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    Post La coscienza dell'impero. Ascesa e declino dell'Europa di mezzo

    "... da far si che l'Europa si sentisse costretta a decidere di divenire anch'essa
    egualmente minacciosa, di acquisire, cioè, una volontà unica [...]
    affinché finalmente la commedia,
    protrattasi anche troppo, della sua congerie di staterelli nonché la molteplicità dei suoi velleitarismi dinastici e democratici giunga infine a un epilogo.
    E' passato il tempo della piccola politica:
    già il prossimo secolo porterà con sé la lotta per il dominio della terra,
    la costrizione alla grande politica."




    Friedrich Nietzsche
    Al di là del bene e del male, VI, 208.





    L'egemonia atlantica
    Oggetto della presente ricerca è la Grande Politica dell'Europa di Mezzo, vale a dire lo studio del sorgere e del dispiegarsi del sogno imperiale di Italia e Germania, dal loro affermarsi tardo-ottocentesco come Grandi Potenze europee fino alla loro disfatta nel secondo conflitto mondiale (1).
    Ma per tracciarne in modo corretto i lineamenti senza stravolgerli in condanne aprioristiche e preconfezionate (quasi che Italia e Germania, per il solo fatto di essere state sconfitte quarant'anni or sono avessero doverosamente espiato la «colpa» dei loro regimi) e senza limitarsi ad una pura elencazione cronachistica priva di vero affiato storico, occorre in primo luogo riconoscerne le costanti dettate da un'imperiosa situazione geopolitica, da secoli operante in modo coerente pur nel mezzo dell'irrazionalità ultima degli eventi (2).
    Comportarsi in diversa guisa, non avere cioè presente un adeguato, e nel nostro caso secolare, retroterra storico; non riconoscere che la maggior parte degli eventi risulta da decisioni raramente isolate e mai in ogni caso arbitrarie prese da uomini per le loro funzioni responsabili; considerare poi solo alcune delle nazioni in causa come pienamente autonome nel loro agire ignorando l'azione di altre, e magari le più determinanti per rapporti dì forze (3), non significa solo precludersi la possibilità di comprendere l'effettiva dinamica dei fatti, ma anche dare prova di mancanza di senso storico, di profondità morale e perfino di quella pietas per gli uomini e gli eventi passati (sacri in ogni caso appunto perché passati) che ogni vero studioso dovrebbe in primo luogo possedere (4).
    Vogliamo con questo dire che senza l'accettazione della dignità del passato e della sua specificità ed autonomia dal tempo presente, non può darsi vera opera storica, bensì pura proiezione di inclinazioni personali, quando non dell'inconscio collettivo, delle ideologie e degli pseudo-valori del nostro tempo.
    Certo non occorre, per comprendere la situazione storica di allora, risalire, in un'interminabile sequenza di cause ed effetti, all'uomo del Paleolitico, ma è indubbio che una rapida considerazione della storia europea degli ultimi cinquecento anni è indispensabile a chiarire il perché di quel particolare svolgersi di eventi.
    Data infatti dalla seconda metà del Quattrocento l'inizio della dissociazione in due tronconi dell'Europa più ardente e vitale (5).
    Quella comunità occidentale, quell'Occidente (6) he fino ad allora si può considerare un corpo unico, erede della tradizione indoeuropea variamente dispiegatasi nei millenni presso le diverse regioni del continente, dotata di dignità e valori suoi propri fin dal sorgere storico della civiltà greca e romana, in contrapposizione ad un Oriente caratterizzato, in tutte le sue genti, da masse informi e proskynesis, rinuncia e annullamento della personalità individuale di fronte ad uno stato onnipotente e a divinità remote e inaccessibili (7), si viene ora scindendo in due ampie zone a diverso destino e che, grosso modo, andranno ad incarnare nei secoli seguenti due opposte concezioni ideologiche, filosofiche, politiche.
    Mentre cioè fino ad allora il termine «Occidente», visto come un tutt'unico, blocco ideale della tradizione classica vivificato dall'apporto germanico e riconformato e in parte stravolto nella concezione del mondo della respublica christiana, può risvegliare legittimamente in noi echi e consonanze profonde; mentre Salamina e il Granico, Carre e i Campi Catalaunici, Poitiers e il Lechfeld, Liegnitz e Mohàcs (8), ci fanno sentire, e scegliere come nostra, e chiamarla Occidente, una delle due parti in lotta, dalla fine del Quattrocento le nazioni poste sull'Atlantico iniziano un cammino che divergerà sempre più da quello dell'Europa di Mezzo.
    L'evento capitale, maturato nell'arco di un secolo, da quando cioè i turchi, quanto di più barbaro esprimesse allora l'Asia continentale, posero piede in Europa, può essere simbolicamente riconosciuto nella caduta di Costantinopoli. Evento che segna uno spartiacque della storia universale, il predominio turco con la chiusura del Mediterraneo ai movimenti europei verso l'Asia si lega al culmine della prima fase delle esplorazioni che le nazioni atlantiche vanno attuando da decenni.
    Ma mentre le nazioni dell'Europa sud occidentale Spagna e Portogallo andranno presto per la loro strada verso l'America centro-meridionale ponendosi sempre più alla periferia della storia europea, non altrettanto avverrà per Francia e Inghilterra.
    Di quest'ultima, soprattutto, occorre rilevare la costanza nel perseguimento di un equilibrio di forze sul continente europeo giocando una nazione contro l'altra, in modo da evitare che alcuna Potenza possa affermarsi egemone e minacciosa contro di essa.
    Della Francia basti ricordare il gioco plurisecolare, l'amicizia tra i re «cristianissimi» e il sultano ottomano ai danni di Venezia, già peraltro alleata francese contro Milano e Napoli, e soprattutto il costante operare ai danni del Sacro Romano Impero della nazione tedesca (9).
    Così, mentre le vele britanniche e francesi raggiungono il Labrador e Sant'Elena, e quelle portoghesi, ispaniche ed olandesi le isole della Sonda, la Terra del Fuoco, le Filippine e il Giappone, l'Europa di Mezzo deve fare fronte alla più grande minaccia da oriente della sua storia.
    Agli inizi del Seicento l'espansione ottomana ha ridotto all'impotenza l'Europa centrale. Fagocitata la penisola balcanica, sottomessi slavi e rumeni, rotti i magiari, condizionati gli albanesi, i turchi sono apparsi, per la prima volta nel 1529, sotto le mura di Vienna.
    Pur tra alterne vicende, tra avanzate e riflussi, costituiscono da allora una presenza paralizzante e sempre minacciosa per l'esistenza quotidiana dell'Impero asburgico.
    Costretto con Carlo V a spartire i domini spagnoli da quelli tedeschi, il Sacro Romano Impero si riduce in effetti a Boemia, Austria e Ungheria, anche se il titolo di imperatore copre nominalmente gli altri territori germanici.
    La successiva guerra dei Trent'Anni, di cui ancor oggi è difficile per noi apprezzare l'incidenza di crisi, e che con le sue allucinanti devastazioni territoriali e demografiche (la popolazione germanica si riduce in quegli anni da sedici a dieci milioni di persone mentre in talune regioni, come la Pomerania e il Meclemburgo, le perdite raggiungono il 66 e 1'80%) peserà per sempre come un incubo sul popolo tedesco, vede nella pace di Westfalia del 1648 il coronamento dell'opera pluridecennale di Richelieu e la conferma pratica della volontà espressa cent'anni prima da un ministro di Enrico V, essere cioè compito della diplomazia francese il mantenere le cose tedesche nel più grande disordine possibile.
    La struttura costituzionale dell'impero risulta rivoluzionata. Ai vari stati viene concessa piena sovranità, compresa la prerogativa di concludere alleanze con potenze straniere, purché non siano dirette contro l'imperatore; è tolta la preminenza dei grandi elettori sugli altri membri della dieta; l'imperatore cede alla dieta il jus pacis et belli, e cioè il diritto di dichiarare guerra e di concludere pace, l'acquartieramento delle truppe, la tassazione, la costruzione di fortezze, configurandosi come semplice amministratore dell'impero. La Germania, già frammentata fin dalla sua nascita, non esiste politicamente più come corpo organico.
    Discorde e frantumata in trecentocinquanta entità, città libere e città soggette, ducati, principati laici, principati ecclesiastici e piccoli regni, la nazione tedesca non riuscirà a trovare la sua unità politica che oltre due secoli dopo, ad opera dell'azione militare del regno di Prussia.
    Parallelamente l'Italia, mentre vede la decadenza degli stati rinascimentali e la sua più combattiva avanguardia - Venezia - impegnata in un duello mortale anti-ottomano fino a svenarsi decrepita dopo tre secoli di lotta, mentre vede infuriare la pirateria turca e saracena che ne devasta endemicamente le coste e l'entroterra (10); mentre è in pratica tutta spiritualmente assorbita nella Contro-riforma dalla presenza del dominio temporale dei papi (11); non riesce per secoli a dare unità alle sue genti, divisa e occupata manu militari da Francia, Austria e Spagna.
    E come nel Trecento la duplice eclissi del Papato e dell'impero (conseguente quest'ultima alla scomparsa dei genio di Federico II), aveva permesso il consolidarsi della nazione francese e il successivo scatenarsi della guerra dei Cento Anni tra Francia e Inghilterra, così l'eclisse dell'Europa di Mezzo permette nel Cinquecento alle nazioni atlantiche di guerreggiare impunemente fra loro.
    E chi se ne assume l'iniziativa è sempre la meno europea e la più atlantica fra le nazioni, e cioè l'Inghilterra, che, ancora troppo barbara ed arretrata per associarsi all'opera di positiva esplorazione e scoperta geografica del Quattrocento, si sente ora abbastanza guerriera per strappare ai rivali le colonie da loro scoperte ed organizzate.
    Col pretesto della lotta al cattolicesimo cadono o sono fiaccati e grandemente condizionati uno dopo l'altro, i possedimenti spagnoli, portoghesi e francesi; né le Sette Province protestanti, riunite in repubblica dopo Westfalia, conoscono sorte migliore.
    A «nobilitare» e promuovere il comportamento inglese soccorrono l'esortazione religiosa e la benedizione divina, visto che l'accumulo di ricchezze sempre più grandi è segno principe e riconoscimento, a posteriori, della Grazia Celeste: «Servite Dio, arricchendo voi e il vostro Paese, se fattibile; altrimenti prendendo a olandesi e spagnoli».
    La guerra di Elisabetta contro la Spagna, protrattasi per quasi vent'anni e conclusa con la definitiva frantumazione del progetto asburgico di imporre all'Europa quell'unità religiosa lacerata mezzo secolo prima dai moti di riforma, segna l'inizio dell'affermazione dell'Inghilterra come grande potenza navale.
    Ausilio non indifferente alla vittoria inglese, a parte i «venti di Dio» che hanno scompigliato l'Armada, portano le azioni dei corsari britannici, organizzati e incentivati dalla Corona; durante ciascun anno di guerra, dal 1585 al 1603, non meno di cento vele saccheggiano le coste iberiche, mentre altre centinaia assalgono e depredano i galeoni spagnoli sulla rotta delle Americhe.
    La guerra contribuisce a fare conoscere agli inglesi nuove basi, anche in territori lontani, e poiché i corsari agiscono spesso oltre i limiti loro concessi dalle patenti reali, è spesso giocoforza trovare altri scali, dove potersi disfare delle merci predate senza che nessuno possa inquisire sulla legalità della loro cattura.
    Rifugi sicuri offrono presto i porti turchi e barbareschi del nord Africa, specie nella regione di Tunisi e nel Marocco; in cambio, i corsari inglesi organizzano e potenziano fin dai primi anni l'attività dei pirati musulmani. Il loro ruolo nella creazione delle flotte di Barberia è presto ben noto in tutta Europa (12).
    Il successo inaspettato delle navi corsare britanniche diviene però quanto prima fonte di imbarazzo per Elisabetta, soprattutto per quanto riguarda l'attività piratesca nel Mediterraneo, dove la loro attenzione si rivolge più alle merci e alle navi neutrali che a quelle spagnole. I francesi sono tra i primi a subire gravi danni. Nel 1600 l'ambasciatore di Venezia a Costantinopoli esprime la preoccupazione che le lagnanze avanzate dai francesi «diventeranno generali a tutte le potenze, poiché questa maledetta razza [gli inglesi, n.d.a.] si è fatta così spavalda che recasi ovunque senza esitazione, barbaramente incrudelendo, affondando navi, e portando il bottino a Patrasso e in altri porti dove trovano chi dà loro asilo ».
    Riconferma Maffio Michiel, governatore veneziano a Zante, attivissimo contro i pirati, soprattutto contro quelli inglesi, che «non vi è marinaio di quella nazione che non sia pirata» (13).
    Solo con l'ascesa al trono dello scozzese Giacomo Stuart viene a cessare completamente l'appoggio governativo all'attività di pirateria e alla guerra da corsa, che viene dichiarata illegale con regio proclama nel giugno 1603 (14).
    La guerra dei Trent'Anni, col ristagno del commercio, la depressione economica del terzo decennio del Seicento, la più ferrea sorveglianza dei mari compiuta dalle marine da guerra di diversi Paesi, infliggerà poi un colpo mortale alle forze corsare create quarant'anni prima per una specifica attività bellica e subito smisuratamente dilatatesi fino ad identificare agli occhi europei una intera nazione.
    Mentre il detto coniato dal filologo e storico Joseph Scaliger “nessuno è miglior pirata di un inglese” diviene presto proverbiale, lo stesso re Giacomo si accorge che il declino della pirateria inglese non è dovuto al mutamento dei principi morali dei suoi sudditi ma alle pressioni dei nuovi eventi storici, confermando ancora nel 1620 che «questo flagello esecrando che la regina Elisabetta ha introdotto consentendo ai suoi sudditi la pirateria è ancor oggi troppo profondamente radicato in questo popolo» (15).
    Ma la storia della nazione inglese assume, nel decisivo secolo diciassettesimo, aspetti di ben più vasta portata nelle vicende europee, specialmente in considerazione della rapida evoluzione economica e sociale dei paesi britannici indotta dalla rivoluzione degli anni 1640-1660.
    Il tentativo di assurgere a potenza europea, iniziato dal cardinale Wolsey e fallito alla fine del terzo decennio del secolo precedente, recupera ora con la rivoluzione cromwelliana tutta la sua forza e la sua efficacia.
    Già il decennio 1530-1540 ha segnato un passo importante verso l'unificazione delle isole britanniche con la sconfitta delle rivolte feudali da parte delle forze regie e con la suddivisione del Galles e dell'Irlanda in contee con l'introduzione del sistema amministrativo inglese. Il passo successivo, con l'elezione al trono inglese del re di Scozia Giacomo VI, figlio di Maria Stuart, ha visto nel 1603 l'unione delle corone di Scozia e Inghilterra sotto un unico sovrano.
    La rivoluzione cromwelliana con il sanguinoso soffocamento della rivolta irlandese, con il pugno di ferro usato contro le dissidenti sette politico-religiose, con il condizionamento parlamentare della monarchia e la presa del potere da parte della gentry protestante e di una nuova classe aristocratico-borghese, è alla base della nuova potenza britannica e del suo nuovo slancio internazionale (16).
    Dopo il rigetto da parte dei Paesi Bassi di diverse proposte di associazione commerciale in cambio del libero accesso del commercio inglese ai possedimenti olandesi, l'Inghilterra scende in campo contro l'Olanda in tre occasioni, in un lasso di tempo di vent'anni, riuscendone alla fine vittoriosa. Il predominio olandese nel commercio di schiavi, tabacco, zucchero, pellami, cereali e pescagione, viene definitivamente spezzato; il vasto impero, pur lasciato intatto, viene preso sotto tutela britannica (17).
    Nel 1655 la conquista di Giamaica, nel corso di una nuova guerra contro la Spagna, fornisce all'Inghilterra la base per potenziare e quasi monopolizzare il commercio di schiavi, col quale i mercanti inglesi si arricchiscono favolosamente in breve tempo.
    Un compenso alla perdita dei mercati spagnoli viene in quegli anni trovato nell'alleanza col Portogallo che, invaso da Filippo II ed eretto a vicereame nel 1580, si è nel 1640 staccato dal vicino iberico ed ha acquistato la definitiva indipendenza sotto la casa di Braganza nel 1668. Al commercio inglese si apre ora, in cambio della protezione accordata al Portogallo dalla potenza navale britannica, la strada dello sfruttamento del suo impero coloniale; data da allora la secolare «alleanza» tra diseguali che manterrà la nazione portoghese fedele all'Inghilterra fino a tutt'oggi.
    L'annientamento della congiura cattolica del 1679 e la rivoluzione del 1688- 89 con la cacciata della dinastia cattolica degli Stuart, già restaurata nel 1660 dopo la morte di Cromwell, consolidano ulteriormente il potere delle classi mercantili protestanti.
    Da allora l'Inghilterra diviene un grande fondaco internazionale; l'epicentro del commercio viene portato a Londra dalle varie compagnie di navigazione e il traffico di transito per l'Europa viene a passare per la massima parte per i porti britannici (18).
    Tale processo di accentramento delle attività commerciali e finanziarie sul suolo inglese, già in atto dalla metà del secolo, riceve un impulso decisivo ed impressionante dall'elezione al trono inglese di Guglielmo III d'Orange. Statholder d'Olanda e marito della figlia protestante di Giacomo II, Guglielmo trascina al suo seguito il fior fiore della finanza del tempo, costituito dai più importanti rappresentanti delle folte colonie ebraiche olandesi, che ristrutturano radicalmente il sistema bancario e la tecnica creditizia conferendo al capitalismo un aspetto inedito e determinante (19).
    Indubbiamente i sistemi creditizi, benché a livello rudimentale, sono esistenti da secoli su suolo europeo. Ma mentre nella stragrande maggioranza dei casi le operazioni dei primi banchieri tardo e post-medioevali sono state alquanto elementari, limitandosi generalmente al trasferimento dei depositi nei loro commerci, si pongono ora, nell'Inghilterra protestante del Seicento e sotto l'attiva supervisione organizzativa ebraica, le basi economico-finanziarie di un Mondo Nuovo (20).
    Con la cacciata di Giacomo II la politica inglese si fa intanto risolutamente antifrancese, in parte a causa dell'appoggio che Luigi XIV offre alla causa del detronizzato sovrano, ma soprattutto perché la Francia, benché molto meno sviluppata economicamente dell'Olanda, resta sul continente l'unico stato in grado di contrastare l'espansione britannica, dotata com'è di un territorio molto più esteso, di un retroterra demografico più vasto, di un'economia molto meno vulnerabile alla guerra commerciale, cui ha invece dovuto soccombere l'Olanda.
    Un primo passo verso il contenimento delle ambizioni francesi si ha con l'intervento inglese nella guerra di Successione spagnola, la prima guerra mondiale dell'era moderna, che vede coinvolti a sostegno dell'arciduca Carlo d'Asburgo nella contesa contro il pretendente francese, praticamente tutti i Paesi europei, Gran Bretagna, Olanda, Austria, Prussia, Hannover, Portogallo, Impero, Savoia, tutti schierati contro la Francia del Re Sole e l'alleata Baviera.
    La pace di Utrecht, passo decisivo verso la posizione di «arbitra dell'Europa», lascia nel 1713 alla Gran Bretagna (21) l'isola di Terranova, i territori dell'Acadìa/Nuova Scozia e le terre della baia di Hudson, oltre al monopolio del commercio degli schiavi con l'America spagnola.
    Il controllo inglese del Mediterraneo, che sarà consolidato nel 1800 con l'occupazione di Malta, ha inizio con la assegnazione all'Inghilterra dell'isola di Minorca (poi riconquistata dalla Spagna nel 1782) e dell'importantissima rada di Gibilterra, già occupata nel 1704, e che viene tenuta ancor oggi manu militari dopo quasi trecento anni.
    Ridotti gli altri Paesi Atlantici in secondo piano, condizionati nei traffici e quasi vassalli della onnipresente marina britannica, l'Inghilterra si trova quindi installata ai primi del Settecento in ogni parte del globo, col possesso di punti strategici lungo le principali vie di comunicazione e a protezione di quello che sarà, per oltre due secoli, il cuore del suo impero: il subcontinente indiano.
    Dalla secolare lotta, la Francia esce definitivamente sconfitta nel 1763 dopo la guerra dei Sette Anni, avendo perso con la disfatta del suo esercito a Plassey, nel Bengala, tutti i territori e le basi indiane, e con la morte di Montcalm a Quebec ogni possibilità di stabile possedimento americano.
    La Louisiana, conservata stancamente ancora per qualche decennio, viene definitivamente ceduta agli Stati Uniti da Napoleone nel 1803. “I1 più grande affare degli Stati Uniti” come sarà definita tale cessione, costituisce, con l'ottenuta libertà di navigazione dell'intero Mississippi, il primo e più importante passo verso ovest della repubblica, ferma allora ai territori dell'Ohio (22).
    Dopo la definitiva scomparsa dell'Impero napoleonico, nel 1815, nessun avversario di rilievo sorge più a contrastare l'espansione britannica per quasi un secolo.
    Colonialismo mercantile e di mero sfruttamento, opportunità per la deportazione di forzati e per l'espulsione di indesiderabili dal territorio nazionale, l'espansione britannica continua in maniera costante per tutto l'Ottocento con l'acquisto di altre importantissime posizioni strategiche quali Singapore (1824), Aden (1839), Hong Kong (1842), Suez (1882). Zanzibar (1890) - Ceylon e Malacca, e l'Africa australe con città del Capo sono state occupate nel 1794 dopo la proclamazione, da parte degli eserciti rivoluzionari di Francia, della Repubblica Batava - sino a culminare a fine secolo nel periodo dell'imperialismo agguerrito dalla seconda rivoluzione industriale (23).
    La corsa oceanica plurisecolare e lo sfruttamento dei continenti extraeuropei hanno quindi assicurato alle nazioni atlantiche, soprattutto all'Inghilterra e ad una Francia nettamente ripresasi con la Restaurazione dopo l'avventura napoleonica, una somma colossale di ricchezza e potenza che permette loro di stabilire una durevole egemonia sul mondo, a danno dell'Europa di Mezzo, rimasta forzatamente indietro.
    Nel frattempo la Russia ha portato a termine la sua espansione ad oriente e verso sud, sottomettendo decine di popoli e incorporando nel suo impero sterminati territori, giungendo al Pacifico settentrionale e alle acque calde del Mar Nero, contrastata praticamente dal solo Impero ottomano, del resto in via di progressiva dissoluzione.
    A fine Ottocento, tra le quattro grandi entità che si vanno assestando, Europa Atlantica, Impero russo, Stati Uniti d'America, Europa di Mezzo, è proprio quest'ultima (che conosce proprio allora un momento di magica vitalità in tutti i campi dell'azione umana - intellettuale, demografica, politica in contrapposto al ristagno, alla recessione o addirittura alla mancata partenza degli altri tre blocchi) ad avvertire lo stridente contrasto tra le potenzialità delle sue genti e l'esiguità dei mezzi economici, territoriali e di materie prime necessari per la loro realizzazione. La fortuna degli uni, che acquista agli occhi degli esclusi un aspetto di sempre più sfacciata insolenza, e la stasi forzata degli altri associata alla consapevolezza della propria netta inferiorità materiale, si trasporteranno, alla fine, dal campo dei fatti a quello delle ideologie e degli inconsci collettivi, creando fra i due raggruppamenti uno spirito profondo di competizione e di ostilità non solo economica e politica, ma addirittura filosofica e ideale, che sfocerà nei due conflitti mondiali.

