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Discussione: UE e Forze Armate

  1. #1
    Pasdar
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    Predefinito UE e Forze Armate

    Da Pagine di Difesa un'interessante riflessione su uno degli aspetti più controversi della vagheggiata integrazione d'Europa.

    --.--.--

    Giuro di essere fedele alla Unione Europea…
    Saverio Zuccotti, 15 gennaio 2007

    Forse ha ragione Gianni De Michelis, già ministro degli Esteri ai tempi della Prima repubblica, quando nel numero 6/2006 di Limes scrive che l'Europa per progredire ha bisogno di un obiettivo concreto. E cita, nel suo intervento intitolato "Dalla Russia la sfida che può rilanciare l'Europa", le tre anime attorno alle quali si è costruito o si è tentato di costruire l'integrazione politica ed economica del Vecchio Continente: Ceca, Cee ed Euratom. Se il carbone e l'acciaio sono stati lo stimolo che ha consentito all'Europa di tracciare un progetto luminoso nel buio del dopoguerra, la creazione di un mercato unico e di una moneta unica sono stati i temi trainanti degli ultimi decenni.
    Muovendo dal tema energetico - peraltro oggetto di fondo del numero di Limes in parola - De Michelis descrive Euratom come una grande occasione perduta, la cui attualità sarebbe stata prepotenemente rilanciata dai recenti problemi di approvvigionamento di gas dalla Russia. Non solo, un Euratom 2 - è l'opinione dell'ex ministro - permetterebbe di far fronte a un problema strategico, ma consentirebbe anche di riavviare il processo di integrazione, zavorrato e rallentato dai recenti allargamenti della Ue. Il ragionamento è ineccepibile, ma quello che non ci trova d'accordo è la citazione fugace riservata alla vera incompiuta d'Europa (la Ced, Comunità europea di difesa) e la rinuncia totale e dichiarata a riprenderla in considerazione.
    Eppure l'integrazione militare del Vecchio Continente dovrebbe essere la prossima e naturale tappa di un processo storico ormai consolidato. Gli Stati membri hanno ceduto da un lustro la prerogativa di battere moneta, rinunciando cioè a una sovranità che i cittadini toccavano con mano quotidianamente, pagando in lire o in fiorini quando compravano il giornale o facevano la spesa. Per non parlare della funzione di volano che le valute nazionali talvolta avevano: la regola dei periodi difficili era svalutare per dare competitività alla economia.
    Oggi l'ambito militare riguarda invece circa un cittadino ogni 300, che spesso ha abbracciato il mestiere delle armi per libera scelta e come professione. A livello di opinione pubblica in Occidente la guerra è ormai un gene recessivo e gli stessi governi optano per l'uso diretto delle forze armate in situazioni eccezionali e comunque nel quadro di iniziative multinazionali. Nonostante la sovranità militare moderna appaia quindi molto più sacrificabile di quella monetaria, si assiste al paradosso per cui viviamo con l'euro nelle tasche ma continuiamo a mantenere in vita strumenti militari costosi, complessi, ridondanti e allo stesso tempo insufficienti.
    Non è questa la sede per entrare nei dettagli, ma sarebbe interessante trovare una tabella che ci ricordasse - ad esempio - quanti reggimenti di paracadutisti sono mantenuti oggi in Europa in nome della sovranità nazionale. Oppure sarebbe bello capire come fa la Us Navy a dominare tutti i mari del pianeta con una sola classe di navi per tipo quando in Europa le classi di fregate e caccia si contano a decine, ciascuna su pochi esemplari. Viviamo in un mondo dove tutti si fondono per fare sinergia (cioè standardizzare ed evitare doppioni), eppure quando si parla di militari questa elementare regola sembra non valere. Proviamo a indagarne le possibili cause.
    Sono ormai più di quindici anni che ci si spertica alla ricerca di una ragion d'essere dell'Alleanza Atlantica, quasi che ipotizzarne l'esaurimento costituisse delitto di lesa maestà e di oltraggio al suo glorioso passato. La guerra al terrorismo ne ha decretato forse la fine con le ben più flessibili coalizioni di volenterosi: sul piano politico, l'Alleanza è diventata un semplice bacino di consenso cui gli Stati Uniti possono attingere con la ragionevole sicurezza di trovare supporto. L'unica effervescenza che la Nato registra sono i movimenti a est, secondo le strategie statunitensi per estenderne i confini fino al Caucaso.
