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    Arrow Educazione marziale della gioventù a Sparta

    di Michele Zambelli



    Dario Wolf, "I Guerrieri" 1932, pannello inferiore della "Cacciata dei Titani". http://www.thule-italia.org/wolf.html



    Agli inizi dell’età classica, è come se la polis spartana avesse preso coscienza del suo essere nella storia, volendo evadere per mezzo delle legge licurgea da un imbuto gravitazionale, da una fase di paralisi spirituale in cui l’epoca dell’epos l’aveva relegata. Come se intorno al settimo secolo le strette pendici del monte Taigeto e le aspre rive dell’Eurota fossero diventate per Sparta simbolo di un mondo privo di senso, un mondo dove il retaggio bestiale, le forze ingovernabili della natura, la paura delle grandi belve libere nelle notti gonfie di agguati ancora dominavano l’intima coscienza degli uomini. E’ proprio in questo momento a cavallo tra l’epoca dell’epos, dell’immaginazione mitica e quella del successivo trionfo della razionalità filosofica sulla cultura prerazionale che l’ethos, il kosmos lacedemone viene alla luce sottoforma di un nuovo “spirito del tempo”. In questa metamorfosi da una coscienza collettiva nebulosa, non dissimile da quella delle altre città greche contemporanee, a un ordine spirituale superiore mai più ripetutosi nel corso del tempo si coglie il definitivo affermarsi del laconismo: un gruppo di uomini e donne che solidariamente si volge verso la propria epoca, in cerca di un destino superiore, di una missione ultraspirituale, in aperta ribellione contro la disumanità, l’incompiutezza dell’era arcaica. La polis lacedemone nella sua comunità, e non più il singolo uomo come nell’epos omerico, compie un passo esistenziale gigantesco ritenendo di potersi elevare oltre i limiti della propria condizione meramente umana, verso una dimensione ultraterrena, facendo cadere il velo dell’indominabile per accedere ad una nuova forma dell’essere, ponendosi in rapporto alla totalità del mondo, non più succube ma capace anch’essa al pari del divino, di plasmare le cose volute da quelle informi, quelle spirituali da quelle materiali. In Sparta terreno e ultraterreno sono categorie mentali che perdono senso, non esiste separazione categorica tra il “dio aristotelico, immutabile sempre salvo dal nulla” che produce l’ordine della natura e in essa produce l’uomo, e dall’altra parte gli esseri umani, succubi, inermi, passivi. L’uomo di Lakeidemon si pone in rapporto di continuità, di proiezione, con il divino, vedendo se stesso come l’inizio di un preciso disegno spirituale, di cui la storia della città diventa depositaria e custode. La rivendicazione mitica della propria discendenza dalla stirpe divina degli Eraclidi ne è la proiezione metapoietica in seno alla coscienza collettiva. Così come la sedimentazione del divino nella struttura inconscia di Sparta avviene a livello iconico con la raffigurazione degli Dei sempre e solo armati, a immagine della condizione perennemente militare della città: è quindi lo spartano che plasma la divinità a propria somiglianza, non più viceversa. I Lacedemoni interpretano questo diritto-dovere di trascendenza come una continua tensione al valore, come una vita da spendere interamente nella ricerca dell’onore, ovvero nel valore ultraterreno per eccellenza, l’unico inespugnabile dalla sorte, l’unico inattaccabile dalla calunnia e indenne dalla malattia, l’unico al riparo dai guasti della vecchiaia, a differenza dell’arte, meravigliosa ma instabile; della bellezza, ambita, ma caduca; della salute preziosa, ma fragile e comoda preda della malattia. Per Sparta l’onore ha la forza di vincere le forze gravitazionali di segno opposto che spingono l’uomo verso la mediocrità e la bassezza, precludendogli la dimensione del transfinito. A chi si immola nel valore e nel sacrificio, la comunità spartana concede una dignità divina, una sorta di immortalità del suo io ideale, una trasfigurazione nell’infinito distacco di una dimensione eroica di cui l’intera polis si fa portavoce. “Quando si trema ogni valore è spento… l’onore questo è il merito vero, questo il premio migliore”; così cantava il poeta Tirteo nei suoi distici elegiaci di esortazione. Tuttavia, il pathos, la tensione utopica non può prescindere nella psiche collettiva di Sparta dal richiamo all’essenziale, all’autentico, in una sorta di ambivalenza di natura junghiana, tale per cui il sogno collettivo ascendente non può realizzarsi senza una forza opposta di richiamo alla sfera della concretezza e dell’autenticità. Il passaggio dall’immensamente grande all’immensamente piccolo, avviene senza traumi, attraverso i valori della sobrietà, dell’altruismo, di una coscienza politica improntata alla ricerca della solidarietà reciproca, all’amicizia cameratesca fra eguali. Come se l’elevazione al valore non potesse fare a meno di un bilanciamento solido e concreto per evitare di trasformarsi in una sterile e puerile fuga dalla realtà.

    E’ proprio grazie alla costante educazione al valore, all’addestramento continuo alla virtù, che l’identità, l’ethos lacedemone può perpetuarsi ininterrottamente per oltre cinquanta decadi. Lo spirito di coesione, il senso della dignità collettiva, la finalità ascendente sopravvivono di generazione in generazione, trasfondendosi per mezzo dei principi educativi. Ecco allora che l’eccellenza pedagogia della gioventù diventa il fulcro del laconismo, il nucleo centrale della sua essenza proprio perchè i giovani assurgono a portafiaccole del “ethos” spartano attraverso il tempo. Così la giovinezza diventa qualcosa di duttile e molle, tale per cui in quelle menti tenere e limpide la tensione al valore si imprime come i sigilli si imprimono nella molle cera, diversamente dagli uomini adulti, bastoni ormai ricurvi, ruote di carri per sempre curvate dal tornio, pietre incavate dal corso del fiume; ferro e bronzo consumati dal continuo contatto delle mani; ormai incapaci di mutare se stessi, di riacquistare la forma rettilinea d'un tempo. Il sistema culturale e ideologico spartano si presenta allora ai giovani come una continua fucina di principi educativi, di orientamenti di vita fondati sull’esortazione alle virtù, sull’eroismo patriottico, sull’esercizio della coerenza nell’eleganza della misura, sul rigore dell’addestramento marziale, sul sacrificio del singolo per il bene di tutti. Emblematico è il passo mitologico riportato da Plutarco, secondo cui, Licurgo servendosi di due cuccioli avrebbe mostrato il senso più alto dell’educazione spartana: il primo allevato secondo i principi del rigore, non appena liberato si sarebbe avventato su una lepre in fuga; il secondo, educato in base ai principi della dissolutezza e dell’indifferenza si sarebbe seduto ai piedi di una ciotola, aspettando. Ecco perché alla nascita nessuno avrebbe fasciato il piccolo spartano, e una volta bambino, nessuno gli avrebbe fornito più di una tunica per tutti i dodici mesi dell’anno. La notte poi, avrebbe dormito su un freddo giaciglio di canne, affinché la rinuncia e il sacrificio diventassero per lui fonte di energia, di forza d’animo, di desiderio di conquista. Per cena avrebbe mangiato una semplice brodaglia nera appena sufficiente a placare l’appetito, affinché nella ristrettezza del cibo prendesse coscienza dei propri limiti corporei, imparando a dominarne le sue pulsioni, gli istinti più reconditi. Durante la notte non avrebbe fatto uso di torce, ma in balia dei lupi e delle intemperie avrebbe attraversato l’oscurità delle tenebre, affinché le paure svanissero in nulla davanti ai suoi occhi spalancati, trovando la forza di vincerle dentro di sé. Il giovane spartano non si sarebbe inchinato davanti a re o imperatore che fosse, quand’anche l’ufficialità della cerimonia lo avesse richiesto, perché il suo modus vivendi lo poneva al di sopra di chiunque altro, al là di ogni carica, di ogni titolo, di ogni falsa ipocrisia. Non avrebbe mai bussato a una porta, chiamando invece l’amico per nome affinché in ogni istante non venisse a mancare il rispetto verso i propri pari, e a ciascuno di loro fosse riconosciuta la massima importanza. A sette anni sarebbe entrato in caserma, godendo di libera uscita solo una volta alla settimana, affinché la limitazione costante della vita privata lo inducesse a comprendere il supremo valore della libertà; realizzando come l’affermazione del proprio sé non potesse prescindere da quello degli altri, come l’amore individuale potesse convivere e rafforzarsi solo attraverso lo spirito collettivistico e cameratesco. In caserma avrebbe imparato a marciare inquadrato senza l’aiuto dei flautisti, fino a manovrare perfettamente nei ranghi, facendo sì che la consegna degli ordini impartiti divenisse una disciplina interiorizzata; che il rispetto delle norme nascesse dalla loro reale condivisione, e non dalla paura di successive sanzioni; credendo nella legge come dovere morale, unico mezzo a disposizione per il raggiungimento di un obiettivo comune di autoelevazione. Con quotidiani esercizi avrebbe imparato a usare spada e giavellotto, a lanciare il disco, a tirare con l’arco, sottoponendosi ad estenuanti gare di resistenza, osservando come nell’accrescimento della propria abilità potesse ritrovare accresciuta l'efficacia del suo impegno, acquistando fiducia nella propria abnegazione ed audacia, ormai pronto a sostenere ogni sfida, a vincere lo scoramento, la voglia di piegarsi, di abbandonarsi davanti alle mete più difficili. In palestra si sarebbe sottoposto a durissimi allenamenti per migliorare il vigore e l’armonia del proprio corpo, rendendolo simile alle immagini marmoree di atleti e divinità, simbolo in carne e ossa dell’energia interiore trasmessa all’organismo fisico da una volontà cristallina, paradigma ideale delle bellezza interiore che si riflette nelle qualità fisiche ed estetiche del corpo umano. Periodicamente avrebbe deriso con altri camerati dei nemici condotti ubriachi in caserma, mostrati pubblicamente nella loro bassezza, nella loro infamia di vita condotta nel vizio e nella dissolutezza, schiavi di principi sovvertitori e corruttori della virtù, di prostitute di poco costo; dissipando il proprio tempo nelle crapule; nel gioco dei dadi o nei bagordi, nei vizi più dissoluti, nei piaceri sregolati e servili. Ma il punto più alto del percorso educativo lo spartano lo avrebbe raggiunto divenendo educatore di se stesso, maestro e padre di sé, sforzandosi di porsi al livello di bravura e di perfezione morale dei più grandi predecessori, ricordati nelle musiche e nei canti di guerra degli opliti. Avrebbe allora educato se stesso emulando e superando le loro gesta, i loro comportamenti più belli, divenendo altrettanto irreprensibile sotto il profilo della condotta morale, eccellente sul piano dell'esperienza per essere fonte e radice di elevazione per la collettività intera, esempio vivente per tutte le nuove generazioni, condividendo insieme a loro la cena, facendosi cedere il posto, raccontando le proprie esperienze, i propri sbagli, le proprie vittorie. Ecco allora che lo spirito del laconismo, l’ethos di sparta, trovando la sua autentica rivelazione nell’elevazione al valore della gioventù, emerge chiaramente alla luce della liturgia, dei simboli, e dei riti della cerimonia di iniziazione dei giovani guerrieri al tempio di Artemide Orthia. Atto supremo del loro percorso educativo, le reclute avrebbero sopportato la pubblica fustigazione pur di diventare Iranes, ovvero uomini soldato, guerrieri dai martelli vermigli, dallo scudo con la grande lambda. Dal fondo della piazza tra le case basse ricoperte di calce si sarebbe aperta la folla gremita per far largo al corteo, alla testa i sacerdoti avvolti in candide vesti con il capo fasciato da lunghe bende di lana, gli araldi e i loro serventi, poco dietro gli eguali in marcia a passo cadenzato, vestiti di tuniche e di mantelli rossi carminio. Con rapida conversione si sarebbero disposti lungo quattro file, fermandosi contemporaneamente nel loro marziale splendore, scudo contro scudo, facendo ala alle guardie reali dalle armature decorate, ai due re, agli educatori. Dopo il sacrifico alla dea Artemide si sarebbero spalancate le porte del tempio e al suono acuto dei flauti, i cinque efori avrebbero chiamato ad uno ad uno i giovani chiedendogli di salire la scalinata del tempio, a segnare metaforicamente l’inizio di una trasfigurazione interiore ed esteriore, un'ascensione sul piano del pensiero e della moralità, un aprirsi verso il non limite del cielo. Afferrati per le braccia e fustigati sotto la grande statua armata della Dea, avrebbero resistito fino allo sfinimento, ubbidendo alla radicata legge interiore dell’onore, come se fosse un atto dovuto, un atto necessario per potersi liberare da una condizione di inferiorità esistenziale e riconoscersi anch’essi come “eguali” attraverso l’immagine del proprio sacrificio riflessa nell’iride dei loro genitori, dei loro fratelli più grandi. In quel corpo prostrato ai colpi di una frusta, sopportata eroicamente, talvolta fino alla morte, ritroviamo l’eco di un verso tratto dall’ “Agamennone” di Eschilo: “nella sofferenza vi è la conoscenza”, ovvero nel sacrificio portato all’estremo vi è quanto più nobile possa concepire l’anima umana: la volontà di osare, la volontà di essere. Con quella lucida perseveranza che resiste ai colpi della frusta l’anima esce dalla propria finitudine, arrampicandosi sul fronte dell’essere, liberandosi pienamente. Qui si concentra tutta la tensione metafisica del laconismo.