    La rinascita dell'Europa di Mezzo
    Ultima arrivata, tra le grandi nazioni europee, alla costruzione dello stato unitario, l'Italia si trova negli ultimi decenni dell'Ottocento a dovere formulare in tempi brevissimi, e su basi del tutto nuove, la sua politica estera. Pur ancora legata alla problematica risorgimentale ed irredentistica, si fa sempre più viva nelle classi dirigenti, negli ambienti economico-finanziari, nell'industria, negli scrittori e negli intellettuali in genere, l'esigenza di una azione di più ampio respiro a livello europeo ed extraeuropeo.
    Con una popolazione in rapida e vigorosa espansione demografica, con un territorio nazionale privo dell'estensione e delle materie prime necessarie all'esistenza quale grande nazione, ed anzi alla semplice sopravvivenza, al punto da disperdere per il mondo in pochi decenni milioni dei suoi figli (24), l'Italia ha ritrovato una sua propria, faticata e faticosa unione delle genti dal Veneto a Capo Passero proprio negli anni in cui le altre nazioni europee hanno dato inizio ad una corsa imperialistica per assicurarsi posizioni strategiche, risorse e mercati a livello mondiale (25).
    È, questa di fine Ottocento, un'espansione qualitativamente diversa da ogni altra precedente. Legandosi strettamente allo sviluppo tecnologico e alla ricerca scientifica di una nazione, la penetrazione in nuovi territori africani ed asiatici è resa possibile in primo luogo alle nazioni dotate di solide strutture industriali e di rilevanti infrastrutture economico-finanziarie, e in secondo luogo non solo ai governi nazionali ma anche a gruppi minori che fungono spesso da battistrada all'azione politica degli stati.
    Iniziatori ed artefici del nuovo imperialismo risultano essere spesso compagnie di navigazione, gruppi economici e commerciali privati, perfino singoli esploratori ed indiy e Rhodes, in grado di fare precipitare gli eventi e di rivendicare diritti su vaste estensioni territoriali che diverranno poi parte dì imperi.
    Innovazioni sostanziali introdotte o cresciute e rese sicure nel ventennio 1860-1880, quali la profilassi antimalarica a base dì chinino, nuove leghe metalliche, nuovi motori per battelli e per navi a vapore, fucili a retrocarica a tiro rapido e mitragliatrici, la comunicazione telegrafica via cavo sottomarino, l'apertura di nuove vie di comunicazione resa possibile da nuovi macchinari (26), la disponibilità di materiale ferroviario più solido, rendono molto più agevole, e meno costosa, la penetrazione in territori, specie africani, fino ad allora ostili per le condizioni naturali o per la resistenza opposta dagli indigeni (27).
    In questo turbinio di attività da parte si di nazioni di consolidata esperienza coloniale, ma anche di piccoli stati nati da poco come il Belgio, si trova ad agire l'Italia.
    L'orgoglio della rinascita e le memorie della passata grandezza di Roma si mescolano fin da subito all'esigenza di risolvere gli squilibri interni lasciati in eredità dal Risorgimento, di dotare il Paese di una struttura industriale adeguata alle ambizioni ed al nuovo ruolo che l'Italia si propone di svolgere nell'arena internazionale, di porre mano alla risoluzione dì quella che sta diventando la questione meridionale.
    E tutto ciò insieme a problemi economici e geopolitici di statura vertiginosa, problemi cui essa deve fare fronte, e celermente, se non vuole vedersi esclusa e rida vassalla dì più forti entità statali.
    Nel bel mezzo dell'epoca dell'imperialismo, l'Italia si trova a competere con nazioni di potenza demografica per il momento ancora superiore, e soprattutto dotate di un retroterra industriale, economico e finanziario ben più solido del suo.
    Aspetto assolutamente non secondario, ed anzi facente aggio su ogni altra componente, lo spirito unitario nazionale, il sentimento di appartenenza ad una unica comunità, deve essere costruito ex novo - certo sulla base di un sentire comune presente nelle genti italiche, soprattutto nei ceti intellettuali e dirigenti, fin dai tempi di Dante - dalle diverse popolazioni finalmente riunite, quasi sempre con la forza, dalle anni del Piemonte sabaudo. Sia per memorie passate, sia per adeguare le possibilità alle forze ancor gracili della nazione, sia per la mancanza di entità statali locali in grado di contrastarla, l'espansione avviene, in modo pressoché naturale, sul continente africano (28).
    I primi, incerti passi si compiono dopo il taglio dell'istmo di Suez (1869), quando alle numerose esplorazioni di Piaggia, Mani, Gessi, segue l'acquisto da parte di Giuseppe Sapeto, per conto della società di navigazione Rubattino, di un triangolo di territorio nella baia di Assab, in Dancalia, torrido luogo inospite sul Mar Rosso.
    Sul piccolo lembo di terra ceduto da sultani locali, vengono presto alzati due pali e «inchiodati due tasselli con l'epigrafe: Proprietà Rubattino comprata agli 11 marzo 1870» (29).
    Ripartito il Sapeto il 25 aprile, quattro giorni dopo sbarcano da una nave da guerra egiziana i soldati del Khedivè, che distruggono la baracca di legno costruita dagli italiani, abbattono i pali e malmenano i capi dancali che hanno operato la vendita. Come atto d'inizio di destini imperiali, è certo alquanto misero.
    In ogni caso, si apre un annoso contrasto diplomatico con l'Egitto, che rivendica la sovranità sui territori costieri del Mar Rosso, e che viene spalleggiato, neppure tanto discretamente, dall'Inghilterra, che si è peraltro già assicurata posizioni strategiche di tutto rispetto sullo stretto di Bab-el-Mandeb.
    L'ex Regno di Sardegna sta sfuggendo alla secolare tutela britannica, l'Italia in Campidoglio aspira alla qualifica di grande potenza e viene a rappresentare perciò, protesa com'è al controllo del Mediterraneo e della via delle Indie, già una minaccia virtuale, senza che ci sia bisogno di assecondarne l'installazione anche sul Mar Rosso.
    Solo dieci anni dopo, avendo il Rubattino ceduto i diritti di proprietà al governo italiano, il territorio viene occupato, e ampliato mediante nuovi acquisti, dall'Italia, che vi invia naviglio da guerra a presidio. Per due anni ancora sì protrarranno le controversie diplomatiche con egiziani e britannici.
    Nel frattempo la situazione nel Mediterraneo sta evolvendo rapidamente. La Francia ha occupato nel 1881 la Tunisia, già valvola di sfogo per l'emigrazione dall'Italia - che vi ha installato una numerosa colonia di contadini e braccianti bloccando in tal modo un'ulteriore espansione e cancellando ogni prospettiva di protettorato da parte italiana.
    Per bilanciare l'attivismo francese, e in cambio dell'appoggio italiano alle tesi inglesi alla conferenza di Londra, l'Inghilterra, che prende sotto tutela l'Egitto l'anno seguente e che sta occupando il Sudan in condominio con gli egiziani, tollera una ulteriore installazione dell'Italia sulle coste eritree, a Massaua, che viene occupata ai primi del 1885.
    Ha inizio così l'espansione lungo il territorio costiero e nell'immediato entroterra, insieme ai primi contrasti con l'Abissinia, che sfoceranno due anni più tardi nello scontro di Dògali.
    Dopo un breve periodo di relativa calma, si riaccendono le controversie col nuovo negus Menelik, che rifiuta decisamente l'ipotesi di un protettorato italiano. Aiutato sotto banco da inglesi e francesi con rifornimenti bellici, riesce ad infliggere nel 1896, nella conca di Adua, una battuta di arresto alle truppe italiane, che pure restano padrone del campo.
    Ma come conseguenza della sconfitta esplodono in Italia violenti tumulti e polemiche giornalistiche e parlamentari, che portano alla caduta del governo Crispi, con una conseguente stasi di iniziative e l'abbandono di ogni proposito dì rivincita.
    I tempi non sono ancora maturi, e problemi più urgenti di ordine interno aspettano una soluzione. Nasce così il precario, quarantennale equilibrio italo-etiopico (30).
    Da quanto brevemente esposto, possiamo già vedere, e prevedere, i condizionamenti posti in essere dall'Inghilterra allo stanziamento dell'Italia su territori situati lungo la rotta importantissima del Mar Rosso, e gli ostacoli all'ulteriore espansione della sua zona di influenza. L'occupazione dell'Egitto da parte britannica, che insieme all'acquisto di Cipro del 1878 conferisce all'Inghilterra il controllo del Mediterraneo orientale, ha pure lo scopo di tenere a rispetto la nuova, impaziente nazione.
    Certo l'installarsi dell'Italia è alla fine accettato, ma come male minore rispetto allo stanziamento di altre potenze, ed anche questo in cambio di un appoggio, o di una benevola neutralità, dell'Italia in altre questioni internazionali. E in ogni caso l'Italia, chiusa nel Mediterraneo da due capisaldi in mano britannica, avrebbe pur sempre dovuto accettare e svolgere il ruolo subalterno di un Portogallo, sia pure di un Grande Portogallo, mancipio rispettoso nei confronti dell'Impero britannico.
    Ulteriormente distolta dall'impegnarsi a fondo in una politica marittima mediterranea e africana da questioni di ordine interno (vedi la crisi granaria del 1897 e i moti popolari culminati l'anno seguente nelle giornate di Milano repressi da Bava Beccaris, oltre ai problemi di cui si è fatto cenno in precedenza) e dalla malcelata ostilità inglese affiancata dall'aperta inimicizia francese, l'Italia si va ora sempre più accostando in Europa a Germania e ad Austria-Ungheria, rafforzando quella Triplice Alleanza stipulata nel 1882 e che sarà per sei volte rinnovata fino al 1912.
    Nonostante l'ancora aperta questione irredentistica di Trento e Trieste, nonostante il legato anti-asburgico del Risorgimento, nonostante le passioni suscitate nello stesso 1882 dal caso Oberdan (31), l'Italia cerca insomma alla fine del secolo di contrastare, pur tra ripensamenti e sbandamenti, l'ostilità dimostratale dalle nazioni atlantiche.
    Come l'Italia, molto più rapidamente dell'Italia, la Germania sta nel frattempo ascendendo a Grande Potenza.
    Il periodo di avvio di tale processo si può fare paradossalmente risalire agli anni 1803-1806, quando la Francia napoleonica assegna ai principi laici tedeschi gli stati ecclesiastici e le città libere del Sacro Romano Impero, riducendo la congerie di entità uscite centocinquant'anni prima da Westfalia da quasi trecentocinquanta a una trentina. Tale operazione rappresenta l'inizio della fine per il vecchio impero, la cui estinzione viene suggellata da Francesco d'Asburgo, che il 6 agosto 1806 rinuncia alla corona imperiale, mentre i più importanti principi tedeschi vengono creati re dagli eredi della Rivoluzione.
    La Prussia, che perde con Tilsit, l'anno seguente, i territori ad ovest dell'Elba e la Posnania coi territori polacchi annessi nel 1795, rimane invece sotto una gravosa occupazione francese mentre il suo esercito viene ridimensionato drasticamente e dall'umiliazione subìta nasce una prima coscienza nazionale sulla scia degli insegnamenti e delle esortazioni dei grandi filosofi dell'idealismo (32).
    Il Congresso di Vienna conferisce nel 1815 alla Germania una nuova strutturazione politica in funzione antifrancese.
    Accanto a una nuova Confederazione Germanica, la Prussia si vede restituire la massima parte dei territori estorti, ed assegnare la Westfalia e le regioni renane, già strappate all'Impero vent'anni prima dalla Rivoluzione, col compito di montare la «guardia al Reno» contro possibili future velleità francesi.
    Paese quasi interamente agricolo, senza industrie fiorenti né una prospera classe mercantile, la Germania della Restaurazione non vede inurbato neppure un quarto della sua popolazione, e questo quarto non ammonta che a una volta e mezzo la popolazione della sola Parigi. Mentre qualsiasi località con più di duemila abitanti viene gratificata col titolo di città, non esistono ancora industrie nel significato moderno del termine: nessuna produzione di carbone di qualche rilievo, nessuna macchina a vapore, nessuna grande fabbrica.
    Mentre l'Austria abbandona fino alla metà del secolo ogni tentativo di politica costruttiva intertedesca, preoccupandosi con Metternich essenzialmente di «amministrare», di «non far politica» e di tenere lontano il liberalismo dalle sue frontiere, la Prussia aumenta al contrario l'efficienza del suo governo ed inizia lo sfruttamento delle ricchezze minerarie delle sue regioni occidentali, mentre si accentua il carattere pan-tedesco delle sue aspirazioni (33).
    Nel 1848, dopo le rivoluzioni di marzo, l'Assemblea Costituente nata dal pre-parlamento di Francoforte offre la corona imperiale di una nuova Germania federata a Federico Guglielmo di Prussia, che tuttavia la rifiuta, perché propostagli da «salumai e bottegai». Mentre il decennio successivo vede un rifiorire di iniziative asburgiche, la Prussia, tenutasi in disparte dopo l'umiliazione di Nimitz (34), che ha per essa comportato la rinuncia ad iniziative egenioniche in Germania, registra un impressionante sviluppo economico: «La sua amministrazione rimase di prima qualità, e molti riformatori del 1848 trovarono uno sfogo nelle riforme amministrative. Le sue finanze erano ben regolate, i capi militari impararono la lezione della sconfitta del 1850 e diedero inizio ad un lungo periodo di riorganizzazione dell'esercito. Soprattutto, la Germania, dopo il 1850, cominciò a imitare sul serio il sistema industriale britannico e ciò rafforzò la Prussia in più di una direzione. 1 più estesi giacimenti di carbone del continente si trovavano nella Prussia renana, e precisamente nella valle della Ruhr; ed ora entrarono seriamente in produzione. Su di essi fu basata un'industria siderurgica che ben presto rivaleggiò e alla fine superò quella di più antica data in Boemia. La Prussia diventò, per la prima volta nella storia, una potenza industriale» (35).
    Lo sviluppo industriale facilita ed accelera la costruzione di strade ferrate che, costruite dal capitale privato ma sotto il controllo dello Stato e dei capi militari, dotano presto il Paese di una formidabile rete ferroviaria integrata con quelle degli altri stati tedeschi. La natura e la storia avevano creato una Prussia geograficamente informe e protesa in tutte le direzioni; le ferrovie le danno unità e spina dorsale.
    Dopo avere sconfitto la Danimarca nel 1864, e due anni dopo l'Austria a Sadowa e Knniggratz, la Prussia scioglie la Confederazione Germanica, alla cui testa è finora rimasto l'impero asburgico, e fonda la Confederazione del Nord, escludendone Vienna e i regni del Baden e della Baviera insieme a territori minori della Germania meridionale. Il crescere della potenza prussiana suscita però timori nell'opinione pubblica e nel governo francese. Ulteriore motivo di allarme è rappresentato dalla candidatura di un Hohenzollern al trono di Spagna.
    Confidando in una guerra preventiva, Napoleone III spera dì battere la Prussia prima che questa riesca a fondare uno stato unitario tedesco. Ma la dichiarazione di guerra francese coagula intorno a Guglielmo I l'intera nazione tedesca.
    Sconfitta in pochi mesi la Francia, e innalzato il re di Prussia a imperatore di Germania nella Sala degli Specchi a Versailles, il nuovo Reich si lascia alle spalle l'eterno nemico di oltre Reno (36), cui strappa le terre già germaniche dell'Alsazia e della Lotaringia, e dà in pochi anni inizio ad un secondo stupefacente sviluppo scientifico ed economico, industriale e culturale. La vittoria del 1870 fa della Germania la potenza più forte d'Europa, egemone sul continente come la Spagna del Cinquecento, come la Francia di Luigi XIV prima e di Napoleone poi.
    Nel frattempo, mentre fino a Sedan la preoccupazione per la rinata potenza francese, la relativa debolezza prussiana, i legami etnici e dinastici hanno contribuito a creare nell'Inghilterra vittoriana una generica benevola predisposizione verso la nazione tedesca, con la fondazione del Reich bismarckiano la germanofilia britannica viene presto a cadere (37).
    In Germania le opinioni sull'Inghilterra sono invece tuttora più differenziate; per molto tempo ancora i liberali prendono a modello Il Regno Unito sia in materia costituzionale come in campo economico. Ma tale ammirazione non è affatto unanime. Poiché i principi del liberalismo inglese costituiscono, con le loro premesse affondanti nell'empirismo razionalistico e nel positivismo, la diretta antitesi dell'idealismo germanico e della tradizionale
    concezione prussiana dello Stato, diviene subito naturale la ripulsa e il disprezzo per l'Inghilterra, accusata di generare il materialismo più piatto ed edonistico e di difendere insostenibili posizioni di privilegio in campo internazionale (38).
    Abbandonata nel 1890 la tradizionale cautela bismarckiana in politica estera, la Germania si propone ora, conscia della sua forza e dei nuovi immensi problemi che l'età dell'imperialismo impone alla nazione tedesca e all'Europa, quale alternativa alle tesi britanniche e quale modello da seguire per il prossimo ventesimo secolo, così come l'Inghilterra lo è stata per i precedenti ottant'anni. Sconfitta la Francia, inevitabile diviene quindi per la Germania il confronto con l'altra e più potente nazione atlantica, per cui la politica tedesca, sempre più dinamica, si trova presto ad entrare in competizione diretta con l'eterno nemico del continente europeo.
    Dotata di una solida struttura industriale e, a paragone con l'Italia, di un territorio nazionale più esteso ed omogeneo; priva di contrasti tra le diverse regioni, quali invece presenta l'Italia tra le regioni settentrionali e il Meridione; popolata di genti dotate di un più robusto sentimento unitario rafforzato da oltre un secolo di comune impegno antifrancese; fermamente convinta di essere portatrice di una necessaria missione storica e di nuovi valori di civiltà, la Gemania riesce in due decenni a fare quello che non è riuscito all'Italia.
    Per quanto concerne la politica internazionale, la nuova posizione ideale viene elaborata e diffusa in ogni strato sociale dai più insigni intellettuali dell'epoca, da Wilamowitz a Droysen, da Treitschke a Sombart, a Meinecke e ai neorankiani Marcks e Lenz. Suggestionati e guidati dalle folgoranti intuizioni e dai lucidi ammonimenti nietzscheani, le loro dottrine possono esse-re compendiate dalle considerazioni di Gustav von Schmoller: «Chi è abbastanza lungimirante da vedere che l'impronta della storia mondiale del XX secolo sarà determinata dalle lotte concorrenziali tra gli imperi mondiali russo, inglese e americano, e forse anche cinese, e dalla aspirazione di questi a porre tutti gli altri stati minori alle loro dipendenze, non potrà scorgere in una unione doganale centro-europea soltanto il germe che salverà l'indipendenza politica di questi stati, ma soprattutto che salverà dal tramonto l'antica e superiore civiltà europea» (39).
    Contro il monopolio culturale del mondo anglosassone, contro le idee del 1789, e cioè contro il giacobinismo francese, come contro la potenza mondiale russo-moscovita, gli storici e i professori universitari tedeschi affermano l'imperiosa necessità di preservare e consolidare le peculiarità politiche e culturali germaniche all'interno di una Unione europea continentale, «salvaguardando al tempo stesso la pluralità e l'individualità dei popoli, nonché l'equilibrio, con un nuovo sistema di stati mondiali, che a loro avviso doveva sostituire il sistema europeo» (40).
    Politica mondiale come compito, quindi, potenza mondiale come obbiettivo, potenziamento della flotta come strumento, sono le parole d'ordine proclamate ad alta voce da Guglielmo II, fatte proprie dai suoi cancellieri, intima-mente sentite in ogni ceto sociale dall'intera nazione tedesca.
    La convinzione di essere chiamata dalla storia a divenire potenza mondiale dando forma contemporaneamente all'unificazione economica del continente europeo, si fonda inoltre sulla coscienza di essere una nazione giovane, in rapi-da ascesa demografica e in fase di crescita in tutti i campi dell'azione umana.
    Oltre un terzo della sua popolazione è costituito da individui sotto i quindici anni, e questa consapevolezza rafforza il desiderio di spazio vitale, di nuovi mercati, di una più intensa attività industriale. L'arricchimento di tutti i ceti, collegato alla stabilità monetaria e all'introduzione di un'avanzata legislazione sociale (41) dà un nuovo senso dì sicurezza a tutta la nazione e rafforza la convinzione della necessaria espansione tedesca in ogni continente.
    Il ceto imprenditoriale non rimane del resto spettatore passivo della politica del Reich, bensì sa influire sull'opinione pubblica e sulla scelta degli indirizzi politici, in una osmosi continua con le premesse ideali poste e riaffermate al fine di ottenere quella «meravigliosa organizzazione della volontà collettiva tesa verso le forme più alte di esistenza nazionale», già invocata dai suoi intellettuali (42).
    La flotta tedesca naviga ora i mari del mondo fino alla Nuova Guinea, alle Samoa, alle Caroline, alle Marianne; in Africa la Germania si assicura territori e basi incuneandosi strategicamente tra i possedimenti inglesi: ad oriente occupa il Tanganica e il Ruanda Burundi, ad occidente il Toga, il Camerun e l'Africa del Sud-Ovest, venendo a costituire una minaccia ben altrimenti pericolosa e concreta di quella che potrebbe portare l'Italia con i suoi possedimenti.
    L'apertura del Kaiser Wilhelm-Kanal, che mette in comunicazione il Baltico col Mare del Nord evitando la strozzatura del Kattegat facilmente controllabile mediante mine e blocco navale, toglie nel 1896 dall'isolamento strategico l'intera costa tedesca del Baltico e gli arsenali di Kiel. Successivi ampliamenti permetteranno nel 1914 il passaggio anche alle navi da guerra di più elevato dislocamento, quali dreadnoughts e incrociatori pesanti.
    Dopo l'incidente di Fascioda (43), ultimo sussulto subito spento della vecchia rivalità anglo-francese, il Regno Unito abbandona lo «splendido isolamento» ottocentesco, mentre i contrasti tra Francia e Inghilterra passano decisa-mente in secondo piano, fino alla stipulazione nel 1904 di una intesa (Entente Cordiale) tra i due Paesi.
    Il risveglio della nazione tedesca appare molto più temibile, perché gravido di volontà di affermazione, di dinamismo economico, scientifico, filosofico, demografico.
    Paralleli risultano quindi a fine Ottocento i destini delle due principali nazioni dell'Europa di Mezzo, anche se ancora per qualche decennio tale oggettiva comunanza di prospettive e di fini sarà velata dal diverso ritmo delle vicende storiche e dai differenti obbiettivi «avvertiti» - e loro proposti dalle classi dirigenti - dalle due comunità nazionali.
    Diverse risulteranno perciò nel 1914 le rispettive posizioni nei confronti dell'Europa Atlantica, segnatamente nei confronti dell'Inghilterra.


    Gianantonio Valli


    Capitolo successivo: La coscienza dell'impero. Ascesa e declino dell'Europa di mezzo (2 - Il confitto insopprimibile)







    (1) Usiamo il termine «Europa di Mezzo» per indicare: 1°) quel gruppo di nazioni geograficamente identificato nello spazio centroeuropeo dal Baltico al Mediterraneo, che si è venuto dinamicamente enucleando nel corso dei secoli fino al suo annientamento nel 1945; 2°) il progetto ideale e l'insieme di valori da esse incarnato, in modo più limpido nelle due più vitali. Definizione quindi soprattutto storico-geografica, talchè ci sembra doveroso rintracciarne i limiti spazio-temporali; legittima definizione spirituale poi, ad indicare uno, e certo dei più degni, tra gli innumerevoli tipi di umano psichismo. Con l'uso invece dei termini, non equivalenti, di «Mitteleuropa e mitteleuropeo», che ci proponiamo di trattare, da un lato si restringerebbe alla nostalgia di quel «perduto mondo della sicurezza» incarnato dallo spazio centro-danubiano di fine ottocento e all'evocazione della civiltà letteraria sviluppatasi negli anni di agonia dell'Impero asburgico e in quelli successivi alla sua dissoluzione, dall'altro richiamerebbe unicamente l'ispirazione pangermanista della Grossrcaumwirtschaft europea [grande spazio economico europeo] a nucleo propulsivo tedesco, progetto proprio dei decenni a cavallo del passaggio del secolo. Per una panoramica complessiva cfr. AGrELu A.. La genesi dell'idea di Mitteleuropa, Giuffrè, 1973, specie pp. 3-42 e, criticamente, i rilievi svolti in Fiscuca F., Assalto al potere mondiale, Einaudi, 1965, pp. 105-134, 180-216, 238-258, e soprattutto 298-307. Inoltre I-IAROnctt G., La prima guerra mondiale 1914-1918, Etas libri, 1982, pp. 257-269.

    (2) Si intende per “geopolitica” l'influenza che la struttura e la posizione geografica esercitano sulla storia delle nazioni, dettando ai vari stati comportamenti in gran parte obbligati in ogni epoca, indipendentemente dai regimi e dalle ideologie che li reggono. Tale ad esempio la necessità per la Russia imperiale e sovietica di una spinta verso i mari caldi, onde sfuggire agli impedimenti dei ghiacci settentrionali e alla strozzatura del Baltico. Tale l'obbligo per l'Italia fatta nazione, strategicamente protesa nel Mediterraneo, di una politica marittima e l'impossibilità del mantenimento di una neutralità qualsivoglia nel caso di ampi conflitti su suolo europeo. Tale la ricerca costante, da parte della Francia, di un alleato ad oriente, fosse il turco, il russo, il polacco e la Piccola Intesa, o il bolscevico, per condizionare la nazione tedesca. Il fato della geografia, riscontrato da taluno equivalente, quale motore di storia, al ferreo fato della economia per i marxisti, è in realtà molto meno deterministico di quanto possa superficialmente sembrare. Mentre l'aspetto economico è per il marxista strutturalmente determinante in ogni tempo per l'essere umano, il condizionamento geografico, nonché non intaccare l'essenza politica dell'uomo, è destinato a nascere, a trasmutare, a morire, secondo il diverso nascere, trasmutare e morire dei rapporti tra i vari aggregati umani, ognuno dotato di una sua propria ed autonoma forza decisionale.

    (3) Questo appunto ci sembra il caso delle opere dello storico tedesco Fritz Fischer, che ha pervicacemente focalizzato la sua attenzione sulla politica e sugli obbiettivi bellici della Germania nel corso della prima guerra mondiale. Ma con tale comportamento, a parte eventuali sopravvalutazioni e distorsioni di molti degli aspetti trattati, è passata in deciso secondo piano, ed anzi è stata spesso volutamente esclusa, la considerazione della politica bellica delle altre potenze. Esclusione necessaria per l'economia dell'opera? Ma certamente. Ciò non toglie però che sia oltremodo imprudente e fuorviante basare su tali opere il nostro complessivo giudizio sulla dinamica della guerra, visto che proprio tale esclusione ne distorce in maniera grave ed essenziale il quadro globale, conferendo alla Germania un peso spropositato, quasi mostruoso, per cui alla fine non può che risultare ovvio e confermato ab eterno il giudizio sulle responsabilità tedesche imposto dai vincitori a Versailles. In attesa della completa messa a disposizione (o del saccheggio parziale e selezionato da parte di altri futuri vincitori) degli archivi inglesi, francesi, statunitensi e, perché no?, russo-sovietici, tuttora sigillati o mai neppure sfiorati dalla curiosità di certi affabulatori; in attesa di considerazioni di ordine globale da parte di veri storici, lo studioso dotato di reale spirito libero dovrà perciò assumere un atteggiamento di sana diffidenza di fronte a considerazioni settoriali su questo o quell'evento, segnatamente se la posizione dei vinti viene “illuminata” da soi disanta storici foraggiati dai vincitori, o che ne abbiano comunque assimilato, magari inconsapevolmente e «in buona fede», la Weltanschauung. Ne insegni il caso limitato del “Lusitania” che ha trovato solo nel 1972 la sua vera fisionomia e la sua effettiva collocazione nel contesto della strategia bellica anglo-americana, mediante la scoperta e la valorizzazione di una capitale documentazione fino ad allora strenuamente celati.

    (4) «Ma nel mettere a confronto la propria epoca e la propria civiltà con le altre si rischia di applicare alle altre epoche e civiltà le proprie misure. Entro certi limiti questo è inevitabile. Ma bisogna chiaramente renderci conto del pericolo connesso con un simile procedimento. Quello che l'uomo contemporaneo considera un valore fondamentale della vita, poteva anche non essere tale per gli uomini di un'altra età e di un'altra cultura; e, viceversa, ciò che ci sembra falso o insignificante era vero ed essenziale per l'uomo di un'altra società (...). Comprendere la cultura del passato è possibile solo attraverso un'impostazione rigorosamente storica, solo commisurandola al suo specifico metro. Non esiste un'unica scala cui poter riportare tutte le civiltà e tutte le età, poiché non esiste un uomo uguale a se stesso in tutto il corso storico». Cfr. lo splendido GuRRVte A. JA., Le categorie della cultura medioevale, Einaudi, 1983, pp. 4-5, cui ci è grato accostare Hrssv EI, Il lupo della steppa, Mondadori, 1972. p. 75: «Ogni epoca e civiltà, ogni costume e tradizione hanno il loro stile, hanno le tenerezze e le durezze, le bellezze e le crudeltà che loro si confanno, accettano con pazienza certi mali. Sofferenza vera, inferno diventa la vita umana solo quando due epoche, due civiltà, due religioni s'intersecano ».

    (5) Intendiamo con questo l'Europa latina, germanica e anglosassone. Esclusa, fino al 1700, dal corpo vivo del continente, la Russia non riuscirà neppure in seguito a scrollarsi di dosso l'eredità caratteriale e biologica delle sue stirpi slave e di trecento anni di dominazione mongola. Le piccole nazioni balcaniche, tagliate fuori dagli ottomani, costituiranno anch'esse, nella loro variegata composizione etnica, un mondo particolare e dipendente, ancora per lungo tempo chiuso ad influenze europee di più ampio respiro. Unica tra i Paesi scandinavi a gestire una politica internazionale, la Svezia possiede ancora con Gustavo Adolfo un dinamismo che si spegnerà definitivamente a Poltava con Carlo XII. Lituania e Polonia, avamposti orientali della civiltà europea, saranno presto cancellati dalla storia attiva, e le imprese di Giovanni Sobieski giunto a soccorso contro i turchi saranno, sotto le mura di Vienna, il canto del cigno della vitalità polacca.

    (6) Per l'uso di tale terminologia e per le sue limitazioni temporali ed ideologiche, illuminanti e decisive sono le considerazioni svolte in Cenino C., Europa, storta di un'idea, ERI, 1978, pp. 35-37 e 44-45.

    (7) Cfr. GCANNE-ttwl G., Le origini storiche della libertà, Volpe, 1980, pp. 9-12 e 29-35; GONTHER H.E.K., Religiosità indoeuropea, Edizioni di Ar, 1980; DE BENOIST A., Come si può essere pagani?, Basaia, 1984; Ivtrsuta M., L'uomo romano, Mondadori, 1981.

    (8) Tra gli eventi decisivi della storia, il Lechfeld vede nel 955 la vittoria di Ottone I sugli Ungari, che si ritirano, dopo aver devastato Germania, Francia e Italia, nella piana pannonica; Liegnitz nel 1241 costituisce il punto più occidentale di penetrazione delle armate mongole di Balli, che si ritirerà poi, fondando il khanato di Qipciap, o signoria dell'Orda d'Oro: Mohacs nel 1526 vede l'annientamento del regno ungherese ad opera delle forze ottomane, che dilagheranno fin sotto le mura di Vienna.

    (9) Cfr. PANE:1-rn R, Pirati e corsari turchi e barbareschi nel Mare i\'os7rasrca, Mursia, 1981, pp. 113-111.

    (10) Sottovalutate dalla maggior parte degli storici, la pirateria e la guerra da corsa di turchi e barbareschi hanno impegnato per secoli le forze di ogni Paese mediterraneo con uno stillicidio incessante di aggressioni, fino alla sua definitiva eliminazione nel 1830 con l'occupazione di Algeri da parte della Francia, Cfr. P.ANr'rrn R., Il tramonto della Mezzaluna, Mursia, 1984.

    (11) Sulla responsabilità degli impedimenti frapposti all'unificazione degli stati italiani dalla presenza del dominio temporale dei papi, basti ricordare le parole di Niccolò Machiavelli, [storie fiorentine], E. 9: “...tutte le guerre che, dopo a questi tempi, furono da barbari fatte in Italia, furono in maggior parte dai pontefici causate; e tutti i barbari che quella inundarono furono il più delle volte da quegli chiamati. Il quale modo di procedere dura ancora in questi nostri tempi, il che ha tenuto e tiene la Italia disunita e inferma”. Parallela, l'invocazione di Francesco Guicciardini, Ricordi, I, 14: «Tre cose desidero vedere innanzi alla mia morte, ma dubito, ancora che io vivessi molto, non ne vedere alcuna: uno vivere di republica bene ordinato nella città nostra; Italia liberata da lutti e' barbari; e liberato el monda dalla tirannide di questi scelerati preti».

    (12) Quando arrivano in nord Africa i corsari inglesi trovano soltanto galee a remi o feluche e sciabecchi a vela latina. Le loro imbarcazioni e le loro nozioni di navigazione e di balistica, molto superiori a quelle dei turchi e dei mori, permettono in pochi anni a numerosi porti di Barberia di vantare potenti flotte di velieri, “tondi”, galeoni e bertoni. Muniti di navi più potenti e di una nuova tecnologia nel campo delle artiglierie, i corsari turchi sono ora in grado di infliggere al naviglio cristiano danni molto più gravi di quanto non abbiano potuto fare in precedenza, spingendosi anzi nell'Atlantico, perfino sulle coste americane, arrecando al commercio europeo danni sempre costanti anche dopo che gli inglesi saranno scomparsi di scena. “Se non fosse per i nostri rinnegati (...) che hanno insegnato ai turchi l'arte della navigazione e specialmente l'uso delle munizioni, a cui dapprima li addestrano e poi diventano i loro capi cannonieri, i turchi sarebbero così deboli e ignoranti per mare, come gli sciocchi Etiopi sono inesperti nel maneggio delle armi a terra”. Cfr. SENIOR C.M., Una nazione di pirati, Mursia, 1980, p. 110.

    (13) Cfr. SENIOR C.M., op. cit., pp. 84 e 88. Pur contrastata dalle flotte da guerra di diversi Paesi, e talora della stessa Inghilterra quando vengono lesi i suoi traffici, la pirateria inglese raggiunge il suo culmine nel primo decennio del Seicento. Nel 1603 si contano oltre cinquantamila marinai inglesi che «per l'innanzi sono stati per mare su navi da guerra, ed essendo ormai impediti in tale via, qui rimangono e impestano la città già sovraccarica di molta povera gente, Ed alcuni di loro quotidianamente commettono tali intollerabili oltraggi poiché rubano, e a notte fanno sortire le navi fuori del porto e depredano sia inglesi sia francesi» (ibidem, pp. 8-9). Nel 1608 sono in attività ormai non più corsara ma nettamente piratesca, oltre cinquecento vele inglesi.

    (14) Ma parecchi equipaggi e capi corsari hanno saputo creare una fitta rete di complicità che investe anche alti funzionari governativi e capi militari, per cui la pirateria, a spese soprattutto di Francia ed Olanda, continua ad operare impunemente per oltre un quindicennio sotto la tacita protezione e la connivenza delle popolazioni costiere e delle autorità di governo. Sono coinvolti, a varie date: il segretario di stato sir Robert Cecil; il grande ammiraglio conte di Nottingham; il suo segretario, poi viceammiraglio del Munster, sir Humphrey Jobson; i viceammiragli sir Richard Hawkins del 13evon, figlio del più celebre John, Hannibal Vivian di Cornovaglia, il suo aiutante John Rushlev, William Restarrock della Cornovaglia settentrionale, sir William Fluii del Munster.

    (15) Cfr. SENIOR C.M., op. cit p. 78.

    (16) Per la repressione in Irlanda cfr. I-Iuia C.. Vita di Cromwell, Laterza, 1974, pp. 102-115. L'atteggiamento ferocemente anticattolico assunto in Irlanda da Cromwell tiene in considerazione non tanto questioni di ordine religioso bensì politico, ideologico e razziale. Mentre in Inghilterra cattolici ed episcopaliani vengono per lo meno tollerati, in Irlanda si ha ben presente che la fede cattolica costituisce fattore di coesione storica e politica di tutto un popolo, per cui l'atteggiamento inglese intorno al 1650 può essere efficacemente sintetizzato dalle parole di Cromwell: “Per quanto riguarda quel che mi dite sulla libertà di coscienza, io non mi immischio negli affari di coscienza di nessuno; ma se per libertà di coscienza intendete la libertà di tenere messa, penso sia bene parlarci chiaro e farvi sapere che, là dove il Parlamento d'Inghilterra ha il potere, ciò non sarà ammesso”. Il pullulare delle sette rivoluzionarie politico-religiose, così numerose da far definire l'Inghilterra una “nazione di profeti” (locuzione che si affianca a quella già riportata di “una nazione di pirati”, ha acutamente studiato in Hai C., 1l mondo alla rovescia, Einaudi, 1981. E nel 1651 il primo Navigatimi Act, «forse il più saggio di tutti i regolamenti commerciali inglesi», come lo definirà Adamo Smith, e in tutti i casi certo il più fondamentale strumento della politica imperiale inglese per i successivi centocinquant'anni: le colonie devono essere subordinate tutte al Parlamento, siano esse di statuto reale o private; il trasporto di tutte le merci da e per l'Inghilterra deve essere effettuato solo su navi britanniche. “Con l'Atto di Navigazione siamo giunti a una concezione ormai del tutto elaborata dell'economia politica in veste essenzialmente nazionalistica e la sua molla non doveva più essere la tensione verso la giustizia sociale da conseguire facendo prevalere l'etica cristiana sull'avidità e lo sfruttamento dei singoli, bensì la tensione verso il benessere del Leviatano” cfr. Wtcsos C., Il cammino verso l'industrializzazione, Il Mulino, 1979, p. 114.

    (17) Le guerre: 1652-54; 1665-67, in cui verrà ceduta all'Inghilterra la città di Nuova Amsterdam, poi New York; 1672-74. La rapida ascesa olandese alla fine del Cinquecento sfrutta un momento di relativa pace sulla scena europea, sviluppando un commercio marittimo molto redditizio con imbarcazioni a fondo piatto (fluir), costruite con sistemi standardizzati, dai noli concorrenziali ed economicamente molto più vantaggiose di navi più grosse per il trasporto di carichi alla rinfusa quali sale, legnami e soprattutto cereali. La base della prosperità olandese sono i traffici coi Paesi del Baltico, ove vengono soppiantate le città anseatiche (ancora nel 1666 i tre quarti del capitale della Borsa di Amsterdam sono impegnati in tale commercio). Cfr. AA.VV., Storia d'Italia e d'Europa, vol. IV, Jaca Book, 1978, pp. 42-47.

    (18) Le entrate doganali quadruplicano fra il 1643 e il 1659, mentre con la fine del secolo ammontano a oltre dieci volte tanto quelle che erano al suo inizio. Fra il 1638 e il 1688 le esportazioni e riesportazioni inglesi triplicano e quadruplicano. Importanti inizialmente come fonti di materie prime (cotone, zucchero, tabacco) che vengono lavorate in Inghilterra e successivamente riesportate, le colonie divengono col tempo ancora più importanti come mercati per i manufatti inglesi; praticamente illimitato appare il mercato nordamericano, in costante espansione fin dalla fondazione della prima colonia nel lontano 1584. L'accumulo e l'incremento degli ingenti profitti mercantili vengono trasferiti dal consumo voluttuario all'impiego nelle prime attività industriali, specie nel settore delle costruzioni navali, e questa rivoluzione commerciale-finanziaria costituirà un prerequisito necessario alla prima rivoluzione industriale. Oltre al già citato Wasorr C.. cfr, tt,r. C., La formazione della potenza inglese, Einaudi, 1977, specie pp. 174-202. Per la «gloriosa rivoluzione», cfr. TREv£LYAN G.M., La rivoluzione inglese del 1688-89, Il Saggiatore. 1968, che pone essenzialmente l'accento, in maniera tipicamente inglese e nell'ottica crociana della storia come storia della «libertà», sul contrasto assolutismo regio/governo parlamentare.

    (19) Il salto di qualità, dalla fase «spontaneistica-commerciale» del capitalismo tardomedioevale alla più moderna fase «professionale-finanziaria», ha inizio nell'Olanda del primo decennio del secolo, con la fondazione nel 1602 della Compagnia delle Indie e nel 1608 della Banca di Amsterdam. Città in cui sono confluiti numerosi gli ebrei espulsi dalla Spagna di Filippo II, Amsterdam è stata giudicata «la nuova Gerusalemme, città di mercanti, armatori e banchieri, dove l'elemento giudaico esercita un ruolo di fermento più liberamente che altrove... Si ispira all'alleanza intima tra lo spirito protestante e quello ebraico che animerà, mezzo secolo dopo, la Gran Bretagna di Cromwell», in FItANSONt F., Processo al capitalismo: Werner Sombart, Editrice il Corallo, 1982, p. 95. A fine secolo le attività finanziarie ebraiche sono così predominanti nella Borsa di Londra da meritarle il nome di Jews Walk. Ebrei sono i primi concessionari del prestito inglese al nuovo re, da cui nasce nel 1694 la banca di emissione. Uomini come Medina, Manasseh Lopez, Sampson Gideon, Mendes da Costa, Mose Harth, Aaron Franck, Mose Lopez, Antonio Costa, tra l'altro direttore della Banca d'Inghilterra, sono tra i più ricchi ed influenti mercanti di Londra.

    (20) Per fare assumere al capitalismo l'aspetto che possiede ai nostri giorni, sono stati necessari da un lato i protestanti anglosassoni con il loro attivismo, la loro «asfissiante metodicità», la convinzione di bene meritare, attraverso il successo economico, le provvidenze della Grazia Divina; dall'altro gli ebrei con le loro tecniche finanziarie e i loro contatti internazionali. «Lo sviluppo dei sistemi economici moderni si accompagna ovunque alla sostituzione della moneta metallica con il biglietto e, successivamente, alla crescente espansione della moneta bancaria, attraverso un processo prima lento ed incerto e poi impetuoso. Solo gli ebrei con la loro spregiudicata concezione degli affari, le loro particolari concezioni e tecniche creditizie, ereditate fin dai tempi protostorici della Bibbia, potevano dare un impulso così decisivo allo sviluppo del capitalismo. Senza di loro e senza i protestanti, saremmo rimasti all'audace intraprendenza individuale del mercante italiano»: cfr. FRANSONI F., op. cit., p. 97; e inoltre SOMtEART W., Il borghese. Lo sviluppo e le fonti dello spirito capitalistico, Longanesi, 1978 (segnaliamo le pp. 119-147); WEBER M., L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, 1977 e Le sette e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, 1977.

    (21) In unione personale fino al 1707, le due corone di Scozia e d'Inghilterra si fondono da allora in un unico regno di Gran Bretagna, nonostante le ribellioni scozzesi che dureranno per tutta la prima metà del Settecento sotto la regina Anna e la casa di Hannover. E' perciò più esatto, a partire dal 1707, parlare di Regno Unito, oppure di Gran Bretagna, piuttosto che di Inghilterra, anche se in italiano è di più immediata comprensione il riferimento a quest'ultima (anche in francese e in tedesco la dizione più corrente è costituita, rispettivamente, da “Angleterre” e da “England”).

