Cdp dovrà uscire dall'Enel

Il rischio paventato negli ultimi due anni ha preso allafine forma. Il Consiglio di Stato nella sostanza ha ribadito la decisione presa dal Tar del Lazio lo scorso 8 febbraio sull'acquisto del 29,9% di Terna da parte della Cassa Depositi e Prestiti: se la Cassa, alla cui presidenza è da poco arrivato Alfonso Iozzo, vuole tenere quella partecipazione, dovrà cedere il 10% detenuto in Enel a partire dal primo luglio 2007 ed entro i 24 mesi successivi.
La notizia, in attesa del dispositivo della sentenza non ancora pubblicato e per il quale ci sono sette giorni di tempo, è stata anticipata ieri dall'agenzia Radiocor.
Secondo quanto emerso ieri i magistrati amministrativi hanno accolto, ma solo in parte, l'appello presentato dalla Cdp. La vicenda è finita in tribunale a seguito della prescrizione dettata dall'Antitrust per autorizzare quell'operazione, avvenuta nell'estate 2005.
Poiché la Cassa, con l'acquisizione,diventava al tempo stesso azionista di controllo di Terna (ceduta da Enel e operatore dominante nella gestione delle reti di trasmissione) e socio di Enel, l'Authority guidata da Antonio Catricalà ha ravvisato un potenziale conflitto di interesse, dubbio che a quanto pare risulta fondato anche secondo giudici amministrativi.
Il rigetto parziale dell'appello presentato dalla Cassa riguarda comunque l'aspetto più rilevante delle prescrizioni, vale a direl'obbligodi cedere il 10% di Enel (o in alternativa rinunciare a Terna).
Il Consiglio ha accolto invece il ricorso per la parte relativa all'obbligo di nominare in via transitoria almeno 6 dei 7 consiglieri del board spettanti a Cdp nel cda di Terna in base a requisiti di indipendenza.
Adesso bisognerà attendere il dispositivo delle sentenza per avere la conferma ufficiale della decisione,che è stata preceduta da una discussione molto lunga da parte dei giudici.
«Cassa Depositi e Prestiti è tutt'ora in attesa di conoscere il contenuto del dispositivo della sentenza del Consiglio di Stato in merito alla causa Cdp/Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, relativa all'acquisizione del 29,99% di Terna» recitava ieri un comunicato che rimanda all'ufficializzazione ogni commento.
Quel che è certo è che al ministero dell'Economia dovranno cominciare a studiare come uscire dalla strettoia in cui li ha messi l'Antitrust, di fatto smascherando l'equilibrio precario e la promiscuità tra pubblico e privato in cui si trova la galassia Cassa depositi e prestiti.
Lo Stato ha preferito la via del trasferimento del controllo di Terna alla Cassa per garantire l'indipendenza dell'unico gestore delle reti elettriche di trasmissione in un mercato liberalizzato.
E un disegno analogo voleva realizzare per la Snam, la società delle reti del gas posseduta dall'Eni. La sentenza del Consiglio di Stato chiarisce ora che, anche qualora la separazione di Snam da Eni contro la volontà di quest'ultimo andasse in porto, la Cdp sarebbe costretta a cedere il 10% posseduto anche in Eni.
Un varco che nei fatti, portando lo Stato al 20% delle due società, rende scalabili sia Enel che Eni.
Uno scenario, questo, che il ministro per l'Economia Tommaso Padoa Schioppa ha già detto di voler scongiurare.
Come uscirne? La via più immediata — una delle ipotesi al vaglio del Tesoro — sarebbe la scissione non proporzionale di Enel da Cdp per riportarla sotto il Tesoro. L'operazione non comporterebbe esborsi per lo Stato, ma considerato che Enel vale 5 miliardi e che il valore nominale della Cassa è poco più di 3miliardi(1miliardo hanno pagato le Fondazioni bancarie per rilevare il 30% sotto forma di azioni privilegiate) la diluizione pubblica nel capitale di Cdp sarebbe molto forte.
A meno di non riportare ai valori di mercato la valutazione della Cassa: ma a quel punto anche lapartecipazione delle Fondazioni andrebbe ricalcolata, con la necessità di procedere a un conguaglio. Operazione,quest'ultima, che in ogni caso va fatta nel 2009.