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    Citazione Originariamente Scritto da Der Wehrwolf Visualizza Messaggio
    di Michele Zambelli



    Dario Wolf, "I Guerrieri" 1932, pannello inferiore della "Cacciata dei Titani". http://www.thule-italia.org/wolf.html



    Agli inizi dell’età classica, è come se la polis spartana avesse preso coscienza del suo essere nella storia, volendo evadere per mezzo delle legge licurgea da un imbuto gravitazionale, da una fase di paralisi spirituale in cui l’epoca dell’epos l’aveva relegata. Come se intorno al settimo secolo le strette pendici del monte Taigeto e le aspre rive dell’Eurota fossero diventate per Sparta simbolo di un mondo privo di senso, un mondo dove il retaggio bestiale, le forze ingovernabili della natura, la paura delle grandi belve libere nelle notti gonfie di agguati ancora dominavano l’intima coscienza degli uomini. E’ proprio in questo momento a cavallo tra l’epoca dell’epos, dell’immaginazione mitica e quella del successivo trionfo della razionalità filosofica sulla cultura prerazionale che l’ethos, il kosmos lacedemone viene alla luce sottoforma di un nuovo “spirito del tempo”. In questa metamorfosi da una coscienza collettiva nebulosa, non dissimile da quella delle altre città greche contemporanee, a un ordine spirituale superiore mai più ripetutosi nel corso del tempo si coglie il definitivo affermarsi del laconismo: un gruppo di uomini e donne che solidariamente si volge verso la propria epoca, in cerca di un destino superiore, di una missione ultraspirituale, in aperta ribellione contro la disumanità, l’incompiutezza dell’era arcaica. La polis lacedemone nella sua comunità, e non più il singolo uomo come nell’epos omerico, compie un passo esistenziale gigantesco ritenendo di potersi elevare oltre i limiti della propria condizione meramente umana, verso una dimensione ultraterrena, facendo cadere il velo dell’indominabile per accedere ad una nuova forma dell’essere, ponendosi in rapporto alla totalità del mondo, non più succube ma capace anch’essa al pari del divino, di plasmare le cose volute da quelle informi, quelle spirituali da quelle materiali. In Sparta terreno e ultraterreno sono categorie mentali che perdono senso, non esiste separazione categorica tra il “dio aristotelico, immutabile sempre salvo dal nulla” che produce l’ordine della natura e in essa produce l’uomo, e dall’altra parte gli esseri umani, succubi, inermi, passivi. L’uomo di Lakeidemon si pone in rapporto di continuità, di proiezione, con il divino, vedendo se stesso come l’inizio di un preciso disegno spirituale, di cui la storia della città diventa depositaria e custode. La rivendicazione mitica della propria discendenza dalla stirpe divina degli Eraclidi ne è la proiezione metapoietica in seno alla coscienza collettiva. Così come la sedimentazione del divino nella struttura inconscia di Sparta avviene a livello iconico con la raffigurazione degli Dei sempre e solo armati, a immagine della condizione perennemente militare della città: è quindi lo spartano che plasma la divinità a propria somiglianza, non più viceversa. I Lacedemoni interpretano questo diritto-dovere di trascendenza come una continua tensione al valore, come una vita da spendere interamente nella ricerca dell’onore, ovvero nel valore ultraterreno per eccellenza, l’unico inespugnabile dalla sorte, l’unico inattaccabile dalla calunnia e indenne dalla malattia, l’unico al riparo dai guasti della vecchiaia, a differenza dell’arte, meravigliosa ma instabile; della bellezza, ambita, ma caduca; della salute preziosa, ma fragile e comoda preda della malattia. Per Sparta l’onore ha la forza di vincere le forze gravitazionali di segno opposto che spingono l’uomo verso la mediocrità e la bassezza, precludendogli la dimensione del transfinito. A chi si immola nel valore e nel sacrificio, la comunità spartana concede una dignità divina, una sorta di immortalità del suo io ideale, una trasfigurazione nell’infinito distacco di una dimensione eroica di cui l’intera polis si fa portavoce. “Quando si trema ogni valore è spento… l’onore questo è il merito vero, questo il premio migliore”; così cantava il poeta Tirteo nei suoi distici elegiaci di esortazione. Tuttavia, il pathos, la tensione utopica non può prescindere nella psiche collettiva di Sparta dal richiamo all’essenziale, all’autentico, in una sorta di ambivalenza di natura junghiana, tale per cui il sogno collettivo ascendente non può realizzarsi senza una forza opposta di richiamo alla sfera della concretezza e dell’autenticità. Il passaggio dall’immensamente grande all’immensamente piccolo, avviene senza traumi, attraverso i valori della sobrietà, dell’altruismo, di una coscienza politica improntata alla ricerca della solidarietà reciproca, all’amicizia cameratesca fra eguali. Come se l’elevazione al valore non potesse fare a meno di un bilanciamento solido e concreto per evitare di trasformarsi in una sterile e puerile fuga dalla realtà.