    (22) Giunti al Pacifico, dopo avere acquistato nel 1819 dalla Spagna la florida; strappato al Messico il Texas e i territori californiani nel 1848; acquistata l'Alaska dalla Russia nel 1867; gli USA cercano dì dare compimento al “destino manifesto” attraverso una serie di atti di politica estera che spaziano dalla diplomazia alla frode e alla guerra. Costretto il Giappone nel 1854 ad aprire i suoi porti al commercio statunitense, occupate le isole Midwav nel 1867, l'anno cruciale dell'espansione degli USA è il 1898, con la breve guerra di aggressione contro la Spagna, l'acquisto di Puerto Rico. Guani e delle Filippine (la cui occupazione “fu consigliata da Dio stesso” al presidente Mc Kinley in una notte insonne), con il «protettorato» su Cuba e con l'annessione delle Hawaii, di cui già da dodici anni tengono l'isola di Oahu con Pearl Harbor. Col 1898 gli USA cessano di essere una potenza meramente continentale e si trovano automaticamente impegnati nelle grandi questioni internazionali dell'età dell'imperialismo. Campione del nuovo corso è Theodore Roosevelt («Parla a voce bassa e porta con te un bastone; andrai lontano»), premio Nobel per la pace del 1906, di cui l'ex presidente Harrison suole dire che “voleva porre fine a tutto il male nel monda tra l'alba e il tramonto”. Il taglio nel 1914 dell'istmo di Panama, col canale subito posto sotto presidio militare, allarga ai due oceani, in una stretta interdipendenza, la politica mondiale degli Stati Uniti. Cfr. TuRt ra F.J., La frontiera nella storia americana, Il Mulino, 1973, e AQUARONE A., Le origini dell'imperialismo americano, Il Mulino, 1973.

    (23) Per le caratteristiche della seconda rivoluzione industriale cfr. SILVESTRE M., La decadenza dell'Europa occidentale, vol. I, Einaudi, 1977, pp. 21-26.

    (24) Dai 22 milioni di abitanti del 1861 la popolazione Italiana sale a 30 nel 1890, a 38 nel 1920, a 44 nel 1940. Dati, escluso il 1861, per Germania, Gran Bretagna e Francia: rispettivamente 53-60-69, 33-43-47, 38-39-42. Per l'emigrazione sono di consultazione: Sciar E., L'emigrazione italiana dall'Unità alla Seconda Guerra Mondiale, Il Mulino, 1979 e CRESCI P, e GurDoaALDr L. (a cura di), Partono i bastimenti, Mondadori, 1980.

    (25) Un rapido sguardo d'insieme in: AA.VV., Storia d'ltalia e d'Europa, vol. VII, torno I, laica Book, 1983, pp. 39-66.

    (26) Per la fondamentale importanza dell'apertura del canale di Suez, cfr. le note in DUCE A., La crisi bosniaca del 1908, Giuffrè, 1977, pp. 5-6 e MALTESE P., Storia del canale di Suez, Edizioni Il Formichiere, 1978, pp. 121-122.

    (27) Cfr. HEAo tlca D.R.. Al servIzia dell'impero, Tecnologia e imperialismo europeo dell'Ottocento, Il Mulino, 1984.

    (28) Già Cesare Correnti rammentava, invero alquanto retoricamente, nel 1875: «L'Africa ci attira invincibilmente. E' una predestinazione. Ci sta sugli occhi da tanti secoli questo libro suggellato, questo orizzonte misterioso che ci chiude lo spazio che ci rende semibarbaro il Mediterraneo, che costringe l'Italia a trovarsi sugli ultimi confini del mondo civile... L'Africa, sempre l'Africa.... L'abbiamo proprio sugli occhi e fin qui ne siamo esiliati». Imponente e minuziosa, talora inspiegabilmente rancorosa e con caduta di tono storico, l'opera di DEL BOCA A., Gli italiani in Africa Orientale, primi tre voli., Laterza, 1976-1982. Sintesi più agile e non conformista, con acute intuizioni e considerazioni critiche di ampio respiro, BANDINI F., Gli italiani in Africa, Longanesi, 1971.

    (29) Cfr. BATTAGLIA R., La prima guerra d'Africa, Einaudi, 1973, p. 86.

    (30) Per quanto concerne la Somalia, l'Italia, dopo avere declinato l'invito rivoltole dal sultano di Zanzibar nel 1885 ad occupare Chisimaio e la regione del Giuba, invito rivolto per contrastare l'invadenza anglo-tedesca, otterrà nel 1893 in affitto i quattro porti del Benadir, tra cui Mogadiscio. Nel frattempo i sultani di Obbia e dei Migiurtini hanno accettato nel 1889 il protettorato italiano consentendo così lo stanziamento dell'Italia dal Giuba a Capo Guardafui.

    (31) Per una valutazione della controversa questione di Guglielmo Oberdan, cfr. ALEXANDER A., L'affare Oberdank. Mito e realtà di un martire irredentista, Edizioni Il Formichiere, 1978, e MANGANARO C., Guglielmo Oberdan nel centenario del martirio, in «Intervento», n. 57, Volpe, 1982, pp. 28-43.

    (32) Per una considerazione della fondamentale importanza degli insegnamenti idealistici, e soprattutto delle concezioni hegeliane detta storia e dello stato, sui capi militari e sull'élite intellettuale germanica, cui le dottrine darwiniane apporteranno a fine secolo ulteriori ma secondari rincalzi, cfr. RrrrnR G., I militari e la politica nella Germania moderna, vol. Einaudi, 1967, pp. 210-277.

    (33) «Nel 1815 l'impressione provocata dalla politica germanizzante di Giuseppe II permaneva ancora e si dava di solito per scontato, sia pure in maniera vaga, che l'Impero austriaco fosse uno stato tedesco. Lo stesso Metternich si diede da fare per rimuovere questa impressione. Egli temeva il progresso del nazionalismo tedesco come parte del pericolo liberale; temeva che il nazionalismo tedesco avrebbe guardato con simpatia alle aspirazioni nazionali dell'Italia e contribuito casi a privare gli Asburgo dei loro ricchi possedimenti italiani; e ancora, la sua artificiale devozione alla tradizione lo portava a cercare di ridestare la coscienza degli stati e delle province storiche in cui l'Impero austriaco era diviso. [...] Il patrocinio offerto da Metternich al sentimento nazionale ungherese, (ceco e sloveno, andò forse a vantaggio del "vigore che viene dalla diversità”, per usare la sua frase favorita; ma indubbiamente rese gli abitanti tedeschi dell'Impero austriaco coscienti, come non lo erano stati nel 1815, sia della loro nazionalità tedesca che della loro posizione minoritaria in seno all'Impero. [...] Nel 1815 nessuno avrebbe potuto immaginare una Germania senza l'Austria; nel 1848 la posizione dell'Austria in Germania era diventata un problema senza una soluzione ovvia o comunque accettata». Cfr. TAYLOR A.J.P., Storia della Germania, Longanesi, 1971, pp. 64-65.

    (34) Con l'accordo di Olmutz del 28-29 novembre 1850 la politica unionista della Prussia viene pesantemente arrestata dal primo ministro austriaco Schwarzenberg che, spalleggiato dallo zar, riesce ad ottenere per la Confederazione Germanica il ripristino della costituzione federale del 1815, incrinata dai moti del 1848-49, l'estromissione di ogni tendenza piccolo-tedesca filoprussiana, e una prima considerazione, da parte degli altri stati germanici, del suo piano di un grande stato federale dell'Europa centrate con capitale Vienna. Cfr. GArt L., Eismarck, Rizzoli, 1982, pp. 83-110, e Hyiuus F., Prussia, nascita di un impero, Rizzoli, 1982, pp. 226-233. Nella consapevolezza della immaturità del momento storico per l'unificazione della nazione tedesca e della rovinosa prospettiva di un conflitto intertedesco in caso di un radicalizzarsi della situazione, Bismarck dirà nel suo discorso al Parlamento del 3 dicembre; “E facile per un uomo di Stato suonare la fanfara della guerra col vento della popolarità, e poi starsene al caldo vicino al caminetto, o da questa tribuna tenere discorsi infiammati, lasciando al soldato che sanguina nella neve di verificare se il suo sistema frutta o no vittoria e onore. Nulla è più facile, ma guai allo statista che in questi tempi non si sforza di vedere se il motivo per la guerra è valido anche dopo la guerra”. Completerà il suo pensiero diciassette armi dopo, ricordando gli orrori della guerra contro gli Asburgo: «... Questi ricordi e questa vista non cesserebbero di tormentarmi se dovessi rimproverarmi di avere fatto la guerra con leggerezza o ambizione o vano desiderio di gloria per la nazione. Ho fatto la guerra del 1866 obbedendo a un duro dovere, perché diversamente la storia prussiana si sarebbe fermata e la nazione sarebbe precipitata in una paralisi politica, divenendo in breve preda dei suoi avidi vicini, e se ora ci trovassimo nelle medesime condizioni di allora, rifarei senz'altro la guerra. Giammai, tuttavia, consiglierò a Sua Maestà una guerra che non sia imposta dai supremi interessi della patria». Cfr. Rt`rrLk G., op. cit., pp. 312-313.

    (35) Cfr. TAreoR A.J.P., op. cit., pp. 112-113.

    (36) Per l'aperta e continua ostilità della Francia cfr. le considerazioni svolte in Rn tva G., op. cit., pp. 281-294. Per la posizione di Bismarck, rileva Io stesso storico che «la Francia era il vero centro di tutte le potenze ostili al germanesimo, e l'unificazione della Germania sarebbe stata raggiunta soltanto nella tempesta di una guerra contro il "nemico ereditario", poiché il pericolo costante veniva da Occidente. La guerra franco-tedesca negli anni Sessanta gli sembrava un dato inevitabile e fatale, poiché l'ambizione della Francia era insaziabile, la sua ostilità inconciliabile, e il suo bisogno di prestigio non poteva tollerare che una nazione tedesca assurgesse al ruolo di grande potenza: perciò lo scoppio della guerra era soltanto questione di tempo, non di una volontaria scelta politica».

    (37) Già nel 1833 lo Zoilverein (unione doganale) tedesco era stato definito “un'alleanza concepita con spirito ostile all'industria e al commercio britannico” dal segretario del Comitato del consiglio privato per il commercio. Nel 1841 il ministro degli Esteri inglese, lord Palmerston, era stato messo in guardia contro «l'espansione e il perfezionamento delle manifatture tedesche in corso da alcuni anni, che avevano notevolmente ridotto la richiesta e la considerazione dei prodotti inglesi nei grandi mercati d'Europa». Vani erano stati i rilievi dello stesso ministro sei anni dopo, che faceva presente come al contrario sia la Germania che l'Inghilterra fossero minacciate dal comune pericolo di un attacco russo o francese, e che persisteva fra le due nazioni «un reciproco e diretto interesse ad aiutarsi l'un l'altra per diventare ricche, unite e forti». A metà secolo la prospettiva di una Germania unita allarma sempre più gli ambienti economico-finanziari e i circoli liberali britannici. Portavoce di questi interessi, il Times incita sottilmente nel 1860 a considerare l'unificazione tedesca sotto l'egida prussiana come una possibile futura causa di conflitto: “La Prussia ha un considerevole esercito, ma notoriamente non in condizioni di combattere... Nessuno la considera un alleato; nessuno la teme come avversario. Come sia diventata una grande potenza ce lo dice la storia, perché continui a esserlo, nessuno lo puà dire”. Cfr. BAt,FotR M., Guglielmo II e i suoi tempi, Il saggiatore, 1968, p. 68.

    (38) Affermerà il grande storico tedesco Heinrich von Treitschke, tra i molti altri attacchi, che un tedesco non avrebbe potuto resistere a lungo, «nell'atmosfera inglese di impostura, di pruderie, di conformismo e di ipocrisia». Per i rilievi nietzscheani cfr. il capitolo seguente.

    (39) Cfr. FlscHes F., op. cit., p. 2. Economista e professore universitario, Schmoller (1838-1917) fu a capo della giovane scuola storica tedesca che assunse presto notevole prestigio internazionale e che formulò i grandi principi della politica del Reich a fine ottocento. Accentuando il valore del fattore morale in economia, giunse a sostenere, nonostante l'avversione al socialismo, forme di interventismo statale e a fondare, insieme col collega Adolph Wagner e con altri, l'Unione per la politica sociale, i cui membri vennero chiamati dagli avversari K socialisti della cattedra.

    (40) Cfr. FISeiSER E, cap. cit., p. 11.

    (41) Prologo alle misure sociali varate nell'ultimo decennio del secolo sono i contrasti tra Guglielmo II e l'ormai vecchio Bismarck, sfociati nell'allontanamento del cancelliere il 20 marzo 1890, essenzialmente per motivi di politica interna e sociale. Mentre Bismarck si va con gli anni arroccando su rigide posizioni conservatrici di junker prussiano, il giovane imperatore, sotto l'influenza del suo ex-precettore Hinzpeter, sostenitore delle teorie cristiano-sociali, e sotto la suggestione dell'idea di una organica comunità nazionale, cerca di attenuare i contrasti tra lo stato e le classi subalterne, quella agraria in ispecie. Oltre alla prospettiva di distruggere il fascino del dogma rivoluzionario marxista mediante il miglioramento delle generali condizioni di vita, agisce in lui un sincero desiderio di inserire attivamente nella vita della nazione ceti e categorie sociali fino ad allora emarginate. Da cui, la posizione antipadronale di Guglielmo nel corso degli scioperi dei minatori della Rulli nel gennaio 1889; l'introduzione di un fondo pensione di vecchiaia sei mesi dopo; le proposte per la regolamentazione dell'orario e delle condizioni di vita e lavoro nelle miniere e nelle fabbriche, soprattutto in difesa di donne e bambini, a fine anno; il divieto infine al cancelliere nel marzo 1890 di introdurre qualsiasi legge antisocialista. Cfr. PALMER A., Bismarck, Editoriale Nuova, 1982, pp. 320-334.

    (42) Cfr. TUCHMAN B., Tramonto dà un'epoca, Mondadori, 1982, p. 262.

    (43) Nel 1898 una spedizione francese al comando del maggiore Marchand dopo avere attraversato l'Africa provenendo da ovest, giunge il 10 luglio sul Nilo Bianco a Fascioda (oggi Kodok), e occupa la località. Nel settembre Kitchener, alla testa di truppe anglo-egiziane all'inseguimento dei mahdisti, si presenta sotto le mura della cittadina invitando i francesi a recedere e ad abbandonare la piazzaforte. Il contrasto si mantiene vivo fino all'11 dicembre, quando Marchand deve ritirarsi su ordine del suo governo.

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    Intimamente permeate da una propensione a forme di rappresentanza li*vellatrice, borghese e democratica, e da una filosofia di vita positivista e pro*gressista che riconosce lontani e vicini precursori nel razionalismo cartesiano, nell'empirismo inglese del Sei-Settecento, nell'illuminismo, nel mercantilismo e nell'internazionalismo massonico, nell'utilitarismo di Bentham e di Mill, nel liberalismo e nella religione dei «diritti dell'uomo», Inghilterra e Francia si vedono affiancate a fine secolo dal pragmatismo, dal democratismo, dall'indu*strialismo e dalla finanza del Mondo Nuovo incarnato dagli Stati Uniti d'Ameri*ca (1).
    Mentre si intrecciano saldi legami economico-finanziari tra i tre Paesi, e in ispecie tra i due anglosassoni (2), che vengono a riscoprire una comune eredità di sentimenti e di interessi geopolitici, si verifica negli USA di fine Ottocento una delle più grandiose immigrazioni della storia.
    E tra i milioni di persone che sbarcano sul suolo americano, decine di mi*gliaia di ebrei, favoriti dal loro dinamismo mercantile e dai loro esclusivi legami razziali e cosmopoliti, giungono ad occupare in breve tempo posizioni di grande influenza a livello di governo e di stampa, settore quest'ultimo che proprio in quei decenni vede una vertiginosa, rivoluzionaria espansione quale mezzo di condizionamento per le masse e di pressione per le classi dirigenti (3).
    Comincia così in quegli anni a formarsi, coagulata intorno ad una comune concezione di vita, a similari strutture mentali e a comuni interessi economico* - finanziari, un'entità transcontinentale con baricentro sempre più spostato verso gli Stati Uniti, fatto che inizia a pervertire gli ultimi residui europei delle nazio*ni atlantiche, al fine di costituire quel melting pot (4) mondiale in cui dovrebbe*ro fondersi e sparire differenze di razza e di filosofia, di usanze e di volontà creatrici, nucleo e fondamento di quell'informe cosa che passa oggi sotto il ter*mine di Occidente.
    Dotato di una civilizzazione sua propria, di una sua propria coerente ed inarrestabile dinamica spirituale e socio-culturale che riceve fortissimo impulso dall'industrialismo e dalla finanza yankee, l'Occidente avanza velocemente a sostegno delle Potenze Atlantiche minacciate dall'ascesa dell'Europa di Mez*zo (5).
    Dopo avere annientato, in una guerra pretestuosa e senza quartiere - con*flitto irreprimibile fra due mondi ideali - la civiltà degli Stati Confederati (6) con la prima applicazione storica di quell'unconditional surrender che riecheggerà a Casablanca ottant'anni più tardi, gli Stati Uniti, spinti non da malevoli forze occulte ma dalla logica implacabile del tipo di uomo e di società che sono venuti a formarsi sul loro territorio, si vengono a porre obbligatoriamente, ne*cessariamente, in rotta di collisione con le nazioni, con i valori, con la storia tutta dell'Europa di Mezzo.
    Nel continente europeo frattanto, ad una politica tedesca attiva e svolta con spregiudicatezza, soprattutto in campo navale, l'Inghilterra risponde con contromisure crescenti e sempre più drastiche.
    La stessa concezione imperialistica della prima epoca vittoriana si viene a mutare, da quella propria del liberalismo manchesteriano e del liberoscambi*smo anticolonialistico, in quella del federalismo imperiale e del pananglismo mistico, missionario e razzistico di fine secolo.
    Alla base del nuovo e più aggressivo sentire si pongono ora le concezioni idealistiche e puritane del grande storico Thomas Carlyle (7), così come il ro*manticismo di John Ruskin e l'anglicanesimo del poeta e scrittore Charles King*sley. Lo spirito che muove non solo le concezioni ideali, ma sottende la pratica azione degli uomini di governo, può essere compendiato dalle formulazioni at*tribuite da Kingsley a un personaggio di un suo romanzo storico: «Noi andia*mo per la causa di Dio; andiamo per l'onore del Vangelo di Dio, per la libera*zione di poveri infedeli tenuti prigionieri dal demonio; per aiutare i nostri com*patrioti che non trovano lavoro in quest'isola ristretta; a Dio affidiamo la no*stra causa. Noi combattiamo contro lo stesso demonio; ed è più forte colui che è in noi che chi è contro di noi».
    Ulteriori motivi ideali portano Tennyson, Swinburne, William Henley e Kipling: «Il Signore, nostro altissimo Iddio [...] ha tracciato per noi un sentie*ro fino al termine del mondo!».
    Per Cecil Rhodes «l'ideale divino era palesemente di produrre un tipo di umanità adatto a stabilire la pace, la libertà e la giustizia nel mondo. Una sola razza pareva rappresentare tale ideale: la "razza" anglosassone. Un solo organi smo politico poteva offrire garanzie di ordine, di felicità e di benessere per l'umanità: l'Impero britannico. Lo scopo della sua vita - concludeva trionfan*te il giovane cercatore di diamanti - sarebbe stato di rendere grande e poten*te l'Impero britannico, perché da tale potenza e grandezza l'umanità avrebbe tratto singolare, anzi unico giovamento; e perché così facendo egli avrebbe obbedito al comando di Dio».
    Altri fanno poi professione di lealismo nazionale ispirandosi ad una tradi*zione ben più antica che non la politica espansionistica dei governi di fine seco*lo. Così il vescovo di Derry dichiara dal pulpito che la sua fede nella causa inglese è resa più salda dal pensiero «di tutto ciò che Dio ha permesso che questa nazione compisse quale invitta propagatrice della Sacra Scrittura in tut*to il mondo» e si dice certo che «come Egli si è servito di noi fino ad ora, non vorrà ora metterci da parte» (8).
    Anche l'antico popolo ebraico offre l'occasione per stabilire arditi paralleli e confronti con il popolo britannico. Al fine di rinnovare l'atmosfera di intransi*gente religiosità biblica dell'epoca cromwelliana si sostiene che le antiche pro* messe fatte da Dio al popolo d'Israele sono state mantenute verso il popolo inglese, che ne è l'erede naturale.
    Sempre più diffusa, la Review of Reviews si propone di «essere per tutti i popoli di lingua inglese ciò che era stata la Chiesa cattolica delle origini per la diffusione del Cristianesimo» e pone a suo compito l'applicazione concreta del progetto di «rendere gli inglesi degni della loro immensa vocazione», di fare di loro effettivamente i God's Englishmen cantati da Milton e, nello stesso tempo, di «collaborare al mantenimento ed al rafforzamento dei legami che oggi ten*gono avvinte tutte le comunità di lingua inglese meno una, [...] di promuovere con ogni mezzo, un'unione fraterna con la Repubblica Americana, di lavorare per l'Impero, di renderlo più forte, più civile e, quando fosse necessario, più vasto» (9).
    Assolutamente da non sottovalutare a tale proposito è quindi l'influenza che la stampa periodica inglese di quegli anni riesce ad esercitare sulla popola*zione, gli umori della quale - l'opinione «pubblica» - condizionano sempre maggiormente la diplomazia e la dirigenza britannica (10).
    Negli ultimi decenni del secolo i giornali perdono ovunque - specie nei Paesi anglosassoni - il carattere di istituzione elitaria e borghese, mentre ac*canto ad una stampa ancora dignitosa nello stile e corretta nell'informazione fa la sua apparizione quel nuovo tipo di giornalismo che verrà poi definito «di massa». Tale stampa «a un soldo» (dal 1896 il Daily Mail di Alfred Harm*sworth, futuro lord Northcliffe, costa solo mezzo penny e mantiene una tiratura media di 700.000 copie, affiancando le Evening News, dallo stesso acquistate e rilanciate due anni innanzi) che necessita di alte tirature per consentire un basso prezzo di vendita, vede subito un'accesa competizione per strappare alla concorrenza i lettori.
    Rivali fra loro molto simili nascono come funghi, con tirature sempre più alte, favoriti dalle innovazioni tecnologiche di nuove macchine da stampa e da una migliore rete di distribuzione. Tra i più diffusi, è del 1900 il Daily Express, del 1901 il Daily News, del 1903 il Daily Mirror.
    Violentemente patriottici, tali quotidiani sono sempre più alla ricerca di notizie a sensazione nel campo della politica internazionale. Urge la necessità di diffondere e di «creare» una emozione giornaliera sempre diversa e più intensa. Temi fra i più sfruttati sono gli atteggiamenti dell'imperatore tedesco (che offre in verità ampia materia di discussione con le sue gaffes, le sue «uscite» estemporanee, gli scoppi d'ira, le uniformi le più diverse, i pennacchi degli elmi e delle feluche) e la politica del suo Paese.
    Perfino l'autorevole «The National Review» viene pressoché esclusiva*mente impostato al fine di martellare nelle menti britanniche la consapevolezza di quella che il suo direttore sbrigativamente definisce «la minaccia tedesca».
    La «Saturday Review», oltremodo irritata per il telegramma di solidarietà indirizzato nel gennaio 1896 da Guglielmo II al presidente boero Krüger - che ha da poco respinto l'incursione inglese di Jameson nel Transvaal – conclude addirittura un suo famoso articolo con l'appello ad una guerra preventiva e di annientamento contro la Germania: «Carthago delenda est», ricordando che «se domani la Germania fosse estirpata dal mondo, dopodomani non ci sareb*be più nessun Inglese che non fosse tanto più ricco» (11).
    L'impulsività tedesca, la poca esperienza e la frequente mancanza di tatto nella politica internazionale, le provocazioni gratuite - ed evitabili con un sen*so di maggiore sensibilità storica - in cui cadono talora gli uomini di governo tedeschi, costituiscono tutte altrettanti argomenti su cui tale stampa si getta a capofitto (12).
    La Russia è troppo lontana; la Francia troppo decaduta per fare notizia; l'Italia, presa da problemi di politica interna o chiusa in questioni angustamente mediterranee, è ancora considerata con bonaria sufficienza; la guerra boera, coi suoi campi di concentramento e l'eroica resistenza degli uitlanders, è ormai lasciata alle spalle; ed ecco che è la Germania, in piena ascesa economica e militare, a prestarsi mirabilmente allo scopo di offrire un brivido, di « commuo*vere », di diffondere nelle masse il terrore per il declino inglese e la paura dell'ascesa tedesca (13).
    L'« onesto e sobrio teutone », accettato cinquant'anni prima quale baluar*do contro la « tirannide slava », la « nobile, paziente, profonda, pia e solida Germania » contro la « vanagloriosa, gesticolante, litigiosa, instabile e sensiti va Francia »; il « fratello teutonico » cui l'Inghilterra deve offrire il proprio appoggio nella sua lotta per l'unità; diviene ora pian piano qualcosa di molto simile all'« unno infanticida » della prossima propaganda bellica.
    Nel marzo 1905 è il Daily Express che si fa portavoce ufficioso delle intimi*dazioni che l'Ammiragliato rivolge alla nazione tedesca, riportando con grande rilievo - e commentandole entusiasticamente - le opinioni del Primo Lord che afferma che, come risultato di una nuova strategia, tutte le navi di riserva sono ora pronte a prendere il mare in poche ore: «Se malauguratamente do*vesse essere dichiarata la guerra, nelle attuali condizioni la marina britannica sparerebbe il primo colpo ancor prima che l'avversario abbia il tempo di legge*re sul giornale che la guerra è stata dichiarata» (14).
    Intorno al 1910 è il Daily Mail che per rialzare le vendite languenti fa sue le veementi esortazioni della Lega Navale britannica ed esige la vittoria nella competizione navale con la Germania: «Abbiamo bisogno di otto navi da guerra dreadnought, e non possiamo aspettare!». Gli fa eco il Mirror (che nel 1914 giungerà a vendere 1.200.000 copie giornaliere): «Il fatto che l'Inghilter*ra sia sempre in guerra mostra una quantità di energia e una sovrabbondanza di coraggio che a lungo andare portano alla conclusione che noi non siamo una razza decadente. Tre piccole guerre in atto e la prospettiva di una grande guer*ra che appare all'orizzonte, dinanzi a noi, sono da prendere come una cosa del tutto naturale» (15).
    Fondendosi con il rozzo darwinismo socio-storico di quegli anni, la subdola politica di tale stampa cerca di conferire, manipolando il conscio e l'inconscio collettivo, i toni nobilitanti di una più ampia visione del mondo a quella che è in realtà una pura necessità di sopravvivenza e di espansione economica legata all'aumento delle tirature e dei conseguenti introiti pubblicitari.
    Dal canto loro, procacciatori d'affari, quale sir Basil Zaharoff per i cantieri Vickers, nulla lasciano di intentato per fabbricare illazioni e per mettere in circolazione, subito recepite dalla suddetta stampa, informazioni «segrete» sulle costruzioni navali tedesche, per magnificare il ruolo degli armamenti Krupp e per «svelare» oscure trame germaniche di conquista mondiale.
    Nel 1903 il romanzo di Erskine Childers The Riddle of the Sands [«L'enig*ma delle sabbie»] descrive «in ogni dettaglio» immaginari piani tedeschi di conquista dell'Inghilterra; tre anni dopo il Daily Mail rincalza pubblicando a puntate le «previsioni» romanzate di William Le Queux su di un'invasione tedesca da attuarsi nel 1910.
    L'influente lord Esher afferma nello stesso 1906 che, poiché l'egemonia navale e commerciale britannica è minacciata non dal Kaiser o da un altro indi*viduo, ma dalla logica stessa della recente storia tedesca, «a prevedibile distanza si profila una titanica battaglia fra la Germania e l'Europa [sic!] per la supremazia». A tal fine e nonostante sia stata ormai assodata a più riprese da diverse commissioni ufficiali britanniche l'impossibilità tecnica di un'invasione del Regno Unito, lo stesso Esher ricorda al Primo Lord dell'Ammiragliato, Fisher, che i sotterfugi usati per ingigantire a dismisura la minaccia tedesca e l'invasione del Paese, sono pienamente morali e giustificati, poiché «la paura di un'invasione è il mulino di Dio che macina una marina di corazzate e tiene pronto alla guerra lo spirito del popolo inglese» (16).
    Questa stessa «paura» induce lord Roberts a promuovere una campagna per l'introduzione della coscrizione obbligatoria, motivandola con uno studio «dettagliato» delle possibilità che i tedeschi avrebbero di compiere oltre Ma*nica attacchi e sbarchi a sorpresa (17).
    Viene al contrario minimizzata la corsa al riarmo e la potenza navale già in atto del Regno Unito (18), in parte per quell'ipocrisia tipica dell'umanitarismo pietistico dell'uomo anglosassone, ma soprattutto perché è «necessario» impostare sempre nuove corazzate, nuovi incrociatori, nuovi sommergibili per far fronte all'espansionismo tedesco che ha assunto dal 1890 una nuova dinamica dimensione (19).
    Come ha affermato nel 1868 Charles Dilke: «L'oceano è effettivamente proprietà britannica, se non sotto la forma di un possedimento assegnato al*l'Inghilterra da trattati o convenzioni, nel senso che esso è navigato e occupato dagli inglesi assai di più che da tutti gli altri popoli. In qualsiasi luogo una nave getti l'ancora, ivi si parla inglese. In qualsiasi porto del mondo che non sia soggetto alla sovranità di una particolare potenza, la lingua inglese, il commer*cio britannico e l'influenza britannica vi dominano [...] L'Impero britannico è, in breve, il possesso del mare. Finché durano le condizioni descritte, ogni paese dovrà subire l'influenza britannica in proporzione della sua accessibilità dal mare. Finché tali condizioni continuano l'Impero non può essere irreparabil*mente colpito».
    Il dominio del mare, rileva trent'anni dopo anche Spenser Wilkinson, è l'effettiva chiave della storia inglese, unico vero aspetto irrinunciabile della po*litica che ogni governo inglese deve attuare, poiché «una carta geografica che voglia effettivamente indicare i limiti dell'Impero britannico dovrebbe conte*nere tutto il mare dipinto di rosso» (20).
    E ora su tutto ciò grava, potenziale ma non meno reale, un «pericolo» sempre più grande. Alle sette fregate e quattro corvette corazzate di cui è dotata la Marina tedesca nel 1883, si sono venute infatti ad aggiungere nel 1889 le prime quattro navi da battaglia approvate dal Reichstag.
    Il primo effettivo intervento tedesco nella politica Mondiale, l'azione di protesta dell'aprile 1895 contro le pretese che il Giappone ha rivolto alla Cina col trattato di Shimonoseki (21), e il memorandum dell'ammiragio von Knorr del novembre successivo, sono poi stati i passi preliminari della Legge Navale (Flottengesetz) approvata nel 1898, che per la prima volta nella storia della Germania prevede la formazione di squadre navali bilanciate, pianificate in un programma di costruzioni a lunga scadenza.
    Guglielmo II si impegna personalmente per radicare e sviluppare nel popo*lo l'idea della potenza marittima lanciando parole d'ordine di portata decisiva, sostenendo attivamente l'azione della nuova Lega Navale tedesca. La costruzio ne della flotta diviene una grande intrapresa, economica ed ideale. A differenza che nell'esercito, in cui gli alti gradi militari sono monopolio pressoché esclusi*vo dell'aristocrazia prussiana, la flotta trova i suoi ufficiali principalmente nella borghesia, la quale, così come approva la politica mondiale dei suoi uomini di governo, si schiera subito in favore dello strumento che tale politica sostiene e rappresenta. Come rileva Martin Göhring: «Qui non le si contrapponeva alcu*no spirito di casta. Proprio il suo carattere nazionale diede a questa politica tutto il suo peso, tutto il suo mordente. Il programma per la flotta sostenuto da Tirpitz si compì gradualmente e le successive tappe della sua attuazione acquistarono un carattere così spiccatamente politico da non coincidere più con la politica del Reich come tale » (22).
    Viene al contempo individuato l'avversario principale; con le lucide parole dell'ammiraglio Tirpitz, «per la Germania il nemico più pericoloso è oggi l'In*ghilterra, che è anche il nemico contro il quale oggi, più che contro qualunque altro, è necessario disporre di adeguate forze navali, come fattore politico di potere».
    Poiché inoltre ogni tentativo di guerra al commercio appare senza speranza con un nemico così riccamente dotato di basi oltremare, «la flotta deve essere costruita in modo da poter spiegare il suo massimo potenziale militare tra Helgoland e il Tamigi», ed essere dotata quanto più possibile di navi da battaglia, più che di incrociatori, utili questi ultimi soprattutto come mezzi di interdizione delle rotte e di pattugliamento (23).
    Il principio strategico che sta alla base della legge è che solo una battaglia decisiva, combattuta nel Mare del Nord, potrebbe consentire alla Germania una possibilità di vittoria strategica. La Hoch See Flotte viene quindi considera ta praticamente come fleet in being, flotta cioè che con la sua sola presenza dovrebbe tenere a rispetto il nemico. Non vengono previste né pianificate azio*ni di offesa diretta; il traffico mercantile viene ritenuto sicuro, protetto in caso di guerra dalle norme di diritto internazionale. Non una volontà ottusamente aggressiva, ma una teoria del «rischio calcolato» sta alla base della prima Leg*ge Navale, come della successiva del 1900: «La Germania deve possedere una flotta da battaglia di tale consistenza che, anche per il più potente avversario navale, una guerra comporterebbe rischi tali da rendere dubbia la supremazia di tale potenza» (24).
    In quest'ottica - poi rivelatasi decisamente errata a causa della determina*zione britannica di annientare la Germania quale grande Potenza - vengono negli anni seguenti impostate le navi da guerra tedesche.
    Approvata nel marzo 1898, la prima Legge Navale costituisce una sfida diretta alla teoria inglese del Two Power standard, secondo cui la flotta britan*nica deve essere superiore alle flotte delle due più forti potenze messe insieme. In realtà la capacità inglese di applicare tale teoria non è stata fino ad allora messa alla prova; la nuova situazione viene quindi recepita, da un Paese in netta decadenza (pur essendo quelli gli anni del massimo trionfo della Pax bri*tannica) come la minaccia mortale per un'egemonia acquisita nel corso dei se*coli e finora difesa con le unghie e coi denti dalle ambizioni di tutte le nazioni europee.
    Come rileva Albrecht-Carrié: «L'intenzione tedesca era piuttosto quella di far rilevare all'Inghilterra il suo isolamento, con la conseguenza di indurla a sottrarsi a questa posizione stabilendo un legame più stretto con la Triplice Alleanza. La politica di indurre con intimidazioni altri ad accettare la propria amicizia non costituisce un monopolio tedesco, sebbene ricorra con sorpren*dente frequenza nella diplomazia tedesca dei due decenni precedenti la prima guerra mondiale. Il fatto dell'isolamento fece indubbiamente meditare gli in*glesi, ma [...] la reazione inglese fu in genere quella di un'intensa irritazione che non favorì i rapporti anglo-tedeschi».
    Nonostante ciò, e nonostante la rozzezza di molti tentativi di intesa, «la prospettiva di un più stretto legame con l'Inghilterra, più o meno secondo le condizioni della Germania, fu quella perseguita con maggior serietà» (25).
    Ma nessuna potenza dominante è disposta a cedere volontariamente la pro*pria posizione finché le circostanze non lo rendono inevitabile - e molte non lo fanno neppure in questo caso.
    Anche nell'Inghilterra di quegli anni vengono messi in disparte o tacciati di connivenza col «nemico» i sostenitori della teoria «che il mondo era abba*stanza vasto, sia per il Regno Unito che per l'Impero Tedesco, e che quest'ulti mo poteva ottenere tutto ciò che voleva senza guerra», se il primo si fosse adattato a riconoscere come ormai indifendibili le sue pretese di egemonia mondiale. Ma per agire secondo tale convinzione erano necessarie larghezza di vedute, fede nella ragione umana, l'abbandono della fantasia di essere stati prescelti per l'eternità quali «unti del Signore», una maggiore sensibilità stori*ca delle nuove mutate proporzioni che andava assumendo l'Europa tutta nel contesto mondiale di fronte al sorgere minaccioso di nuove realtà estranee allo spirito e agli interessi europei, e che avrebbero col tempo scalzato non solo questa o quella singola nazione, ma l'intero continente. Questa sensibilità man*ca appunto all'Inghilterra di allora, questa sensibilità le mancherà a maggior ragione qualche decennio dopo, quando ha ormai preso corpo e vigore quella nuova realtà chiamata Occidente che ha distrutto gli ultimi residui ideali euro*pei presenti in un'Inghilterra ormai economicamente, finanziariamente e mili*tarmente dipendente dal più potente partner d'oltre Atlantico.
    In ogni caso la percezione della propria decadenza (26) e della virtuale mi*naccia dell'espansione tedesca si salda in quegli anni ad una depressione dell'e*conomia britannica, che soprattutto nel periodo 1894-1898 va causando ondate di scioperi e di agitazioni in tutto il Paese, mentre da parte della stampa « a un soldo » e di altri libellisti l'attenzione nazionale viene polarizzata sulla concor*renza commerciale tedesca.
    Nel 1896 un libro del giornalista Edward Williams, dal titolo Made in Ger*many contribuisce efficacemente a diffondere in ogni strato sociale il timore per l'ascesa industriale e commerciale tedesca.
    Altri primati cadono l'anno seguente, assumendo agli occhi della gente co*mune quasi il ruolo di monito, quando il transatlantico tedesco Kaiser Wilhelm der Grosse riesce a strappare il Nastro Azzurro dell'Atlantico ai piroscafi bri*tannici.
    A fine secolo sorgono inoltre acuti i contrasti anglo-tedeschi per la questio*ne boera, mentre più pressanti si fanno nel Regno Unito le impressioni che la Pax britannica sia insidiata da un nemico subdolo e disposto a tutto.
    Un ulteriore passo rivelatore della crescente ostilità è rappresentato dalla decisione della Conferenza coloniale britannica, che ha luogo durante il giubi*leo del 1897, di denunciare il trattato commerciale stipulato trent'anni prima con lo Zollverein e che regola ancora i rapporti commerciali con il Reich. La pratica esclusione della Germania dal mercato canadese mediante l'erezione di barriere doganali è recepita come uno schiaffo dal governo tedesco, che reagi*sce ammonendo che il trattamento preferenziale dell'Inghilterra in Germania avrebbe potuto essere revocato se altri paesi dell'Impero britannico avessero seguito l'esempio del Canada.
    Tale moderata e più che ovvia presa di posizione provoca subito farisaici scoppi d'ira: mentre prendono corpo progetti per adottare in tutto l'Impero un trattamento di esclusione delle merci tedesche e viene varata la legge sul mar chio di fabbrica [made in ...] per identificare con sicurezza le merci di prove*nienza estera, è proprio il Times che definisce le ventilate contromisure germa*niche «una minacciosa interferenza negli affari interni dell'Impero che va al di là della sfera commerciale».
    Gli ribatte però Guglielmo II: «Adesso che Albione ha scoperto la supe*riorità dell'industria tedesca, il suo prossimo sforzo sarà diretto ad annientarla, e vi riuscirà certamente se noi non sapremo prevenirla costruendo con rapidità ed energia una forte flotta» (27).
    La vera rottura del precario equilibrio navale anglo-tedesco, già incrinato dalle Leggi Navali del 1898 e del 1900, avviene però nel 1904, quando l'Inghil*terra inizia a progettare segretamente la prima di una serie di navi da battaglia, alle quali la capostipite avrebbe poi dato il nome: Dreadnought, l'Intrepida, che, impostata a Portsmouth il 2 ottobre 1905 e varata il 10 febbraio 1906, viene resa operativa a tempo di record entro la fine dell'anno.
    Con dislocamento di 18.000 tonnellate, corazzata monocalibra, spinta da turbine a vapore alimentate da olio combustibile anziché da carbone, tale gioiello dell'ingegno europeo dà il via ad una corsa al riarmo sempre più frene*tica, che giungerà a contare, allo scoppio della guerra e presso tutte le marine militari, ben 147 corazzate approntate o in via di allestimento.
    Al volgere del secolo muta inoltre la composizione sociale della dirigenza britannica.
    Ad aristocratici cosmopoliti, scettici ed esperti, conoscitori dell'Europa e della sua storia, profondamente diffidenti verso le mire della Russia zarista, qua*li Disraeli, Salisbury, Rosebery, Morley, Milner, subentrano, quali esponenti del liberalismo postgladstoniano, avvocati di estrazione borghese quali Asquith, demagoghi radicaleggianti quali Lloyd George, giornalisti autodidatti dal temperamento instabile quali Winston Churchill (che riesce in progressione ad as*sumere la carica di ministro degli interni, di ministro del commercio, e, dal 1911 al 1915 di Primo Lord del Mare), signorotti di campagna quali Edward Grey, uomini tutti con una vaga concezione della storia universale, qualcuno certo onesto ma con un orizzonte più che limitato degli immensi problemi che vanno accumulandosi, molti inclini ad assecondare avventatamente lo spirito germano*fobo dell'epoca, tutti incapaci di guidare l'Inghilterra all'accettazione di una nuova realtà e di un ruolo storico più circoscritto e partecipe del bene comune europeo.
    Anche nel Foreign Office acquista peso sempre maggiore un gruppo di fun*zionari filofrancesi (Francis Bertie, Charles Hardinge, Louis Mallet, William Tyrrell, Eyre Crowe, Arthur Nicolson) protetti da Edoardo VII, del quale sono a tutti noti i contrasti e l'antipatia personale, del resto ricambiata, per il nipote, l'imperatore di Germania Guglielmo II (28).
    Linea direttiva della politica britannica dopo il 1900 diviene perciò l'abban*dono dello «splendido isolamento», la ricerca di alleanze, il consolidamento (containment o Eindammung) di un blocco di Potenze intorno all'avversario principale, e se di questo blocco si prevede debba far parte la Russia, ebbene, nessuna concessione sarà mai tanto gravosa pur di ottenerne l'appoggio (29).
    Non viene al contrario neppure presa in considerazione la possibilità di scendere a patti con la Germania allo scopo di migliorare la situazione europea; come afferma sir Eyre Crowe nel 1906, l'Inghilterra deve accogliere gli approcci tedeschi «con immutabile cortesia e considerazione, in tutte le questioni di comune interesse, ma anche con un pronto e netto rifiuto a partecipare a qual*siasi proposta o accomodamento unilaterale», poiché la Germania, pur non necessariamente mirando a «una generale egemonia politica o a una suprema*zia navale» avrebbe indubbiamente colto ogni occasione per estendere la sua influenza, di modo che, a lungo andare sarebbe diventata una formidabile minaccia, non meno che se questo fosse stato il suo esplicito disegno (30).
    Nel gennaio dell'anno seguente lo stesso Crowe torna a sottolineare che «una supremazia marittima tedesca deve essere considerata incompatibile con l'esistenza dell'impero britannico, e anche se tale impero scomparisse, l'unione della maggiore potenza militare con la maggiore potenza navale in uno stesso Stato costringerebbe il mondo ad unirsi per liberarsi di tale incubo» (31).
    Ribadirà quattro anni dopo Lloyd George, in occasione della seconda crisi marocchina, dopo avere istigato la Francia a rigettare ogni proposta tedesca di accomodamento ed essersi opposto con tutte le sue forze al possibile stabilimento di una base tedesca sulla costa del Marocco - dopo avere virtuosamente affermato la necessità di comporre le dispute internazionali senza ricorrere alle armi -: «Se ci mettessero di fronte a una situazione in cui la pace potesse essere salvata solo con la rinuncia alla grande e provvida posizione che la Gran Bretagna si è conquistata con secoli di eroismo ... allora io dico solennemente che una pace a questo prezzo sarebbe intollerabile» (32).
    L'Entente cordiale dell'aprile 1904 ha trascinato intanto con sé, dopo con*trasti secolari, l'avvicinamento anglo-russo, ufficialmente ratificato nell'agosto 1907 con gli accordi concernenti la creazione di regioni cuscinetto a controllo degli accessi al subcontinente indiano dal Tibet, dall'Afghanistan e soprattutto dalla Persia, che viene divisa, a similitudine di quanto verrà fatto nel corso del secondo conflitto mondiale, in due zone di influenza, inglese a sud e russa a nord, separate da una zona neutra al centro.
    Sconfitta dai giapponesi nel 1905, la Russia ha infatti abbandonato i pro*getti di espansione in Manciuria e in Corea rivolgendo ad occidente la sua at*tenzione e trovando nel groviglio balcanico il terreno adatto a provocazioni e l'occasione per reinserirsi attivamente nella grande politica europea.
    Legato strettamente alla Francia da prestiti finanziari (33) e dalla costruzio*ne di una nuova rete ferroviaria a fini strategici a ridosso dei suoi confini occi*dentali, l'Impero zarista viene negli anni successivi progressivamente aumentan do la consistenza del suo già grande esercito (34), acquisendo di conseguenza quell'ingannevole senso di crescente superiorità che sarà una delle cause prime, immediate, del conflitto mondiale.
    Opportunamente dimenticato lo schiaffo infertole dalla Gran Bretagna con l'alleanza anglo-nipponica del gennaio 1902 (35) che ha operato in esclusiva fun*zione antirussa e che ha permesso al Giappone di iniziare la marcia verso lo status di potenza mondiale; sconvolta dalla Prima Rivoluzione e dal crescente terrorismo anarchico e bolscevico ché trascina con sé repressioni sempre più ampie; agitata da riforme agrarie e dallo scioglimento ripetuto delle Dume; la Russia cerca una via di scampo ai gravissimi problemi interni in un azzardato rilancio della politica estera in chiave antigermanica e antiasburgica.
    Le guerre balcaniche del 1912 e del 1913, precedute dalla sconfitta subita dalla Turchia in Libia ad opera dell'Italia, si sono infine concluse con un ingran*dimento della Serbia, uscitane raddoppiata nel territorio ed ingigantita nelle ambizioni. Il panslavismo russo trova ora un più fermo punto di appoggio per la sua politica. A stento vengono domati dall'Austria-Ungheria e dalla Germania, affian*cate in qualche occasione dall'Italia e ancora dall'Inghilterra, gli incendi appic*cati dalla Serbia all'Albania, appetito sbocco sull'Adriatico.
    Già nel novembre 1912 truppe serbe installatesi in territorio albanese ven*gono fatte sloggiare; sei mesi dopo identica reazione suscita l'occupazione di Scutari da parte di forze montenegrine. Nuova aggressione serba nell'autunno del 1913, con invasione dell'Albania settentrionale. Nuovo ultimatum austriaco, sostenuto da tutte le Potenze europee. Nuovo sgombero del territorio.
    Contemporaneamente si riesce a stento ad evitare un'analoga invasione serba del Montenegro, stato sovrano. Ora la Russia soffia sul fuoco in maniera sempre più insistente e scoperta. Con lo sfacelo della potenza ottomana è sem pre più vicina la marcia verso gli Stretti, oltre gli Stretti. La difesa delle Bocche del Danubio, come della Turchia, dalle mire zariste, secolare cardine della poli*tica inglese, è ormai passata in secondo piano. Si fa anzi più forte in Inghilterra la convinzione che un gendarme russo ai Dardanelli, oltretutto in cambio di un allentamento della pressione esercitata sulla Persia e sull'India, non risultereb*be poi troppo sgradito.
    La minaccia mediterranea che la Russia potrebbe in tal modo portare alla via britannica verso l'Impero è ormai considerata in deciso subordine a quella rappresentata dalla politica navale tedesca.
    Spesso velleitaria e impulsiva, propria di una giovanile e poco controllata esuberanza, arrogante e profondamente convinta di una propria missione di civiltà, impaziente di essere riconosciuta propria di una grande potenza, consapevole di essersi guadagnata un posto che potenze più antiche sono riluttanti a riconoscerle, e perciò assai sensibile e diffidente, pronta a vedere dei torti an*che dove non esistono, la politica della Germania si svolge tuttavia ancora alla ricerca di una intesa anglo-tedesca, cosciente del pericolo rappresentato per l'Europa tutta dall'immenso Impero russo e dal sorgere delle nuove realtà ex*traeuropee degli Stati Uniti e del «pericolo giallo» rappresentato da Cina e Giappone (36).
    Mezzo per ottenere l'accordo è stato ritenuto dall'impetuoso Tirpitz essere il balenio della minaccia; il potere della Hoch See Flotte è stato visto soprattut*to come fattore politico, la sua dispendiosa costruzione come «rischio calcolato» per premere sull'Inghilterra, in verità in modo talora incongruo e dissocia*to, alla ricerca di un accomodamento e di una riconciliazione. L'espansione della flotta da guerra non è stata, primariamente, che un mezzo per fare accet*tare all'Inghilterra la presenza e l'egemonia tedesca sul continente europeo, la parità tra le due nazioni nel mondo.
    Ma la pressione ha avuto effetti opposti e, mentre in Germania il popolo tutto prende coscienza dell'accerchiamento [Einkreisung] in cui è venuto a ca*dere, il Regno Unito si irrigidisce e con l'ammiraglio Fisher viene prendendo in sempre maggiore considerazione l'ipotesi di una guerra preventiva con la distru*zione a sorpresa della flotta tedesca (37).
    Lo scendere a patti con la Germania comporterebbe d'altra parte per l'In*ghilterra la perdita dell'alleanza con la Francia, divisa e combattuta tra l'umilia*zione per la sconfitta del 1870, la paura del potente vicino, la rabbia frustrata e il desiderio di revanche.
    E con la Francia - con la quale già dal gennaio 1906 si tengono discussioni e si stringono accordi militari, con la quale nel 1912 si sono riorganizzate le flotte e si è definita una strategia comune con la dislocazione delle navi britanniche in Atlantico e delle francesi nel Mediterraneo - si allontanerebbe la Russia, con essa strettamente legata da concezioni strategiche e da un ferreo, automatico patto di alleanza.
    Vista l'impossibilità di una simile alternativa, mentre un malessere sottile e una sensazione di declino si diffondono in strati sempre più ampi del Paese, l'Inghilterra sceglie la strategia definitiva: guerra preventiva, «colpire per pri*mi, colpire duro e continuare a colpire»; politica del blocco navale totale della nazione avversaria, anche in contrasto con gli accordi internazionali da pochi anni sottoscritti; lunga guerra di usura, resa possibile dall'immenso retroterra dell'Impero e dal sicuro appoggio dell'altro grande Paese anglosassone, quegli Stati Uniti d'America «di cui tutti gli inglesi potevano essere fieri», parte solidale e poderosa della Più Grande Britannia (38).




