna viene indicata con soprannome e non le altre
beneficiarie, anche se ne erano tutte ben fornite?
Il motivo è l'improponibilità assoluta - a meno di voler fare oltraggio alla
Camorra - dell’uso del suo cognome per una "concessione", perché De
Crescenzo era il cognome esclusivo ed intangibile, del capo assoluto della
Camorra, al punto tale che lo stesso soprannome di Sangiovannara (come sa
bene chiunque abbia qualche dimestichezza con studi appena seri sulla
Camorra) era di pura e sola origine camorrista perché il cognome (in dialetto: 'e
Criscienzo), che solo sarebbe stato compatibile per indicare, oltre che con il
nome di battesimo, un "tale personaggio di vertice" (Marianna, era il vertice
femminile dell’organizzazione), poteva essere equivocato con quello, appunto
esclusivo ed intangibile, del Capo assoluto della Camorra.
Dunque, da un lato, fu giocoforza per l'organizzazione individuarne la
sorella con un qualche soprannome che fosse rispettoso del grado (e la
soluzione venne trovata in un soprannome di pura "origine", diciamo cosi,
topo/anagrafica: Marianna era nata, infatti, a S. Giovanni a Teduccio, anche se
"esercitava" nel cuore di Napoli, il rione Pignasecca), e, dall'altro, quello era
l'unico identificativo utilizzabile anche da un atto pubblico che non solo non
voleva recare offesa alla Camorra ma, anzi, ne voleva premiare l'operato.
Inoltre, lo stesso Dittatore, operando sulle rendite confiscate con il decreto
23 ottobre 1860 alla famiglia Borbone (leggi: patrimonio familiare, restato
distinto, come sempre in 126 anni, dalle pur fornite casse statali, al punto da
contenere persino le doti nuziali delle figlie di Ferdinando n) mise a
disposizione della Camorra un asse di 75mila ducati (quasi 34 miliardi di oggi)
da distribuire in tre anni ai bisognosi del "popolino".
La cifra in se stessa non era particolarmente rilevante, soprattutto se
confrontata con gli sperperi perpetrati in poco più di 50 giorni di Dittatura. Quel che, però, la rendeva epocale (non sembri esagerato) erano anzitutto la
qualità e la durata prevista (tre anni). Si trattava in sostanza di un vero e
proprio "portafoglio" istituzionale attribuito ad una organizzazione malavitosa
cui già era stato attribuito il potere amministrativo di un corpo di polizia (tutti
gli uomini della Camorra avevano la 11coccarda tricolore" ed alcuni dei più
autorevoli erano stati nominati a funzioni di comando della stessa polizia).
Perché non restino dubbi: nessuno di quei provvedimenti della Dittatura
venne né contestato né revocato né da Farini né dal luogotenente Savoia che
successero a Garibaldi nel governo delle terre meridionali; ad ulteriore riprova
del coinvolgimento sistemico della Camorra non nei fatti episodici ma nella
gestione stessa di quell’annessione delle Due Sicilie al Piemonte.
Ma quel che rende definitivamente significativa sul piano storico
l'elargizione "unitaria" di 34 miliardi (a valori di oggi) alla Camorra è proprio il
significato di quel pagamento in rapporto alla natura vera dell’attività
camorrista. Se la Camorra non avesse avuto la "sua parte", probabilmente le
operazioni di sperpero "delinquenziale" fatte dalla Dittatura e non toccate
minimamente dai Luogotenenti di V. Emanuele II avrebbero incontrato qualche
"difficoltà" da parte di chi doveva assicurare il "nuovo ordine" ma restava, pur
sempre, un estorsore naturaie. Se si "desiderava" procedere a sprechi
astronomici, una cifra pari a 34 miliardi di oggi risultava non solo opportuna
ma a livello di "mancia".
Non sembri esagerato il riferimento all'astronomia per definire le volontà di
spreco che resero prudente la "mancia camorrista".