    E’ proprio grazie alla costante educazione al valore, all’addestramento continuo alla virtù, che l’identità, l’ethos lacedemone può perpetuarsi ininterrottamente per oltre cinquanta decadi. Lo spirito di coesione, il senso della dignità collettiva, la finalità ascendente sopravvivono di generazione in generazione, trasfondendosi per mezzo dei principi educativi. Ecco allora che l’eccellenza pedagogia della gioventù diventa il fulcro del laconismo, il nucleo centrale della sua essenza proprio perchè i giovani assurgono a portafiaccole del “ethos” spartano attraverso il tempo. Così la giovinezza diventa qualcosa di duttile e molle, tale per cui in quelle menti tenere e limpide la tensione al valore si imprime come i sigilli si imprimono nella molle cera, diversamente dagli uomini adulti, bastoni ormai ricurvi, ruote di carri per sempre curvate dal tornio, pietre incavate dal corso del fiume; ferro e bronzo consumati dal continuo contatto delle mani; ormai incapaci di mutare se stessi, di riacquistare la forma rettilinea d'un tempo. Il sistema culturale e ideologico spartano si presenta allora ai giovani come una continua fucina di principi educativi, di orientamenti di vita fondati sull’esortazione alle virtù, sull’eroismo patriottico, sull’esercizio della coerenza nell’eleganza della misura, sul rigore dell’addestramento marziale, sul sacrificio del singolo per il bene di tutti. Emblematico è il passo mitologico riportato da Plutarco, secondo cui, Licurgo servendosi di due cuccioli avrebbe mostrato il senso più alto dell’educazione spartana: il primo allevato secondo i principi del rigore, non appena liberato si sarebbe avventato su una lepre in fuga; il secondo, educato in base ai principi della dissolutezza e dell’indifferenza si sarebbe seduto ai piedi di una ciotola, aspettando. Ecco perché alla nascita nessuno avrebbe fasciato il piccolo spartano, e una volta bambino, nessuno gli avrebbe fornito più di una tunica per tutti i dodici mesi dell’anno. La notte poi, avrebbe dormito su un freddo giaciglio di canne, affinché la rinuncia e il sacrificio diventassero per lui fonte di energia, di forza d’animo, di desiderio di conquista. Per cena avrebbe mangiato una semplice brodaglia nera appena sufficiente a placare l’appetito, affinché nella ristrettezza del cibo prendesse coscienza dei propri limiti corporei, imparando a dominarne le sue pulsioni, gli istinti più reconditi. Durante la notte non avrebbe fatto uso di torce, ma in balia dei lupi e delle intemperie avrebbe attraversato l’oscurità delle tenebre, affinché le paure svanissero in nulla davanti ai suoi occhi spalancati, trovando la forza di vincerle dentro di sé. Il giovane spartano non si sarebbe inchinato davanti a re o imperatore che fosse, quand’anche l’ufficialità della cerimonia lo avesse richiesto, perché il suo modus vivendi lo poneva al di sopra di chiunque altro, al là di ogni carica, di ogni titolo, di ogni falsa ipocrisia. Non avrebbe mai bussato a una porta, chiamando invece l’amico per nome affinché in ogni istante non venisse a mancare il rispetto verso i propri pari, e a ciascuno di loro fosse riconosciuta la massima importanza. A sette anni sarebbe entrato in caserma, godendo di libera uscita solo una volta alla settimana, affinché la limitazione costante della vita privata lo inducesse a comprendere il supremo valore della libertà; realizzando come l’affermazione del proprio sé non potesse prescindere da quello degli altri, come l’amore individuale potesse convivere e rafforzarsi solo attraverso lo spirito collettivistico e cameratesco. In caserma avrebbe imparato a marciare inquadrato senza l’aiuto dei flautisti, fino a manovrare perfettamente nei ranghi, facendo sì che la consegna degli ordini impartiti divenisse una disciplina interiorizzata; che il rispetto delle norme nascesse dalla loro reale condivisione, e non dalla paura di successive sanzioni; credendo nella legge come dovere morale, unico mezzo a disposizione per il raggiungimento di un obiettivo comune di autoelevazione. Con quotidiani esercizi avrebbe imparato a usare spada e giavellotto, a lanciare il disco, a tirare con l’arco, sottoponendosi ad estenuanti gare di resistenza, osservando come nell’accrescimento della propria abilità potesse ritrovare accresciuta l'efficacia del suo impegno, acquistando fiducia nella propria abnegazione ed audacia, ormai pronto a sostenere ogni sfida, a vincere lo scoramento, la voglia di piegarsi, di abbandonarsi davanti alle mete più difficili. In palestra si sarebbe sottoposto a durissimi allenamenti per migliorare il vigore e l’armonia del proprio corpo, rendendolo simile alle immagini marmoree di atleti e divinità, simbolo in carne e ossa dell’energia interiore trasmessa all’organismo fisico da una volontà cristallina, paradigma ideale delle bellezza interiore che si riflette nelle qualità fisiche ed estetiche del corpo umano. Periodicamente avrebbe deriso con altri camerati dei nemici condotti ubriachi in caserma, mostrati pubblicamente nella loro bassezza, nella loro infamia di vita condotta nel vizio e nella dissolutezza, schiavi di principi sovvertitori e corruttori della virtù, di prostitute di poco costo; dissipando il proprio tempo nelle crapule; nel gioco dei dadi o nei bagordi, nei vizi più dissoluti, nei piaceri sregolati e servili. Ma il punto più alto del percorso educativo lo spartano lo avrebbe raggiunto divenendo educatore di se stesso, maestro e padre di sé, sforzandosi di porsi al livello di bravura e di perfezione morale dei più grandi predecessori, ricordati nelle musiche e nei canti di guerra degli opliti. Avrebbe allora educato se stesso emulando e superando le loro gesta, i loro comportamenti più belli, divenendo altrettanto irreprensibile sotto il profilo della condotta morale, eccellente sul piano dell'esperienza per essere fonte e radice di elevazione per la collettività intera, esempio vivente per tutte le nuove generazioni, condividendo insieme a loro la cena, facendosi cedere il posto, raccontando le proprie esperienze, i propri sbagli, le proprie vittorie. Ecco allora che lo spirito del laconismo, l’ethos di sparta, trovando la sua autentica rivelazione nell’elevazione al valore della gioventù, emerge chiaramente alla luce della liturgia, dei simboli, e dei riti della cerimonia di iniziazione dei giovani guerrieri al tempio di Artemide Orthia. Atto supremo del loro percorso educativo, le reclute avrebbero sopportato la pubblica fustigazione pur di diventare Iranes, ovvero uomini soldato, guerrieri dai martelli vermigli, dallo scudo con la grande lambda. Dal fondo della piazza tra le case basse ricoperte di calce si sarebbe aperta la folla gremita per far largo al corteo, alla testa i sacerdoti avvolti in candide vesti con il capo fasciato da lunghe bende di lana, gli araldi e i loro serventi, poco dietro gli eguali in marcia a passo cadenzato, vestiti di tuniche e di mantelli rossi carminio. Con rapida conversione si sarebbero disposti lungo quattro file, fermandosi contemporaneamente nel loro marziale splendore, scudo contro scudo, facendo ala alle guardie reali dalle armature decorate, ai due re, agli educatori. Dopo il sacrifico alla dea Artemide si sarebbero spalancate le porte del tempio e al suono acuto dei flauti, i cinque efori avrebbero chiamato ad uno ad uno i giovani chiedendogli di salire la scalinata del tempio, a segnare metaforicamente l’inizio di una trasfigurazione interiore ed esteriore, un'ascensione sul piano del pensiero e della moralità, un aprirsi verso il non limite del cielo. Afferrati per le braccia e fustigati sotto la grande statua armata della Dea, avrebbero resistito fino allo sfinimento, ubbidendo alla radicata legge interiore dell’onore, come se fosse un atto dovuto, un atto necessario per potersi liberare da una condizione di inferiorità esistenziale e riconoscersi anch’essi come “eguali” attraverso l’immagine del proprio sacrificio riflessa nell’iride dei loro genitori, dei loro fratelli più grandi. In quel corpo prostrato ai colpi di una frusta, sopportata eroicamente, talvolta fino alla morte, ritroviamo l’eco di un verso tratto dall’ “Agamennone” di Eschilo: “nella sofferenza vi è la conoscenza”, ovvero nel sacrificio portato all’estremo vi è quanto più nobile possa concepire l’anima umana: la volontà di osare, la volontà di essere. Con quella lucida perseveranza che resiste ai colpi della frusta l’anima esce dalla propria finitudine, arrampicandosi sul fronte dell’essere, liberandosi pienamente. Qui si concentra tutta la tensione metafisica del laconismo.
    Bellissimo!
    L'ho letto con il sottofondo musicale (alle cuffiette) di un preludio del Tristano e Isotta di Wagner.

    Nella differenza della visione della vita tra spartani e ateniesi si può cogliere l'origine del dualismo che caratterizza la storia della civiltà europea : l'ETHOS (sparta) e il LOGOS (atene).
    Io preferisco il logos ateniese.
    Ma un etno-nazionalista ha una formametis spartana (ethos).

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da uqbar Visualizza Messaggio
    Nella differenza della visione della vita tra spartani e ateniesi si può cogliere l'origine del dualismo che caratterizza la storia della civiltà europea : l'ETHOS (sparta) e il LOGOS (atene).
    Io preferisco il logos ateniese.
    Ma un etno-nazionalista ha una formametis spartana (ethos).
    Esatto...

  4. #4
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    Sparta, un mito per l'Europa
    Di Enzo De Canio


    La democrazia ateniese e la stabilità politica di Sparta - Gli estimatori Senofonte e Platone e i denigratori - Il mito spartano attraverso la storia.




    L'antica Sparta non era in senso stretto una città, ma solo «un agglomerato di villaggi con caratteri curiosamente arcaici». Si trovava in una zona periferica dell'Ellade, poteva contare solo su un numero ristretto di cittadini a pieno titolo, e svolgeva inoltre un ruolo del tutto secondario sul piano artistico-culturale ed ancora meno rilevante su quello commerciale. E tuttavia proprio a questa comunità provinciale è toccato nei secoli un singolare privilegio: «La sua elevazione a mito, a rappresentante esemplare di un modo di vivere la vicenda umana, di una fra le possibili risposte alla sfida dell'esistenza... il permanere attraverso i millenni del suo nome per designare le qualità umane intese da ogni europeo moderno che usi l'aggettivo "spartano"» (P. Janni).

    Le ragioni del sorgere di una leggenda destinata ad un così longevo e potente influsso si spiegano probabilmente con il carattere anomalo della polis spartana, pur nel contesto comune delle città-stato elleniche. Per la verità questo concetto della diversità spartana va alquanto relativizzato, anche nell'ambito di un confronto con la rivale Atene. In ambedue le città - ha ricordato, ad esempio, il Canfora - la fonte ultima della sovranità andava ricercata nell'assemblea dei maschi liberi in grado di combattere, una minoranza rispetto ai non cittadini a pieno titolo ed agli asserviti (meteci e schiavi ad Atene, perieci ed iloti a Sparta). Pur tuttavia la specificità dello spirito e del sistema di Sparta era chiaramente avvertita, e venne considerata quale base non solo dei suoi successi (e poi della decadenza), ma soprattutto di una stabilità politica ignota nel resto della Grecia. Di qui il vivo interesse, spesso misto ad ammirazione ed invidia, per l'esperienza spartana che molti intellettuali greci, in particolare ateniesi o residenti ad Atene, mostrarono già nel V sec. a.C. Di qui, inevitabilmente, anche il nascere del mito.