    Gianantonio Valli
    Capitolo successivo: La coscienza dell'impero. Ascesa e declino dell'Europa di mezzo (3 - La marea slava. Il ruolo della Serbia)




    (1) Già Nietzsche rilevava la «prodigiosa assenza di spiritualità» del modo di vita america*no che cominciava a contagiare la vecchia Europa (La gaia scienza, Adelphi, 1965, pp. 189-190) e l'avanzare di «una nuova flora e fauna di esseri umani che non possono allignare in età più salde, più limitate - oppure vengono lasciare "in basso", colpite dal bando e dal sospetto d'infamia» (ibidem, pp. 224-226). «Costoro appartengono, per dirla chiaro e tondo, ai livellatori, questi falsamente detti "spiriti liberi" - in quanto non sono che schiavi, loquaci e abili di penna, del gusto democratico e delle sue "idee moderne"; tutti quanti uomini senza solitudine, goffi giovanotti dabbene cui non si può negare il coraggio né costumi rispettabili, salvo il fatto che sono appunto non liberi e ridicolamente superficiali, soprattutto per la loro tendenza fondamentale a vedere nelle forme della vecchia società sino a oggi esistente la causa di ogni umana miseria e fallimento; per cui la verità si trova felicemente capovolta!» (Al di là del bene e del male, Adelphi, 1976, pp. 48-51).

    Al contrario l'uomo divenuto libero, che sente e possiede la volontà di essere auto-responsa*bile, non potrà far altro, necessariamente, che calpestare «la spregevole sorta di benessere di cui sognano i mercanti, i cristiani, le mucche, le femmine, gli Inglesi e gli altri democratici» (Crepusco*lo degli idoli, Adelphi, 1975, p. 138).

    A tutti costoro Nietzsche pone l'obiezione fondamentale: “Ti proclami libero? Il tuo pensiero dominante voglio udire da te, non che ti sei sottratto al giogo. Sei poi uno che aveva il diritto di sottrarsi al giogo? Taluni buttarono via l'ultimo loro valore, buttando via il loro assoggettamen*to". Cinquant'anni prima Heinrich Heine, poeta tedesco-ebraico, aveva definito l'America «la gran stalla della libertà, abitata da liberi tangheri». «Stanco di Europa», spirito inquieto ed instabile, emigrato nel 1830 negli Stati Uniti, aveva scritto a un amico, prima della partenza: «O dovrò andare in America, questa mostruosa prigione della libertà, dove catene invisibili mi preme*rebbero più dolorosamente di quanto non farebbero, in patria, quelle visibili, e dove, ad esercitare il suo duro dominio, è il più ripugnante di tutti i tiranni, la plebe! Tu sai quali sono le mie idee su quella terra maledetta, che una volta amavo, quando non la conoscevo ... O libertà! Sei un brutto sogno!» cfr. GROH D., La Russia e l'autocoscienza d'Europa, Einaudi, 1980, pp. 215-216.

    (2) Avendo per prima percorso la via dell'industrializzazione tenendo nelle mani il più vasto impero della storia e sfruttando la sua eccezionale posizione nel commercio mondiale, l'Inghilterra mette ora a frutto le incalcolabili ricchezze accumulate nel corso dell'ultimo secolo.

    La massima parte di tali capitali prende presto la via dell'investimento internazionale in paesi diversi: in primo luogo i territori dell'Impero, cui al volgere del secolo tocca circa un terzo del totale; gli Stati Uniti poi, con percentuali oscillanti dal 27% del 1870 al 21% del 1914 (ma con investimenti più che quadruplicati - in valore reale - rispetto al livello del 1870).

    Tra il 1860 e il 1880, inoltre, è di provenienza britannica più della metà del capitale investito nelle ferrovie statunitensi.

    A fronte di tali esportazioni di capitali, che torneranno utili per i condizionamenti politici che sapranno creare, sta la decadenza relativa dell'industria britannica, bloccata dall'uso di vetusti im*pianti rinnovantisi con estrema lentezza.

    La fame di capitali dell'economia tedesca vieta invece forti investimenti all'estero per concen*trarli soprattutto sulla ricerca e sulla modernizzazione dell'industria germanica ed austro-ungarica. Nel decennio 1905-1914, a fronte di una media patologica del 53% britannico, sta per la Germania un tasso di investimento estero inferiore al 6%.

    Per una panoramica complessiva cfr.: FEIS H., Finanza internazionale e stato. Europa ban*chiere del mondo - 1870-1914, Etas libri, 1977.

    (3) Benché singoli ebrei siano presenti in America già dalla metà del Seicento e costituisca*no parte attiva dei circoli rivoluzionari e massonici al tempo della Rivoluzione Americana, primi consistenti gruppi ebraici giungono nel Nuovo Continente, dalla Germania e dall'Inghilterra, sol*tanto agli inizi dell'Ottocento e si stanziano soprattutto nella regione di Cincinnati, Ohio.

    Nel 1839 viene fondato un Board of Delegates of American Israelites, potente centrale di propaganda e di azione politica, che sarà seguita nel 1898 dalla Federation of American Zionists e nel 1906 dall'American Jewish Committee.

    Col 1880 ha inizio una calata in massa dalla Russia di ebrei che, quasi per reazione alla sottomissione e alle persecuzioni subite, portano non solo l'usuale spirito commerciale e speculativo unito al tradizionale vittimismo, ma soprattutto un'accentuata ed orgogliosa volontà di lotta politi*ca.

    Disertando le campagne, si addensano nelle grandi città affaristiche della costa atlantica: New York (presenti in 60.000 nel 1880, passano a 1.500.000 nel 1914), Filadelfia, Baltimora, Boston, incontrando un'atmosfera spirituale e ideologica loro affine, col rigorismo biblico-calvinista e la convinzione puritana di rappresentare il «popolo eletto» propria dei discendenti dei Padri Pelle*grini e delle prime sette battiste.

    Dal 1885 al 1910 vengono fondati un centinaio di giornali in lingua yiddish, mentre aumenta la loro influenza nella stampa e nelle attività teatrali e cinematografiche, nel commercio e nella finan*zia, nelle banche e nella grande industria.

    Lo spirito che li anima è ben compendiato da quanto lo scrittore Abraham Cahan, direttore dell'«Jewish Daily Forward», mette in bocca al protagonista di un suo racconto: «È un paese dove si fanno affari, mica come in Europa, eh no, signore e signori! L'Europa non è all'altezza dell'America, quanto a proprietà immobiliare, a concorrenza e a pinnacolo. E poco che sono in questa attività, ma ho già fatto a pezzi tutti i miei concorrenti», cfr. HOWE I., La terra promessa. Ebrei a New York, Edizioni di Comunità, 1984, p. 168.

    Nel 1818 gli ebrei negli USA sono 3.000; 50.000 nel 1848; 230.000 nel 1880; 940.000 nel 1897; oltre due milioni nel 1910; tre milioni nel 1914.

    (4) Termine americano col significato di «crogiolo», sentina in cui vengono (o dovrebbero venire) a fondersi - secondo l'aspirazione universalistica dello gnosticismo cristiano laicizzato nel progetto razionalistico di ascendenza illuministicolmassonica - etnie e ideologie dissolvendo ogni loro specificità culturale e razziale per far nascere l'american dream e l'american way of life.

    Per la genesi storica della Nuova Società e del nuovo tipo umano americano rimandiamo a: MILLER J.C., Origini della Rivoluzione Americana, due volumi, Mondadori, 1965; HOFSTADTER R., L'America coloniale, Mondadori, 1983; HANDLIN O. e L., Gli americani nell'età della rivoluzione 1770-1787, Il Mulino, 1984, specie alle pp. 169-188 e 237-252; oltre che al classico TOCQUEVILLE A., La democrazia in America, Rizzoli, 1982. Sintetiche considerazioni globali imprescindibili in BONATESTA A., La nascita degli Stati Uniti d'America, in «L'Uomo libero» n. 12, 1982 e soprattutto nello splendido saggio: GOZZOLI S., L'incolmabile fossato, in « L'Uomo libero » n. 19, 1984.

    (5) Per il concetto di « Sistema » e di « Occidente » ai nostri giorni, cfr. DE BENOIST A. - LOCCHI G., Il male americano, Akropolis, 1978; FAYE G., Il sistema per uccidere i popoli, Edizioni dell'Uomo libero, 1983; FAYE G., Contro l'idea di Occidente, in «Elementi», n. 1, 1982.

    II termine yankee, originariamente indicante i discendenti della seicentesca migrazione purita*na nelle colonie del New England (New Hampshire, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut) passò poi ad indicare il tipo umano di tutti gli stati nordorientali dell'Unione (i nominati, più New York, New Jersey, Pennsylvania, parte del Delaware e del Maryland) e, più in generale, la popola*zione nordista nella Guerra Civile americana.

    (6) Cfr. le profonde osservazioni dell'ottimo LURAGHI R., Storia della guerra civile america*na, Einaudi, 1967, pp. 88-103 e 1279-1291, e le considerazioni di ordine generale alle pp. XXVII*XXXI. Inoltre l'agile e fervido VENNER D., Il bianco sole dei vinti, Akropolis, 1980.

    (7) Vigorosa personalità, per più versi contraddittoria, Carlyle (1795-1881) storico e lettera*to di stampo «plutarchiano», intese farsi il difensore dei valori dello spirito e di una aristocratica concezione della vita come creazione individuale, di contro agli ideali democratici della nuova so*cietà industriale, pur riallacciandosi alla tradizione di pensiero più incisiva dell'Inghilterra moderna, e cioè il puritanesimo. Ricordiamo di lui le sprezzanti definizioni date della Camera dei Comuni come di «una bottega di chiacchiere, inabile a governare»; della democrazia, come di «una assurdità in una comunità sociale in cui gli sciocchi costituiscono la maggioranza»; e della pietà evangelica come di «una misera creatura che si riveste di vecchi panni ebraici smessi perché da tempo logori». Quanto alle concezioni evoluzionistiche darwiniane e spenceriane «solo dalle au*tentiche scimmie - diceva - possono permettere ad una tale idea di penetrare nel loro cervello».

    (8) Cfr. BARIÉ O., Idee e dottrine imperialistiche nell'Inghilterra vittoriana, Laterza, 1953, pp. 90, 284, 244, 301.

    (9) Cfr. BARIÉ O., op. cit., pp. 268.

    (10) Rileva al proposito ALBRECHT-CARRIÉ R., Storia diplomatica d'Europa 1815-1968, La*terza, 1978, p. 171: «Del resto l'opinione pubblica poteva essere facilmente stimolata a esprimersi con forza su un determinato problema se le si presentava in modo semplicistico il problema stesso in colore bianco e nero, giusto e ingiusto, della giustizia verso il suo contrario, di un'aggressione che un paese straniero minacciava di compiere contro la patria. A questo punto la stampa assume*va considerevole importanza. Questa stampa godeva di una larga misura di libertà, ma molta parte di essa era controllata da una serie di interessi costituiti; i governi esercitavano spesso su di essa considerevole influenza, mentre una parte era semplicemente venale. L'argomento della necessità interna, genuino o artefatto, divenne uno strumento nell'arsenale della diplomazia».

    Già nel 1876, ad esempio, l'opuscolo del liberale Gladstone Bulgarian Horrors aveva mobili*tato gli inglesi contro le «atrocità» compiute dall'«inqualificabile» turco, indegno di rimanere in Europa, presentando al contrario le truppe russe e la politica zarista verso gli Stretti in luce netta*mente favorevole, mettendosi così in netta contrapposizione con la politica ufficiale inglese dell'e*poca, condotta da Disraeli e Salisbury.

    (11) Cfr. GöHRING M., Da Bismarck a Hitler, Cappelli, 1964, p. 58.

    (12) Ci sembra a questo punto opportuno riportare le considerazioni di Bismarck a proposi*to di uno dei tratti meno amabili della psiche germanica: «È sempre stato un errore dei tedeschi di volere tutto o niente e d'irrigidirsi unilateralmente in un determinato metodo», in GöHRING M., op. cit., p. 65.

    (13) Similare «evoluzione» si verifica anche oltre oceano, e capifila del nuovo giornalismo «d'assalto» sono Joseph Pulitzer e i periodici del gruppo Hearst: «Tra il 1880 e il 1890 negli Stati Uniti fece apparizione quella che fu definita "stampa gialla" [dal colore della carta della massima parte dei giornali n.d.A.], caratterizzata da titoli di scatola, molte fotografie, ostentata crociata per le cause cosiddette popolari, racconti fantascientifici e supplemento domenicale con storielle a fumetti. Questo tipo di pubblicazioni contribuì ad aizzare il popolo americano contro la Spagna ed ebbe una precisa responsabilità nello scoppio della guerra per Cuba», cfr. SILVESTRI M., La decadenza dell'Europa occidentale, vol. I, Einaudi, 1977, p. 240.

    (14) Cfr. BALFOUR M., op. cit., p. 332

    (15) Cfr. AA.VV., Storia d'Italia e d'Europa, vol. 7°, Tomo I°, Jaca Book, 1983, p. 27.

    (16) Cfr. BALFOUR M., op. cit., pp. 349-350. Già nel 1871 furono diffusi, in conseguenza della vittoria tedesca sulla Francia, numerosi opuscoli contenenti racconti immaginari, in prosa e in versi, che miravano ad attirare l'attenzione sulla possibilità di un'invasione dell'Inghilterra da parte del Reich. Il più noto, La battaglia di Dorking del colonnello Chesney, fu poi ristampata all'inizio della prima guerra mondiale. Nel solo 1871 si possono contare una ventina di pubblicazioni similari, a testimonianza, ripetiamo, dell'enorme impatto, sulla pubblica opinione britannica, della sconfitta della Francia e della fondazione del nuovo Impero germanico. Cfr. BARIE’ ., op. cit., pp. 117-119. A tale proposito rileverà Guglielmo II, in una lettera a lord Tweedmouth, primo lord dell'Ammira*gliato nel 1908: «Le vostre continue allusioni al "pericolo tedesco" sono assolutamente indegne della grande nazione britannica, con il suo impero mondiale e la sua flotta almeno cinque volte superiore numericamente a quella tedesca. C'è qualcosa di comico in tutto ciò ... Altri paesi po*trebbero facilmente concludere che la Germania è eccezionalmente forte, dal momento che sembra poter terrorizzare la Gran Bretagna che le è cinque volte superiore». Cfr. BALFOUR M., op. cit., p. 368.

    (17) Nello stesso tempo la Francia, per sopperire allo scarso gettito della leva militare, con*seguenza del ristagno demografico nazionale, porta la ferma di terra da due a tre anni.

    (18) Ancora nel 1896 la Marina inglese può contare su 33 navi da battaglia contro 6 della Germania, e su 130 incrociatori contro 4.

    Alla vigilia della grande guerra, nel 1914, i bilanci delle otto maggiori marine, arrotondati e portati in valuta italiana, raggiungono questa consistenza (in milioni di lire): Inghilterra 1.300, Stati Uniti 722, Russia 690, Francia 634, Germania 580, Giappone 250, Italia 228, Austria-Ungheria 196. Limitando i confronti alle marine europee, e per blocchi di alleanza, abbiamo: Intesa 2.624, Tripli*ce Alleanza 1.004 (ma Imperi Centrali solo 776). Cfr. AA.VV., Storia della marina, vol. III, Fabbri, 1978, pp. 449-464.

    Riportiamo poi alcuni dati sulla consistenza delle varie flotte al momento dell'entrata in guer*ra delle diverse nazioni, da cui si può scorgere come l'Inghilterra, già in notevole vantaggio nel 1906, abbia ulteriormente accresciuto il divario con la Germania negli otto anni seguenti (fonte: SILVESTRI M., op. cit., p. 182):

    NAVI DA BATTAGLIA PRIMA DEL 1906NAVI DA BATTAGLIA O INCROCIATO-

    RI COSTRUITI DOPO IL 1906INCROCIATORISOMMERGIBILITONNELLAGGI TOTALIInghilterra402899783.160.000Germania22184128 1.670.000Stati Uniti1917301011.660.000Giappone1591820940.000Franc ia1072854860.000Russia1061634750.000Italia45202051 0.000Austria-Ungheria851218500.000

    (19) Il 1890 è anche l'anno della pubblicazione negli USA del volume di Alfred Thayer Mahan «The influence of sea power on history», che raccoglie le conferenze da lui tenute nel 1887 quale direttore della Scuola Navale di Guerra statunitense. Il concetto fondamentale dell'opera, che «il controllo dei mari era un fattore storico che non era mai stato sistematicamente apprezzato ed espresso», e che si era invece rivelato in tutta la storia come indispensabile per la vita e l'indipen*denza degli Stati, colpisce come una bomba gli ambienti navali e di governo di tutte le potenze europee.