Basterebbe pensare al decreto 5 ottobre 1860 con cui il generale l'elargi" (è
la parola giusta) la bella cifra di 1,2 milioni di lire oro (120 miliardi circa di
oggi) all'armatore Rubattino per ristorarlo (e questo la dice lunga sul
patriottismo di un sicuro membro del "gruppo di interessati" all'Unità) della
perdita sia del piroscafo "Cagliari" (spedizione Pisacane del 1857) per 450mila
lire oro sia per il “Piemonte" ed il "Lombardo" con 750mAa lire oro. Gli è che
il "Piemonte" ed il "Lombardo" erano già stati pagati da Cavour e V. Emanuele
con regolare rogito notarile di cui era ufficialmente beneficiario Garibaldi (già
prima se ne sono forniti tutti i ragguagli inequivoci), ed il "Cagliari" -che a suo
tempo era stato intercettato e sequestrato sulla via del ritorno dalla flotta
borbonica - era già stato restituito, integro, a Rubattino dal governo di Napoli
fin dal 1858 per il solito "pressante" intervento del governo inglese!
Basterebbe pensare, ancora, al decreto 23 ottobre 1860 che elargi 6milioni
di ducati (circa 27miiioni di lire oro, ossia 2.700 miliardi di oggi) ai martiri dei
1848, con criteri equitativi del tipo di quelli che -ad esempio - riguardarono R.
Conforti che era stato Ministro di Ferdinando II per poche settimane nel 1848 e che si vide riconosciuto
l'emolumento di Ministro per tutto il periodo dal 1848 al 1860 per la bella
sommetta di 60mila ducati (27 miliardi di oggi); oppure come lo stanziamento
di 400mila ducati (180 miliardi di oggi) a De Cesare per studi economici, a
Ferrigni per studi sulla scienza del culto e ad A. Dumas per studi storici,
trascurando i 50miia ducati (22,5 miliardi di oggi) a Massari e Ciccone per
studi economici (elargizione che, forse, il solo Massari rifiutò).
Si, non c'è errore tipografico. Fra i beneficiari c'è proprio e persino A.
Dumas padre, il noto romanziere francese che a bordo del suo brigantino
"Emma" si era portato alla fonda nel porto di Palermo fin dal maggio 1860 e
che - sempre da bordo - aveva ospitato Garibaldi per gli spostamenti nei mari
siciliani e lo aveva seguito fino a Napoli per decantarne le gesta sulla stampa
francese, e non solo.
Logico quindi che - già in occasione dei decreto dittatoriale del 15 settembre
1860 - si scoprisse che il noto romanziere fosse anche un esperto archeologo
da nominare immediatamente direttore del Museo degli scavi e delle antichità
di tutto il Mezzogiorno: come dire, il responsabile della più massiccia e
qualificata - per quei tempi, come, peraltro, di oggi - raccolta d'opere d'arte e di
interesse archeologico dell’antica civiltà romana esistente al mondo.
Una carica, per vero, onoraria sulla carta ma non nella sostanza (anche a
prescindere dalla quota parte dei 400mila ducati di cui s'è appena detto), se è
vero che - per tabulas - aveva il potere di proporre direttamente e al solo
Garibaldi sia l'assunzione di collaboratori per un "progetto" di scavi a Pompei
che la compilazione di una grande opera archeologica, storica e (sic!)
pittoresca su Napoli e dintorni. Un potere che la diceva lunga sugli obblighi di
"gratitudine" del generale Garibaldi che appena tre (dicesi: tre) giorni prima
(decreto del 12 settembre 1860) aveva affidato gli "scavamenti" (testuale) di
Pompei ed Ercolano al Ministero della Pubblica Istruzione ed aveva disposto
che vi "provvedessero" questo Ministero e quello delle Finanze.
Basterebbe, inoltre, pensare alla pensione vitalizia di 2.550 ducati (1
miliardo e 147milioni di oggi) concessa a quel Saliceti che era stato, da ultimo,
Triumviro della Repubblica Romana del 1848149 e che - come titolo
patriottico - aveva quello di essere un esponente di spicco del partito murattista
che - non si sa mai come finiscono le cose -bisognava tener buono (in fondo,
anche la Francia "aveva dato").
