Essere, tempo, esistenza. Intervista a Franco Volpi


In occasione della nuova edizione di "Essere e Tempo" a cura del prof. Franco Volpi per i tipi di Longanesi, siamo andati a trovare il professore di filosofia dell'università di Padova, già ospite delle Vacances de l'Esprit 2005, per addentrarci nel pensiero di uno dei più grandi esponenti della filosofia occidentale del novecento.


Di seguito la prima parte dell'intervista a Franco Volpi.



Domanda: "Professor Volpi, come vede l'interesse da parte della società verso la riflessione e in particolare verso la sua forma più propria, che è rappresentata dalla filosofia? C'è un ruolo sociale che la filosofia può esercitare oggi, ad un secolo dalla morte di Dio ?"

Risposta: "la filosofia è un tipo di sapere molto particolare che non credo abbia una funzione sociale diretta; tuttavia se intesa in un certo modo la filosofia può evidentemente contribuire al miglioramento e alla consapevolezza critica di una determinata società. In che modo? Credo che direttamente la filosofia non possa svolgere alcun ruolo diretto sulla società. Ma se per filosofia si intende l' attivazione di una consapevolezza critica, l'esercizio della ragione, dell'argomentazione razionale, l'attivazione di una soglia di vigilanza che ci permette di affrontare i problemi dell'uomo e del suo essere nella storia e nel mondo in maniera più accorta e in maniera più efficace e con una attenzione specifica verso le soluzioni, allora in questo senso la filosofia può dire anch'essa la sua parola, può contribuire al grande dialogo dell' umanità e alla crescita soprattutto spirituale della realtà umana. Soprattutto se la filosofia non viene intesa come l' edificazione di un palazzo vuoto di concetti astratti ma si realizza come filosofia pratica, si realizza come forma di vita capace, nascendo dalla vita, di riperquotersi sulla vita con delle conseguenze nel suo orientamento verso una forma riuscita. Dunque la filosofia come lume che può accompagnare l'esistenza dell'uomo e può orientarla verso la sua felicità, cioè verso una sua forma riuscita, verso il suo successo. Questo soprattutto per quel che riguarda l' aspetto spirituale, etico e morale dell' esistenza nella conduzione del quale la filosofia da sempre ha avuto un ruolo fondamentale. Direttamente la filosofia non incide sul tessuto sociale, ma indirettamente trasformando le coscienze, abituandole ed educandole ad esercitare con maggior consapevolezza critica la propria capacità di pensiero, il proprio sentire e in sostanza la propria dimensione spirituale può, naturalmente, anzi deve contribuire alla formazione di una società migliore."

Domanda: "Mi sembra che nel suo intedimento di "Essere e Tempo" ci sia questa concezione della filosofia come praxis che incide sulla tendenza della vita verso quella che potremmo definire la sua disfatta. Ci potrebbe tratteggiare brevemente quello che è l'impianto di "Essere e Tempo" alla luce di questa lettura?"