    Che dietro ci siano spicciole ragioni militari (insediamento di installazioni militari) o articolati disegni geopolitici (controllo delle pipeline di idrocarburi), la conseguenza per l'Europa è di lasciare che i rapporti con il suo ingombrante vicino russo siano pesantemente influenzati da chi se ne sta al di là dall'Atlantico. L'aspetto più preoccupante è che queste ‘influenze’ appaiono agli occhi di Mosca come aggressioni ai propri naturali bastioni, ingerenze nella storica sfera di influenza e provocazioni sempre più inaccettabili per il rinato orgoglio nazionale.
    Sotto il profilo militare, la Nato continua a essere un formidabile strumento di integrazione e una garanzia di interoperabilità. Ma se quello deve essere il suo ruolo, la si trasformi allora in ente mondiale certificatore, così da addestrare e validare gli eserciti che seguono determinate procedure.
    Il dubbio è che gran parte delle debolezze d'Europa dipendano da una clamorosa lacuna: nonostante l'elevatissimo grado di integrazione economica, non esiste oggi in seno all'Unione europea alcuna clausola che imponga la mutua assistenza militare tra gli Stati membri. A quanto pare non è ritenuta necessaria: quella clausola c'era ed era il pilastro del Trattato di Bruxelles, ma con l'estinzione della Ueo i mentori d'Europa hanno deciso che non valeva la pena perpetuarla nei trattati della Ue.
    A questo già provvede la Nato, hanno giustificato. Insomma, la mancanza di un dispositivo vincolante come l'articolo 5 del Trattato dell'Atlantico del Nord spiega la minore attrattiva e credibilità della Ue rispetto agli automatismi sanciti a Washington nel 1949. Il primo passo (a basso costo) verso una concreta integrazione militare europee dovrebbe quindi essere l'inclusione di una clausola di difesa collettiva tra gli Stati membri della Unione. Dopo tutto, si è mai vista una unione qualsiasi - una famiglia, un sodalizio, una nazione - che non si basa sul mutuo sostegno?
    Un approccio alternativo più radicale sarebbe la creazione di forze armate europee tout court, obbligando quindi la classe politica a vincere gli atavici tentennamenti per gestire un dispositivo militare unitario. Fermo restando che rimane confinata nel mondo della più sfrenata fantasia, una simile proposta nasconderebbe almeno tre ordini di difficoltà.
    In primo luogo, si dovrebbe individuare una base giuridica sulla quale impegnare gli effettivi delle forze armate europee. In altre parole, su cosa farli giurare? Urge una Costituzione o comunque una dichiarazione solenne che possa permettere di andare oltre - senza ovviamente contraddirlo – il precedente giuramento che i militari hanno prestato per i loro Paesi. Solo dietro l'impegno di servire la più alta causa di 500 milioni di europei e non l'interesse particolare di un singolo paese, potrebbe essere avviata la pianificazione dello strumento militare e il successivo passaggio delle truppe sotto il controllo Ue.
    Già, ma quale controllo? Se per la moneta unica è stato sufficiente un organo tecnico come la Banca centrale di Francoforte, per le forze armate europee sarebbe richiesta un'autorità politica con il potere di deliberarne l'uso. Se si vuole che il futuribile strumento militare europeo sia al servizio della collettività dei cittadini e non dei governi nazionali, si potrebbe pensare di istituire una seconda Camera del parlamento - una sorta di Senato europeo, piccolo ma slegato dalle nazioni e dalla geografia politica - incaricato di elaborare Pesc e Pesd e di controllare le forze armate.
    L'ultimo problema riguarda la presenza degli arsenali nucleari di Francia e Regno Unito, che certo non è pensabile di assorbire placidamente nelle strutture integrate. Una possibile via d'uscita dall'impasse potrebbe essere la possibilità per gli Stati membri di reclutare e mantenere truppe sotto il controllo nazionale, ovviamente a proprie spese e in aggiunta agli obblighi assunti con l'Unione militare europea. Va da sé che tali assetti nazionali non potrebbero in alcun caso essere utilizzati con il veto del Senato europeo.
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