    Ricevuto in Inghilterra nel 1893 con onori senza precedenti, lo studioso americano viene poi accolto in Germania da Guglielmo II, al quale ha modo di illustrare direttamente le sue teorie. Da allora ogni nave della Marina tedesca avrà in dotazione una copia del libro di Mahan, mentre le copie personali dell'imperatore saranno ampiamente sottolineate e fitte di note marginali.

    Anche in Giappone l'opera verrà adottata come libro di testo nelle scuole navali e militari, e tutti i libri successivi di Mahan verranno tradotti in giapponese.

    (20) Cfr. BARIÉ O., op. cit., pp. 164 e 267. [«di rosso», poichè con tale colore nazionale venivano segnati i territori britannici sulle carte geografiche].

    (21) Dalla vittoria nella guerra cino-giapponese del 1894-95, il Giappone ottiene Formosa e le isole Pescadores. La richiesta di Port Arthur e del suo retroterra viene resa nulla dall'opposizio*ne della Russia, affiancata dalla Germania e dalle altre potenze europee, Inghilterra esclusa. Mentre la Germania si fa parte attiva inviando l'intera squadra incrociatori dell'Estremo Oriente nelle acque del Mar Giallo e si prepara a sostenere la Russia anche con la forza, se necessario, al fine di evitare un protettorato nipponico sulla Cina del nord, l'Inghilterra inizia quell'avvicinamento al Giappone in funzione anti-russa che sfocerà nell'alleanza anglo-giapponese del 1902.

    (22) GöRING M., op. cit., p. 81.

    (23) Cfr. STEINBERG J., Il deterrente di ieri. Tirpitz e la nascita della flotta da battaglia tedesca, Sansoni, 1968, p. 146. Sulla politica di Tirpitz, cfr. pure RITTER G., op. cit., pp. 515-588. Per la sua personalità cfr. i giudizi espressi alle pp. 517-518: «Non fu un cortigiano né un adulato re, ma un uomo impegnato e profondamente compreso di zelo professionale, un funzionario della vecchia tradizione prussiana, che sempre si sforzò di convincere con argomenti oggettivi [...] Inol*tre, non condivise assolutamente le ambizioni di conquista dei suoi seguaci pangermanisti e si oppose con tanta fermezza alle eccessive richieste della Lega Navale, che nel 1905 fu giudicato in seno ad essa addirittura un "centrista", tanto che ruppe ogni legame tra il Ministero della Marina e la Lega stessa [...] Non ebbe mai di mira una guerra preventiva né un attacco alla flotta inglese: la nostra marina da guerra non avrebbe dovuto provocare una guerra ma al contrario - così Tirpitz sperò e dichiarò sempre - era suo compito impedire qualsiasi attacco inglese con la sua sola presen*za e imponenza».

    (24) SILVESTRI M., op. cit., p. 168.

    (25) ALBRECHT-CARRIÉ R., op. cit., p. 244 e 246.

    (26) Cfr. le osservazioni in BARIÉ O., op. cit., p. 136-138 e 195-198 e in SILVESTRI M., op. cit., p. 174-178.

    (27) BALFOUR M., op. cit., p. 277. In realtà fuori d'Europa l'Inghilterra mantiene in quegli anni una netta posizione di predominio. Nei principali mercati del Regno Unito le sue esportazioni sono dieci volte superiori a quelle della Germania e persino in Sud America sono, nel 1912, ancora più del doppio.

    Le esportazioni britanniche di manufatti quasi raddoppiano nel periodo tra il 1901-1905 e il 1914, e ciò serve a equilibrare il fatto che le esportazioni tedesche sono più che raddoppiate nello stesso periodo.

    (28) Giunto al trono a sessant'anni di età, alla morte della madre, la regina Vittoria, Edoar*do VII ha plasmato il suo stile di vita nei luoghi di soggiorno della Riviera francese e a Parigi. Tipico rappresentante della Belle Epoque, gaudente e buontempone, ama la Francia, ne assapora il fascino ed è di casa nei circoli della sua più esclusiva società. Istintivamente nemico della precipita*zione, dell'irruenza, della mancanza di savoir faire tedesca, considererà sempre quale sua personale missione l'adoperarsi per la riconciliazione tra Francia e Inghilterra, senza risparmiare al contrario di esprimere pubblicamente pesanti disapprovazioni e pungenti giudizi sulla Germania e sul suo imperatore.

    (29) Si rovescia così completamente la pluridecennale politica dell'Inghilterra, tesa ad impe*dire l'arrivo della potenza russa ai mari caldi ed aperti e in special modo agli Stretti, chiave di volta di tutta la politica del Mediterraneo orientale e del Vicino Oriente (cfr. pure CATALUCCIO F., La questione degli Stretti, I.S.P.I., 1936). Ricordiamo i principali «altolà» inglesi imposti: 1) con la guerra di Crimea e col Congresso di Parigi (1855-56), in cui la Russia perde l'accesso al Danubio, la Turchia viene riconosciuta formalmente come membro di diritto della politica europea e posta sotto il protettorato comune anglo-franco-austriaco, e soprattutto viene smilitarizzato il Mar Nero (divie*to di mantenere naviglio pesante da guerra e di mantenere o costruire sulla costa arsenali militari); 2) con l'invio della flotta britannica a protezione degli Stretti nel 1877 e nel 1878, a tutela di Costan*tinopoli minacciata dalle forze russe. E in questa occasione che il deputato radicale Cowen dichiara che Pietroburgo è la sede di «pascià cristiani» altrettanto corrotti e crudeli di quelli musulmani di Costantinopoli, e biasima Gladstone perché «con la sua agitazione» paralizza l'azione del governo di fronte ad un pericolo nazionale; 3) con le decisioni del Congresso di Berlino (1878). Si canta allora «Noi non vogliamo giungere alla guerra ma, per Jingo!, se la volessimo fare abbiamo le navi / abbiamo gli uomini / abbiamo pure il denaro. Abbiamo lottato con l'Orso prima d'ora / e lotteremo / ma i russi non prenderanno Costantinopoli, / per Jingo!»; 4) con la crisi del 1885, dopo che i russi hanno sconfitto gli afghani a Pendjeh. Per l'occasione scrive Charles Dilke che, se non si fosse fermato lo zar, «gli infelici indiani avrebbero scoperto che esisteva una nazione capace di superare i tiranni orientali in corruzione, nello stesso modo in cui li supera per la forza brutale della crudeltà e dell'oppressione». Anche Kipling scriverà che: «Il russo è amabile finché si presenta per quello che è. Come orientale è affascinante, soltanto quando vuol essere considerato il più orientale dei popoli occidentali, invece del più occidentale dei popoli orientali diventa un'anomalia razziale assai difficile a trattare» cfr. BARIÉ O., op. cit., pp. 142, 143, 166, 291.

    (30) Cfr. BALFOUR M., op. cit., p. 350.

    (31) Cfr. ALBRECHT-CARRIE’ R., op. cit., p. 288.

    (32) Cfr. WHITTLE T., L'ultimo Kaiser, Mursia, 1982, p. 315.

    (33) Già nell'ottobre 1888 viene lanciato con grande successo a Parigi il primo prestito russo di 500 milioni di franchi. Ulteriori capitali si rendono poi disponibili per gli investimenti orientali in conseguenza della guerra doganale franco-italiana di quegli anni che ne arresta l'afflusso in Italia.

    L'avvicinamento più propriamente politico tra Francia e Russia, potenze fino ad allora pro*fondamente divise dall'ideologia («L'atea Marianna e la Santa Russia si trovavano ai poli opposti quanto a mentalità») inizia nel 1890 con contatti di natura militare, quale conseguenza dei contrasti con l'Inghilterra - che ostacola entrambe in Africa e in Asia - e del mancato rinnovo del Trattato di Controassicurazione stipulato tre anni prima tra Russia e Germania. La visita di una flotta francese a Pietroburgo nel luglio del 1891 costituisce un'aperta manifestazione delle mutate condizioni dei rapporti fra i due paesi. Come rileva ALBRECHT-CARRIE R., op. cit., p. 238: «Alcu*ni aspetti di questa visita meriterebbero un commento umoristico, per esempio quello dello zar fermo sull'attenti mentre veniva suonato l'inno rivoluzionario della Repubblica atea - la proibi*zione di suonarlo in Russia venne temporaneamente sospesa -; tuttavia ciò diede all'atto un signi*ficato ancora maggiore».

    Nel 1894 l'alleanza tra i due Paesi, formalizzata in una Duplice Intesa, permette un rapido sviluppo dell'industria e delle ferrovie russe con capitale francese, e l'inizio della politica di espan*sione in Estremo oriente, che porterà l'impero zarista a scontrarsi col Giappone dieci anni dopo.

    Per le caratteristiche degli investimenti francesi all'estero, cfr. FEIS M., op. cit., pp. 48-53 e 128-131; e, per il caso particolare della Russia, pp. 169-187 e NOLDE B., L'alleanza franco-russa, I.S.P.I., 1940, pp. 520-531 e 621-623.

    (34) Alla fine del 1913, in tempo di. relativa calma e in ogni caso di non mobilitazione, l'esercito russo è il più numeroso del continente, potendo schierare 1.440.000 uomini (a fronte dei 530.000 della Germania, dei 420.000 dell'Austria-Ungheria, dei 650.000 della Francia), che saliranno a oltre quattro milioni e mezzo con la mobilitazione generale dell'agosto 1914. Cfr. AROIOLAS T., La prima guerra mondiale, Ciarrapico, 1984, p. 55.

    (35) L'accordo anglo-nipponico fu stipulato sulla base del comune interesse di contenere la Russia in Asia Orientale e nelle Indie e di essere vicendevolmente garantiti, anche se non appoggia*ti nel caso di un conflitto, contro terze potenze, nel caso specifico la Francia, stretta alleata russa. Cfr. DUCE A., op. cit., pp. 41-42.

    (36) Ancora nel 1912, nonostante l'abbandono della «Teoria del rischio», dichiarato da Tirpitz al fine di conseguire un più favorevole rapporto di forze con l'Inghilterra, tale concetto strategico informa, per quanto modificato, le decisioni dei massimi responsabili della politica navale, allo scopo di un ultimo tentativo - sfruttando la minaccia di una più intensa competizione - per costringere il Regno Unito a mutare la sua politica estera.

    Non del tutto esattamente (per quanto concerne il giudizio sulla strategia britannica che sarà pienamente chiara solo a posteriori) rileva al proposito l'ammiraglio von Capelle: «Nessuna delle due nazioni desidera la guerra. Noi non la desideriamo perché siamo militarmente i più deboli. L'Inghilterra non la desidera perché il rischio militare e politico è già troppo grande e la ragione per combattere non è comprensibile all'uomo della strada. La proporzione di due a uno, sulla quale insiste l'Inghilterra, la mette in una situazione peggiore della nostra per mantenere il passo nella competizione navale [...] Se la guerra e la competizione navale sono escluse, l'unica alternativa che rimane aperta all'Inghilterra è l'accordo. Non è a noi che viene forzata la mano, ma all'Inghilterra .. Noi abbiamo soltanto da aspettare pazientemente fin quando sarà approvata la nostra ultima legge navale. Nel corso dei prossimi anni l'Inghilterra dovrà certamente mettersi dalla nostra parte e contro la Francia, perché ciò è chiaramente nei suoi interessi. Un'alleanza con la Germania le restituirebbe di colpo la sua posizione di potenza mondiale e la completa sicurezza per mare e per terra [...] Se tale politica viene coronata da un'alleanza con l'Inghilterra che ci assicuri completa uguaglianza di diritti politici e militari, essa avrà conseguito il suo primo grande successo». Cfr. BALFOUR M., op. cit., pp. 419-420.

    La terminologia «pericolo giallo» [das gelbe Gefahr] fu coniata a fine Ottocento da Gugliel*mo II, al quale si deve anche l'infelice monito di emulare «gli Unni» nel loro comportamento bellico indirizzato alle truppe tedesche alla fine del luglio 1900 al momento della loro partenza da Brema per la Cina, ove era stato assassinato l'ambasciatore germanico Ketteler nel corso della rivolta dei Boxer (monito e paragone che, come è noto, verranno ricordati ad abundantiam nel 1914 dalle potenze dell'Intesa).

    (37) Così come nel 1807 l'Inghilterra di Pitt distrusse la flotta danese, neutrale, nel porto di Copenhagen, al solo sospetto di un'alleanza della Danimarca con l'Impero napoleonico. Così come farà nel luglio 1940 l'Inghilterra di Churchill nei confronti delle forze navali della Francia, ex alleata uscita dalla guerra il 25 giugno, bombardate a Mers-el-Kebir (Grano), Casablanca e Dakar.

    (38) L'espressione «Più Grande Britannia» è quella del titolo del libro «Greater Britain», di Charles W. Dilke, edito a Londra nel 1868, opera fondamentale ed imprescindibile per focalizzare con estrema esattezza l'atteggiamentoi inglese nei confronti dell'Europa da un lato e degli Stati Uniti dall'altro. Cfr. BARIE’ O., op. cit., pp. 156-202.

    Ovviamente la «vera» e «decisiva» motivazione dell'entrata in guerra dell'Inghilterra (le cui sacrosante ragioni saranno riconfermate dalle «mani mozzate» ai bambini belgi da parte degli unni germanici) sarà costituita nel 1914 dalla violazione del piccolo Belgio «neutrale».

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    Accanto al fondamentale contrasto angio-tedesco, a caratterizzare gli ultimi decenni prebellici è il crescente antagonismo tra la Duplice Monarchia e le popolazioni slave dei Balcani, appoggiate nelle loro rivendicazioni dall'Impero russo. Più ancora, è la consapevolezza del pericolo slavo da parte dell'Europa, soprattutto di quella di Mezzo direttamente interessata in quanto a contatto territoriale, che suscita un antagonismo nuovo e decisivo, una lotta senza quartiere tra il popolo tedesco e le comunità slave per il controllo delle regioni centro-orientali del continente e dei bacini della Vistola e del Danubio. Ancora più ampiamente, è la lotta, avvertita soprattutto dalle genti germaniche, per opporsi al declino spirituale e biologico del continente e per indirizzare il destino dell'Europa tutta e della storia mondiale.

    Decisivi per l'interpretazione dell'incontro/scontro tra Russia ed Europa, sono stati il terzo e soprattutto il quarto decennio dell'Ottocento, poiché è proprio in questo periodo che sia l'intellighentzia russa che molti studiosi ed intellettuali delle altre nazioni europee hanno posto le basi per il confronto delle rispettive filosofie della storia e delle rispettive concezioni del mondo e dell'uomo.

    Il contrasto tra il mondo slavo e l'Europa, ancora considerata in blocco come unitaria civiltà «occidentale», viene sviluppato da numerosi pensatori, storici, filosofi, giuristi, tra i quali l'inglese Urquhart, i francesi Tocqueville, Custine e Victor Hugo, i tedeschi Heinrich Heine, List, Haxthausen, Fallmerayer, Vollgraf, von Lasaulx, Buddeus (1).

    Già da questo breve ed incompleto elenco si può intuire come il problema del confronto spirituale con la Russia e della presa di coscienza del suo contrasto storico con l'Europa, venga a concentrarsi sempre più sugli intellettuali tedeschi e ad investire di conseguenza in primo luogo il destino e la politica delle genti germaniche. Tra i primi che vedono però chiaramente, oltre all'opposizione anzidetta, anche la divaricazione progressiva, ideale e storico-politica dell'Europa di Mezzo dalle nazioni atlantiche, è nel 1852 Gustav Diezel, col suo scritto «La Germania e la civiltà occidentale», che, oltre ad una acuta analisi delle caratteristiche spirituali russo-slave (2) dà alla Russia una risposta non più in nome dell'intero «Occidente» ma della nazione tedesca, riconosciuta dotata di peculiarità sue proprie distinte da quelle degli altri popoli europei, segnatamente da inglesi e francesi.

    La contrapposizione tra Germanesimo e Russia viene compiuta in nome del principio «dell'individualità» contro il principio «dell'assorbimento dell'individuo», tipico delle società slave di ogni tempo e di ogni latitudine. Da quest'ultimo principio, secondo Diezel, si è svolta e si svolgerà quella tremenda consequenzialità che corre attraverso tutta la storia russa, e cioè la via senza scampo che conduce, dal comunismo democratico delle origini, all'illimitato dispotismo della «universale palude statale. La Russia finirà con il comunismo, così come ha avuto inizio con esso [...] E il principio assoluto dello stato che qui, dopo avere preso le mosse da un'organizzazione comunistica elementare, conduce, con implacabile necessità, al dispotismo comunistico [...] Il futuro dello stato russo, qualsiasi cosa avverrà, è sotto la minaccia di rivoluzioni, che saranno tanto più tremende quanto più basso è il livello del popolo, e quanto più il carattere fondamentalmente comunistico del popolo ne dovrà essere portato alla superficie» (3).

    Mentre da allora con sempre maggiore consapevolezza viene valutata la differenziazione etica ed ideologica dell'Europa di Mezzo dalle democrazie atlantiche, molti avvertono poi anche la gravità della degenerazione morale dell'Occidente.

    L'Inghilterra ad esempio, pur ancora in grado di misurarsi con la Russia, non possiede e non possiederà per il futuro né la volontà né la forza per contrastare il pericolo slavo: «ora che la grande borghesia ha ammesso, allargando il suffragio, la sua decadenza e la sua confusione mentale, e che di fronte alla piccola borghesia, ed esitante come lei, sta in questo momento l'aristocrazia, la Russia e l'America settentrionale stanno già diventando le due potenze mondiali» (4).

    Tra coloro che sentono l'immane minaccia dell'espansionismo slavo e prevedono la necessità storica di un futuro conflitto, è ancora Nietzsche ad avere la visione più lucida. Di fronte ad un Occidente infrollito e decadente nonostante gli sbalorditivi progressi scientifici e tecnologici, si erge sempre più ostile la Russia, «l'unica potenza che abbia oggi in sé una durata, l'unica che possa aspettare, che possa ancora promettere qualche cosa - la Russia, l'idea antitetica alla miserabile politica degli staterelli e alla nervosità europea», l'unica potenza conquistatrice in grande stile, che con la sua minaccia potrebbe costringere l'Europa ad unificarsi (5).

    L'atteggiamento nietzschiano verso la Russia, come l'atteggiamento di Guglielmo II e degli uomini di governo tedeschi, è però indubbiamente più complesso di una semplice contrapposizione aprioristica.

    Lo stesso riconoscimento della superiore, formale vitalità russa — prescindendo dai differenti obbiettivi e dai valori di fondo — costituisce talora per il filosofo un'importante forma di difesa contro l'anglo-americanismo e il democratismo occidentale in genere, che egli reputa il più profondo pericolo per la visione del mondo ed il tipo umano da lui proposto, alla minaccia slava in se stessa potendo l'Europa tutto sommato opporre valida resistenza fino a riuscire vittoriosa ed egemone. Può perciò venire perfino invocata, senza contraddizione apparente, un'intesa sincera con lo spirito slavo: «abbiamo bisogno di un'assoluta alleanza con la Russia, e con un nuovo programma comune, che impedisca in Russia l'avvento di schemi inglesi. Non un avvenire americano!» (6).

    Ma su quale base potrà avvenire questa intesa? Su quale base la visione nietzschiana potrà saldarsi all'azione storica degli uomini di governo tedeschi?

    Indubbiamente si riconosce che un'intesa col mondo slavo può essere trovata, perfino un'alleanza si potrà stipulare, ma unicamente alla condizione imprescindibile che tale mondo resti al suo posto, subordinato ai più elevati valori dell'Europa, alla condizione cioè, diciamo noi, che i popoli slavi contraddicano la loro essenza più intima, che lottino addirittura contro la loro psiche più profonda adattandosi a quella posizione di secondo piano che nessuno dei suoi intellettuali, slavofili o meno, è disposto ad accettare per far posto a quei valori «spregevoli» da loro globalmente chiamati «occidentali».

    Così anche Guglielmo Il può illudersi di indirizzare ad oriente la politica zarista distogliendola dalle cose balcaniche: «I russi continueranno a dilettarsi con le loro fantasie (cioè la missione storica nei Balcani) finché un giorno i mongoli marceranno sugli Urali. E allora, troppo tardi, si renderanno conto qual era veramente la missione storica della Russia: proteggere soprattutto l'Europa dal Pericolo Giallo». Così persuaso, Guglielmo può scrivere al cugino Nicola che «il grande compito futuro della Russia è di dedicarsi al continente asiatico e di difendere l'Europa dalle invasioni della grande razza gialla. in questo mi troverai sempre al tuo fianco» (7).

    Ma la Russia, erede dell'ortodossia bizantina, misticamente convinta di incarnare la Terza Roma, persuasa da secoli di essere portatrice di una superiore missione storica, cristiana e slava, non abbandonerà mai le mire sull'Europa centrobalcanica, spazio oltretutto ben altrimenti appetibile delle steppe mongoliche.

    Nei primi anni del nuovo secolo, quale conseguenza della battuta di arresto in Estremo Oriente e della stasi di iniziative zariste verso la Persia e l'India britannica, l'Impero russo recupera in pieno, quale strategia di fondo, una politica di espansione ad occidente fomentando disordini e lotte intestine, sollevando ribellioni fra le genti slave suddite dell'Impero ottomano e dell'Austria-Ungheria.

    Cadono allora tutte le illusioni, la Russia riassume quel volto asiatico ed asiomorfo che molti hanno voluto considerare inessenziale. Già nel 1901 in un colloquio con Lansdowne, ministro degli esteri inglese, Guglielmo II, conscio delle nuove realtà emergenti e del peso crescente degli USA sulla politica internazionale, si è dilungato irritato a muovere appunti alla Russia, nell'illusione di una solidarietà europea anglo-germanica: «Non mi si parli di continente europeo! La Russia è veramente asiatica. Lo zar è capace soltanto di vivere in campagna a coltivare rape. L'unico modo per trattare con lui è di lasciare la stanza per ultimo. I francesi sono veramente stufi della Russia e dello zar. Ai granduchi russi naturalmente piace Parigi e tenersi un paio di ragazze sulle ginocchia, ma non c'è reciproca simpatia fra i due paesi. La Russia è carica di debiti, ma otterrà tutto il denaro che vuole da Wall Street finché l'America l'appoggerà nel suo odio per la Germania, mentre la Russia è ansiosa di dirigere le iniziative americane verso la valle dello Yang- Tze» (8).

    Negli anni seguenti il mondo slavo diviene, se non il nemico ideologico primo, certo la minaccia più urgente, minaccia che viene portata non solo alla Germania ma anche all'Europa: «Prima o poi deve venire una guerra europea, in cui in ultima analisi si tratterà della lotta tra Germanesimo e Slavismo. Prepararsi ad essa è un dovere di tutti gli stati che sono portatori della civiltà spirituale germanica [...] Chi vede approssimarsi questa lotta deve essere consapevole che per condurla è necessaria la fusione di tutte le forze, l'utilizzazione di ogni possibilità, ma soprattutto la piena comprensione dei popoli per lo sviluppo della storia mondiale» e «Il secondo capitolo della trasmigrazione dei popoli è chiuso. Capitolo terzo: viene la lotta per la loro esistenza dei germani contro i russo-galli. Nessuna conferenza potrà attenuare questa realtà, poiché non si tratta di un grosso problema politico, ma di una questione razziale... Si tratta dell'essere o non essere della razza germanica in Europa» (9).

    La politica bismarckiana della «piccola Germania», e cioè una politica tedesca impostata in senso prussiano e settentrionale, che poteva avere valore e senso nel 1870 (10), non può più essere sostenuta a fine secolo, né tanto meno nel Novecento, quando la Prussia degli junker è stata ormai sostituita dal Reich della nazione tedesca. Sul Reich guglielmino grava ora tutto il peso, tutta la responsabilità storica del destino delle genti germaniche sparse dal Baltico estremo alle Alpi transilvaniche. L'alternativa è chiara e netta: deve la Germania abbandonare la tutela delle genti di stirpe tedesca, oppure deve difendere e proseguire quell'avanzata nell'Europa orientale e sudorientale, disordinatamente compiuta per secoli?

    Come rileva il Taylor: «Bismarck aveva rinunciato a questa avanzata, nell'interesse dei proprietari terrieri prussiani, o piuttosto aveva tentato di arrestarla; ma aveva tentato di arrestare la forza più profonda esistente nella vita organizzata tedesca [...] La Germania doveva o gettare a mare l'Austria-Ungheria e ritirarsi, abbandonare cioè l'Europa sud-orientale e la Boemia agli slavi, tollerare il rovesciamento della supremazia magiara nella Grande Ungheria e accontentarsi di un Reich che avrebbe avuto Vienna per frontiera, oppure doveva sostenere l'Austria-Ungheria e andare avanti e riaffermare il carattere tedesco della Boemia, secondare il predominio magiaro in Ungheria e portare la potenza tedesca, attraverso i Balcani, fino alle porte di Costantinopoli, e oltre [...] La monarchia asburgica, stava cadendo a pezzi: la Germania doveva consentire che la sua eredità passasse nelle mani degli slavi, oppure doveva reclamare l'eredità degli Asburgo, così come si era già identificata con l'eredità degli Hohenzollern? Nessun governo tedesco di qualsiasi tendenza o capacità politica avrebbe potuto liberamente abbandonare tutta l'Europa orientale, dalla Boemia ai Balcani: il massimo che avrebbe potuto fare era. così come aveva fatto Bismarck, di rinviare una decisione tentando di mantenere in vita la monarchia asburgica. Gli Asburgo erano in effetti la condizione essenziale della Piccola Germania, e nell'istante stesso in cui il sistema asburgico fosse crollato, la Grande Germania diventava l'alternativa, che solo una sconfitta tedesca avrebbe potuto evitare» (11).

    Ma la nuova potenza germanica si è venuta con gli anni a mettere sempre più decisamente in rotta di collisione con l'Inghilterra, e il cerchio attorno a lei si è definitivamente saldato con l'abbandono britannico dello « splendido isolamento » e con l'avvicinamento alla Duplice Intesa: «Per odio e invidia verso la Germania, l'Inghilterra sosterrà sicuramente la Francia e la Russia. La battaglia per l'esistenza che i germani d'Europa (Austria, Germania) dovranno probabilmente combattere contro gli slavi (Russia) appoggiati dai romanici (Galli) trova gli anglosassoni al fianco degli slavi ... Ragione: invidia, paura che diventiamo troppo grandi» (12).

    La colpa dell'Inghilterra, la sua massima responsabilità nei confronti dell'Europa, è quindi di non aver capito l'importanza della posta in gioco, o meglio, e più esattamente, di essersi posta volontariamente e fattivamente ancora una volta, ancora per la volta decisiva, come il vero nemico del continente, avventandosi contro quell'Europa di Mezzo che sta cercando di fare disperata barriera contro l'Oriente.

    Ma come in realtà si può fare coerentemente carico di una colpa siffatta a una nazione che da secoli si è sempre voluta considerare estranea all'eredità comune per rivendicare orgogliosamente la sua diversità e la sua superiorità sull'intero continente?

    Ed è ancora Nietzsche che ha riconosciuto nel modo più chiaro le ragioni profonde del contrasto che divide i due campi. Al «piccolo spirito» dell'Inghilterra, all'«imitazione» vacua e leziosa della Francia, Nietzsche contrappone «lo scetticismo [tedesco] della virilità temeraria, che è strettamente affine al genio della guerra e della conquista e che fece la sua prima comparsa in Germania prendendo forma nel grande Federico. Questo scetticismo disprezza e ciononostante attira a sé; scava e prende possesso; non crede in nulla, ma non si perde in ciò; offre allo spirito una pericolosa libertà, eppure raffrena severamente il cuore […] ci saranno state buone ragioni se uomini umanitari dal sangue caldo e superficiali, si sono fatti il segno della croce proprio di fronte a questo spirito: cet esprit fataliste, ironique, mefistophélique, lo chiama, non senza un brivido, Michelet » (13).

    Ma tale spirito «ironico e fatalista» che cos'è, nella sua essenzialità, se non, mascherato sotto forme diverse, lo spirito italico e romano del realismo critico, la volontà anticristiana di fissare in faccia la realtà effettuale, per quanto spiacevole o spaventosa possa essere, senza innalzare veli a nasconderne le asprezze, la volontà di superarle con l'impegno costante, con quella rigorosa consequenzialità di pensiero e di azione riconosciuta da Hegel al massimo fra i geni italici del Rinascimento? (14).

    Già il fine che Machiavelli si è prefisso, di innalzare l'Italia a Stato e di recuperare alle sue stirpi le virtù romane, è stato nei secoli frainteso dalla cecità ottusa degli spiriti pii, che hanno visto nella sua opera «nient'altro che una fondazione di tirannia, uno specchio dorato presentato ad un ambizioso oppressore. Ma se anche si riconosce quel fine, i mezzi — si dice — sono ripugnanti: e qui la morale ha tutto l'agio di mettere in mostra le sue trivialità, che il fine non giustifica i mezzi, ecc. Ma qui non ha senso discutere sulla scelta dei mezzi, le membra cancrenose non possono essere curate con l'acqua di lavanda [...] Una vita prossima alla putrefazione può essere riorganizzata solo con la più dura energia» (15).

    Ma per Machiavelli il male, la tirannia e la crudeltà, non sono l'immutabile, «originale» caratteristica dell'animo umano, né può esistere una «civitas Dei» contrapposta ad una umana «civitas diaboli»; Machiavelli non è un Paolo, un Agostino, o un Lutero, secolarizzato. Il «male è solo una delle possibili conseguenze della situazione dell'uomo nella storia, e perciò solo uno dei mezzi che, nella lotta incessante alla quale è costretto contro la potenza della fortuna, egli può essere necessitato ad assumere. Non è un marchio di infamia assoluto, non costituisce l'«essenza» della politica, bensì uno dei suoi strumenti».

    Allo stesso modo la «virtù» non è per lui l'adesione «umanitaria» al dettato di una divinità avvertita altra-da-noi, bensì puramente e semplicemente l'attività umana, il presentarsi dinnanzi agli eventi sempre pronti a balzare sull'occasione, sempre pronti a intervenire, pieni di volontà a portare negli eventi il fattore e il peso della propria potenza. Concetto radicalmente anticristiano, la virtù è il contrario della bontà, senza essere per questo la malvagità; è l'attività superiore al bene come al male.

    «E il senso dell'impostazione machiavelliana non è dunque nella semplice e indiscriminata ammissione che la politica sia male e nient'altro che male, compiuta espressione demoniaca della natura umana corrotta senza rimedio dal peccato originale, ma nell'affermazione che, sul piano specifico, la distinzione del bene e del male, dell'onesto e dell'utile, deve essere intesa come un'opportunità, non come un valore assoluto: come un'opportunità, da seguire o da respingere, a seconda che « girino » i tempi e spirino i venti della fortuna» (16).

    Pioniere in regioni inesplorate, Machiavelli ha riscoperto e tracciato non solo l'autonomia della politica, ma un nuovo sentiero per la morale.

    In questa prospettiva dove l'intelligenza dell'uomo viene posta al centro di un universo dominato dalla lotta come principio naturale, è persino ovvio che Machiavelli faccia appello, per la costruzione di una società il più possibile ordi nata e civile, all'energia creativa dell'uomo faustiano, alla « virtù » romana nei suoi aspetti decisivi: la sapienza della ragione, che si organizza in legge dopo avere considerato con lucidità e freddezza il reale, quale è dato all'uomo di afferrare attraverso i suoi sensi; la forza dell'agire, che cambia il mondo nella coerenza dei suoi presupposti, rifiutando ogni Hinter-Welt [Retro-mondo] qualunque esso sia.

    «Senonché un compito così rivoluzionario non poteva non suscitare violente reazioni e lo shock prodotto dalle nuove teorie non poteva, a sua volta, non produrre controreazioni altrettanto forti e sofferte: si pensi soltanto all'immagine, così polemica dopo Pascal, del mondo “abbandonato da Dio”, dell'uomo “gettato” nella sua solitudine angosciosa e disperata. Sentimenti profondi, certamente, che spesso si tradussero però in appelli minacciosi, in nome della vecchia fede e della vecchia religione, contro l'inumanità dei nuovi principi scientifici, etici e naturalistici» (17).

    E solo a fine Ottocento si potrà misurare in tutta la sua interezza la degenerazione portata allo spirito europeo da secoli di umanitarismo cristiano, storicizzato e laicizzato nella forma di quel vago e tiepido pietismo — il nichilismo in tutte le sue forme — che costituisce la base più vera dell'ideologia democratica ed atlantica (18).

    Nonostante la battuta di arresto subita ad opera di Napoleone (19), tale ideologia è ancora alla base del pericolo mondiale di fine Ottocento, quando sembrano avere compimento le pessimistiche profezie di Heinrich Heine: «un dominio mondiale russo-greco-ortodosso che, dal Bosforo, tenderà le sue braccia sull'Europa, l'Asia, l'Africa. E il più terrificante è che in questo sogno è in agguato una possibilità che ci impietrisce col suo ghigno, come la testa di Medusa! Le parole di Napoleone a Sant'Elena, che nel prossimo futuro il mondo sarebbe diventato una repubblica americana o una monarchia universale russa sono un'assai scoraggiante profezia. Quale prospettiva! Morire, nel caso migliore, da repubblicano, e di noia monotona! Poveri i nostri nipoti!» (20).