Risposta: "Essere e Tempo" è un titolo magico, due parole enigmatiche e allo stesso tempo accattivanti e intriganti che fendono come una crepa la comprensione della filosofia del novecento e forse "Essere e Tempo" è l' opera che più di ogni altra, assieme al "Tractatus" di Wittgenstein, ha caratterizato la riflessione filosofica contemporanea. Perchè io credo che il segreto della profonda incidenza che "Essere e Tempo" ha avuto nel dibattito contemporaneo, il segreto della sua perdurante presenza nelle discussioni culturali e filosofiche dei nostri giorni stia nel suo particolarissimo statuto. "Essere e Tempo" non è semplicemente una teoria filosofica tra le altre, ma è il tentativo di ripensare a fondo l' accadere della filosofia occidentale nel suo insieme e di trovare una via di uscita rispetto all' empasse, rispetto ai problemi e alla crisi in cui la filosofia tradizionale si era arenata. Come Heidegger riesce in questo suo compito? Riprendendo innanzitutto il problema fondamentale che ha caratterizzato la discussione filosofica occidentale e cioè il problema dell' essere. Ma declinando questo problema e facendo confluire in questo problema tutta una serie di inquietudini che caratterizzano l' uomo contemporaneo: la crisi dei valori assoluti, la crisi dei valori tradizionali, la ricerca di nuove risorse simboliche, l' attivazione di un atteggiamento lucido e disincantato rispetto al mondo contemporaneo in cui vediamo una macchina tecnica sempre più complessa e un uomo sempre più elementare. Heidegger risponde a tutte queste questioni raccogliendole nella grande questione tradizionale della filosofia, il problema dell' essere, ma affrontandole da una prospettiva assolutamente nuova, quella dell' analisi della vita umana nel suo particolare movimento, della sua particolare capacità di modificarsi in modo tale da rendere possibile una conduzione critica, un orientamento critico del movimento stesso. L' analisi dell' esistenza che Heidegger conduce in "Essere e Tempo" per risolvere la questione dell'essere, è in fondo un' analisi che, nascendo dall' esistenza stessa, si riperquote sull' esistenza orientandola verso la sua riuscita, verso una sua forma riuscita, quasi come se l' esistenza fosse un' opera d' arte a cui "Essere e Tempo" intende dare una forma bella. Dunque lo statuto di "Essere e Tempo" non è quello di una teoria astratta, ma quello di una filosofia pratica che nascendo dalla vita ricade sulla vita cercando di orientarla verso il suo successo verso la sua riuscita. In questo senso a me piace vedere in "Essere e Tempo" non solo una filosofia pratica, ma una versione moderna dell' "Etica Nicomachea" che è il primo trattato di filosofia pratica vero e proprio nella storia della filosofia occidentale. Questo spiega molte delle categorie che Heidegger usa in "Essere e Tempo", prima fra tutte quella dialettica di autentico e inautentico che connota in maniera così significativa l' andamento dell' intera opera, l' argomentazione portata avanti da Heidegger in tutta la prima parte dell' opera. Credo che in questa chiave di lettura, che vede in "Essere e Tempo" un trattato di filosofia pratica, si possa trovare la chiave per spiegare, almeno in parte, il successo di quest' opera. Naturalmente come tutte le grandi opere "Essere e Tempo" può essere visto da molti altri scorci, da molte altre prospettive, può essere considerato come, per esempio, un capitolo della storia di quella che è stata la religione della cultura occidentale, il suo valore simbolico, e specialmente per un aspetto fondamentale cioè per quell'aspetto nel quale l'esistenza appare da un lato come intrisecemente connotata da una tendenza a perdersi e quindi da una tendenza a cadere e a peccare, dall' altro anche però per la sua capacità di riscattarsi da questa caduta nella ricerca di una sua salvezza, nell' aspirazione a una sua forma felice. In questo senso "Essere e Tempo" è un capitolo nella storia della filosofia della religione; "Essere e Tempo" può essete letto come un grande romanzo gnostico proprio nel senso in cui Haidegger fa i conti con la finitudine, con la caducità dell' esistenza finita, cioè con quella dimensione di cui noi non disponiamo, ma nella quale siamo gettati e nella quale dobbiamo, in questa gettatezza, progettare la nostra esistenza. "Essere e Tempo" può essere letto come uno dei capolavori della fenomenologia, cioè come il tentativo, nuovo, di ridare un senso a quello che era stato il filosofare in grande stile e che agli inizi del secolo era entrato in ormai in crisi. Nonostante le grandi figure che caratterizzano il pensiero primo novecentesco, Husserl, Dilthey, Rickert, Jaspers, e molti altri, Heidegger è convinto che la filosofia si trovi oggi in una crisi, non sia più la grande filosofia di Platone, di Aristotele, di Kant e di Hegel, e che siano necessari un suo radicale rinnovamento e una trasformazione profonda della coscienza filosofica. Ebbene Heidegger è, dopo Hegel e dopo Nietsche, tra i pochissimi che riescono a darci la vertigine del fare filosofia in grande stile, e in questo senso "Essere e Tempo" è il capolavoro filosofico della prima metà del novecento e forse della filosofia contemporanea.