Dunque, di fronte a queste cifre distribuite in via personale fra i "sodali"
istituzionali dell’operazione, la cifra che venne affidata all'amministrazione
della Camorra "per la beneficenza popolare" risulta oggettivamente modesta
(praticamente quasi corrispondente al solo vitalizio riconosciuto a R. Conforti),
ma è, invece, rilevantissima per la capacità di "istituzionalizzazione"
dell’apporto fornito dalla Camorra ad un passaggio tanto delicato e decisivo dell’operazione Unità.
E appena ovvio che tutto questo non poteva essere frutto che di un patto
esplicito.
Ma la cosa non fini li.
Quello che ormai viene definito da tutti una farsa: il plebiscito del 21 ottobre
1860, doveva pur aver luogo.
Si poteva costringere a votare si e NO, si poteva ingannare il cafone
analfabeta raccontandogli che il si era per Francesco II, si poteva far votare più
di una volta chi non era neppure cittadino delle Due Sicilie né cittadino di altri
Stati della penisola, ma Mecenza pubblica" voleva che si riuscisse a far votare
almeno un numero di persone che fosse significativo.
1 patrioti napoletani emigrati all'estero e rientrati dopo Garibaldi non
godevano nel regno del sud di quel prestigio sociale che i toscani e gli emiliani
rifugiatisi a Torino godevano nei rispettivi Paesi e che gli valse la possibilità di
inquadrare (sono parole loro, pubbliche e pubblicate da oltre un secolo) i
villici ed i popolani urbanizzati in ordinate colonne per votare si ai plebisciti
d'annessione già celebrati in quelle regioni. Nel sud, senza le minacce della
Camorra a Napoli e della Mafia in Sicilia, i plebisciti avrebbero fatto "ridere"
l'Europa intera non solo (come avvenne) per i "modi- ma prima ancora per il
"numero" dei voti espressi. E qui la Camorra - come la Mafia - capi che si era
aperta un'epoca nuova: il potere pubblico aveva bisogno "istituzionalmente" dei
suoi servizi.
Ed i servizi furono resi.
Si può essere più che certi che gli uomini del “blocco risorgimentale"
avessero in animo di trattare - non appena la situazione si fosse normalizzata -
Mafia e Camorra come avevano trattato molti di coloro che erano stati utili per
realizzare l'Unità che loro interessava: ovvero ed in sintesi, usa e getta.
Ma, purtroppo per loro, ed ancora per noi, Mafia e Camorra non sono cose
che si possano usare e gettare.
Se gli si dà il modo di capire che "possono" essere utili al potere istituzionale,
di una cosa si può essere certi: troveranno il modo di rendersi utili,
comportandosi in maniera che è improprio definire come antiStato giacché è
solo uno dei sintomi della distorsione dello stesso Stato.
Se fino al 1860 la sola Mafia era stata veramente una struttura antiStato, in
nome del fatto che lo Stato in Sicilia era quello centrale mentre 1oro" -
espressione e strumento del potere baronale - lo contrastavano, la Camorra non
lo era mai stato, rappresentando solo una organizzazione malavitosa pericolosa
ma "ordinaria".
Con il 1860 la Mafia si accorse di non dover più lottare contro il potere
centrale perché i baroni, da cui derivava la sua legittima zione, erano diventati alleati e parte determinante di quello; la Mafia, inoltre,
si accorse che questa novità aveva aperto all'organizzazione malavitosa le
porte delle città e degli affari della pubblica amministrazione, senza nulla
togliere alla sua funzione di assoluta amministrazione dei latifondi. La
Camorra, dal canto suo, si accorse di poter aggiungere alla sua funzione
parassita di alcune attività e servizi della società civile, anche un promettente
avvenire di parassitismo degli affari della pubblica amministrazione che da
subito e documentatamente venne vista come occasione di grande interesse per
utilizzare (leggasi: mettere a profitto) anche le "tradizionali" entrate. Potenzialità,
queste, che dipendevano solo dalla capacità di saper aspettare il
momento e le situazioni di "bisogni particolari ed eccezionali" dei poteri
istituzionali.