    Quali rimedi trovare alla decadenza dei valori europei? Quali nazioni possono ancora essere in grado di risollevare e di rilanciare il destino del Vecchio Continente?

    Teatro di un tentativo, assurdamente improvviso, volto a mescolare radicalmente le classi e le razze, l'Europa «è, per questa ragione, scettica a ogni livello, alto o basso che sia» (21). Ma tale malattia della volontà non è diffusa sul continente in modo uniforme, manifestandosi soprattutto nelle democrazie atlantiche, Francia e più ancora Inghilterra.

    Il piccolo spirito inglese è in effetti il grande pericolo per la vita e per la sopravvivenza stessa dello spirito europeo, quale ha operato per millenni, in forme storiche diverse presso le diverse genti, lascito della grande nazione indoeuropea (22).

    È compito quindi delle Nazioni di Mezzo, della Germania in primo luogo, ancora dotata di forza di volere, e poi anche dell'Italia, pur ancora «troppo giovane per sapere già quel che vuole, e che deve prima dimostrare se sa volere» (23), fare barriera contro la marea slava montante e pareggiare poi i conti con gli avversari a occidente, al fine di offrire all'Europa tutta un'ultima possibilità di riscatto.

    * * *

    L'inizio del risveglio intellettuale del mondo slavo (24), con l'esaltazione orgogliosa delle sue proprie caratteristiche che vengono poste in netto contrasto con lo spirito «occidentale» dell'Europa, si può fare risalire agli anni intorno al 1830, quando negli ambienti studenteschi, e nei salotti letterari della Russia si accendono discussioni vivaci e controversie filosofiche.

    Tramontata l'influenza dell'illuminismo francese e del volterianesimo spicciolo, quelle che ora interessano sono le speculazioni dei grandi idealisti tedeschi, Hegel e Schelling in primo luogo, che vengono accolte in maniera attiva e rielaborate, sotto la forma di filosofia della storia e di critica del concetto di Stato, in un modello di pensiero congeniale al carattere slavo.

    Dalle fervide discussioni di quegli anni si enucleano presto due temi centrali: la Russia, dotata di un carattere spirituale tutto particolare, dovrà seguire una sua propria strada storica e uno sviluppo diverso da quello dell'Occidente europeo, l'evoluzione successiva a Pietro il Grande non costituendo altro che una perversione della storia e dell'anima russa; gli altri popoli slavi mantengono con i Russi un'affinità spirituale in nome di una comune eredità biologica, per cui — anche se tra opinioni contrastanti — si riconosce per tutto il mondo slavo un destino comune (25).

    L'inizio dell'occidentalizzazione della società russa si può datare infatti dai primi anni del Settecento, quando alla stretta compenetrazione tra potere religioso e potere politico — tipico di ogni struttura orientale — viene ad opporsi l'azione risoluta di Pietro il Grande.

    La definitiva, e spesso brutale, sottomissione della chiesa ortodossa allo stato, l'ipertrofia governativa, la creazione di un ceto burocratico privilegiato, il centralismo e il desiderio di mutare radicalmente usi e costumi, insieme alla propensione — spesso impudente — della nobiltà per le idee volterriane, per l'illuminismo e per la massoneria, costituiscono tutti offese all'anima e ai valori delle genti russe.

    L'immensità della terra russa, con l'assenza di confini visibili, si è riflessa sulla struttura dell'anima degli slavi orientali: la stessa assenza di limiti e di forme, la stessa vastità indifferente, la stessa spinta verso l'infinito e l'annulla mento di sé. L'«Occidente» appare al contrario angusto, tutto vi è delimitato, compiutamente e organicamente formato, ripartito secondo precise categorie di pensiero; ogni cosa è in realtà propizia per la formazione e per lo sviluppo di una civiltà elevata, lo strutturarsi del territorio al pari di quello dell'anima (26).

    La psiche russa, emblematicamente rappresentata da Gonéarov nel 1859 con la figura di Ilja Ilic Oblomov, rende invece l'idea di un individuo sostanzialmente indifferenziato dalla natura e dalla madre terra. Fondamentale, e talora apprezzabile segno di profondità di sentimento, è l'adesione al lento fluire delle stagioni e al pigro ritmo degli eventi che si stemperano e si perdono in una terra immensa e in una informe società primitiva ove sono abolite le gerarchie e le vive complessità dell'Europa (27).

    Ma tale aspetto non riesce ad assumere mai la nostalgia attiva e controllata di annullamento panico come in Hölderlin, in Eichendorff, in Hamsun o in D'Annunzio, costituendo piuttosto, per il giudizio «occidentale»/europeo, un freno potente all'acquisizione della essenza umana più vera. Il porsi «con delicatezza» davanti alla vita rigettando l'operare attivo e talora frenetico dell'amico Andrej Stolz (28) conduce spesso, o sempre, all'ozio e all'apatia, alla rassegnazione, all'inerzia e alla passività nella vita individuale e nella storia dei popoli, salvo ad esplodere di tanto in tanto in irose convulse rivolte prive di direzione e di senso, come è stato in Stenka Razin e in Emeljan Pugacev, come sarà nei populisti russi del tardo Ottocento ed in Nestor Machnò (29).

    La formazione religiosa dell'anima russa, con l'introduzione nelle popolazioni slave di quella particolare forma di cristianesimo ieratico che è l'ortodossia bizantina, unita alle vicissitudini di una tormentata storia plurisecolare ha poi generato altre salde qualità caratteriali: «il dogmatismo, l'ascetismo, la capacità di sopportare sofferenze e sacrifici in nome della propria fede, qualunque essa sia, il richiamo al trascendente, che si esprime ora nell'aspirazione all'eterno e all'aldilà, ora nell'aspirazione a un avvenire migliore in questo mondo. L'energia religiosa dell'anima russa può applicarsi infatti anche a fini che non sono già più religiosi, quali ad esempio le prospettive sociali. In virtù della tempra dogmaticoreligiO5a della loro anima i russi sono immancabilmente ortodossi o eretici, scismatici; o apocalittici o nichilisti» (30).

    Ed ecco il verbo finale e più genuino dell'anima slava: il nichilismo, la corrente più attiva e più viva dello spirito russo alla metà del secolo.

    Negativa fotografica dell'apocalittica visione russa, esso rappresenta la rivolta contro «l'ingiustizia della storia» e contro «la menzogna della civiltà», e insieme esprime l'esigenza che la storia giunga al termine del suo corso e cominci in suo luogo una vita completamente nuova, extra-Storica o sopra-storica.

    «Il nichilismo esprime l'esigenza del denudamento, dell'autospoliazione di tutti i paludamenti culturali; è l'annientamento di tutte le tradizioni storiche in nome dell'emancipazione dell'uomo naturale, al quale non dovranno più essere imposte catene di sorta. L'ascetismo intellettuale del nichilismo trova la sua espressione più completa nel materialismo, mentre ogni altra filosofia più elborata è considerata perversione » (31).

    L'opposizione tra i valori slavi e quelli chiamati «occidentali» (e che nella maggior parte dei casi si dovrebbero più propriamente chiamare europei) trova la puntualizzazione più chiara e più radicale nel 1871 con il libro di Nikolaj Danilevskij, «La Russia e l'Europa», opera che, diffusa in occidente più che in Russia, rappresenta per l'Europa l'occasione di una piena presa di coscienza dei presupposti storici del concreto pericolo rappresentato dall'espansionismo slavo. Già nel 1854, d'altra parte, perfino Alexandr Herzen, rivoluzionario socialista esiliato dallo zar, ha precorso la tesi che viene ora compiutamente sviluppata da Danilevskij. Avendo dato inizio alla guerra di Crimea, Nicola l realizza infatti «i fini nascosti della storia»: «E suonata l'ora del mondo slavo. Il taborita, l'uomo della comune agraria, raddrizza le spalle. Forse lo ha svegliato il socialismo? Dove pianterà il suo stendardo? Verso quale centro graviterà? Né Vienna, città tedesco-rococò, né Pietroburgo, città tedesco-moderna, né Varsavia, città cattolica, né Mosca, città esclusivamente russa, possono pretendere al ruolo di capitale degli Slavi uniti. Questa capitale può essere solo Costantinopoli, Roma della Chiesa orientale, centro principale del mondo slavo-greco, città circondata da una popolazione ellenico-slava. l popoli romano-germanici sono la continuazione dell'impero di Occidente, forse il mondo slavo diverrà la continuazione dell'impero d'Oriente? Non so, ma Costantinopoli ucciderà Pietroburgo» (32).

    La tesi di Danilevskij porta alle estreme conseguenze l'antitesi Russia-Europa: la Russia si sostituirà all'Europa nella storia mondiale. E non nel senso di una sintesi delle due culture, né di una nuova potenza culturale sovrana accanto ad un decaduto Occidente, ma proprio costringendo la cultura europea ad indietreggiare e ad estinguersi. Gli interessi europei devono essere considerati estranei alla Russia, tutte le conquiste dell'Europa — l'equilibrio delle forze, l'autonomia del politico, il progresso scientifico e tecnico, il rispetto delle gerarchie politiche e intellettuali, il diritto romano di proprietà (33), la libertà dell'individuo — devono essere respinte, insieme al frazionamento razionalistico dello spirito, criticato peraltro già del Romanticismo e contro il quale si sarebbe scagliato Nietzsche con ben altra profondità e legittimità di pensiero.

    Visione pre-spengleriana e quasi vichiana, il concetto di slavismo quale forza emergente decisiva deve comportare in ogni caso per Danilevskij un'ortodossia religiosa di tipo greco, solenne, mistica ed onnipervadente, e l'idealizzazione del popolo quale comunità rurale (obèina e mir), forma di organizzazione sociale giudicata ben più alta e morale di quella statuale, con la creazione finale di un nuovo tipo storico-culturale, di una nuova dimensione storica, incommensurabile ai dieci «tipi di civiltà», fino ad allora svoltasi nel corso della storia umana, ognuno dotato di suoi propri specifici principi costitutivi.

    L'obbiettivo politico presentato nell'opera è un'ampia federazione che comprenda tutti i popoli slavi (ad eccezione dei polacchi, — il «Giuda della Slavia», la Polonia «gesuitico-nobiliare» — di cui è previsto l'annientamento in quanto cattolici e troppo imbevuti di « Occidente ») da secoli dispersi e frammischiati ad altre etnie, e l'erezione a capitale di una futura Federazione Panslava di una Costantinopoli sottratta al dominio ottomano e che avrebbe assunto la nuova denominazione di «Zarigrad», la città degli zar.

    Similari e pressoché contemporanee visioni messianiche si possono riscontrare anche in Dostoevskij, che rivendica alla sofferenza russa, al fine di fondare il regno di Dio e della verità totale, il compito di rigenerare i popoli occidentali corrotti del materialismo, dal capitalismo — giudicato quanto di più anticristiano possa esservi — dall'ingiustizia e dalla menzogna del loro spirito faustiano.

    «Lo scopo di tutto il moto popolare, in ogni popolo e in ogni periodo della sua esistenza, è unicamente la ricerca di Dio, del suo Dio, del suo proprio Dio, e la fede in lui come nell'unico vero Dio è la personalità sintetica di tutto un popolo, dalla sua origine fino alla sua fine. Non è ancora mai accaduto che tutti i popoli o molti di essi avessero in comune lo stesso Dio, ma ciascuno ha sempre avuto il proprio. E un segno di decadenza dei popoli quando gli dei cominciano a essere comuni».

    Il rimedio per evitare che anche il popolo russo affoghi nel sincretismo informe dell'«Occidente» e nell'«ateismo» francese (che è però significativamente giudicato «pur sempre più sano del cattolicismo romano») non può essere che la ripulsa totale di tutto ciò che viene dall'Europa, insieme alla presa di coscienza, da parte del popolo russo — «teoforo» per eccellenza — e dei suoi governanti, della necessità salvifica della missione loro affidata da Dio:

    «Se un gran popolo non ha fede che la verità stia in lui solo (proprio in lui solo ed esclusivamente in lui), se non ha fede di essere il solo capace e chiamato a risuscitare e salvare tutti con la propria verità, si trasforma immediatamente in materiale etnografico, e non è più un gran popolo. Un popolo veramente grande non può mai accontentarsi di una parte di second'ordine nell'umanità, e nemmeno di una parte di prim'ordine, ma unicamente ed esclusivamente della prima parte. Quello che perde questa fede non è più un popolo. Ma la verità è una sola, e, di conseguenza non è che uno solo tra i popoli che può possedere il vero Dio, anche se gli altri popoli hanno i loro dèi particolari e grandi. L'unico popolo “portatore di Dio” è il popolo russo» (34).

    E così egli può scrivere con tutta tranquillità che «essere un vero russo significa tendere alla soluzione definitiva delle contraddizioni europee; dare uno sbocco all'angoscia europea nell'anima russa, che abbraccia tutta l'umanità e tutto unisce; inserirvi, circondandoli di amore fraterno, tutti i nostri fratelli, e alla fine, forse, pronunciare l'ultima parola della grande, universale armonia, dell'accordo fraterno di tutte le razze secondo la legge del Vangelo di Cristo!».

    Pur acerrimo nemico del nichilismo comunisteggiante e del socialismo populista tratteggiato ne I demoni, Dostoevskij, non vuole rinunciare neppure alla fine della sua attività intellettuale al termine «socialismo», definendo «socialismo russo» gli ideali che attribuisce al popolo russo, e cioè gli ideali di una Chiesa terrena e di un'universale fratellanza, poiché «il popolo russo è un fenomeno eccezionale nella storia di tutta l'umanità», in quanto comprende istintivamente tutto ciò che è umano e in quanto gli è estraneo qualsiasi «esclusivismo» egoista, caratteristico delle nazioni occidentali (35).

    È infine doveroso sottolineare la posizione finale della filosofia di Dostoevskij, lucidissimo critico della degenerazione occidentale, ma che non sa opporre allo sfacelo della civiltà che la visione orientale del suo cristianesimo, la quale non può costituire altro che la faccia riflessa di quell'Occidente cristianizzato e degenerato, restando in ogni caso al di qua non soltanto delle soluzioni antinichilistiche di Nietzsche e di Machiavelli, ma anche di quelle offerte da tutta la civiltà romana.

    L'essenza della dignità dell'uomo romano non si trova certo nella morbosità tutta slava di Raskolnikov, di Stavrogin, o di Alèsa e di Ivan Karamazov (come non si trova in Tolstoj — nell'attivismo massonico di Pierre Bezuchov, né nel principio della non resistenza al male di Platon Karataev, e neppure nell'ansia di «redenzione» di Nechljudov) bensì nel dominio caratteriale degli istinti e delle passioni, mezzo per conciliare nella pratica di ogni giorno il libero arbitrio di ognuno con l'ordine del mondo riconosciuto necessariamente superiore all'uomo, ma non altro dall'uomo, dotato si di leggi sue proprie ma che lo studio della natura e dell'uomo rivela, non certo un dio lontano e inaccessibile.

    L'uomo romano non esiste se non nella misura delle sue responsabilità con la sua gente e col mondo, vale a dire nella misura del coraggio con cui sa vedere ed affrontare la verità portandovi consapevolmente il proprio contributo di cittadino.

    Opera di uomini in piedi, coscienti e disposti nelle loro élites a guardare la verità ad occhi aperti, di uomini che non sono agiti ma che agiscono, la civiltà romana viene a trovarsi, con la sua chiara visione antropocentrica, nel contrasto più netto col teocentrismo slavo. E sia perché slavo, sia perché naturaliter cristiano in quanto slavo, Dostoevskij, pur lucido diagnostico del nichilismo, non riuscirà mai ad opporgli un'efficace proposta terapeutica, non riuscirà mai cioè a raggiungere la fermezza di porre e di riconoscere valori in mezzo alle rovine, bensì avrà sempre la necessità di riceverli dal Dio cristiano, ripiombando così alle radici di quel nichilismo creduto sconfitto.

    La decisione di vivere nella verità affrontando il reale e l'ignoto, comprende in sé ogni sforzo di realizzazione autentica dell'umanità. Se in linea assoluta esiste un criterio sovratemporale per valutare le azioni dell'uomo nella storia, che sia comune a tutte le culture del mondo, è proprio il criterio del rispetto del coraggio e del senso di verità.

    Ma all'eracliteo «Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare ciò che non ti aspettavi» e alla nozione di verità come riflesso di un ordine ontologico, Dostoevskij, non sa opporre alla fine — alla resa dei conti — che la «storicità» della rivelazione cristiana: «Se mi si dimostrasse che Cristo è fuori della verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo anziché con la verità».

    Espressione la più tipica del messianismo e dell'idealismo escatologico, Dostoevskij non riesce in realtà ad uscire dal cerchio delle contraddizioni più profonde e pericolose dell'anima slava. Come è stato rilevato: «Nessun fideismo irrazionalistico, qui; semmai, come del resto attestano le citazioni bibliche che Dostoevskij dissemina nella sua opera, la cifra di una concezione della verità come apocalitticamente orientata. Cosa significa, infatti, il « restare con Cristo » anche contro la verità, se non che la verità deve essere pensata al futuro, meglio dal suo al di là, cioè dal punto di vista del suo compimento, che può ben smentire il qui e ora, e dare senso al non senso?» (36).

    Tali enunciati teorici, espressi in saggi o in opere letterarie tra le più profonde della narrativa universale, non restano comunque solo nel limbo delle proposizioni mitico-filosofiche, ma vedono presto attuazione concreta — ad opera delle classi dirigenti russe — nel rafforzamento di un sentimento panslavistico in funzione russofila e di conseguenza antiottomana e antiasburgica.

    Essenzialmente strumento della politica zarista, il panslavismo non riuscirà mai tuttavia a divenire una forza creativa del mondo slavo. Più forti del sentimento dell'appartenenza ad una etnia comune, i fattori religiosi, storici e culturali, nonostante l'affinità linguistica, separano nettamente tra di loro le varie popolazioni slave ed anzi spesso svegliano in loro il senso del proprio isolamento nell'ambito dello stesso mondo slavo.

    Con la crescente differenziazione della personalità nazionale e culturale dei singoli popoli crescono anche i loro contrasti. Le ostilità intestine sono sovente nel corso dell'Ottocento, e più lo saranno nel corso del nostro secolo, più forti di quelle fra slavi e non slavi. Le varie stirpi slave non saranno disposte a sacrificare la loro nazionalità né ad un generico slavismo, né più concretamente ad un altro popolo slavo; la comunità di lingua e destino, più forte fra gli slavi che fra i popoli germanici e neolatini, passerà, alla prova dei fatti, in seconda linea di fronte ai contrasti culturali, religiosi, di struttura sociale e storici.

    L'azione russa decisiva ha comunque inizio nel 1877 con la dichiarazione di guerra alla Turchia, logica conseguenza dell'appoggio accordato dallo zar alle popolazioni bosniache e bulgare sollevatesi contro la Sublime Porta.

    Già l'anno prima Mikhail Katkov, il più influente giornalista dell'epoca, ha affermato che nella nuova prospettiva storica la Russia non segue più la sua volontà, ma la volontà di Dio. E il giorno della dichiarazione di guerra innalza ardenti espressioni all'indirizzo dello zar: «Noi assistiamo all'inizio del Sublime. Ringraziamo Dio che ha concesso alla nostra generazione di vedere questo giorno da cui s'inizia, ne siamo profondamente convinti, una nuova epoca della storia dell'umanità. Vani furono tutti i tentativi per arrestare o deviare la marcia degli avvenimenti; vani saranno tutti i tentativi per far deviare o per disperdere la corrente possente diretta da Dio» (37).

    Persa Plevna e occupato dai russi il conteso passo ipka, la Turchia è costretta l'anno seguente alla pace di Santo Stefano. Ma la crescente influenza russa sugli Stretti inizia a preoccupare tanto l'Austria che l'Inghilterra. Lo zar viene perciò persuaso a veder esaminate e discusse dalle Grandi Potenze europee le sue pretese.

    Quattro mesi dopo, le concessioni turche in favore della Russia vengono ridotte, al Congresso di Berlino, alla cessione della Bessarabia rumena e delle zone armene di Kars e di Ardahan, già occupate nella guerra di Crimea. Insieme alla Romania, divengono indipendenti la Serbia e il Montenegro, mentre alla Bulgaria viene riconosciuta, all'interno dell'Impero ottomano, un'ampia autonomia che sfocerà nella piena indipendenza l'anno seguente.

    Immediato sorge il problema delle popolazioni sudslave liberate: il pericolo della coagulazione di territori diversi intorno ad un nucleo serbo è avvertito da ognuno degli stati partecipanti. L'Inghilterra, che si installa a Cipro, persiste nella sua politica antirussa rifiutando l'assenso alla formazione di un consistente stato slavo del sud che possa giungere all'Adriatico. Modalità per evitare tale evenienza è ritenuto essere l'affidamento pro-tempore all'amministrazione austriaca delle province di Bosnia ed Erzegovina — che pure rimangono sotto nominale sovranità ottomana (38).

    Per bocca dei due suoi più insigni esponenti, il ministro degli esteri Salisbury e il primo ministro Disraeli, l'Inghilterra dichiara: «La posizione geografica delle due province ha una grande importanza politica. Se gran parte di esse dovesse cadere nelle mani dei principati vicini, si verrebbe a formare una catena di stati degli slavi del sud che attraverserebbe quasi tutti i Balcani e la cui forza militare costituirebbe una minaccia per i territori posti a sud di essa. Una tale situazione senza dubbio sarebbe una minaccia senza pari all'indipendenza della Turchia. È molto probabile che si delineerebbe un pericolo di tal genere se la Turchia fosse lasciata a difendere da sola queste due distanti province» e «Se il Congresso lasciasse le due province nella stessa situazione nella quale sono attualmente, si assisterebbe all'insorgere del dominio della razza slava, una razza he è ben poco disposta a rendere giustizia agli altri. Bisognerebbe riflettere che la proposta avanzata da lord Salisbury non è stata fatta nell'interesse dell'Inghilterra, ma solo allo scopo di salvaguardare la pace di tutta l'Europa» (39).

    La pace viene così mantenuta, ma da parte russa gravida di rancore nei confronti dell'Austria-Ungheria. Da questi contrasti prende spunto il nuovo orientamento tedesco verso l'Austria, con la proposta di una alleanza difensiva in funzione antirussa. Nasce così, dimenticata Sadowa, un nuovo asse politico che nel complesso gioco delle forze europee assumerà un carattere di sempre maggiore stabilità.

    Inconsciamente quasi, naturalmente, ha inizio con il trattato austro-tedesco dell'ottobre 1879, di fronte ai nuovi immensi problemi che porta la storia su tutto lo scacchiere mondiale, la ricostituzione dell'unità dell'Europa di Mezzo (40).


    Il ruolo della Serbia

    A sud intanto la Serbia, russofila fino al trattato di Santo Stefano ed ora frustrata e disillusa per il mancato appoggio zarista alle sue pretese territoriali (ne viene proclamata sì l'indipendenza quale principato sovrano, ma le vengono negati sia lo sbocco sull'Adriatico che confini comuni col Montenegro, mentre ogni sua mira sulla Bosnia sembra definitivamente svanire), si viene accostando politicamente ed economicamente alla Duplice Monarchia.

    Irrequieto e psichicamente instabile, il suo principe Milan Obrenovié, salito al potere nel 1868 dopo l'assassinio del cugino Mihajlo compiuto su istigazione della casa rivale dei Karadjordjevié (41) si proclama re nel 1882, forte dell'appoggio dell'Austria-Ungheria, con la quale ha concluso accordi commerciali e segreti patti di politica internazionale, e dà inizio ad un attivo espansionismo verso i territori macedoni, tuttora sotto amministrazione ottomana, verso i quali si indirizzano pure le mire del giovane stato bulgaro, anch'esso da poco uscito dal Congresso di Berlino.

    Approfittando delle difficoltà interne in cui si trova lo stato rivale, Milan dà inizio così nel 1885 ad una guerra di aggressione contro la Bulgaria, quale conseguenza dell'annessione da essa compiuta della Rumelia orientale, pochi mesi prima insorta contro il dominio turco appunto per unirsi ai confratelli bulgari. Clamorosamente sconfitta in poche settimane, la Serbia viene salvata dall'intervento protettore dell'Austria che, forte dell'influenza che le è possibile esercitare sul sovrano bulgaro, l'ex principe tedesco Alessandro di Battenberg, riesce a limitare le pretese del vincitore a puri compensi finanziari.

    Nonostante il modico prezzo pagato, la sconfitta riesce però oltremodo bruciante per il popolo serbo, per cui l'opposizione alla politica austrofila degli Obrenovié, ad arte coltivata e foraggiata dal servizio segreto zarista, l'onnipresente Okhrana, si fa col tempo più violenta in tutte le classi sociali, nel partito radicale di Nicola Paié, nel clero ortodosso, negli intellettuali, perfino nell'esercito, che dimentica il nemico esterno per divenire il covo e il centro propulsore di numerosi complotti contro la monarchia.

    Nel 1901 prende così l'avvio l'ultima definitiva congiura per eliminare il nuovo sovrano, Alessandro figlio di Milan, congiura ordita da un gruppo di giovani ufficiali tra i quali si pone in prepotente evidenza il venticinquenne tenente Dragutin Dimitrijevié, soprannominato Apis (dal nome del dio egizio adorato sotto forma di toro) in virtù della sua straordinaria forza fisica.

    Due anni dopo viene infatti tolta di mezzo, brutalmente, l'intera dinastia degli Obrenovié, mentre salgono al potere gli eterni rivali Karadjordjevié, il cui capo Pietro, già combattente nelle file francesi nella guerra franco-prussiana e decorato della legion d'onore, rientrato dall'esilio svizzero, si propone tosto di mutare la politica estera in senso russofilo e antiasburgico.

    Particolarmente efferato è l'assassinio di Alessandro e della moglie Draga. Nella notte dell'11 giugno 1903, dopo avere circondato il palazzo reale con reparti militari, i cospiratori, favoriti dal tenente Pietro Zivkovié (42), fanno saltare le porte, frugano dovunque per oltre due ore sparando all'impazzata, abbattono decine di dignitari e di servitori. Scoperti e snidati dal loro rifugio, i sovrani vengono tosto uccisi insieme al primo ministro, al ministro della guerra e ai fratelli della regina, possibili pretendenti al trono, mentre numerosi ufficiali rimasti fedeli vengono passati per le armi.

    Il corpo della sovrana, «violentata ripetutamente da viva e da morta ancor calda» (43) viene straziato da decine di sciabolate e scaraventato dalla finestra.

    Nonostante l'orrore per la strage provato, o finto, dall'Europa intera (ad eccezione della Russia che pubblicamente rifiuta di unirsi alla generale esecrazione), la Serbia riceve subito assistenza da parte del governo zarista e generose sovvenzioni e cospicui prestiti dalla Francia, che permettono, oltre allo sviluppo di strutture industriali, di strade, di ferrovie e di infrastrutture commerciali, l'acquisto di armamenti e la riorganizzazione dell'esercito, attuato anche mediante il discreto invio di missioni militari francesi (44).

    Dall'eccidio sono intanto emersi due gruppi di potere che egemonizzano la politica serba, ognuno cercando l'appoggio attivo del nuovo sovrano: l'uno, militare, include i regicidi Dimitrijevié e Tankosié, mentre Zivkovié ne tira discretamente le fila da dietro le quinte; l'altro, politico, fa capo a Paié, ex anarchico bakuniniano convertito al messianismo panslavo, massone e capo del governo.

    Nell'ottobre 1908 l'annessione, de iure e de facto, compiuta dall'Austria-Ungheria, del territorio della Bosnia-Erzegovina concessole in amministrazione dal Congresso di Berlino, costituisce il catalizzatore che fa rapidamente precipitare la complessa situazione balcanica, oltre che rappresentare un vero e proprio, aperto e brutale schiaffo per la Serbia, che si viene a trovare oltretutto priva dell'appoggio di ogni Potenza europea, Russia compresa (45).

    L'impero zarista, indebolito dalla recente sconfitta nella guerra contro il Giappone, si è infatti tacitamente accordato con l'Austria: in cambio del riconoscimento dell'annessione ha chiesto l'appoggio austriaco alle sue aspirazioni alla revisione dei trattati che regolano la navigazione negli Stretti. Ma per un complesso insieme di avvenimenti, la Duplice Monarchia si trova poi in difficoltà a mantenere quanto promesso dal ministro degli esteri Aehrenthal al collega russo Izvolskij, spiazzando così ad abbandonando la Russia in una difficile impasse internazionale.

    E infatti, malgrado la bruciante umiliazione subita, «la Russia non può, né vuole fare una guerra per la Bosnia nell'attuale momento», come telegrafa a Belgrado Paié, recatosi a Pietroburgo per sollecitare una vigorosa risposta all'annessione.

    Squassata dai problemi interni cui si è in precedenza fatto cenno, con l'esercito in fase di riorganizzazione dopo la sconfitta subita in Estremo Oriente, la Russia mette perciò sul conto delle vendette da compiere anche lo smacco subito nell'episodio bosniaco (46).

    Acquistati a caro prezzo, i monti selvaggi e le profonde vallate della Bosma suscitano inoltre sfiducia e diffidenza antiasburgica nelle potenze occidentali, in particolare nell'Inghilterra, la quale ha contato fino ad allora sull'aiuto dell'Austria, per rallentare la decadenza dell'impero ottomano, se pure non per conservarne l'integrità.

    In Serbia intanto il governo e le varie associazioni nazionaliste, sia ufficiali che clandestine, vedendo arrestato il potente alleato e fratello in un'imbarazzante isolamento diplomatico cercano altre e più subdole vie per contrastare l'Asburgo e per dare un orientamento ed un'unità operativa alle popolazioni sud-slave, anche perché all'interno della Duplice Monarchia croati, sloveni e serbi bosniaci, pur talora sensibili al richiamo all'unità delle stirpi sud-slave, restano complessivamente fedeli all'imperatore.

    Soprattutto i croati, il popolo più numeroso e compatto, vogliono mante nere la loro individualità, profondamente diversi e più civili come si ritengono, e sono, delle più meridionali e selvatiche stirpi serbe.

    Diversi per storia, per religione, per civiltà, per struttura sociale, i croati hanno da sempre costituito il ceppo etnico più fedele dell'impero, fornendogli generali e capi militari di valore, soldati incrollabili e decisi nelle rivolte liberali e nazionali che hanno squassato la Monarchia nel secolo precedente.

    Al panserbismo mascherato da jugo-slavismo, contrappongono anche ora un nazionalismo croato orgoglioso della sua specificità e delle sue tradizioni. Così Ante Staréevié, che già si è schierato contro il Compromesso del 1867 che ha concesso ai magiari una netta predominanza sulla metà meridionale dell'impero, rifiuta decisamente di riconoscere i serbi come gruppo nazionale affine, ed è profondamente ostile ad ogni unione con loro e con gli altri slavi del sud. Organizzando il Partito croato di destra, cui aderiscono numerosi i contadini e personalità di ogni estrazione sociale, sostiene al contrario la causa della fusione di Croazia, Dalmazia, Bosnia ed Erzegovina in uno stato a predominanza croata e ad amministrazione autonoma sotto la dinastia degli Asburgo, a similitudine di quanto fatto nel 1867 per l'Ungheria, cui la Croazia-Slovenia deve tuttora soggiacere (47).

    Le nuove modalità dell'azione serba si rivelano subito micidiali per uno stato composito come l'impero austroungarico, che reagisce peraltro con crescenti proteste a livello diplomatico, con l'intensificazione delle azioni di polizia investigativa e con la repressione giudiziaria.

    La Narodna Odbrana (Difesa Nazionale), fondata nello stesso 1908 da un gruppo di alti funzionari governativi capeggiati dal governatore Stepo Stefanovié e da capi militari facenti parte dello Stato Maggiore (Ufficio Il) al fine di apprestare reparti di volontari per azioni di guerriglia antiasburgica viene ufficialmente trasformata nel 1909, causa pressioni austriache, in organizzazione culturale, pur continuando tuttavia a sfornare agenti terroristici ed attivi propagandisti che si infiltrano numerosi nelle società culturali, letterarie e ginniche operanti sul territorio della Duplice Monarchia.

    Sue finalità ufficialmente dichiarate sono, oltre alla fondazione di uno stato jugoslavo unitario a direzione serba, addirittura l'assorbimento della Bulgaria e dell'Albania in un saldo baluardo slavo-balcanico, e l'annessione dell'intero litorale dalmata, della Venezia Giulia e dell'Istria (48).

    La parte più propriamente terroristica dell'azione panserba è invece di spettanza di un'altra organizzazione, la segreta Ujedinjenie ili Smrt (Unità o morte), meglio conosciuta come «Mano Nera» (Crna Ruka), nata nel 1911 sul ceppo di precedenti formazioni terroristiche, a capo della quale si pone l'attivissimo Dimitrijevié, ora promosso al grado di colonnello ed assurto ad eminenza grigia del regime insieme al compagno e rivale Zivkovié. Ne fanno parte, quali soci fondatori, alti funzionari governativi e molti esponenti delle alte gerarchie militari, mentre il numero dei suoi affiliati ed agenti arriva a contare, secondo alcune fonti, anche quindici-ventimila individui, rigidamente inquadrati in sezioni «verticali» che offrono al sistema il maggior grado di segretezza possibile. Lo stesso re ed il capo del governo Paié, se pure non direttamente al corrente delle azioni che vengono decise, ne sono fortemente condizionati, e non possono non tenere conto, nella loro azione politica e diplomatica, di questo torbido ed occulto centro di potere, che fa uso con estrema naturalezza dell'omicidio quale mezzo di pressione e di persuasione.