Domanda: In che senso "Essere e Tempo" può essere considerata un' opera incompiuta? Heidegger stesso parla di "Essere e Tempo" come di un percorso interrotto

Risposta: L' opera come sappiamo è nata da un' esigenza contigente, quella di presentare qualcosa di pubblicato per conseguire un avanzamento di carriera cioè il passaggio alla prima cattedra di filosofia di Marburgo, dove Heidegger insegnava dal 1923. Quando, per conseguire questo passaggio, Heidegger riceve dal ministro la sollecitazione a presentare qualcosa di pubblicato, raccoglie in fretta dagli appunti che andava raccogliendo ormai da una decina di anni di silenzio e di lavoro solitario, tutte le cose principali e le organizza intorno appunto a questo titolo "Essere e Tempo", che doveva rappresentare solo la prima parte di un' opera più ampia, che tuttavia non fu mai portata a termine. Dunque l' opera pubblicata nel 1927 con il titolo "Sein und Zeit" è soltanto la prima parte di un disegno più ampio e più complesso che tuttavia Heidegger abbandona subito dopo la pubblicazione dell' opera stessa. E lo abbandona perchè? Perchè nel corso del suo martellante interrogare si rende conto che l' impostazione al problema dell' essere data in quell' opera non regge, non resiste a una domanda filosofica veramente radicale e quindi necessita di essere riformata, cambiata. Già alla fine di "Essere e Tempo" si avanza l' esigenza di quella svolta che caratterizza la fase successiva del pensiero Heideggeriano, cioè di ripensare tutta la questione dell' essere non a partire dalla centralità dell' "esserci gettato ma autoprogettantesi", bensì, a partire da quella dimensione in linea di principio sottratta all' esserci, che sarà sempre più al centro della riflessione del secondo Heidegger, e che dal 1936 in poi verrà chiamata con il termine "ereignis" ( evento, appropriazione ), la coappartenenza essenziale dell' uomo alla storia dell' essere e dell' essere alla storia dell'uomo.

Domanda: In "Che cos'è Metafisica?", opera del 1929 successiva quindi a "Essere e Tempo", Heidegger mantiene la centralità dello stretto legame tra la vita, l' esperienza della vita e la filosofia, però mettendo al centro qualcosa che suscita quasi uno scandalo a livello filosofico, e cioè l' esperienza dell' Angst, nella quale, egli dice, si mostra il "niente" o il "nienteggiare del niente", e questo gli costerà una pioggia di critiche soprattutto da parte della scuola analitica, che lo etichetta come filosofo del niente, quindi tacciandolo di nichilismo. Ecco, in che modo possiamo sostenere le sue argomentazioni al contrario rispetto a questa accusa e qual'è il ruolo del niente in questa filosofia, che si presenta come filosofia pratica?