    Identità; Comunità; Partecipazione.

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  2. #2
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    Magari!
    Ma se in Italia abbiamo 7-8 corpi di polizia, figurati se riusciremo a fare un esercito unico europeo.

  3. #3
    Figlio delle stelle
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    L’amore è l’emozione più potente dell’universo, ed è la trama di tutte le cose. Quando esso viene scatenato, rompe ogni barriera, spiana ogni divergenza, unisce tutto ciò che è diviso, abbatte con facilità persino le alte mura create dall’odio umano.
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    finchè nell'unione europea si parlerà di stati nazionali, non risolveremo niente, perchè ogni stato non vuole perdere niente di quello che ha già, vuole mantenere i suoi piccoli privilegi. Questa non è unità.... E' un'Unione Europea che si regge in piedi solo perchè la tengono su i politici. Ma la vera Unione Europea dovrebbe essere un'altra cosa...

  4. #4
    JohnMill
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    Da Pagine di Difesa un'interessante riflessione su uno degli aspetti più controversi della vagheggiata integrazione d'Europa.

    --.--.--

    Giuro di essere fedele alla Unione Europea…
    Saverio Zuccotti, 15 gennaio 2007

    Forse ha ragione Gianni De Michelis, già ministro degli Esteri ai tempi della Prima repubblica, quando nel numero 6/2006 di Limes scrive che l'Europa per progredire ha bisogno di un obiettivo concreto. E cita, nel suo intervento intitolato "Dalla Russia la sfida che può rilanciare l'Europa", le tre anime attorno alle quali si è costruito o si è tentato di costruire l'integrazione politica ed economica del Vecchio Continente: Ceca, Cee ed Euratom. Se il carbone e l'acciaio sono stati lo stimolo che ha consentito all'Europa di tracciare un progetto luminoso nel buio del dopoguerra, la creazione di un mercato unico e di una moneta unica sono stati i temi trainanti degli ultimi decenni.
    Muovendo dal tema energetico - peraltro oggetto di fondo del numero di Limes in parola - De Michelis descrive Euratom come una grande occasione perduta, la cui attualità sarebbe stata prepotenemente rilanciata dai recenti problemi di approvvigionamento di gas dalla Russia. Non solo, un Euratom 2 - è l'opinione dell'ex ministro - permetterebbe di far fronte a un problema strategico, ma consentirebbe anche di riavviare il processo di integrazione, zavorrato e rallentato dai recenti allargamenti della Ue. Il ragionamento è ineccepibile, ma quello che non ci trova d'accordo è la citazione fugace riservata alla vera incompiuta d'Europa (la Ced, Comunità europea di difesa) e la rinuncia totale e dichiarata a riprenderla in considerazione.
    Eppure l'integrazione militare del Vecchio Continente dovrebbe essere la prossima e naturale tappa di un processo storico ormai consolidato. Gli Stati membri hanno ceduto da un lustro la prerogativa di battere moneta, rinunciando cioè a una sovranità che i cittadini toccavano con mano quotidianamente, pagando in lire o in fiorini quando compravano il giornale o facevano la spesa. Per non parlare della funzione di volano che le valute nazionali talvolta avevano: la regola dei periodi difficili era svalutare per dare competitività alla economia.
    Oggi l'ambito militare riguarda invece circa un cittadino ogni 300, che spesso ha abbracciato il mestiere delle armi per libera scelta e come professione. A livello di opinione pubblica in Occidente la guerra è ormai un gene recessivo e gli stessi governi optano per l'uso diretto delle forze armate in situazioni eccezionali e comunque nel quadro di iniziative multinazionali. Nonostante la sovranità militare moderna appaia quindi molto più sacrificabile di quella monetaria, si assiste al paradosso per cui viviamo con l'euro nelle tasche ma continuiamo a mantenere in vita strumenti militari costosi, complessi, ridondanti e allo stesso tempo insufficienti.
    Non è questa la sede per entrare nei dettagli, ma sarebbe interessante trovare una tabella che ci ricordasse - ad esempio - quanti reggimenti di paracadutisti sono mantenuti oggi in Europa in nome della sovranità nazionale. Oppure sarebbe bello capire come fa la Us Navy a dominare tutti i mari del pianeta con una sola classe di navi per tipo quando in Europa le classi di fregate e caccia si contano a decine, ciascuna su pochi esemplari. Viviamo in un mondo dove tutti si fondono per fare sinergia (cioè standardizzare ed evitare doppioni), eppure quando si parla di militari questa elementare regola sembra non valere. Proviamo a indagarne le possibili cause.