    In territorio serbo si accolgono come eroi gli «irredenti» fuggiti dall'Impero asburgico, le università e le scuole serbe iscrivono bosniaci e croati, gli uffici pubblici di Belgrado li impiegano a pieno titolo quasi possedessero cittadinanza serba.

    Nel 1910 l'azione delle società segrete, sempre più numerose, si esplica infine non solo nel danneggiamento di caserme o di ferrovie, ma in uno stillicidio di attentati terroristici contro alti funzionari austroungarici in tutto il territorio della Bosnia, della Dalmazia, della Croazia. Fa da cemento a tali organizzazioni, estremamente frazionate e settarie come è nella natura di ogni associazione clandestina, la leggenda di Kosovo, con l'incitamento al tirannicidio e al compimento di azioni terroristiche, mito unificante degli slavi del sud e poderosa ideologia rivoluzionaria contro il dominio straniero. A chiare lettere, e sorvolando sul fatto che l'estrema maggioranza di croati e bosniaci rifiuta coi serbi un destino comune, può così pubblicamente incitare alla guerra il giornale di Dimitrijevié: «La guerra fra la Serbia e l'Austria è inevitabile. Se la Serbia vuole vivere con onore, può farlo solo con la guerra. Questa guerra è decisa dagli obblighi che abbiamo verso le nostre tradizioni e il mondo della cultura […] . Questa guerra porterà con sè la libertà eterna per la Serbia, per gli slavi meridionali, per i popoli balcanici. La nostra razza deve fare fronte comune per porre fine all'aggressione di questi stranieri che vengono dal nord» (49).

    Tutti gli elementi tipici della mentalità dei gruppi perseguitati, i tratti cospirativi, la capacità di sacrificio e di autoannullamento, l'esclusiva concentrazione delle volontà, uniti all'ambizione frustrata, alla violenza, al fanatismo, all'irrazionalismo e al misticismo slavi, diventano ora realtà in grado di accelerare e di indirizzare il corso della storia.

    Il nazionalismo esasperato e la propaganda ideologica del panslavismo fanno infine da cemento a tutte queste caratteristiche, creando negli slavi del sud, e specie nei serbi, che si vedono dotati, tra tutti, di un potenziale nucleo statale aggregante, quella mentalità particolare per cui il complesso spionistico si fa quasi innato negli animi degli abitanti, ed ogni cittadino diviene una spia ed un terrorista in potenza.

    Tanto più, inoltre, diviene necessaria l'azione terroristica, quanto più disposto a concessioni è l'avversario. Si prospetta infatti con Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico e «speranza di tutti coloro che ancora credevano che si potesse opporre al grande caos un'ordinata vita civile» (50), la soluzione definitiva della questione slava interna alla Duplice Monarchia, soluzione che avrebbe infranto per sempre ogni speranza della Serbia di fondare uno stato unitario sud-slavo.

    Nonostante i suggerimenti dell'amico imperatore Guglielmo II, che vede proprio nel mondo slavo il nemico mortale delle genti germaniche, Francesco Ferdinando pensa di spegnere i fermenti indipendentistici all'interno della Duplice Monarchia con la concessione di sostanziali nuove prerogative alle popolazioni slave soggette all'amministrazione ungherese.

    Invano Guglielmo II gli scrive nel febbraio 1909: «Mi ha molto interessato la considerazione dei pericoli per il futuro sviluppo della monarchia che voi prevedete possano sorgere dalle relazioni con l'Ungheria. E certo che i magiari, col loro sciovinismo e la loro vanità, non si lasciano guidare facilmente; come dite, queste loro qualità sono state maggiormente incoraggi ate da troppa arrendevolezza, sì che ora è difficile porre un limite alle concessioni […]. D'altra parte il mese scorso il pericolo slavo si è rivelato sorprendentemente in tutta la sua cecità e violenza. Secondo la vostra stessa descrizione le manovre di Belgrado e di Praga si basano su un deciso programma, incoraggiato da aiuti in denaro. Dietro di loro si cela Pietroburgo e in che misura vi siano impegnate Cracovia e Leopoli, non posso giudicarlo. Ora, per l'Austria, dei due pericoli, il maggiore mi pare che sia il pericolo panslavo, dato che esso ha influenza nel vostro stesso paese, con i cechi nemici dell'Austria e della sua casa imperiale, e può mettere a repentaglio l'esistenza della monarchia, poiché coinvolge i paesi slavi recentemente annessi e in tal modo sta divenendo un'altra grande potenza slava accanto alla santa Russia slava. Mi sembra probabile doversi attendere, in futuro, che questa inimicizia panslava aumenti, attizzata dalle altre grandi potenze; e per timore che ci sia concorrenza e divisione del potere totale panslavo tra voi e se stessa, la Russia sarà sempre in sospetto».

    A tale lettera Francesco Ferdinando ribatte tuttavia esprimendo la sua ferma convinzione che per ottenere la pace e la quiete interna insieme alla possibilità di fare una politica estera forte, si rende necessario l'abbattimento della preponderanza magiara nella Transleithania e l'umiliazione dei nobili ungheresi, «la più infame antidinastica, menzognera e malfidata genia»: «Vostra Maestà ha detto nella sua ultima gentile lettera di considerare il pericolo slavo il peggiore di tutti per il nostro paese. Mi permetto di non essere completamente d'accordo. Anch'io considero assai pericolosa questa pressione e questa continua spinta degli slavi, questa politica violenta di continue richieste, questi ricatti politici, queste difficoltà frapposte ad arte a tutte le attività dello stato, ecc. Ma dove è la radice del male? Chi è stato il maestro di tutto questo? Chi sono coloro che tutto ottengono a forza di rivoluzioni e di ricatti? Sono i magiari . […]. Gli slavi si comportano in questa maniera solo perché imitano il comportamento sfacciato dei magiari e li vedono ottenere tutto coi loro metodi di svergognati. Sono completamente convinto, e me ne renderei garante, che una volta che si riesca a farla finita con queste spudorate manovre dei magiari (cosa che non dovrebbe essere difficile, perché i magiari da unni e asiatici quali sono fanno gli smargiassi ma poi cedono di fronte ad un'azione energica) anche gli slavi la smettere bbero di andare all'attacco, e si sottometterebbero tranquillamente ai tedeschi che sono di tanto superiori per cultura» (51).

    Va così prendendo corpo, pur tra incertezze e battute di arresto, il progetto trialista della formazione di uno stato autonomo slavo simile a quello invocato da Staréevié, legato alla casa d'Asburgo dall'unione delle corone, dotato di un proprio parlamento e di una propria amministrazione, col fine ultimo forse di creare, al posto di un impero sempre meno unitario, quelle «Nazioni Unite della Grande Austria», quel nuovo «Commonwealth» danubiano in cui l'imperatore deve regnare come simbolo supremo e unificante, evitando la frantumazione di tanta parte dell'Europa balcanica in nazioni mortalmente avverse, facile preda del colosso zarista, a formazione di quel baluardo sudorientale indispensabile anche per lo svolgimento della politica mondiale di Guglielmo II.

    I magiari sono quindi visti dall'erede al trono asburgico come «un popolo come gli altri. Hanno gli stessi diritti, e gli spetta solo ciò che compete anche ai cechi, ai croati, ai polacchi, ai rumeni e agli sloveni, che in proporzione finora hanno avuto molti meno diritti. Sarà uno dei miei compiti principali risolvere secondo giustizia questi problemi, soprattutto quello slavo, e garantire a tutti i popoli della monarchia la possibilità di un sano sviluppo nel quadro dello stato plurinazionale» (52).

    Ed è per sventare questo eccezionale pericolo che esplode e si fa più virulento, da parte serba, quel terrorismo che avrà come punto di arrivo il 28 giugno 1914.

    Gli attentati sono affidati per lo più a serbi bosniaci fuoriusciti, ancora sudditi austroungarici. Si evita, di massima, secondo una tecnica che sarà più che collaudata in futuro dai terrorismi comunista ed angloamericano, di fare agire persone di nazionalità diversa da quella degli obbiettivi da colpire, così che gli attentati sembrino scaturire dal risentimento «legittimo» delle popolazioni soggette o scontente.

    Raramente i terroristi hanno più di vent'anni (la pena capitale è da sempre esclusa dalle leggi austroungariche per i criminali minorenni); sempre essi si offrono spontaneamente quali strumenti della politica non ufficiale di Belgrado. Come è stato scritto acutamente: «Questo terrorismo non era una protesta contro la mite ed efficiente amministrazione imperiale e regia. Aveva fini più machiavellici. Ogni attentato provocava una repressione, talvolta eccessiva. Con l'impiego di un piccolo numero di terroristi risoluti era possibile tenere la popolazione slava in una condizione di permanente incertezza, paura, anche odio, non soltanto delle autorità locali bensì anche del sistema austriaco» (53).

    Secondo le modalità dell'azione terroristica, che conoscerà trent'anni dopo la sua ufficiale consacrazione storica e la definitiva giustificazione « morale » quale modalità di fare politica e di forgiare la storia, le autorità austroungariche vengono deliberatamente aizzate a compiere atti di repressione, per cui ogni eventuale successiva collaborazione di bosniaci, di croati, e di slavi in genere, non possa che passare come tradimento agli occhi della maggioranza della popolazione.

    Il primo attentato di rilievo (peraltro attuato dopo tre tentativi falliti, e dopo essersi lasciato sfuggire addirittura l'imperatore Francesco Giuseppe), è compiuto a Sarajevo il 15 giugno 1910 contro il governatore della Bosnia, Vareanin, dal diciottenne Bogdan Zerajié.

    Dopo avere esploso cinque colpi di pistola da breve distanza ed avere fallito il bersaglio, il giovane si suicida sparandosi in bocca. Subito consacrato martire dalla stampa serba e dall'intellighentzia progressista internazionale (mentre da parte austriaca si cerca al contrario di non inasprire la situazione minimizzando l'accaduto), Zerajié diviene il protagonista trasfigurato di decine di ballate e di poemi epici. La sua memoria viene trasumanata, da fanatico e squilibrato terrorista (ma tutto sommato coerente, visto che i suoi successivi compari si guarderanno bene dal suicidarsi, dopo il loro arresto, nonostante il giuramento in proposito richiesto loro dai capi delle organizzazioni segrete) assurge ad eroe nazionale, mentre decine di imitatori vengono arruolati nei mesi seguenti ed il terrorismo esplode indiscriminato a Zagabria, a Ragusa, a Zara, di nuovo a Sarajevo, richiamando repressioni e reazioni, trascinandosi endemico per quattro anni, risvegliando e tenendo desto nelle nazioni dell'Occidente l'interesse per la « piccola Serbia » e per la questione degli slavi del Sud (54).

    E proprio a Sarajevo Gavrilo Princip riesce, in un 28 giugno sfolgorante di sole, dopo un'incredibile concatenazione di eventi, ad eliminare l'ultimo e più importante ostacolo alle mire panserbe.

    Uno degli eventi in cui più chiaramente è dato all'uomo di svelare con un brivido l'importanza decisiva del caso, insieme all'impotenza umana e all'assoluta assenza di razionalità della storia (e tuttavia il suo necessario precipitare verso un fato obbligato da tragedia greca con l'affacciarsi e il ritrarsi alterno ed esasperante dell'Ultimo Destino sulla scena) è proprio l'attentato di Sarajevo, dove anarchico caso e ferrea necessità non si mostrano altro che come facce ambigue di un'unica trascendente realtà. «Gli storici detestano i “se”,/ e a me invece piacciono perché/dischiudono davanti a noi fantastici l panorami. Di più, sono convinto / che si può ricavare dalla storia/ qualche lezione solo se guardiamo/ non ciò che fu il passato ma piuttosto / ciò che poteva essere. Ora dimmi:/ dov'è il bivio tra quello che è avvenuto / e quello che non è accaduto mai?/ Solo in un “se”. La scelta fatta al bivio/ determina il presente e l'avvenire, /e quasi sempre in peggio, amico mio/ poiché il “se” rappresenta il razionale/ mentre la storia celebra i trionfi/ e le tragedie dell'irrazionale./ Pensa di quanti “se” è lastricata/ la strada che condusse a Sarajevo / l'arciduca Francesco Ferdinando, / e pensa quante volte, ad ogni bivio, / venne fatta una scelta irrazionale. / Se l'arciduca avesse dato ascolto/ soltanto alla ragione, a quella voce/ che subito gli aveva suggerito l di non andare alle manovre in Bosnia/ di evitare i pericoli e i disagi del viaggio in una terra mal sicura;/ se alla fine non l'avesse spinto l un poco il senso della disciplina / e in larga parte la condiscendenza / verso la moglie, a cui si offriva in Bosnia / una delle rarissime occasioni / di mostrarsi solennemente in pubblico / come consorte dell'erede al trono...».

    Per quanto concerne la dinamica dell'attentato, dei sette terroristi dislocati lungo il percorso del corteo arciducale — percorso reso noto in precedenza — a) Mehmedbasié e Cubrilovié non trovano la possibilità, o il coraggio, di agire; b) la bomba di Cabrinovié colpisce la capote abbassata della vettura e c) viene scaraventata via da Francesco Ferdinando, finendo tra le ruote dell'automobile seguente e ferendo sei persone, che vengono trasportate all'ospedale cittadino; d) il quarto attentatore, Ilié, che si trova in posizione favorevole per compiere l'attentato, non ha nella ressa né lo spazio né il tempo per estrarre di tasca la bomba di cui è fornito, e resta quindi inattivo; e) il quinto, Popovié, che pure si trova nelle condizioni di poter sparare, non lo fa perché è colpito da «un improvviso moto di pietà per l'arciduchessa»; f) Gli ultimi due, Princip e Grabez, udito lo scoppio e le grida, nella convinzione che il colpo sia andato a segno, abbandonano le loro posizioni; g) mentre Grabez si allontana, Princip decide di tornare sui suoi passi per uccidere Cabrinovié ritenuto infido, e che potrebbe rivelare le responsabilità della Serbia; h) vede sfrecciare l'automobile dell'arciduca che si sta portando al municipio e, annichilito e depresso per avere abbandonato il posto assegnatogli, cerca conforto in una birreria; i) al municipio, dopo un breve discorso, Francesco Ferdinando decide tuttavia di portare a termine il programma prestabilito. Il governatore della Bosnia, investito a male parole per l'assenza di misure di sicurezza, si scusa affermando che la polizia ha ormai in pugno l'attentatore e suggerisce, invece di recarsi come da programma al museo locale, di fare visita ai feriti in ospedale; 1) l'arciduca, che desidera per parte sua visitare le vittime dell'esplosione, tra cui gli amici fraterni Boos-Waldeck e Merizzi, acconsente all'istante e parte, scortato, in automobile, pur avvertendo che si sta forse compiendo qualcosa che lo sovrasta: «Al momento di avviarsi l'arciduca disse: “Ci spareranno addosso ancora. / Vedrete, buscheremo qualche colpo”./ Quante cose contiene questa frase./ C'è un senso d'impotenza e la nozione / della caducità, c'è la coscienza / della futilità di ogni sforzo, / dì ogni resistenza ad un destino / già segnato, c'è la capitolazione / dell'ego, c'è la resa, il fatalismo / e la rassegnazione. Qui potremmo / richiamarci al passato degli Asburgo...» (55); m) L'autista della vettura viene avvertito del cambiamento di programma solo dopo avere imboccato la strada diretta al museo. Si ferma, fa manovra, cerca di invertire la marcia proprio davanti alla birreria in cui si è rifugiato Princip. n) In quel momento il terrorista esce e si trova di fronte la vettura che si sta muovendo. In un attimo la raggiunge. Sale sul predellino. Scarica la Browning sull'arciduca e sulla moglie.

    Non sono trascorse, dall'arrivo di Francesco Ferdinando a Sarajevo, neppure due ore.

    * * *

    Lo stretto, frenetico succedersi degli eventi seguiti all'assassinio di Francesco Ferdinando fino al tuonare dei «cannoni d'agosto» è quasi sempre riportato con fredda, cronachistica esattezza in ogni testo di storia, anche se le gravissime responsabilità del governo serbo sono spesso taciute e sempre minimizzate con l'addossarle al «agenti subalterni» sfuggiti al controllo governativo, mentre al contrario le richieste austroungariche vengono regolarmente presentate come tracotanti, prive di giustificazione razionale, ingiuste e necessariamente inaccettabili.

    In realtà fin da subito la stampa serba si getta violentemente contro l'Austria, considerando gli assassini come martiri sacrificati per una santa causa, deplorando vivamente le manifestazioni anti-serbe che si accendono spontanea-menti in Bosnia anche nella popolazione slava, tenendo insomma un contegno che perfino l'ambasciatore inglese a Vienna definisce «vergognoso».

    Il governo serbo, dal canto suo, pur facendo le solite convenzionali deplorazioni dell'assassinio, non dà mano ad alcun provvedimento per moderare il linguaggio della stampa, né dà mostra di voler prendere alcuna misura per scoprire le trame del complotto, le cui radici sembrano presto palesemente mettere capo a Belgrado.

    Nei giorni seguenti, anzi, si fa più virulento il linguaggio dei ministri e dei responsabili serbi, somigliante a quello della stampa, e quando l'ambasciatore austriaco Giesl chiede al segretario generale del Ministero degli Esteri serbo se il suo governo non ritenga opportuno investigare sulle circostanze del delitto «per il fatto che ambedue gli assassini erano stati recentemente a Belgrado», questi se ne risente vivamente, per cui ne segue un colloquio «di grande violenza» e «le relazioni tra la legazione austriaca ed il Ministero serbo degli Esteri divennero molto tese» (56).

    La contemporanea inchiesta giudiziaria austriaca sull'eccidio, condotta con quella scrupolosità burocratica e con quella giudiziosità non faziosa di cui forse solo la vecchia Austria è stata nella storia capace, appura intanto due fatti certi: «che le armi dell'attentato erano uscite da un arsenale serbo, che un tal Milan Ciganovié le aveva fornite. Il resto era congettura — come il tempo ha dimostrato — assai fondata. Che Belgrado fosse un nido di assassini era noto fin dal 1903; che la dinastia e il Governo Paié fossero usciti da un bagno di sangue, era incontestato; e che gli assassini si annidassero nell'esercito era più che probabile. Eliminare quel centro di terrorismo e di brigantaggio politico era necessario se l'Austria voleva sopravvivere» (57).

    Come ha telegrafato poche settimane prima il conte Ottokar Czernin, ambasciatore austriaco a Bucarest, Germania e Austria-Ungheria sono circondate: «Davanti a noi si compie alla luce del giorno, apertamente e inequivocabilmente, chiaro come il sole, con spudorata evidenza, passo dopo passo, l'accerchiamento della monarchia . [...] Sotto il patrocinio russo si sta formando una nuova alleanza balcanica contro la monarchia. E noi stiamo con le braccia conserte ad osservare questo spiegamento di forze!» (58).

    Ma dopo la torpida reazione e le prudenti mosse della settimana successiva all'assassinio, il governo asburgico inizia il 5 luglio a muoversi.

    L'ambasciatore austriaco a Berlino, Szògyény, informa Guglielmo Il che l'assassinio è stato indubbiamente organizzato da Belgrado, e che il suo governo, in assenza di sostanziali concessioni serbe, avrebbe posto la Serbia di fronte alle sue precise responsabilità avanzando richieste che avrebbero definitivamente chiarito l'intera questione: la Duplice Monarchia poteva salvarsi dalla «marea panslava» soltanto eliminando la Serbia come «fattore politico di forza», isolandola e condizionandola per sempre.

    Guglielmo II, che si rende ormai conto che il momento decisivo si appros sima velocemente, assicura allora all'ambasciatore il suo aiuto, e si impegna ulteriormente due giorni dopo con l'invio di una lettera personale a Francesco Giuseppe, nella quale conferma che qualunque complicazione fosse sorta in Europa l'Austria avrebbe sempre avuto la Germania al suo fianco.

    La febbre della guerra sale intanto in tutto il continente; accese dimostrazioni patriottiche si tengono a Parigi davanti alla statua velata che rappresenta Strasburgo, capitale dell'Alsazia perduta nel 1871; dimostrazioni panslaviste percorrono le strade di Pietroburgo e incitano lo zar all'ultima guerra, quella definitiva, per liberare i fratelli oppressi e rintuzzare per sempre la tracotanza germanica; discorsi antitedeschi risuonano alla Camera dei Comuni britannica, forti di tutti gli accenti di un orgoglio sfidato e di una determinazione che sì appresta a raccogliere tra breve i frutti di una politica di accerchiamento coltivata per decenni.

    Il 19 luglio si chiarifica definitivamente, nella riunione del Consiglio dei ministri austroungarico, anche la posizione dell'Ungheria, fino ad allora recalcitrante di fronte alla suprema misura di un ultimatum foriero di guerra. Anche il presidente del Consiglio dei ministri magiaro, il conte Stefano Tisza, deve prendere atto dell'impossibilità del mantenimento della pace, di fronte ad una Russia che avrebbe pur sempre considerato l'Ungheria come la naturale alleata dell'Austria, di fronte ad una Serbia e ad una Romania, ancora peraltro formalmente alleata, che non avrebbero esitato a strappare al suo paese i territori sui quali da decenni vantano diritti. In tali condizioni, la neutralità equivale ad una disfatta senza difesa; tanto vale essere fedeli alla Corona asburgica e difendersi. Come Tisza scriverà il mese seguente: «la mia coscienza è tranquilla; ci è stata messa la corda al collo, e saremmo finiti strangolati, se non avessimo avuto la forza di reciderla. Noi non possiamo far nulla contro l'accaduto, ma dobbiamo constatarlo con dolore» (59).

    Al contrario del saccheggio ad opera dei vincitori, e della pubblicazione tendenziosa e spesso parziale e incompleta di documenti usciti dagli archivi au stroungarici e tedeschi nel primo dopoguerra e più ancora nel secondo, le responsabilità russe sono invece dagli storici attuali attenuate o sorvolate quand'anche la ricerca non sia stata resa difficile dall'occultamento o dalla distruzione di documenti di parte vincente, e segnatamente dei dispacci scambiati nei giorni caldi tra Pietroburgo e Belgrado, ove l'addetto militare russo, colonnello Artamanov, sta per raccogliere i frutti di un sotterraneo lavoro pazientemente compiuto per anni; o dal soffocamento di ogni testimonianza in merito all'azione della cricca militarista e fanaticamente panslava che circonda e condiziona un abulico zar, operato da studiosi interessati, per le più diverse ragioni, alle tesi conformiste poi imposte dai vincitori del conflitto.

    Così non eccessivo rilievo, o incidentale accenno, ricevono solitamente le confessioni che Abel Ferry, sottosegretario francese agli esteri, annota in quei giorni sul suo taccuino dopo i colloqui con Théophile Delcassé, il revanscista ex-ministro degli esteri costretto alle dimissioni nove anni prima su pressioni tedesche in seguito alla prima crisi marocchina: «Mi è sembrato di vedere all'opera un ragno, nella cui rete la Germania si stesse gettando. La Germania non potrebbe più vivere nel mondo che Delcassé le ha costruito intorno... E per la prima volta mi sono reso conto che nessuno, dall'epoca di Bismarck, ha avuto tanta influenza sugli avvenimenti europei come questo ometto che non s'incontrava mai con gli ambasciatori francesi, che s'infischiava del parlamento e viveva confinato nella cerchia del suo lavoro. Ora non era più ministro, ma la rete era tessuta e la Germania vi ronzava dentro come una mosca» (60).

    E alle responsabilità francesi, soprattutto alla fatale, incendiaria missione svolta a Pietroburgo nell'ultima decade di luglio dal presidente Poincaré e dal primo ministro (e ministro degli esteri) Viviani, si è soliti accennare unicamente per elogiarne la dichiarazione di volere adempiere con fermezza agli obblighi dell'alleanza franco-russa, anche se taluno, tra i più recenti studi, insinua il sospetto che si debba scavare più a fondo di quanto non sia stato finora fatto, ai fini di una più corretta interpretazione delle responsabilità: «Sappiamo sorprendentemente molto poco sulle conversazioni fra i leader dei governi francese e russo» (61).

    Esponenti tipici di quel mondo radical-massonico che vede nell'Austria-Ungheria l'impero decrepito da abbattere in nome del progresso, e nel «militarismo» germanico il mostro da distruggere per salvare la libertà «universale» — nonché per vendicare l'onta di Sedan —, i due statisti si sono imbarcati il 16 luglio sulle corazzate France e Jean Bart. Giunti a Pietroburgo il 20, vi si trattengono fino al 23 visitando cantieri navali e officine, svolgendo numerosi incontri con gli uomini di governo russi, rilasciando infiammate interviste, invitando pubblicamente la Russia a non demordere da una politica di rigida opposizione ad ogni richiesta austroungarica, fosse anche la più ragionevole, assicurando allo zar l'appoggio sicuro contro le mosse tedesche che sarebbero inevitabilmente seguite in caso di minaccia diretta alla Duplice Monarchia.

    Quali vette abbia allora raggiunto l'entusiasmo guerrafondaio suscitato da tali incitamenti lo si può rilevare dai brindisi pronunciati nel pranzo di addio, quando a Poincaré che esalta «una pace nella potenza, nell'onore e nella dignità», la moglie del granduca Nicola rivela a chiare lettere quanto alberga nell'animo di tutti i presenti: « I nostri eserciti si riuniranno a Berlino; dell'Austria non resterà niente; la Germania sarà annientata» (62).

    Partiti per Stoccolma la sera del 23, i due vi si fermano, benché tempestati da Parigi da dispacci pressanti e sempre più allarmati per il rapido degenerare della situazione internazionale, per oltre quattro giorni, quasi a volersi rendere irreperibili, al fine di scansare eventuali accuse future: quale perversa volontà di guerra si potrà mai imputare ai due pacifici turisti che, lontani dai loro posti di responsabilità e di combattimento, sono stati sorpresi dalla tempesta che ormai oscura il cielo dell'Europa intera? (63).

    L'ultimatum alla Serbia è stato infatti inviato il 23 luglio; clausole umilianti, certo, ma redatte tuttavia per lasciare aperto uno spiraglio a trattative di accomodamento, se almeno il governo serbo avesse vietato ogni forma di propaganda incitante all'odio antiasburgico, avesse sciolto la Narodna Odbrana, e si fosse riconosciuto il diritto dell'Austria di inviare propri funzionari di polizia in Serbia, affinché partecipassero alla repressione dell'attività terroristica, con la facoltà di svolgere le accurate indagini su tutte le persone direttamente o potenzialmente implicate nell'attentato.

    «Erano condizioni dure, tuttavia pare che il primo ministro Nicola Paié fosse pronto ad accettarle. La sua risposta era già redatta in brutta copia, quando improvvisamente egli cambiò idea [...]. Il mattino del 25 luglio la Balìhausplatz [sede del Ministero degli esteri austriaco a Vienna, n.d.a.] fu informato che si stava redigendo una risposta che avrebbe reso impossibile all'Austria entrare in guerra, ma nel corso della giornata il testo venne improvvisamente cambiato e alle sette di sera l'imperatore, che aveva atteso con grande ansia per tutto il giorno, ricevette la comunicazione che i serbi avevano dichiarato le condizioni inaccettabili e il loro ambasciatore aveva rotto le relazioni diplomatiche, mettendosi in viaggio per varcare la frontiera» (64).

    Dopo ulteriori tre giorni di lacerante incertezza, il 2 luglio l'Austria-Ungheria dichiara ufficialmente guerra alla Serbia e al Montenegro, che ha finora agito di conserva col più attivo vicino, mentre nello stesso giorno la Russia comincia a mobilitare le truppe.

    Come efficacemente puntualizza Gerbore a proposito del nocciolo visibile della questione: «Poiché Vienna ignorava l'esistenza della Mano Nera, chiedeva lo scioglimento della Narodna Odbrana; poiché gli assassini conoscevano soltanto Milan Ciganovié, ne chiedeva la consegna. Per causa di Milan Ciganovié crollò la vecchia Europa. Il governo Paié non poteva consegnarlo, vuoi perché l'aveva fatto partire, vuoi perché consegnandolo avrebbe rivelato al mondo la potentissima e ramificatissima Mano Nera [...]. L'Europa annaspo nel buio. Probabilmente soltanto i protettori di Dragutin Dimitrijevié a Pietroburgo ebbero una chiara visione della situazione e tutto fecero per salvare quel fratello ortodosso nonché se stessi [...]. Lo Zar esitò e, alla pari di Francesco Giuseppe, interpellò l'alleata Francia. Laddove la Germania si era apertamente assunta tutta la responsabilità della propria decisione, il governo francese risolvette de ne pas géner la Russie [di non intralciare la Russia, n.d.a.] e fece il silenzio sulla propria risposta. L'Inghilterra, non interpellata, tacque. Pertanto, mentre l'imperatore Guglielmo rivolgeva un appello a Francesco Giuseppe affinché le forze austroungariche non oltrepassassero Belgrado, lo zar firmò il decreto che ordinava quella che og'i la New Cambridge Modemn History chiama “fatale mobilitazione russa”» (65).

    E proprio lo sforzo maggiore degli storici di parte vincente — e di alcuni loro attuali epigoni — è quello diretto a svalutare l'importanza decisiva che essa ha su tutti gli avvenimenti successivi. Così, sulla scia di quanto sostenuto da Poincarè, si afferma spesso che la mobilitazione è un «atto interno» di ogni singola Potenza, e che quindi la Germania non aveva diritto di rispondere ad essa con la guerra.

    Con tale opinione contrastano numerose testimonianze, la prima delle quali è, in ordine di tempo, quella espressa dai generali che hanno discusso la convenzione militare franco-russa del 1892.

    Così il delegato russo, generale Obruceff, capo dello Stato Maggiore, afferma che «la nostra mobilitazione dovrà essere seguita immediatamente da atti di guerra», affiancato dal delegato francese, generale Boisdeffre, anch'egli capo di Stato Maggiore, che più sinteticamente sostiene che «la mobilitazione è la guerra», opinione confermata dal generale Miribel, dallo zar Alessandro III e dal presidente della repubblica francese Félix Faure.

    Ma, più ancora, il 12 marzo 1912, conferma lo zar Nicola II al comandante della circoscrizione militare di Varsavia che «per decisione del potere supremo, l'annuncio telegrafico dell'ordine di mobilitazione nei distretti militari europei [e quindi anche della mobilitazione parziale, n.d.a.], in caso di complicazioni politiche alle frontiere dell'ovest, dovrà essere considerato come l'ordine per l'apertura della ostilità contro l'Austria e la Germania. Per quanto riguarda la Romania, al contrario, l'apertura delle ostilità non deve seguire che dietro un ordine diretto». Il 30 settembre seguente viene inoltre riconfermato al comandante del sesto corpo d'armata russo, stanziato alla frontiera tedesca, che «l'annuncio della mobilitazione sarà l'annuncio della guerra contro la Germania».

    Così, nulla di più ovvio che la mobilitazione — «atto interno» e quasi «privato» secondo Poincarè — debba comportare due anni dopo l'immediato tuonare dei cannoni e la subita avanzata delle truppe russe oltre confine.

    L'impero zarista dopo la mobilitazione parziale, del 28-29 luglio, dei tredici corpi d'armata delle regioni militari di Odessa, Kiev, Mosca e Kazan, nonché delle flotte del Mar Nero e del Baltico, «fedele alla parola data», dà il via alla mobilitazione generale ed attacca l'impero asburgico il giorno seguente (66).

    Mentre tale notizia lascia sgomento Guglielmo II, un dispaccio del conte von Pourtalés, ambasciatore tedesco a Pietroburgo, gli porta notizie anche peggiori: il ministro degli esteri russo, Sazonov, ha dichiarato che le decisioni militari prese dal suo paese sono ormai irrevocabili e che la Serbia non sarà abbandonata al suo destino.

    Pur sapendo quanto debole sia lo zar, corrotto e incapace il suo ministro della guerra, male armato e male equipaggiato il suo esercito, Guglielmo non si nasconde tuttavia che lo Stato Maggiore russo è risoluto a cancellare la vergogna della sconfitta subita ad oriente nove anni prima, e che nonostante le loro deficienze materiali le truppe zariste costituiscono una formidabile massa d'urto che può contare in caso di guerra su quasi cinque milioni di combattenti (67).

    Giungono contemporaneamente, allarmanti, notizie da Londra: nonché esercitare una azione moderatrice sui soci dell'Intesa, l'Inghilterra ha rigettato più volte, per bocca del ministro degli esteri Grey, ogni richiesta di mediazione avanzata dall'ambasciatore Lichnowsky; rifiuta inoltre di comunicare a quali condizioni resterebbe neutrale; può dire soltanto, senza promettere alcunché, che deve «avere le mani libere»; all'interno del governo vengono anzi emarginati e costretti alle dimissioni i pochi ministri che ancora sperano di salvare la pace; ci si prepara infine a mobilitare la flotta (secondo quanto richiesto da Sazonov già il 24 luglio e quanto concordato da anni con la Francia) (68).

    Mentre l'Austria dà il via alla mobilitazione generale poco dopo il mezzogiorno del 31 luglio e mentre dalla Prussia orientale giungono le prime notizie di movimenti e di ammassamenti di truppe russe lungo il confine, Guglielmo telegrafa angosciato una terza volta allo zar scongiurandolo di soprassedere per qualche giorno, di riflettere ancora.