Risposta: Innanzitutto credo vada detto che le numerose reazioni, anche critiche, che quella prolusione sollevò, testimoniano la grande fama che Heidegger nel frattempo aveva raggiunto e dell' eco che questa breve conferenza suscitò in tutto il mondo filosofico di allora. La critica più nota è quella che gli rivolse Rudolph Carnap nel suo celebre saggio sul "Superamento della metafisica attraverso l' analasi logica del linguaggio", da un punto di vista neo-positivistico emblematico per la reazione antimetafisica, che caratterizza la filosofia del circolo di Vienna e del primo neo-positivismo logico. Ma Carnap non fu il solo, molti altri reagirono a quella conferenza, David Hilbert, per esempio, che respinse in gran parte o in toto, possiamo dire, la posizione heiddegeriana, come espressione di errori logici fondamentali. Reagirono gli ultimi allievi di Franz Brentano, criticando anche loro dal punto di vista logico-grammaticale ciò che Heidegger sosteneva in quel testo. Reagì anche Benjamin, che pensava di organizzare assieme a Bertold Brecht un seminario per demolire le tesi sostenute da Heidegger in "Was ist Metaphysik?". Reagì anche Wittgenstein, in una nota che oggi conosciamo, e che fu cassata dagli esecutori testamentari, e la cosa sorprendente è che proprio Wittgenstein, anche lui esponente del circolo di Vienna, a differenza di Carnap, reagisce positivamente a "Che cos'è metafisica?", dicendo di capire molto bene che cosa Heidegger intende dire quando parla di nulla e di angoscia. Questa affermazione di Wittgenstein è sorprendente e ci stimola a riflettere in maniera un pò più approfondita e radicale sulle ragioni di Heidegger e sulle ragioni dei suoi critici. Io credo che lì si possa vedere lo scontro tra due modi di intendere la filosofia, da un lato quello del neo-positivismo ortodosso che consiste nell' attribuire alla filosofia il compito di verificare le condizioni di validità logico-gammaticale, alle quali noi dobbiamo adeguare il nostro linguaggio quando affrontiamo i problemi filosofici, dunque la filosofia come indagine intorno alle condizioni logico-analitiche di validità del nostro discorso, dall' altro quello di Heidegger e e del Wittgenstein dell' ultima proposizione del "Tractatus", "... su ciò di cui non possiamo parlare bisogna tacere", che assegna alla filosofia un compito ulteriore alla certo importantissima verifica delle condizioni di descrittibilità logica. E questo, credo, è il compito che Heidegger attribuisce alla filosofia, essa ha la funzione di operare delle aperture di senso, di cercare delle risorse simboliche nuove, anche a costo di infrangere le regole del nostro linguaggio, anche a costo di sbattere contro il muro del linguaggio, anche a costo di commettere degli errori, la filosofia così come la poesia ha il compito di aprire dei nuovi orizzonti di senso. Per dirla con Wittgenstein, noi abitiamo certo sull' isola della descritibilità logica, e lì siamo sulla terra ferma, teniamo i piedi ben saldi, rispettiamo le regole del linguaggio, tuttavia quest' isola è attorniata da un oceano immenso, mobile, liquido, instabile, è l'oceano delle grandi questioni etiche, religiose e mistiche in cui le regole del linguaggio non servono più. Quando noi ci azzardiamo a navigare in quell'oceano dobbiamo pescare con la rete del dubbio, dobbiamo aprirci all'instabilità, all'incertezza, dobbiamo abbandonare quell' isola di sicurezze, ma lì il viaggio si fa sì più avventuroso e più rischioso, ma anche più interesante. [Wittgenstein afferma:, ndr.],"La vera parte della mia filosofia che è interessante non è quella della descrittibilità logica, ma è tutto ciò di cui io non ho parlato", ossia le questioni etiche, mistiche e religiose, che come sappiamo Wittgenstein affronterà nella sua celeberrima "Lezione sull' Etica". Lì c'è un punto di tangenza e di contatto con quello spirito filosofico che incarna anche il discorso "Che cos'è metafisica?", nel quale Heidegger tenta di mostrare come la filosofia non sia un esercizio tecnico, non sia un' attività soltanto di alta logica, legata per così dire all'esercizio della razionalità pura, ma sia una sorta di conversione che passa per stati d'animo fondamentali, e primo fra tutti lo stato d'animo dell'angoscia. Ecco da dove deriva la centralità di questa Grundstimmung nella prolusione. Heidegger vuole mostrare che uno diventa filosofo, cioè s'interroga in maniera radicale intorno al senso dell'ente nella sua totalità, quando in esperienze come l' angoscia quel senso, improvvisamente, senza che uno se lo aspetti, ci viene sottratto. Ecco, che essendoci sottratto ciò che nella quotidianità, invece, ci è dato, siamo sospesi nel nulla, nel vuoto di senso, e siamo sollecitati ad interrogarci circa la nostra condizione di sospensione nel nulla, circa quel senso che ci appariva così consolidato, così acquisito, così ovvio, e che tuttavia basta un nulla, come quella grundstimmung dell' angoscia, a sottrarci, a privarci. Dunque nell' angoscia avviene quello shift, quel cambio di visione, quel cambio di umore, che ci espone alla conversione filosofica che ci trasforma anche negli strati più profondi, più umorali, più bassi secondo la tradizione occidentale del nostro essere e da cui scaturisce una domanda filosofica più radicale. Ecco perchè Heidegger insedia la motivazione originaria della filosofia, non soltanto e non tanto a livello degli atti intellettivi superiori razionali, ma negli strati più umorali, che si modificano, cambiano, si trasformano, si convertono, indipendemente da un nostro cosciente e consapevole atto di volontà. L'angoscia come stato d'animo fondamentale è una di queste dimensioni, di queste fondamentali modificazioni del nostro stare nel mondo, che ci può spingere verso una posizione consapevole della domanda filosofica. Perchè? Perchè nell'angoscia il senso quotidiano dell'essere nella sua totalità, delle cose nella loro ovvietà ci viene improvvisamente sottratto, e, in questa sottrazione, in questa sospensione, sospesi nel nulla, noi siamo spinti, siamo motivati ad interrogarci in maniera filosofica.

Seguirà la seconda e ultima parte dell'intervista a Franco Volpi.

A cura di Paolo Ferrante, Domenico Canzoniero, Fabio Negro
Redazione Centro Studi ASIA
Associazione Spazio Interiore e Ambiente - Bologna