    Già Erodoto può essere considerato il primo «diffusore» della leggenda spartana (si pensi alle pagine su Leonida e l'episodio delle Termopili) e successivamente Tucidide, avverso alla democrazia radicale imperante nell'Atene post periclea, non nascose le sue simpatie per la solidità della buona legislazione di Licurgo, capace di prevenire i rischi sia di una tirannide che del dominio delle masse. Fu solo alla fine del secolo, tuttavia, all'epoca della vittoria di Sparta su Atene nella guerra del Peloponneso, che il mito lacedemone cominciò a manifestarsi con chiarezza grazie alla generazione dei Senofonte, Platone ed Isocrate.

    Di pochi decenni successivo è infatti il primo saggio pervaso dalla leggenda spartana che ci sia pervenuto, cioè «L'ordinamento politico degli Spartani» di Senofonte. L'autore conosceva bene l'ambiente e la mentalità spartani.

    Aristocratico ateniese ostile alla democrazia al potere nella sua città - come Platone - e perciò esule, trascorse buona parte della sua esistenza al servizio od ospite di Sparta, entrando a contatto con la classe di governo della polis dorica. Nel caso di Senofonte, dunque, le simpatie filo-laconiche tipiche di buona parte della nobiltà attica si fondevano con personali e concrete ragioni di gratitudine.

    Questa posizione dell'autore spiega in larga misura il carattere apologetico, quasi propagandistico, dell'opera. In effetti - come rileva G. Franco Gianotti - sembra quasi che a Senofonte non importasse tanto descrivere organicamente l'ordinamento politico spartano attribuito al leggendario Licurgo, quanto piuttosto esaltare, additandoli come modelli, lo spirito ed il modo di vivere tradizionali nella città dorica. Del sistema costituzionale ed educativo spartano Senofonte ammirava sia l'efficacia nell'assicurare una prospera felicità («eudaimonia») ai cittadini, sia l'originalità: «(Licurgo) non solo evitando di imitare le istituzioni delle altre città, ma addirittura adottando un sistema opposto a quello in vigore nella maggior parte di esse... ». Per la verità non è difficile individuare notevoli affinità fra aspetti del sistema spartiate ed altri conservatisi nelle città doriche di Creta. Comunque l'insistenza sull'originalità politica di Sparta da parte dell'aristocratico Senofonte appare significativa se si osserva - come ha fatto L. Canfora - che il bersaglio polemico dell'autore doveva essere costituito dalla analoga pretesa di originalità avanzata dai democratici ateniesi (Pericle in Tucidide II 37).

    L'ordinamento politico spartano era indubbiamente atipico e consentiva un sapiente equilibrio tra l'autorità dei due Re, le competenze della Gherusia (il Senato) ed il potere decisionale dell'assemblea dei cittadini, cioè gli Spartiati che dominavano su Perieci ed Iloti, per non parlare dell'importanza crescente di un ulteriore organismo, la commissione degli Efori. Quello spartano era dunque, come ben compresero Platone ed Aristotele, un sistema «misto». Un tale ordinamento, per molti versi simile a quello romano, doveva apparire, secondo teorizzazioni successive, immune dai rischi di degenerazione tipici dei regimi monarchico, aristocratico e democratico «puri» (Polibio VI 10). A Senofonte, peraltro, non interessava soffermarsi su questi aspetti, bensì approfondire il tema della formazione del cittadino e del governante.

    Ad Atene le scelte in campo educativo erano riservate alle singole famiglie, che inclinavano però ad una certa indulgente rilassatezza e, peggio ancora per la mentalità dell'epoca, lasciavano sovente i ragazzi alle cure di maestri di condizio ne servile. Per Senofonte, invece, l'educazione all'areté (in questo caso soprattutto le virtù civiche e militari) e la sua pratica non potevano essere abbandonate all'individualistica buona volontà dei singoli. Nell'interesse della comunità lo Stato, anche per evitare ogni possibile futura devianza, doveva assumersi il compito fondamentale di guidare e controllare la formazione morale e fisica dei cittadini. Di conseguenza «l'esercizio collettivo di ogni forma di virtù» doveva diventare, per dirla con Senofonte, «un dovere pubblico».

    Si comprendono facilmente, in questa ottica, i motivi della sincera ammirazione dello scrittore per il modello formativo imposto a Sparta da Licurgo. La durezza dell'addestramento e la severità rigidamente egualitaria delle norme alle quali gli Spartani erano sottoposti dallo Stato lasciavano indubbiamente poco spazio alla sfera del privato, ma valevano in compenso a formare un tipo umano che si distingueva per senso della disciplina, efficienza bellica e frugalità.

    Ovviamente i pesanti sacrifici che Sparta richiedeva ai suoi cittadini potevano essere accettati solo alla luce di una particolare concezione del mondo. Lo spartano si sentiva membro di un kosmos (comunità sacrale e militare di vita, «ordine») e solo da tale appartenenza traeva in definitiva la giustificazione ed il senso della propria esistenza. Per lui - come ha scritto lo storico H. Berve - 1'areté autentica si manifestava attraverso «le prove che il singolo aveva fornito nel vivere e nel morire per la collettività, la quale gli dimostrava la sua riconoscenza con la gloria eterna».

    All'epoca in cui Senofonte componeva il suo saggio, tuttavia, la realtà di Sparta non corrispondeva più al modello della polis arcaica e si coglievano già i primi sintomi della decadenza. Lo riconosceva esplicitamente lo stesso scrittore nel XIV cap. della sua opera, puntando l'indice sul diffondersi della ricchezza, della corruzione ed in generale di una mentalità egoistica contraria al rispetto dello spirito e delle norme di Licurgo (in questo senso si espresse anche Plutarco). Mentre di lì a qualche decennio Aristotele avrebbe compreso che le cause profonde della crisi (concentrazione delle terre in poche mani, riduzione del numero degli Spartiati (1), crescente pressione demografica degli Iloti) derivavano da difetti insiti nel sistema tradizionale, Senofonte ed alcuni circoli spartani a lui vicini pensavano alla necessità di un ritorno all'autentica costituzione di Licurgo o almeno di un recupero di quanto in essa restava valido. Da questo punto di vista il saggio su Sparta sembra dunque sottendere un vero e proprio progetto di riforma politica (Luppino Manes), la cui esecuzione doveva esser compito dell'unica istituzione ancora tradizionale, quella monarchica. In effetti oltre un secolo dopo sarebbero stati proprio due grandi Re, Agide IV e poi Cleomene III, a tentare di riportare Sparta agli antichi splendori, introducendo anche radicali riforme sociali che andavano oltre le analisi e le proposte di Senofonte.

    Senza nulla togliere all'importanza del trattato di Senofonte, il merito di aver assicurato una così lunga esistenza al mito spartano va però riconosciuto a Platone. Certo la città laconica non corrispondeva compiutamente agli ideali del filosofo che comprese tutta l'insufficienza di un sistema educativo volto quasi esclusivamente a perseguire l'efficienza militare. Non meno negativa doveva apparirgli, rispetto al suo Stato ideale, l'assenza a Sparta della casta dirigente dei filosofi capaci di guidare anche i guerrieri. E tuttavia «di tutte le città realmente esistenti in Grecia, Sparta era quella che secondo Platone aveva le caratteristiche più promettenti, anche se imperfettamente realizzate» (Hooker). Di fatto l'addestramento, l'eugenetica, le consuetudini comunitarie di vita e le proibizioni previsti nella «Repubblica» coincidono in larga misura con la normativa vigente a Sparta. In definitiva a Platone, preoccupato di delineare un sistema in grado di intervenire «nella vita di ogni singolo come unica via per la realizzazione non individuale - chè sarebbe impossibile- ma collettiva del "sommo bene"» (Canfora) non poteva offrirsi alcun modello reale più adeguato della Sparta tradizionale.

    Nella seconda metà del IV secolo la leggenda spartana era sorta da pochi decenni e già trovava il suo primo illustre critico in Aristotele, che denunciò non senza ragione la ristrettezza della concezione dorica di areté («eccellenza»), eccessivamente limitata all'aspetto bellico. In generale il filosofo doveva giudicare politicamente pericoloso il mito di Sparta e per questo si sforzò di demolirlo, spendendo a tal fine molte energie: «sarebbero state impiegate assai più proficuamente - secondo l'ironico commento di W. Forrest - per ristabilire la verità». L'atteggiamento critico di Aristotele era destinato, comunque, ad essere largamente sopravanzato da quanti in seguito avrebbero visto nella polis laconica solo il primo esempio di Stato-caserma o meglio ancora il prototipo del sistema oppressivo verso i diritti dei cittadini, «una sintesi perversa fra prussianesimo e socialismo».

    In questa ottica «liberale» già si poneva alla fine del '700 F. Schiller che, pur giudicando la legislazione di Licurgo «un capolavoro dell'Arte dello Stato» data l'eccezionale forza politica e longevità dei risultati, la definiva tuttavia «un attentato contro l'umanità» per aver tutto sacrificato al bene della comunità, impedendo così «di svilupparsi a tutte le forze che nell'uomo sono riposte... l'esercizio e il progresso di tutte le facoltà dell'uomo».