Se quei "bisogni particolari ed eccezionali" dei poteri istituzionali - sintomo
certo di una distorsione strutturale dello Stato - non vi fossero stati, Mafia e
Camorra non sarebbero mai uscite dalla dimensione di quella che, per
intendersi, è la dimensione "ordinaria" delle organizzazioni malavitose. Una
dimensione che può essere dura e pericolosa ma che è fronteggiabile con i
poteri di uno Stato che, per non essere in sé distorto, non rischia di alimentare
l'organizzazione delinquenziale con gli effetti della sua stessa distorsione.
E questo il motivo per cui l'unica possibilità che lo Stato unito avrebbe avuto
per liquidare Mafia e Camorra già nella fase di avvio della prima Unità (ma la
stessa cosa vale, purtroppo, anche per oggi) sarebbe stata muoversi
massicciamente "per unificare" il Paese, perché solo un Paese teso ad unificarsi
avrebbe trovato - con la tensione al miglioramento sociale ed economico - le
ragioni e la forza per rendere "forti" i poteri delle istituzioni, e, quindi, ricondurne
i bisogni in un quadro di normalità corrispondente agli interessi
dell’intera popolazione.
Ma i'unificazione venne procrastinata (ed oggi se ne è forse ancora più
distanti di allora) e lo Stato scelse - fin dal 1861 - di condurre la lotta ai poteri
criminali organizzati, di cui pure si era servito in modo determinante, sul piano
meramente poliziesco e repressivo.
Dalle esperienze di S. Spaventa nel 1861, alla legge Pica del 1863, alla
miriade di leggi particolari successive fino alla Relazione Saredo di fine
Ottocento ed all'esperienza dei prefetto Mori in pieno regime fascista, è tutto
un susseguirsi di dichiarazioni di guerra che ottennero l'unico risultato di
favorire l'immersione periodica delle organizzazioni criminali in forme sempre
più e sempre meglio sotterranee e flessibili, idonee a tranquillizzare quei tanto
che basta per far passare -come dice un vecchio proverbio mafioso - la "piena"
repressiva, e rispuntare fuori più forti di prima non appena le crisi cicliche -
che nel nostro Paese erano inevitabili soprattutto, anche se non esclusivamen-
te, per la mancata unificazione - risvegliassero quelli che si è prima definito -
con qualche eufemismo - come i "bisogni particolari ed eccezionali" dei poteri
istituzionali. Quei bisogni particolari ed eccezionali, cioè, in cui si finisce con
l'aver bisogno di chi possa fare quello che, in qualche modo, è il lavoro
"sporco".
Se, in conclusione, sono i fatti stessi a significare come il modo in cui
nacque e venne gestita la prima Unità costituisce spartiacque della storia della
Mafia e della Camorra - che in quell’occasione scoprirono o, per la Mafia,
videro ampliarsi la loro sfera di influenza sui poteri istituzionali - non c'è,
bisogno di alcun ulteriore ricordo o di alcuna citazione particolare per cogliere
l'aspetto centrale della metodologia di gestione della prima Unità rispetto al
tema della criminalità organizzata: tutta la virulenza generata proprio dal salto
di qualità di Mafia e Camorra determinato da quel modo, cinico e strumentale,
di fare l'Unità venne ascritta puramente e semplicemente, quanto falsamente,
alle conseguenze del regime borbonico.
Come dire: attenti cittadini italiani, non protestate contro il nostro modo di
agire perché, sbagliato che possa essere, vi ha tolto dalla condizione di imperio
di questi mostri che oggi sono solo dei criminali mentre prima erano
strumenti del potere. L'esatto opposto, cioè, di una realtà, strumentalmente
distorta, generata proprio da chi aveva consentito, per i propri interessi
concreti, l'emersione a livello di rilevanza istituzionale di quelle realtà
delinquenziali.
Una mistificazione di proporzioni cosi colossali da richiedere un
martellamento tanto costante e diffuso quanto era forte l'interesse a mantenere
la sacralità di "quella gestione" - costi quel che costi -dell’Unità: una gestione
che si fondava - quanto meno - sul rinvio, concettualmente connesso al
raggiungimento di nuovi e diversi traguardi, della stessa necessità di
unificazione.
Aldo Servidio, L'Imbroglio Nazionale, A. Guida Ed., 2000