    Sono ormai più di quindici anni che ci si spertica alla ricerca di una ragion d'essere dell'Alleanza Atlantica, quasi che ipotizzarne l'esaurimento costituisse delitto di lesa maestà e di oltraggio al suo glorioso passato. La guerra al terrorismo ne ha decretato forse la fine con le ben più flessibili coalizioni di volenterosi: sul piano politico, l'Alleanza è diventata un semplice bacino di consenso cui gli Stati Uniti possono attingere con la ragionevole sicurezza di trovare supporto. L'unica effervescenza che la Nato registra sono i movimenti a est, secondo le strategie statunitensi per estenderne i confini fino al Caucaso.
    Che dietro ci siano spicciole ragioni militari (insediamento di installazioni militari) o articolati disegni geopolitici (controllo delle pipeline di idrocarburi), la conseguenza per l'Europa è di lasciare che i rapporti con il suo ingombrante vicino russo siano pesantemente influenzati da chi se ne sta al di là dall'Atlantico. L'aspetto più preoccupante è che queste ‘influenze’ appaiono agli occhi di Mosca come aggressioni ai propri naturali bastioni, ingerenze nella storica sfera di influenza e provocazioni sempre più inaccettabili per il rinato orgoglio nazionale.
    Sotto il profilo militare, la Nato continua a essere un formidabile strumento di integrazione e una garanzia di interoperabilità. Ma se quello deve essere il suo ruolo, la si trasformi allora in ente mondiale certificatore, così da addestrare e validare gli eserciti che seguono determinate procedure.
    Il dubbio è che gran parte delle debolezze d'Europa dipendano da una clamorosa lacuna: nonostante l'elevatissimo grado di integrazione economica, non esiste oggi in seno all'Unione europea alcuna clausola che imponga la mutua assistenza militare tra gli Stati membri. A quanto pare non è ritenuta necessaria: quella clausola c'era ed era il pilastro del Trattato di Bruxelles, ma con l'estinzione della Ueo i mentori d'Europa hanno deciso che non valeva la pena perpetuarla nei trattati della Ue.
    A questo già provvede la Nato, hanno giustificato. Insomma, la mancanza di un dispositivo vincolante come l'articolo 5 del Trattato dell'Atlantico del Nord spiega la minore attrattiva e credibilità della Ue rispetto agli automatismi sanciti a Washington nel 1949. Il primo passo (a basso costo) verso una concreta integrazione militare europee dovrebbe quindi essere l'inclusione di una clausola di difesa collettiva tra gli Stati membri della Unione. Dopo tutto, si è mai vista una unione qualsiasi - una famiglia, un sodalizio, una nazione - che non si basa sul mutuo sostegno?
    Un approccio alternativo più radicale sarebbe la creazione di forze armate europee tout court, obbligando quindi la classe politica a vincere gli atavici tentennamenti per gestire un dispositivo militare unitario. Fermo restando che rimane confinata nel mondo della più sfrenata fantasia, una simile proposta nasconderebbe almeno tre ordini di difficoltà.
    In primo luogo, si dovrebbe individuare una base giuridica sulla quale impegnare gli effettivi delle forze armate europee. In altre parole, su cosa farli giurare? Urge una Costituzione o comunque una dichiarazione solenne che possa permettere di andare oltre - senza ovviamente contraddirlo – il precedente giuramento che i militari hanno prestato per i loro Paesi. Solo dietro l'impegno di servire la più alta causa di 500 milioni di europei e non l'interesse particolare di un singolo paese, potrebbe essere avviata la pianificazione dello strumento militare e il successivo passaggio delle truppe sotto il controllo Ue.
    Già, ma quale controllo? Se per la moneta unica è stato sufficiente un organo tecnico come la Banca centrale di Francoforte, per le forze armate europee sarebbe richiesta un'autorità politica con il potere di deliberarne l'uso. Se si vuole che il futuribile strumento militare europeo sia al servizio della collettività dei cittadini e non dei governi nazionali, si potrebbe pensare di istituire una seconda Camera del parlamento - una sorta di Senato europeo, piccolo ma slegato dalle nazioni e dalla geografia politica - incaricato di elaborare Pesc e Pesd e di controllare le forze armate.
    L'ultimo problema riguarda la presenza degli arsenali nucleari di Francia e Regno Unito, che certo non è pensabile di assorbire placidamente nelle strutture integrate. Una possibile via d'uscita dall'impasse potrebbe essere la possibilità per gli Stati membri di reclutare e mantenere truppe sotto il controllo nazionale, ovviamente a proprie spese e in aggiunta agli obblighi assunti con l'Unione militare europea. Va da sé che tali assetti nazionali non potrebbero in alcun caso essere utilizzati con il veto del Senato europeo.

    De Michelis....un impostore della Prima Repubblica, socialista del PSI, assieme alla cricca cattocomunista del Guercio di Bologna......