    Nell'ambito del medesimo filone va indubbiamente collocato A. J. Toynbee. Per lo studioso britannico Sparta andava addirittura considerata non quale espressione particolare dello spirito greco, bensì come fondamentalmente estranea alla «società ellenica» (quale la concepiva lui). Gli Spartani, «cani da guardia... disumanizzati» dallo sforzo di tenere sottomesse numerose genti, avrebbero «percorso a ritroso il cammino dalla condizione dell'uomo a quella di animale» (1934). Si può chiudere con H. I. Marrou, autore negli anni '40 di un violento attacco alla «pedagogia totalitaria» ed al razzismo degli Spartani (che, per la verità, su quest'ultimo punto avrebbero forse potuto imparare qualcosa dai democratici Ateniesi). A ben vedere, l'animosità di qualche scritto si spiega in chiave di anti*fascismo viscerale, cioè con l'apparentamento tra la polis di Licurgo e il Terzo Reich di Hitler da un lato, la «liberale» Atene e l'Inghilterra dall'altro (in questo senso si espresse esplicitamente il Murray nel 1941).

    La schiera di quanti contribuirono alla fortuna del mito di Sparta (ad es. Plutarco con le sue biografie idealizzate di Licurgo, Agide e Cleomene) o comunque ne subirono l'influsso (Machiavelli, Moro, Montaigne, ecc.) si è rivelata nei secoli molto vasta, ma anche composita, perchè l'ideale e la realtà spartani si prestano, con un po' di buona volontà e qualche fraintendimento, a rispondere alle esigenze ideologiche di filoni politico-culturali diversi e talora opposti.

    I philosophes francesi del '700, ad esempio - come ricorda il Gianotti - nutrivano un'autentica venerazione per Licurgo e idealizzarono il suo sistema, forse perchè confondevano l'areté laconica con la vertu illuministica ed apparentavano il rude e frugale spartano al «buon selvaggio» di Rousseau. Lo stesso Ginevrino, d'altronde, dichiarava esplicitamente di ammirare la semplicità, il patriottismo e lo spirito marziale della vita spartana e probabilmente si riconosceva in una società nella quale la «volontà generale», indirizzata al bene pubblico, poteva imporsi con tanta autorità.

    Pochi decenni dopo il protosocialista Babeuf esaltava «l'eguaglianza di fatto» ed i tratti di comunismo primitivo presenti nel sistema di Licurgo (il quale tra l'altro aveva suddiviso equamente le terre coltivabili fra tutti i cittadini a pieno titolo, detti appunto Eguali). Babeuf trascurava però di ricordare come il presunto socialismo spartano fosse riservato ad una casta di dominatori e posasse sulle spalle dei servi della gleba: gli Iloti. Dalla fine del '700 alla metà di questo secolo è stata soprattutto la cultura germanica a coltivare il mito spartano, individuando non senza emozione i tratti di una consonanza spirituale tra il moderno popolo tedesco e la stirpe degli antichi guerrieri dori. Non era difficile, in particolare, riconoscere un'affinità non esteriore tra Sparta e la Prussia, ambedue caratterizzate non solo dalla cura per l'efficienza militare ma soprattutto da un profondo spirito di servizio verso lo Stato.

    In un così vasto arco di tempo, che vide tra l'altro notevoli acquisizioni sul piano storiografico, letterario ed archeologico, questo sentimento di naturale simpatia per la spartanità attraversò dunque larga parte dell'intellettualità tedesca, da Von Herder (laudatore, in verità, sia di Sparta che di Atene) fino a Max Polhenz (1947). Ecco dunque già nel 1824 K.O. Müller esaltare i valori ed i caratteri della «Doriertum» (l'anima dorica), alla quale verso la fine del secolo, l'illustre antichista von Wilamowitz avrebbe dedicato pagine di raro potere suggestivo «che ci mostrano un animo tedesco rispecchiarsi come non mai, né prima né dopo, nella doricità» (P. Janni). La leggenda di Eracle indica all'uomo dorico il suo destino: «... Vana fatica e lavoro sarà la tua vita: ma la ricompensa suprema è certa. Tu non devi camminare per la larga strada maestra, come fa la vile massa che nasce dalla terra e dalla terra non sa staccarsi: tu percorrerai la strada stretta, quant'è vero che tu nasci di seme divino, e andrai sempre più avanti, sempre più in alto. Lassù ti attende la porta del cielo... Per l'areté, virilità e onore, sei nato: ora devi conquistartela. Il suo prezzo è la vita; ma chi paga questo prezzo si è guadagnata la vita eterna».

    Più o meno nello stesso periodo in Francia M. Barrès si lasciava andare all'entusiasmo per la «prodigiosa razza» spartana.

    Ed ancora in Germania, negli anni Trenta del '900, uno studioso del valore di W. Jaeger esaltava nel suo capolavoro «Paideia» l'idea di Sparta quale «elemento indispensabile dell'edificio della paideia della Grecia più recente» e «il grandioso ethos educativo» del quale sono impregnati i canti guerreschi del vate Tirteo. Grazie a lui «l'ideale omerico dell'areté eroica è riplasmato nell'eroismo dell'amor patrio e il poeta compenetra di questo spirito l'intera cittadinanza». Qualcosa di questo indirizzo filo-laconico della cultura germanica doveva sopravvivere nel secondo dopoguerra, se ancora nel 1960 Fr. Schachermeyr scriveva nella «Storia Greca»: «nell'insieme noi possiamo considerare il Doriertum come un punto di riferimento del senso del dovere e della lealtà.»

    Nella logica di questo indirizzo della cultura nazionale germanica il mito spartano non poteva lasciare indifferenti gli ambienti nazionalsocialisti che in verità avevano ragione di richiamarsi ad esso solo per taluni aspetti (ad esempio il solidarismo nazionale e la salvaguardia dell'integrità razziale). Ancor più legittimamente il pensiero tradizionalista ha visto nel modello di Sparta una concreta realizzazione, sia pure in una forma ben specifica, della visione del mondo sacrale, eroica e «solare» propria della tradizione indoeuropea e, nel contesto ellenico, soprattutto dei Dori (J. Evola, A. Romualdi). A differenza delle altre polis doriche la sola Sparta ebbe, però, il merito di mantenere «l'originalità di concezioni, di governo, di moralità» tradizionali (U. Nisticò), resistendo così lungamente ai rischi di degenerazione e dando vita con Licurgo ad una sorta di «comunismo aristocratico». Un tale sistema era caratterizzato «dall'impersonalità attiva propria ad uno stile guerriero... che si esprime in una comunità organica di «pari» ed è protesa alla realizzazione di fini metapolitici». Ben lungi, dunque, dalla spersonalizzazione tendente all'appiattimento e dal materialismo tipici del marxismo.

    Al di fuori dell'ottica «tradizionalista» si colloca lo scrittore e saggista francese Maurice Bardèche, autore, sul finire degli anni '60, di «Fascismo 70 - Sparta ed i Sudisti».

    Nonostante i notevoli mutamenti del quadro spirituale (non sempre in meglio) e di quello politico dell'Europa, l'analisi di Bardèche mantiene sostanzialmente intatta la sua validità, soprattutto a fronte dell'aggravarsi dei mali ormai da tempo radicati nell'anima europea o del manifestarsi di nuovi. Causa e nel contempo effetto di questa condizione è il vuoto morale determinato dal tentativo ormai quasi cinquantennale di estirpare le radici profonde, la maniera di essere e di sentire, l'etica comune europee ed insieme l'orgoglio delle proprie specificità in ogni nazione e regione. Nella logica (per dirla con il titolo di un saggio ben noto) di un «Sistema per uccidere i popoli», procede lo sforzo di eliminare la nostra identità culturale (ed ora anche etnica) e peggio ancora di estirpare «la parte istintiva, quasi animale» e pur nobile in noi. E con essa il coraggio, la lealtà, lo spirito di sacrificio, l'energia, tutte qualità superflue, anzi pericolose, dal punto di vista di chi intende creare un tipo umano gregario e spersonalizzato, funzionale alla logica ed ai bisogni di una certa società industriale e post-industriale.

    Bardèche si rivolgeva ad un'Europa già allora segnata dal malessere profondo della civiltà dei consumi e bisognosa di ritrovare se stessa. Le indicava a modello un mito remoto ed un carattere: quello spartano.

    Già, Sparta. La patria ideale per uomini degni di essere considerati «in virtù delle loro qualità poste al di sopra di tutte le altre», cioè delle «virtù» borghesi e mercantilistiche.

    Uomini sempre disposti, tuttavia, a sottomettersi liberamente ad una disciplina superiore. A contraddistinguere Sparta è - secondo Bardèche - il disprezzo dei falsi dei, cui si accompagnano il coraggio e la durezza indispensabili per tutelare lo Stato e la libertà più importante, quella comunitaria di scegliersi la propria legge (ambedue garanti fondamentali anche dei diritti del singolo).

    Il carattere dello spartano, temperato dalla generosità verso chi non presenta gli stessi tratti spirituali, è dunque ancor oggi indispensabile a quanti si battono per restituire all'Europa l'orgoglio del proprio passato, e per l'avvenire, il senso della sua missione.

    Da un'antica realtà storica è scaturito quindi un mito ormai bimillenario, assurto infine nei migliori tra noi a presenza interiore salda e insostituibile.




    Enzo De Canio




    (1) Venivano a trovarsi esclusi dalla piena cittadinanza gli Spartiati che rimanevano per una qualsiasi ragione privi di un «kleros», cioè di un «podere» originariamente assegnato dallo Stato ad ogni cittadino. Il numero di questi lotti di terreno era naturalmente limitato dalla estensione territoriale della polis. Per contro, le figlie femmine che ereditavano il podere - che era per legge intrasferibile per vendita - potevano trasmettere la proprietà ai mariti, consentendo per tale via una crescente concentrazione fondiaria: diminuivano i cittadini, si estendeva il latifondo.

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    E’ proprio grazie alla costante educazione al valore, all’addestramento continuo alla virtù, che l’identità, l’ethos lacedemone può perpetuarsi ininterrottamente per oltre cinquanta decadi. Lo spirito di coesione, il senso della dignità collettiva, la finalità ascendente sopravvivono di generazione in generazione, trasfondendosi per mezzo dei principi educativi.
    Molto interessante. Esposizione di determinati valori e metodi educativi che sembrano simili a quelli della HJ tedesca; un parallelismo molto avvincente.

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    Plutarco

    Le virtu’ di Sparta

    Adelphi, Milano 1996, pagg. 219, Lire 20.000



    Le virtu’ di Sparta sono un riferimento imprescindibile per tutti coloro i quali vogliono decisamente, con coscienza, opporsi e combattere contro la schizofrenia del mondo moderno e contro l’egemonia dello spirito mercantilistico ed usurocratico che la caratterizza. La lettura della narrazione degli aspetti della vita quotidiana della citta’ e di alcuni crudi e incisivi detti di uomini e donne di Sparta, riportati da Plutarco di Cheronea, è fondamentale per tutti i Soldati Politici Nichilisti responsabili, per i giovanissimi – un obbligo per tutti coloro i quali sono politicamente in sintonia col progetto politico rivoluzionario del mensile antimondialista “Avanguardia”. Sparta, detentrice della eterna libertà per tutti i suoi sudditi, attraverso il potere esercitato dall’Ordine guerriero politico, ove i migliori erano dediti alla sola arte della spada e della politica, è sinonimo di sacrificio e di rinuncia totale, al fine di garantire la supremazia dell’Ordine dello Stato, attraverso una guida saggia e sodale per il bene supremo dello stesso. Soprattutto, l’organizzazione comunistica dello stato e dell’economia, l’abolizione di ogni forma di ricchezza e la certosina attenzione all’allevamento della gioventù, rappresentano per ogni combattente della tradizione un architrave insostituibile nella odierna battaglia politico-culturale che ci vede contrapposti alla viltà, all’ipocrisia e alla menzogna materializzata dal regime democratico.

    “Le virtù di Sparta” di Plutarco – con Platone e con Senofonte i maggiori idealizzatori e sostenitori del mito degli Eraclidi e della legislazione dell’eroe-divino Licurgo, oggetto della nostra recensione, contiene alcune interessanti note (per un ulteriore e maggiore approfondimento consigliamo la lettura de: Plutarco, “Le vite di Licurgo e Numa”, Fondazione Lorenzo Valla – Mondatori, Milano 1998) sui detti degli spartani, sui loro costumi e, infine, non in ordine di importanza, su frammenti di vita delle ‘virilissime’ madri e delle mogli degli spartani.

    A noi, lungi da interpretazioni storiche e letterarie, interessa cogliere quanto nell’ordinamento e nell’organizzazione comunistica dello Stato, nelle virtù guerriere, nella sobrietà e nell’armonia della nazione dei Lacedemoni, è organico al nostro modello di viata, alla nostra visione del mondo, tale da essere pregiato materiale politico per una più cosciente e radicata presa di posizione nello scontro contro le forze del caos, rappresentate dalla società illuministico-borghese e mercantilistica.

    E’ d’obbligo ricordare altresì, l’ampia affinità etica e spirituale che è corsa… l’Ordine guerriero del sangue e della razza…, in epoche differenti, tra Sparta e il Terzo Reich Nazionalsocialista. Su questo argomento ci limitiamo a riportare un periodo di un articolo (ne consigliamo lo studio e l’approfondimento) apparso su “Avanguardia” del Marzo del 1996 (1), dove si affermava: «Sparta Dorica e il Terzo Reich ‘incarnano’ le forme temporali di un ‘ordine’ in temporale in cui risiede l’identità archetipica dell’uomo arioeuropeo. Sono il culmen aristocratico di un ordine guerriero fondato sulle ‘dislocazione’ gerarchica sulla differenziata ‘intensità’ attinente ai gradi dell’essere e ‘custodito’ nelle superiori forme antropologiche che ‘adombrano, il mistero della razza. In queste due esperienze storiche ‘vive’ la radicale negazione dei teoremi originali illuministico-borghesi e la sovrana affermazione dei valori originari della razza ariana. Essa è la superiore forma antropologica che conferirà coesione totale agli ordinamenti aristocratici e guerrieri, gerarchici e razzisti, nazionali. Popolari e socialisti – ‘gravitanti intorno al blocco politico spartano e all’aristocrazia razziale nazionalsocialista dei soldati politici SS».

    La Comunità Politica di Avanguardia sostiene opportunamente che ogni soldato politico nazionalrivoluzionario debba ‘guardare’ con estrema ‘avidità’ alla conoscenza del mito di Sparta, nel momento in cui alla logica del mercato globale bisogna opporre la sobrietà e la parsimonia del proprio stile; alla mentalità legalistico-borghese la temperanza e l’audacia che segnò marcatamente e indelebilmente il mito del sacerdote-guerriero temprato in Sparta; alla sfrenata ricerca del successo e del benessere egoistico-personale il bene della comunità combattente, al di là di ogni sacrificio.

    Nell’ordinamento dei Lacedemoni “l’individuo fu liberato da ogni ansia che potesse sorgere dalla considerazione della propria fortuna, venne educato e utilizzato per tutta la vita al servizio della comunità. Egli mangiava in pubblico dove non poteva portare altra distinzione che quella delle sue doti e delle sue virtù, i suoi figli erano custoditi ed educati dallo stato e a lui stesso si insegnava ad essere genitore e dirigente per la gioventù del suo paese, non padre preoccupato di una famiglia particolare”. (2)

    A Sparta la viltà e il lusso, la ricchezza e l’accumular beni erano metodi non conosciuti, in quanto ciò non rientrava negli usi dei liberi cittadini che rappresentavano il fondamento della aristocrazia guerriera, architrave stessa della libertà della Comunità nazionalpopolare. L’organizzazione comunista dello stato, come la ridistribuzione della terra «Licurgo… persuase i cittadini a metter in comune tutta la terra, a ridistribuirla da capo e a vivere fra loro in parità e proprietari di lotti di pari reddito. Avrebbero dovuto ricercare la supremazia nella virtù», Plutarco, “Vita di Licurgo”, (8,3), l’assenza di valore data alla moneta, l’affidamento della prole allo Stato, la giusta venerazione agli anziani che dava risalto alla saggezza e all’esperienza, lo scostamento da qualsiasi attività commerciale fissa se non l’uso delle armi, garantiva la dignità e la libertà e tutto quanto necessario alla vita di chiunque facesse parte della comunità.

    Il sistema di vita comunitario faceva sì che fin dalla tenera età gli esercizi fisici e l’addestramento militare (“…la guerra era un sollievo dall’addestramento militare”, Vita di Licurgo 22,3), la partecipazione ai frugali pasti in comune e l’attività dedita alla politica, il senso della disciplina e l’assoluta importanza degli interessi dello Stato su quelli del singolo, saldassero metallicamente nello spirito e nella difesa della patria coloro i quali da lì a breve sarebbero divenuti l’aristocrazia guerriera. Plutarco con le sue erudite testimonianze scritte, ci porta a rivivere le virtù degli spartani. Ne riportiamo più frammenti.

    Quando Pausania nel 479 a.c. battè i persiani nella battaglia di Platea, osservando il bottino tolto agli sconfitti, alcuni ammiravano il lusso degli abiti, ma Pausania commentò: «sarebbe stato meglio per loro essere soldati di valore piuttosto che avere roba di valore». Dopo la vittoria in guerra, Pausania ordinò che servissero a lui e a suoi ufficiali il banchetto preparato per i suoi nemici. Vedendo che era straordinariamente sontuoso, osservo: «per gli Dèi, che razza di ingordi erano i persiani! Con questa abbondanza a loro disposizione, venivano a rubarci il nostro pezzo di pane!».

    In riferimento alla prosperità e alla solidità della patria, a scapito degli interessi individuali, è straordinariamente sontuoso l’atteggiamento di un padre, il quale di fronte al corpo del figlio caduto in battaglia fece incidere nella sua tomba questo epigramma: «Trasibulo tornò a Pitane disteso sullo scudo, esanime, dopo aver ricevutosette ferite dagli Argivi, tutte quante nel petto il vecchio Tinnico compose il corpo insanguinato sulla pira e disse così: “figlio che sei mio e di Sparta, ti seppellirò senza lacrime: i vigliacchi devono essere pianti!». Oppure lo sprezzante coraggio delle donne, orgogliose del sacrificio dei loro figli in battaglia per la grandezza e la libertà di Sparta.

    «Una donna – queste le parole di Plutarco -, informata che il figlio si era salvato fuggendo davanti ai nemici, gli scrisse: “Si racconta una brutta storia su di te: devi cancellarla, o smetter di vivere”.

    Un’altra quando si vide davanti i suoi figli che erano fuggiti dalla battaglia, disse: “Cosa siete venuti a fare, vigliacchi, servi buoni a nulla? O forse volete ritornare da dove siete usciti?”. E con queste parole si tirò su la veste e mostrò loro il ventre.

    Una donna, vedendo avvicinarsi suo figlio, gli chiese se c’erani buone nuove per la città; quello rispose: “Sono morti tutti”, e lei allora prese una tegola. Gliela tirò in testa e l’uccise, dicendo: “E ti hanno mandato qui a portare la cattiva notizia?”.

    Quando un giovane raccontò alla madre la morte coraggiosa del fratello, lei gli chiese: “Non ti vergogni di non averlo seguito in questo viaggio?”.

    Una madre mandò i suoi cinque figli in guerra e poi si mise di vedetta alla periferia della città, aspettando le notizie della battaglia. Quando arrivò uno e le disse, in risposta alle sue domande, che i suoi figli erano tutti morti, lei ribattè: “Non è questo quello che volevo sapere, schiavo maledetto! La patria ha vinto o ha perso?”. Quello rispose che aveva vinto e la donna concluse: “Allora non mi dispiace che i miei figli siano morti”» (3)

    Sulle virtù guerriere degli spartani, l’indefinibile eroismo dei trecento di Leonida alle Termopili è rimasto indelebile nel corso dei secoli.