  5. #5
    Pasdar
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    C'è da dire, però, che ha fatto molta pratica come Ministro degli Esteri.
    Può sicuramente parlare per esperienza, lui.
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

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  6. #6
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    Io ci avevo pensato (non fossi miope come un talpone ) a entrare nell'esercito...e sarei fiero di giurare fedeltà non solo all'Italia, ma anche all'Europa

    La proposta di De Michelis mi pare, scusatemi il lirismo ; geniale nella sua semplicità!

  7. #7
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    De Michelis, anche se come politico non mi piace molto, come storico e conoscitore delle relazioni internzazionali è sicuramente molto valido.
    Tra l'altro condivido la sua analisi, della mancanza di un obiettivo concreto da seguire, specialmente per i vecchi membri (quelli nuovi sono ancora sotto sbornia da adesione). Unificato il mercato e la moneta, fallito un progetto di costituzione che con tutti i suoi limiti, dava almeno un punto di partenza, il prossimo passo lo si attende dalla PESC.
    Spero sinceramente che nasca un nuovo asse tra Brown, Zapatero, Prodi, Merkel e Royal / Sarkozy (chi vincerà) per l'unificazione di settori della politica estera. Primo tra tutti, un solo rappresentante dell'area euro nel Fondo Monetario Internazionale, mentre ora ci sono ancora tutti i rappresentanti separati e fa il leader lo Stato presidente di turno dell'UE... Una situazione abbastanza grottesca.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Defender Visualizza Messaggio
    si assiste al paradosso per cui viviamo con l'euro nelle tasche ma continuiamo a mantenere in vita strumenti militari costosi, complessi, ridondanti e allo stesso tempo insufficienti.
    Non è questa la sede per entrare nei dettagli, ma sarebbe interessante trovare una tabella che ci ricordasse - ad esempio - quanti reggimenti di paracadutisti sono mantenuti oggi in Europa in nome della sovranità nazionale. Oppure sarebbe bello capire come fa la Us Navy a dominare tutti i mari del pianeta con una sola classe di navi per tipo quando in Europa le classi di fregate e caccia si contano a decine, ciascuna su pochi esemplari. Viviamo in un mondo dove tutti si fondono per fare sinergia (cioè standardizzare ed evitare doppioni), eppure quando si parla di militari questa elementare regola sembra non valere.
    PAROLE SANTE!
    Se la gente sapesse che vagonate di milioni si buttano nel cesso per mantenere questa ridicola situazione in nome di una sovranità sempre più formale e sempre meno reale sarebbero veramente stupefatti. Ma i politici sono bravi a mascherare tutto e i militari fanno finta di non vedere, giustificandosi con la vecchia lamentela: "Europa militare assolutamente no perchè significherebbe la fine della NATO" (secondo loro).

    Sul resto concordo, anche se è evidente che una simile astrusa macchinazione sarebbe complessa da fare: oltre a rendere il bluff delle sovranità nazionali troppo evidente allo stesso tempo richiederebbe la rinuncia quasi completa alla sovranità-fantoccio in favore della nascita di un vero sistema sovrano europeo.
    E' comunque in quella direzione che bisogna andare, in questo o in altri modi.

  9. #9
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    OH! Sono contento di trovare ottime risposte su molti argomenti di fondamentale importanza come questo. L'esercito è una tappa fondamentale per creare lo stato europeo. E' puramente un atto di ipocrisia e di spreco continuare a finanziare politiche militari inefficienti e insensate di livello nazionale (gli interventi italiani ne sono un chiaro esempio). L'esercito diventerebbe inoltre un mezzo fondamentale (come lo è stato per l'unificazione italiana) per conoscersi meglio tra popolazioni europee e accelerare il processo di unificazione sociale. Lo stile di vita all'interno dei sei paesi fondatori (più qualcun altro sicuramente) è fondamentalmente uguale. Da qui bisogna solo trovare tanti modi affinché le persone comprendano questa somiglianza, che deriva direttamente dai millenni vissuti insieme, nella pace e soprattutto nella guerra. Vi ricordo che se esiste oggi un processo di unificazione, questo è possibile grazie a francesi, italiani e tedeschi che si resero conto della stupidità e del pericolo intrinsechi a quella che DEVE essere considerata una GUERRA CIVILE EUROPEA (alias Guerra Mondiale). L'esercito comune in quest'ottica garantirà la solidità dell'unione

  10. #10
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    Più che altro il problema è convincere i singoli stati a comprare straniero in vista di una standardizzazione dei mezzi.

 

 
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