    «Quando Leonida partì per affrontare i persiani alle Termopili, sua moglie Gorgo gli chiese se aveva raccomandazioni da farle; le rispose: “Sposa un brav’uomo e metti al mondo bravi figli”.

    Quando gli efori gli fecero notare che portava con sé pochi uomini alle Termopili, rispose: “Anche troppi per l’impresa che ci aspetta”.

    Gli efori gli chiesero anche: “Quali sono i tuoi piani? Vuoi sbarrare il passo ai Barbari?”. Lui rispose: “L’unica cosa di certo che faremo sarà morire per i Greci”.

    Alle Termopili, parlò così ai suoi uomini: “Dicono che i Barbari si sono avvicinati… e che noi stiamo perdendo tempo. Sarà: adesso però o li ammazziamo oppure teniamoci pronti a morire”. (…) Uno gli chiese: “Leonida, sei venuto con così pochi uomini a combattere contro una armata?”. Ed egli rispose: “Se pensate che è il numero quello che conta, allora neppure l’intera Grecia basterebbe, perché è poca cosa in confronto alla loro massa. Se invece conta il coraggio, allora anche questi pochi uomini sono sufficienti”» (4).

    L’ordinamento comunista dell’economia nazionale e l’autarchia, accordarono a tutti la parità senza ingiustizie, senza appropriazioni indebite, cancellarono la figura del creditore e del debitore, con il conseguente annullamento dei debiti. La terra era di proprietà e non si poteva vendere, non era pignorabile e se ne entrava in possesso attraverso la continuità di sangue, o ricevendola da qualcuno. Licurgo la assegnò a tutti e nella stessa dimensione. In campagna, dopo la mietitura – ci riporta Plutarco -, tutti i mucchi di spighe erano perfettamente allineati tanto che l’intera Laconia sembrava un podere appartenente a tanti fratelli.

    Alle monete d’oro e di argento fu tolto ogni valore e in Sparta l’unica moneta lasciata in circolazione fu quella di ferro, che non poteva essere usata altrove, fissando il limite massimo dei patrimoni privati, definendolo in base a quest’ultima. «Nessuno più aveva interesse a rubare o a farsi corrompere o a truffare o a rapinare, dato che non era possibile nascondere il maltolto, era rischioso farne uso, era pericoloso importarlo o esportarlo, e possederlo non era un simbolo sociale. Inoltre Licurgo bandì tutto ciò che non fosse indispensabile, e così nessun marcante, nessun sofista o indovino o vagabondo, nessun fabbricante di articoli di lusso mise più piede a Sparta». (5)

    Tralasciando ogni altro commento, permanendo la sostanza nelle parole di Plutarco e nel mito e nella sobrietà del Kosmos della Sparta guerriera, noi affermiamo che la totalità di quanto esso ha rappresentato insieme alla legislazione impressa da Licurgo, al di là degli sterile e infantili velleitarismi, può ricondurre gli uomini al gusto e al rispetto della vera libertà, quella rappresentata dall’armonia col corso naturale del mondo. Il comunismo aristocratico di Sparta, tramandatoci attraverso i principi guerrieri della razza e del sangue, dell’onore e della fedeltà, è, ancora oggi, un modello da fare proprio e da seguire, oltre gli steccati e le divisioni ideologiche, per tutti quanti nel mondo e, per ciò che ci riguarda più da vicino, in Europa, fanno della contrapposizione, o meglio della battaglia, alle regole del villaggio globale e della globalizzazione, del cosmopolitismo e della omogeneizzazione delle coscienze, un impegno sacro, imprescindibile di battaglia politica rivoluzionaria e di civiltà.

    «Lo spettacolo era solenne e terrificante, perché gli spartani avanzavano a passo cadenzato al suono dei flauti, senza lasciare intervalli nello schieramento né provare turbamento negli animi, ma la musica li conduceva al combattimento con calma e gioia»

    Leonardo Fonte

    Note:

    1)cfr. l’articolo di Maurizio Lattanzio “Sparta Dorica e il Terzo reich” pubblicato sul numero 123 a pag. 10 e l’articolo – nota dell’autore al libro di Pierre Bayle “Sparta nel dizionario”, Palermo 1992 – pubblicato alle pag. 15-18;

    2) vedi “Gli eguali di Sparta”, di Gianfranco Gianotti, in Senofonte, “L’ordinamento politico degli spartani”, Sellerio Editore, Palermo 1990;

    3)Plutarco, “Le virtù di Sparta”, Adelphi, Milano 1996, pag. 162-163;

    4)ibidem, pag. 103-104;

    5)ibidem, pag. 107-108.

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    Platone e il Terzo Reich nazionalsocialista



    La cultura greca rappresenta l’orizzonte necessario e non eludibile di ogni successiva esplorazione, in particolar modo il pensiero di Platone permane quale referente primario del successivo sviluppo della filosofia europea e della storia delle dottrine politiche.

    Le opere di Platone possono essere lette in chiave metafisica e gnoseologica, quali messaggio di una tematica religiosa, o in chiave politica, meglio ancora etico-politica-educativa.

    Lo stesso Platone nella lettera VII afferma chiaramente che la sua passione di fondo è appunto la politica, ma occorre intenderci sul significato di “politica” per Platone.

    Ora, è d’uopo avere la consapevolezza dell’esistenza di un’ unica Tradizione, che trova le radici agli albori della civiltà Indoeuropea e che nel corso dei secoli, a seconda delle contingenze storico-politiche, ha assunto differenti forme, pur mantenendo intatta la propria essenza e conservando inalterati i propri principi arazionali e sovrarazionali radicati in un unico ceppo primordiale. «L’insegnamento platonico costituisce un frutto particolare, maturato in un clima storico, di una pianta del sapere dalle radici meta-storiche, tipicamente rinvenibile alla fonte arcaica della generale sapienzialità Indoeuropea». (1)

    Come troviamo rappresentata la proiezione della Tradizione unica nel pensiero di Platone, così è palese ravvederla nell’esperienza della Rivoluzione Nazionalsocialista. Il rapporto Terzo Reich/Platone rappresenterà infatti l’esclusivo tentativo di questa analisi, tendente ad evidenziare gli aspetti del pensiero politico di Platone che, pur con i doverosi distinguo, hanno potuto concretizzarsi nelle dinamiche operative del Terzo Reich Nazionalsocialista. Già diversi studi hanno provato a sottolineare come il “totalitarismo platonico” possa richiamare formalmente il totalitarismo europeo contemporaneo.

    Anche se erroneamente lo si è potuto credere tale, lo Stato Nazionalsocialista non è totalitario, perché non intende collettivizzare la vita della nazione. Meglio e più precisa, così come per il pensiero di Platone, è la definizione di Stato organico, quando, spogliato di certe esuberanze dovute alla sua breve apparizione sulla scena della storia, si presenta come “luogo geometrico” di organi, istituzioni e comunità popolare in piena armonia, sotto la direzione di Adolf Hitler.

    Nello Stato totalitario il potere deriva da un’auto-legittimazione esterna del possesso materialistico della forza, nello Stato nazionalsocialista il potere deriva dalla figura carismatica del Fuhrer, una “legittima autorità che, incarnando principi metapolitici e metastorici, garantisca il retto orientamento dell’universo umano – il suo “governo” - ai punti cardinali del cosmo in temporale delle idee”. (2)

    La guida, il Fuhrer, come precisa René Guénon ne “Il re del mondo”, essendo posto al centro, non partecipa più al movimento delle cose, in netto contrasto allo Stato democratico, sia esso liberale o marxista; al fine del raggiungimento del bene e della giustizia in favore della Comunità popolare. Il ruolo del Fuhrer, quale capo carismatico, così come identificato da Max Weber, potrebbe riallacciarsi alla “lettura politica” del “mito della caverna” di Platone.

    Platone ne “La repubblica” parla di un ritorno nella caverna di colui che si era liberato dalle catene, di un ritorno che ha per scopo la liberazione dalle catene di coloro in compagnia dei quali egli prima era stato schiavo. E’ la figura del filosofo politico, il quale ridiscende nella caverna per salvare gli altri poiché l’uomo che ha visto in vero bene dovrà e saprà correre questo rischio che è poi quello che dà senso alla sua esistenza.

    Nonostante lo scetticismo e la diffidenza nell’avvicinare Platone al nazionalsocialismo, anche Adriano Romualdi viene a riconoscere una sorta di eredità platonica nei movimenti fascisti europei: «L’identificazione dello Stato con la minoranza eroica che lo regge, il fervido sentimento comunitario, l’educazione spartana della gioventù, la diffusione di idee forza per mezzo del mito, la mobilitazione permanente di tutte le virtù civiche e guerriere, la concezione della vita pubblica come spettacolo nobile bello cui tutti partecipano: tutto ciò è fascista, nazista e platonico insieme. L’evidenza parla da sola». (3) La visione organica e gerarchica del mondo sono elementi comuni sia al pensiero platonico sia allo Stato del Terzo Reich.

    Platone, influenzato dalla concezione di armonia propria dei pitagorici, concepiva il “suo” mondo delle idee come un sistema gerarchicamente organizzato e ordinato, in cui le idee inferiori implicano quelle superiori, su sino all’idea che sta al vertice della gerarchia, che è condizione di tutte e non è condizionata da nessuno. L’ordinamento statuale ravvisato da Platone nella tripartizione in philòsophoi, casta dei ‘sapienti’ a cui spetta “reggere” lo Stato; guerrieri, addetti alla custodia e alla difesa; ed infine nella figura del georgos, il contadino, l’uomo del popolo, lo riscontriamo nell’organizzazione del Terzo Reich, dove al vertice tutto confluisce nella figura del Fuhrer, cui subordinati stanno i soldati politici rappresentati dall’Ordine delle SS di Himmler, fino a giungere al popolo. Così come ritroviamo nell’antica India indoeuropea la divisione della società in sacerdoti (Brahmani), guerrieri (Ksathrya) e contadini (Vaisya), come nell’antica Persia indoaria tra Asravan (Sacerdoti del fuoco), Artestar (montatori del carro da guerra) e Vastryos (agricoltori), come tra i Celti d’Irlanda, tra i Druidi, seguiti dalla nobiltà militare e dagli allevatori-agricoltori.

    Una analoga tripartizione esistette tra i germani, nell’antica Roma, tra gli sciiti, tra i traci, i frigi, fino a giungere ad oggi dove ritroviamo l’unica forma rimasta di Stato tradizionale nella Repubblica Islamica dell’Iran, caratterizzata dal ruolo della Wilayatu’l Faqih e dal Consiglio dei Giurisperiti, formato dagli Ulama; dai Pasdaran, guerrieri della rivoluzione, e dal popolo. Non a caso fra il musulmano Platone è detto “Imam dei filosofi” e molti lo chiamano Sayyidna Iflitun, ossia “Nostro Signor Platone”, ritenendolo un profeta mandato da Allah ai greci. Questa forma si rinnova in tutti gli ordinamenti delle società ariane di ceppo Indoeuropeo a testimoniare ulteriormente l’esistenza di una Tradizione unica la quale contempla l’organizzazione di uno «Stato che imprime una forma alla Comunità nazionalpopolare costituendo un sistema di gerarchie culminanti in una aristocrazia. E’ una gerarchia fondata su valori spirituali, etici, qualitativi, contrapposta all’odierna contraffazione del verticismo oligarchico fondato sulla divisione del lavoro e sul possesso della ricchezza famigliare. La gerarchia sarà la risultante della differenziata struttura inferiore del singolo, quale sarà predisposto ad un determinato compito che lo renderà funzione individuale della totalità popolare, non accidentalmente o in base a “virtù” profane come lo spirito di iniziativa e la fortuna, il cinismo e l’avidità di guadagno, l’intelligenza o la cultura, ma in relazione alla fondamentale fedeltà alla propria natura e a ciò che si è spiritualmente, eticamente e fisicamente, in una parola: “razzialmente”…». (4)

    Ogni cittadino partecipa alla vita dello Stato

    Come un singolo organicamente inserito nel tutto; l’uno non può venire pensato in maniera assoluta, ossia in maniera tale da escludere ogni molteplicità: l’uno non è senza i molti, così i molti non sono senza l’uno. Questo è ciò che distingue gli Stati tradizionali dalle moderne società che presentano l’individuo quale soggetto antitetico e in contrasto con la Comunità popolare intesa non come somma di più individui ma come totalità armoniosamente organizzata, funzionante grazie al rispetto delle gerarchie.

    Nelle società tradizionali questo è possibile poiché non vi è distacco tra etica e politica, tra morale e universo politico, così come avviene oggi. «Già abbiamo notato come la nozione dell’adesione dell’individuo alla Comunità politica, del rapporto tra l’essere individuale e lo Stato venisse riconosciuta in maniera affatto naturale dai greci antichi, per i quali era normale che l’etica individuale fosse in correlazione con l’organismo politico, così come il principio secondo cui le due entità si determinassero reciprocamente in un vincolo di mutuo coordinamento. E’ opportuno quindi ripetere che nella Polis antica non interviene alcuna soluzione dualistica tra individuo e comunità: né l’individuo né la comunità vivono una esistenza conclusa in funzioni e limiti specifici (e come tali distinti), ma esiste la vita dell’uomo inserito nella comunità e la vita della comunità che è comunità dell’uomo». (5)

    Grazie a questa concezione, nelle società tradizionali vengono meno le assillanti preoccupazioni del fattore economico, caratterizzanti le società moderne, regolate solo ed esclusivamente dalle leggi del consumo. Così nel comunismo aristocratico di Platone è possibile evidenziare il superamento degli ordinari ostacoli derivanti dai bisogni e dai sentimenti con un’osservanza di uno stile di esistenza impersonale e che prescinde dal singolo individuo, anche nel Terzo Reich nazionalsocialista possiamo scorgere la realizzazione di postulati dottrinari socioeconomici che,pur in pochissimi anni, riescono a raggiungere l’obiettivo di un ordinamento nazionale, organico e socialista, improntato ad esclusivo vantaggio della Comunità popolare. In uno Stato organico non solo l’economia va pianificata in funzione delle esigenze della Comunità popolare, ma anche ogni aspetto della vita sociale, come nello Stato platonico ove ravvisiamo uno “Stato etico che subordina i valori economici al conseguimento della virtù e sostiene i valori conseguiti avvalendosi di tutti i mezzi, compresi il mito, la menzogna e la propaganda. Al servizio di quest’ultima è l’arte, cui Platone nega ogni autonomia”. (6)

    Anche lo Stato nazionalsocialista utilizza l’arte come forma di propaganda, valorizzando ogni aspetto della Kultur indoeuropea e rigettando gli esempi di arte degenerata, dal campo letterario, a quello figurativo ecc.; visti come portatori di un’anima sovvertitrice e distruttiva. Quindi, in quest’ottica viene a concretizzarsi lo sforzo per la salvaguardia della propria razza, portatrice di valori immutabili ed eterni, proiezione del ceppo unico della Tradizione primordiale. Ciò che Platone chiama anamnesi; ovvero una forma di ricordo, un riemergere di ciò che esiste già da sempre nell’interiorità della nostra anima, per i nazionalsocialisti si identifica con la razza. Ma lo scivolamento in una sorta di razzismo meramente biologico in cui si imbatte sia Platone quando parla dei meteci (gli immigrati che non godevano dei diritti politici e della cittadinanza ateniese) così come alcuni aspetti del razzismo pangermanista vanno revisionati a favore di una concezione tradizionale del razzismo, così come lucidamente esposta da Julius Evola.

    Il razzismo di Julius Evola, illustrato nella trilogia ontologica (razza del corpo, razza dell’anima e razza dello spirito) si riallaccia sostanzialmente alla trinità ellenica di soma-psychè-nous, a quella romana di mens-anima-corpus, a quella indoaria di sthula-linga-karana-çarira, ripercorrendo il filone del pensiero tradizionale sicuramente estraneo ad ogni forma di razzismo meramente antropologico. Questa tripartizione rappresenta la proiezione dei “tre mondi”, cioè «…i tre termini del Tribhuvana: la terra (bhu), l’atmosfera (bhuvas), il cielo (swar), cioè, in altri termini, il mondo della manifestazione corporea, il mondo della manifestazione sottile o psichica, il mondo principale non manifestato». (7)

    Ugualmente la conservazione della comunità popolare riecheggia in Platone quanto nel Terzo Reich. Secondo la politica eugenetica di Platone «bisogna che gli uomini migliori si uniscano alle donne migliori più spesso che possono, e, al contrario, i peggiori con le peggiori; e si deve allevare la prole dei primi, non quella dei secondi, se il nostro gregge dovrà essere quanto mai eccellente». (La Repubblica, 459)

    Questi provvedimenti li ritroviamo nella Germania Hitleriana, ove l’èlite nazionalsocialista, le SS, viene invitata ad unirsi, anche fuori dal matrimonio, alle migliori femmine germaniche, le quali dovranno contribuire a donare al Terzo Reich nuovi uomini forti e valorosi. L’attenzione riposta nelle giovani generazioni spiega l’enorme cura e diligenza con cui lo Stato nazionalsocialista intende crescere ed educare i nuovi soldati politici, ulteriori “uomini nuovi”, cresciuti secondo un’etica improntata all’ordine guerriero tramite una dura selezione al fine di giungere a riconoscere quelle forze che potranno essere chiamate alla guida dello Stato. Lo stesso Platone ne “La Repubblica” (415) auspica che «Dio comanda ai governanti di essere, innanzi tutto e soprattutto, attentissimi custodi ed osservatori acutissimi dei fanciulli, e di quale metallo siano composte le loro anime; e, se i loro stessi figli hanno in se il ferro o rame, di non avere pietà, e dando alla natura il valore che a natura è dovuto, li caccino fra i contadini e gli operai; e se, invece, questi ultimi hanno avuto figlioli in cui si intraveda oro e argento, di riconoscerne il valore e di elevarli a governanti o a difensori».

    Per supportare tutto questo, sia Platone sia lo Stato nazionalsocialista hanno bisogno della perpetuazione del mito. Il mito, che Heidegger ritiene essere la più autentica espressione del pensiero platonico, più che espressione di fantasia, è espressione di fede e di credenza. «Platone, insomma, affida alla forza del mito il compito, quando la ragione sia giunta ai limiti estremi delle sue possibilità, di superare intuitivamente questi limiti, elevando lo spirito ad una visione, o almeno ad una visione trascendente». (8)

    Tensione trascendente sempre mantenuta alta dal nazionalsocialismo che costantemente rievoca principi e simboli di una metastoria interpretata da una civiltà ario-germanica, discendente dal ceppo indoeuropeo, identificatesi nel simbolo uranico-solare dello Swastika, divenuto il vessillo della Totalkampf nazionalsocialista.

    Manuel Negri

    NOTE:

    1)F.G. Freda, “Platone. Lo Stato secondo giustizia”, Ed. di AR, Padova 1996, pag. 63

    2)ibidem, pag. 50

    3)Adriano Romualdi, “Platone”, Ed. Settimo Sigillo, Roma 1992, pag. 54

    4)Maurizio Lattanzio, “Stato e Sistema”, Ed. di AR, Padova 1987, pag. 30

    5)F.G. Freda, op. citata, pp. 46-47

    6)Adriano Romualdi, op. citata, pp. 46-47

    7)Renè Guènon, “Il re del mondo”, ed. Adelphi, Milano 1994, pag. 40

    8)G. Reale-D. Antiseri, “Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi”, Vol. I, Ed. La Scuola, Brescia 1983, pag. 96

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