    Dopo avere ricevuto una evasiva risposta e dopo ulteriori segnalazioni di frenetici preparativi militari nemici ai confini orientali del Reich, l'imperatore sì risolve in serata a proclamare il «pericolo di guerra imminente» (Kriegsgefahrzustand), chiedendo al contempo ufficialmente alla Russia di sospendere la mobilitazione bellica, e invitando la Francia a dichiararsi neutrale nel caso di un conflitto russo-tedesco.

    Poiché la Russia ignora deliberatamente l'ultimatum tedesco (ed anzi diviene ormai noto che, lo zar — peraltro falsamente informato dai ministri degli esteri e della guerra e dal Capo di Stato Maggiore — ha ordinato la mobilitazione generale fin dalle ore 16 del giorno precedente — e perché non possa pentirsene qualcuno gli taglia subito dopo i fili del telefono) e poiché la mobilitazione tedesca è ferreamente legata a tempi tecnici per fare fronte alla netta sproporzione di forze e alla duplice, accerchiante minaccia franco-russa, la mattina del 1 agosto Guglielmo dà inizio alla mobilitazione del suo esercito mentre alle diciannove von Pourtalés consegna a Sazonov un'ultima nota che termina di leggere ansimando: «Sua Maestà l'imperatore, mio augusto sovrano, accetta la sfida in nome dell'impero e si considera in guerra con la Russia».

    Poiché la Francia ha comunicato che agirà « conformemente ai propri interessi », legata com'è dagli accordi militari stipulati con l'impero zarista, e mobilita il 2 agosto nascondendosi dietro il casus foederis, la Germania si vede costretta a dichiararle guerra il giorno seguente.

    Dando attuazione al piano Schlieffen (69), le truppe tedesche irrompono oltre il confine col Belgio, scontrandosi con l'esercito belga, da mesi attestato a difesa di una fittizia neutralità. Prendendo a pretesto la violazione del territorio belga, l'Inghilterra, che secondo i patti segreti da tempo stipulati ha mobilitato anticipatamente la flotta e ha dato da tempo assicurazioni alla Francia per una difesa comune del Belgio e delle Fiandre, trova infine l'occasione per scendere in campo, per una prima volta nel secolo, contro l'Europa di Mezzo (70).

    Gianantonio Valli





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    (1) Rimandiamo, per il necessario approccio al problema, alla magistrale trattazione di GROH D., op. cit., specie pp. 188-288.

    (2) Popolo «vuoto di ogni eticità» e «già ampiamente corrotto», i russi non potrebbero in nessun caso essere gli eredi della civiltà europea perché «se anche il mondo occidentale [leggi «europeo» n.d.a.] fosse vicino alla morte, il mondo slavo non sarebbe in grado di assumerne l'eredità; i russi sono infatti del tutto privi di quella sana e naturale capacità di elaborazione che sa raccogliere la civiltà dalle mani dei popoli in declino per farla propria in modo non servile». Cfr. Diezel, in GROH D.. op. cit., p. 288. Rileva d'altro canto il sofferto occidentalismo di Piotr Adaev (in GIUSTI W., Il panslavismo, I.S.P.T., 1941, pp. 36-37): «Gettate uno sguardo a tutti i secoli da noi vissuti, a tutto lo spazio da noi occupato, non troverete né un ricordo attraente, ne un monumento degno di rispetto che vi parli potentemente del passato ... Presso di noi non esiste uno sviluppo interno, un progresso naturale; ogni idea nuova scaccia senza conservare impronta le idee precedenti, appunto perché non sgorga da esse, ma si manifesta a noi venendo Dio sa da dove. Siccome noi accettiamo solo le idee già preparate, nella nostra mente non si formano quei solchi indelebili che soltanto uno sviluppo regolare sa creare nei cervelli ... Nessun pensiero utile è nato sulle sterili zolle della nostra patria, nessuna grande verità è uscita da noi; non ci siamo dati la fatica di escogitare qualcosa da soli; e di quello che hanno escogitato gli altri, noi abbiamo accettato soltanto una ingannevole esteriorità».

    (3) GROH D., op. cit., pp. 288-289. A proposito sottolineerà anche Julius Evola: «La Russia moderna respinge il tentativo di civilizzazione europea intrapreso per due secoli dagli zar e tende ad allearsi con le forme di decomposizione sociale del mondo europeo. Il bolscevismo è la statuizione in forma moderna dell'antico spirito della razza slava [...] Esso riconduce alle forme di indifferenziazione prepersonale e di promiscuità comunistica proprie appunto ai primitivi». Cfr. EVOLA J., Saggi di dottrina politica, Mizar, 1972, p. 37. Per un'interpretazione più articolata del comunismo russo/sovietico, parzialmente discordante dalle tesi esposte in questo capitolo, e dell'ideologia comunista quale fenomeno universale, cfr. SOLJENICYN A., L'errore dell'Occidente, La Casa di Matriona, 1980, e le nostre considerazioni, svolte in questo volume al capitolo 17.

    (4) Bruno Bauer, in GROH D., op. cit., pp. 327-328. Il mutamento dell'ethos europeo «occidentale» viene avvertito anche da alcuni pensatori russi, tra cui V. Kireevskij. Come rileva GIUSTI W., op. cit., p. 53, secondo il teorico dello slavofilismo: «Una secolare, fredda analisi avrebbe distrutto le basi stesse degli antichi valori europei; i principi fondamentali da cui la cultura occidentale è germogliata le sarebbero divenuti “marginali, estranei”. In Europa, insomma, lo spirito corrosivo derivato dall'illuminismo e l'empirismo piatto avrebbero munito con l'abbassare e in gran parte distruggere le tradizioni e le basi stesse della civiltà occidentale».

    (5) Cfr. NIETZSCHE F., Crepuscolo degli idoli, Adelphi. 1975, p. 139.

    (6) Cfr. NIETZSCHE F., Frammenti postumi 1884, Adelphi, 1976, p. 217.

    (7) Cfr. BALFOUR M., op. cit., pagg. 218 e 255.

    (8) Ibidem, pag. 303.

    (9) Cfr. FISCHER F., op. cit., pag. 33.

    (10) La causa «nazionale» più scottante stava nell'Europa centrale e sud-orientale, ma con questa Bismarck non volle aver nulla a che fare. Mai, sin da quando esisteva il Reich germanico, i tedeschi delle regioni danubiane furono abbandonati da esso nella stessa misura che al tempo di Bismarck. «Bismarck ripudiò il Vicino Oriente e così pure tutti i progetti per una Mitteleuropa; nella sua frase sintomatica, “non valevano le ossa di un granatiere di Pomerania”. E in effetti che interessi poteva avere la Pomerania nei Balcani? Per secoli però si era ritenuto che l'Europa sudorientale valesse il prezzo delle ossa dei tirolesi e degli stiriani, e a maggior ragione il prezzo delle ossa dei tedeschi del Banato e della Transilvania, altrettanto buoni tedeschi dei proprietari terrieri junkeer della Prussia occidentale e di Posen, se spesso anche non migliori. Ma Bismarck si lavò le mani di tutti loro. Egli non si limitò a rifiutare l'espansione tedesca nei Balcani, ma accolse con soddisfazione il compromesso degli Asburgo con l'Ungheria nel 1867, in virtù del quale quest'ultima diventò stato nazionale magiaro ed i tedeschi di Ungheria furono ridotti ad una minoranza abbandonata, altrettanto soggetta alla marginalizzazione dei rumeni e degli slovacchi». Cfr. TAYLOR A.J.P., op. cit., pagg. 165-166. Ben diversa sarà la posizione di Guglielmo Il: «Tutte le mie aspirazioni, tutti i miei pensieri e la mia politica sono rivolti a riunire e saldare più fortemente i ceppi germanici del mondo, specialmente in Europa, per assicurarci cosi Contro l'invasione slavo-ceca che ci minaccia tutti al massimo grado». Cfr. GÖHRING M., op. cit., pagg. 51-52.

    (11) Cfr. TAYLOR A.J.P., op. cit., pagg. 207-208.

    (12) Cfr. FISCHER F., op. cit.. pag. 33.

    (13) Cfr. NIETZSCHE F.. Al di là del bene e del male, Adelphi, 1976, pagg. 116-117. Sulla stessa linea interpretativa vedi pure lo stupendo CAU J., Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo, Volpe, 1979.

    (14) La legittimità del concetto di Europa di Mezzo, col parallelismo di destini e di storia delle sue nazioni maggiori, è stata riconosciuta da Hegel nel nono capitolo della Costituzione della Germania: «L'Italia ha avuto in comune con la Germania lo stesso corso del destino; con la sola differenza che essa, avendo già prima un più elevato grado di cultura, fa condotta prima dal suo destino a quella linea di svolgimento che la Germania sta percorrendo ora fino in fondo». Cfr. HEGEL G.W.F., Scritti politici, Einaudi, 1972, pag. 101. Del medesimo tenore del sentire più profondo di Machiavelli sono le considerazioni nietzschiane sulla volontà dell'uomo superiore («Libera dalla felicità dei servi, redenta da dèi e adorazioni, impavida e terribile, grande e solitaria: così è la volontà del verace») e sull'unico, finale criterio di distinzione per l'uomo: il riconoscimento e l'adesione al principio di verità (per il quale «non si deve mai domandare se la verità sia utile») cfr. GRANIER I., Nietzsche, Feltrinelli. 1984, pagg. 86-92.

    (15) Cfr. HEGEL G.W.F., op. cit., pagg. 104-105.

    (16) Cfr. SASSO G., Niccolò Machiavelli. Storia del suo pensiero politico, Il Mulino, 1980, pag. 419; vedi inoltre i rilievi alle pagg. 115 e 552-555.

    (17) Cfr. Ugo Dotti in MACHIAVELLI N., Il principe, Feltrinelli, 1984, pagg. 11-12.

    (18) Cfr. GRANIER J., op. cit., pagg. 37-40. Le forme del nichilismo: imperfetto, passivo, attivo, classico.

    (19) Erede della Rivoluzione e dei «sacri» principi del 1789, e contemporaneamente suo affossatore e restauratore in diversa forma dei principi di tradizione e di organicità sociale, Napoleone è stato icasticamente giudicato da Nietzsche in Frammenti postumi 1887-1888, Adelphi, 1971, pag. 121: «La Rivoluzione rese possibile Napoleone: è questa la sua giustificazione. Per un simile prezzo si dovrebbe desiderare il crollo anarchico di tutta la nostra civiltà. Napoleone rese possibile il nazionalismo: questo è il suo limite».

    (20) Cfr. GROH D., op. cit., pag. 216.

    (21) Cfr. NIETZSCHE F., Al di Ià del bene e del male, Adelphi, 1976, pag. 114.

    (22) «Non si dimentichi, infine, riguardo agli inglesi, che già una volta essi hanno provoca-to, con il loro basso livello medio, una depressione totale dello spirito europeo: ciò cui si dà il nome di “idee moderne” o “idee del XVIII secolo” o anche “idee francesi” — dunque ciò contro cui lo spirito tedesco si è levato con profonda nausea — era di origine inglese, e non v'è alcun dubbio al riguardo. l francesi sono stati soltanto le scimmie e i commedianti di queste idee, nonché i loro migliori soldati, e purtroppo altresì le loro prime e più complete vittime: infatti, per la dannata anglomania delle “idee moderne”, l'àme franaise è finita per diventare così sottile e macilenta che oggi si ricorda quasi con incredulità il suo XVI e XVII secolo, la sua profonda forza passionale, la sua nobiltà inventiva. Tuttavia occorre attaccarsi coi denti a questo principio di equità storica e difenderlo contro il momento e l'apparenza del momento: la noblesse europea — del sentimento, del gusto, del costume, prendendo questa parola in ogni suo alto significato — è opera e ritrovato della Francia; la volgarità europea, il plebeismo delle idee moderne — dell'Inghilterra —». Cfr. NIETZSCHE F., Al di là del bene e del male, Adelphi, 1976, pagg. 165-168. Occorre tuttavia ricordare, per dare esattamente il suo a una certa parte della nazione francese (e in special modo ai suoi philoshophes) che il razionalismo cartesiano, dottrina alle origini della concezione meccanicistica del mondo che ci perseguita da tre secoli (per tale aspetto cfr. RIFKIN J., Entropia, Mondadori, 1982, pagg. 29-40 e SACCHETTI A., L'uomo antibiologico, Feltrinelli, 1985, specie pagg. 83-88 e 115-127) è prodotto strettamente autentico del genio di Francia. E che è proprio la Francia che «ha sempre avuto una magistrale abilità nel trasformare radicalmente i più esiziali rivolgimenti dello spirito in qualcosa di incantevole e di ammaliante» (NIETZSCHE F., ibidem, pag. 114).

    (23) Cfr. NIETZSCHE F., ibidem, pag. 115.

    (24) Originati probabilmente sul territorio a nord-est dei Carpazi, gli slavi si diffondono nei primi secoli dell'era cristiana verso oriente, occidente e meridione, suddividendosi in tre rami secondo la collocazione geografica e l'appartenenza linguistica. Solo col sorgere delle lingue letterarie moderne e dei dialetti parlati dalle varie popolazioni divengono individualità chiaramente circoscritte. Agli slavi orientali appartengono i russi propriamente detti (grandi russi), gli ucraini (piccoli russi, o rumeni), i bielorussi (russi «bianchi»). Gli slavi occidentali comprendono i polacchi, i cechi, gli slovacchi e i sorabi di Lusazìa. Gli slavi meridionali, separati dai primi due gruppi da territori abitati da tedeschi, magiari e romeni, comprendono gli sloveni, i croati. i serbi, i bulgari, i macedoni. Come rileva PRAGA G., Storia di Dalmazia, dall'Oglio, 1981, pag. 46: «Ora appunto nella Palesia, vasta depressione paludosa formante un triangolo con i vertici a Brest-Litovsk, Kiev e Mohilev, in un territorio cioè che gli Avari avevano percorso per arrivare all'Elba, vivevano gli Slavi. Come l'avaro era tipico prodotto etnico della steppa asiatica, così lo slavo era prodotto della palude. Sognatore di scarse capacitò guerriere, senza attitudini alla vita politica nè inclinazioni a costituirsi in stato, era da tempo immemorabile agognata e facile preda delle orde altaiche e delle popolazioni guerriere germaniche, che lo asservivano e ne sfruttavano i beni e il lavoro». Per uno sguardo d'insieme cfr. KÖHN H., Il mondo degli slavi, Cappelli, 1970.

    (25) Cfr. BERDJAEV N., Le fonti e il significato del comunismo russo, La Casa di Matriona, 1976. pagg. 33-53, Storia dello spirito russo, Sansoni, 1965, pagg. 291-296 e 339-342; e soprattutto GIUSTI W., op. cit., che evidenzia in modo magistrale i due filoni dell'ideologia slavo-fila russa, il principale, nazionalista, reazionario, autocratico e pervaso dì mistica ortodossa, e quello numericamente più tenue. di tendenza progressista e rivoluzionaria. Isolato e singolare è l'atteggiamento antioccidentale, aristocratico e antiprogressista del diplomatico e poeta Konstantin Leontjev (condiviso pressoché totalmente dall'influente statista Konstantin Pobedonoscev) che, pur riconnettendosi alla tradizione slavofila, per certi aspetti capovolge addirittura questa tradizione identificando la civiltà russa con la civiltà bizantina di contro al concetto materialistico-edonistico occidentale di democrazia: «Il bizantinismo respinge ogni speranza di un benessere generale dei popoli, è la più forte antitesi all'idea del panumanitarismo nel senso dell'uguaglianza di tutti sulla terra, alla libertà generale, alla perfezione e soddisfazione di tutti quelli che vivono quaggiù [...] La Russia non è stata e non sarà mai uno stato puramente slavo. Un contenuto soltanto slavo è troppo povera cosa per il suo spirito universale» (ibidem, pagg. 87-89). Cfr. pure l'eccellente WALICKI A., Un'utopia conservatrice, Einaudi, 1973, pagg. 509-520.

    (26) Per l'approfondimento di questa linea interpretativa, cfr. inoltre BOWRT C.M., L'esperienza greca, Il Saggiatore, 1961, specie alle pagg. 11-30 e PEI-FAZZONI R., L'essere supremo nelle religioni primitive, Einaudi, 1968, nonché i rilievi in LIVET G., MOUSNRERT R., Storia d'Europa, vol. I, Laterza, 1982, pagg. 23-55.

    (27) Con lo spirito slavo, rappresentato in certe sue caratteristiche fondamentali da Oblomov, nettamente si pone in contrasto l'uomo europeo/«occidentale», che vede e che sa la vita come tragica lotta incessante. Il contrasto diviene però insanabile, e la lotta senza quartiere, solo allorquando la siche russa gli viene mossa contro da altre e più forti volontà, quale quella semitica/escatologica, in cui sì fondono paradossalmente gli opposti dell'idealismo e del razionalismo materialista e che si serve di quella per combattere il vero avversario di sempre, l'amor fati e il realismo critico della psiche europea. Ai nostri giorni in realtà (e ciò è stato ampiamente confermato, in tempo di guerra, dai contatti di tedeschi e italiani con le popolazioni russe soggiogate da un'ideologia attiva in parte a loro aliena) il contrasto fondamentale si ha per l'Europa col vero nemico dello spirito europeo, e cioè con la psiche occidentale, meccanica e assoluta, disumana nella sua discendenza dal monoteismo semita e semitizzante. Così noi possiamo riconoscere come positiva parte dell'eredità indoeuropea alcune caratteristiche dell'anima slava, e senza contraddizione tornare «a considerare Oblomov un eroe abbastanza positivo, a sentire la sua pigrizia come profonda tristezza, anzi che esecrabile difetto [...] Il mondo al quale ambisce Oblomov è mondo informato ad un'intima bellezza: una vita in armonia con le cose; un consonare dell'animo con la natura per averne inteso e costantemente intenderne la meraviglia e l'incessante miracolo; un caldo rapporto coi simili improntato a stima e scambievole amore. Infine, una sublime utopia dell'esistenza intesa come conseguimento di un'alta dignità umana, quale profondo fervore del sentimento e del pensiero, distacco da ogni basso e contingente interesse e da ogni routine che umilia l'essere». Cfr. l'introduzione di Leone Pacini Savoj a GONARTOV L.A., Oblomov, Mursia, 1965, pag. 6.

    (28) Di ascendenza germanica e cittadina. Stolz porta perfino nel nome il contrasto Europa/mondo slavo, poiché Stolz significa in tedesco orgoglio e gloria (ma anche superbia e arroganza) mentre Oblomov viene da Oblòm, frammento, parte distaccata del mondo, «reliquia di uno scomparso paradiso terrestre».

    (29) Stenka Razin ed Emeljan Pugacév furono capipopolo ed avventurieri che sollevarono, in ribellioni senza esito ed incoordinare, truppe cosacche e contadini, rispettivamente nel XVII e nel XVttt secolo, e che, domate le rivolte, furono poi catturati e giustiziati. Per una storia del nichilismo e delle correnti rivoluzionarie russe dell'Ottocento, cfr., oltre a VENTURI F., Il populismo russo, tre voli., Einaudi, 1977, l'ottimo ULAM A.B., In nome del popolo, Garzanti, 1978. Capo anarchico ucraino, Machnò, come altri capibanda dell'epoca, si oppose dal 1918 al 1921 tanto alle forze bolsceviche, quanto soprattutto alle forze «bianche» di Denikin e di Vrangel, nell'illusione di poter costituire, con l'appoggio soprattutto delle masse contadine e dei diseredati di ogni provenienza, una «terza» forza organizzata anarchica (che fu ovviamente massacrata e spazzata via dal bolscevismo trionfante, che nello stesso 1921 annientava i ribelli di Kronstadt).

    (30) Cfr. BERDJAEV N., op. cit., pagg. 21-22.

    (31) Ibidem, pag. 65. Sarà ancora Nietzsche che, oltre a riconoscere l'estrema pericolosità che tale posizione rappresenta per l'uomo e per la società organica/europea, saprà identificarne le origini e le finalità comuni con quelli dell'Occidente angloamericano.

    (32) Cfr. WALICKI A., op. cit., pag. 579.

    (33) Cfr. BERDJAEV N., op. cit., p. 30; «La concezione occidentale della proprietà era estranea al popolo russo ed era debole persino nella classe aristocratica. La terra è proprietà di Dio e tutti coloro che la lavorano e ci si affaticano possono goderne il frutto. Un ingenuo socialismo agrario è sempre connaturato ai contadini russi. Per le classi colte e per l'intellighentzia il popolo è rimasto sempre, in un certo modo, un enigma che era necessario risolvere. Si credeva che nel popolo taciturno e privo del dono della parola fosse celata una grande verità sulla vita, e che sarebbe giunto il giorno in cui il popolo avrebbe pronunciato la sua parola. L'intellighentzia, praticamente staccata dal popolo, viveva attratta dal fascino della mistica “tellurica” del popolo, di ciò che gli scrittori degli Anni Settanta avevano denominato “la potenza della terra”». Vera bestia nera dell'ideologia russo/slava, il diritto romano di proprietà è violentemente attaccato da Kireevskij e Danilevskij, perché in netta contrapposizione alle «caratteristiche de/la razza slava», in primo luogo «la mansuetudine», che ha aiutato il diffondersi e l'affermarsi dei principi cristiani, e poi «l'originario democraticismo slavo». Cfr. GIUSTI W., op. cit., pagg. 54 e 63.

    (34) Cfr. DOSTOEVSKIJ F., I demoni, Einaudi, 1972, pagg. 234 e 235. Per le reazioni anti-«occidentali» di Dostoevskij e di altri pensatori russi dell'epoca, cfr. inoltre BERDJAEV N., op. cit., pagg. 113-124.

    (35) Cfr. WALICKI A., op. cit., pagg. 545 e 529.

    (36) Cfr. GIVONE, Dostoevskij e la filosofia, Laterza, 1984, pag. 164.

    (37) Cfr. NOLDE B., op. cit., pag. 186.

    (38) Insieme al Sangiaccato di Novi Bazar, che separava il Montenegro dalla Serbia e che, sgombrato dall'Austria-Ungheria nel 1909, verrà conquistato e spartito tra i due Paesi slavi nel 1913 dopo la Prima guerra balcanica.

    (39) Cfr. DEDIJER V., Il groviglio balcanica e Sarajevo, Il Saggiatore, 1969, pagg. 72 e 74.

    (40) Come rileva ALBRECHT-CARRIE' R., op. cit., pag. 200: «Che l'alleanza secondo le intenzioni di Bismarck fosse difensiva è indubbio: l'aggressività russa sarebbe stata contenuta dalla considerazione di doversi scontrare con la Germania e con l'Austria, invece che con l'Austria soltanto [...] nello stesso tempo l'Austria si sarebbe trovata sola se fosse stata l'aggressore — per cui la necessità per essa dell'appoggio tedesco avrebbe operato come elemento moderatore». Tali considerazioni, valide per l'epoca di stipulazione del trattato perderanno nel 1914 tutta la loro validità a causa della volontà della Russia, certa dell'appoggio anglo-francese e istigata dai maggiori uomini di governo dell'Occidente europeo, di radicalizzare la situazione internazionale fino a conseguenze esiziali, inaccettabili per gli Imperi Centrali.

    (41) Nel 1804 il capo dei rivoltosi antiottomani, poi nominato «principe» dell'anomalo principato serbo, è un mercante di porci di nome Djordje Petrovié, meglio noto come Karadjordje, o Giorgio il Nero, dalla sua capigliatura scura. Rivale della famiglia degli Obrenovié, che propongono presto la loro candidatura a capi delle genti serbe, pochi anni dopo ucciderà il fratello di Milo Obrenovié, il quale riuscirà a sua volta ad assassinarlo nel sonno nel 1817, inviandone poi la testa mozzata in dono al pascià turco in cambio del riconoscimento della Sublime Porta a principe ereditario. Tutto l'Ottocento sarà segnato dalle alterne fortune delle due casate, tra abdicazioni e assassini, finché nel 1903 la dinastia degli Obrenovié verrà definitivamente annientata nel sangue. Cfr. CLISSOLD S. (a cura di), Storia della Jugoslavia, Einaudi, 1969, pagg. 131-153.

    (42) Nominato successivamente e comandante della «Guardia reale» e poi generale, Zivkovié fa parte di quelle figure che, poco lumeggiate dagli storici ufficiali, sono tuttavia determinanti nel creare la storia attraverso provocazioni, ricatti, vendette, trame, sabotaggi, guerriglie ed atti di terrorismo. Sicuramente agente della Russia zarista, e in stretto contatto con i servizi segreti francese e britannico, è il principale responsabile dell'attentato di Sarajevo, più ancora di Dimitrijevié, che sarà da lui eliminato (in quanto rivale concorrente ai favori reali e scomodo testimone di molte scelleratezze), mediante l'organizzazione di un finto attentato contro il principe reggente, fuggiasco a Salonìcco durante la prima guerra mondiale, cui seguirà il processo e la condanna a morte, nel giugno 1917, di «Apis». Sue responsabilità sono poi venute alla luce anche per quanto concerne l'attentato mortale contro il suo re, Alessandro, compiuto il 9 ottobre 1934 a Marsiglia, in cui mori pure il ministro degli esteri francese Barìhou. Cfr. VENANZI P., Conflitto di spie e terroristi a Fiume e nella Venezia-Giulia, Edizioni de «L'Esule», Milano, 1982, pagg. 53-62.

    (43) Per l'icastica espressione, cfr. SILVESTRI M., op. cit., pag. 73.

    (44) Cfr. FEIS H., op. cit., pagg. 211-212.

    (45) L'annessione (per la quale cfr. DUCE A., La crisi bosniaca del 1908, Giuffrè, 1973) fu attuata sotto la duplice esigenza di contrastare la nuova situazione creata a Costantinopoli dalla rivoluzione dei Giovani Turchi (che avrebbero introdotto il costituzionalismo nell'Impero ottomano facendo sorgere fermenti rivoluzionari anche in Bosnia e richiedendo l'invio di deputati maomettani al parlamento di Istanbul) e di porre un freno alle mire serbe verso l'Adriatico. Contrastata all'interno del governo austroungarico, la decisione fu caldeggiata dal ministro degli esteri Aehrenthal e aspramente biasimata dall'erede al trono asburgico Francesco Ferdinando, che non voleva portare all'interno della compagine della Duplice Monarchia altri milioni di slavi. Indice dell'indecisione e della poca chiarezza di idee austroungariche è poi la rinuncia da parte dell'Austria alla sua posizione nel Sangiaccato di Novi Bazar, barriera tra il Montenegro e la Serbia, il quale, ritirate le truppe austriache di occupazione, torna sotto amministrazione ottomana (verrà poi spartito tra i due stati slavi col trattato di Bucarest dell'agosto 1913, dando loro una frontiera comune, con la possibilità per la Serbia del sospirato sbocco sull'Adriatico). Per il movimento dei Giovani Turchi cfr. TAYLOR E., La caduta delle dinastie, Dall'Oglio, 1968, pagg. 176-184.

    (46) Che le inimicizie e gli odi personali avessero, come d'altra parte in ogni epoca storica, parte grande anche se non decisiva, nel determinare la politica dei vari Paesi, lo si riscontra anche dalle furiose reazioni di Izvolskij nei confronti di Aehrenthal. L'impossibilità da parte austriaca di mantenere le promesse fatte al russo in cambio dell'accettazione dell'annessione e la sensazione di essere stato beffato, provocò violenti scoppi d'ira in Izvolskij: «Quell'ebreo — minacciò riferendosi ad Aehrenthal — me la pagherà». La sua azione a Parigi, ove venne inviato due anni dopo quale ambasciatore zarista, fu infatti fin da subito caratterizzata da un odio antiashurgico ed antigermanico di tale intensità da essere considerato patologico anche da molti contemporanei a lui vicini. Diretta conseguenza dell'accentuata aggressività russa nei confronti della Turchia furono nel 1909 gli accordi segreti di Racconigi, con i quali lo zar diede via libera ai progetti italiani di espansione in Libia, allora sottoposta ad amministrazione ottomana.

    (47) Nel 1867 ha origine, con un Compromesso, il dualismo della monarchia asburgica. L'Ungheria, già ribellatasi nel 1848 e rimasta in istato di perenne agitazione, ottiene una costituzione, un'amministrazione ed un parlamento separati, e inizia ad attuare una politica di marginalizzazione nei confronti delle popolazioni slave e romena presenti nei suoi confini. In comune con l'Austria restano la politica estera, le finanze e l'esercito, che viene affiancato dalle due milizie territoriali, l'ungherese Honved e l'austriaca Landwehr. Alla fine del 1908 la Duplice Monarchia comprende a) nel regno d'Austria (o Cisleithania, territorio al di qua della Leitha, affluente del Danubio): l'Austria propriamente detta, la Boemia-Moravia, la Slesia austriaca, la regione di Teschen, la Galizia, la Bucovina, la Slovenia, la Dalmazia, il Trentino-Alto Adige e il Litorale Adriatico o Venezia Giulia; b) nel regno d'Ungheria (Transleithania): l'Ungheria propriamente detta, la Slovacchia, la Rutenia sud-carpatica, la Transilvania e la Croazia-Slavonia. La Bosnia-Erzegovina, da poco formalmente annessa, è direttamente amministrata dal governo imperiale.

    (48) Attraverso l'azione della Narodna Odbrana si organizzano anche le bande di comitati che, ufficialmente non riconosciute, intervengono per anni in Macedonia e in Albania, talora affiancate dall'esercito regolare, per contrastare bulgari e greci e per sottomettere gli albanesi. Per l'intricata questione macedone cfr. CLISSOLD S., op. cit., pagg. 154-173. Dai quadri della Narodna Odbrana lo Stato Maggiore serbo darà vita nel 1920 alla Orjuna (Organizacia Jugoslovenskih Nacionalista), la più torva e criminale setta terroristica del secolo ventesimo — che rimarrà sempre poco controllabile dal potere centrale jugoslavo — forte di quasi cinquantamila affiliati, un terzo dei quali operano lungo le frontiere dell'Italia fascista compiendo sabotaggi, rapine, taglieggiamenti, attentati e massacri di civili e di militari, anche dopo il «Patto d'amicizia» italo-jugoslavo siglato nel marzo 1937. Basti al proposito ricordare le clamorose azioni compiute nel 1940: l'attentato al polverificio di Clana; il serio danneggiamento del nodo ferroviario di Tarvisio; l'attentato al polverificio di Piacenza, che causa 42 morti e 756 feriti; l'attentato al polverificio di Bologna che provoca 95 morti e 300 feriti. Cfr. VENANZI P., op. cit., passim.

    (49) Cfr. JOTHL I., Le origini della prima guerra mondiale, Laterza, 1985, p. 109. La battaglia del campo di Kosovo (campo dei merli) vide il 28 giugno 1389 l'annientamento, da parte dell'esercito ottomano guidato dal sultano Murad, delle forze serbe guidate dal principe Lazar. Entrambi i condottieri furono uccisi. La sconfitta segnò la fine dell'indipendenza dello stato serbo e l'inizio del giogo ottomano sugli slavi del sud per oltre quattro secoli. Le circostanze della morte di Murad, mai chiarite, furono descritte già pochi decenni dopo come opera di un nobile serbo, Milos Obilic. che, entrato con la menzogna nelle file turche, conficca il suo pugnale nel ventre del sultano. Dalla fine del Quattrocento poemi epici e ballate folcloristiche trasfigurano il dubbio avvenimento in mito centrale di lotta antiottomana delle popolazioni sud-slave. Cfr. DEDIJER V., op. cit., pagg. 312-323.

    (50) Cfr. Karl Kraus, ne «Il Giornale», 2 ottobre 1984. Per la complessa personalità dell'erede al trono asburgico cfr.: CRANKSHAW E., Il tramonto di un impero, Mursia, 1969, pp. 386-418: «Era un uomo amaramente deluso, l'erede di un grande impero, che vedeva crollare la sua eredità per la cattiva amministrazione e per la negligenza. l magiari, per quanto lo potessero, lo ossessionavano come il principale pericolo interno. Nella sua mente si agitavano in continuazione piani per il futuro, dettati in parte dall'ignoranza, in parte dal pregiudizio, ma sempre da un senso di urgenza. [...] Francesco Ferdinando fu un realista. A causa del suo legame con Conrad von Hòtzendorf fu da tutti considerato un militarista e il leader del partito della guerra: di fatto egli litigò continuamente con Conrad, suo protetto, sul problema della pace e della guerra. Era prontissimo a far guerra agli italiani, ma durante tutte le crisi dei primi quattordici anni del secolo fu irremovibile sulla necessità di mantenere la pace con la Serbia». Cfr. inoltre HERRE F., Francesco Giuseppe, Rizzoli, 1979, pagg. 381-427 e, criticamente, i rilievi dello iugoslavo DEDIJER V., op. cit., pagg. 148-178 e 179-200. Un lato umanamente simpatico del suo carattere è il tenace anticonformismo dimostrato nella scelta della fidanzata, poi moglie morganatica, contessa Sofia Chotek, il cui casato non si trovava nella lista della famiglia da cui un Asburgo poteva scegliere la moglie. Dopo avere ostinatamente difeso la scelta compiuta, Francesco Ferdinando si lancia violentemente contro una tradizione insensata e contro i cortigiani che la sostengono, affermando che, seguendola, «il risultato è che la metà dei figli [degli Asburgo] sono idioti o epilettici».

    (51) Cfr. DEDIJER V., op. cit., pagg. 167-168.

    (52) Cfr. HERRE F., op. cit., pag. 388.

    (53) Cfr. GERBORE P., I responsabili, Volpe, 1980, pag. 17.

    (54) Perfino negli USA, ove numerosi gruppi serbi collegati con fuoriusciti cechi cercano di mobilitare l'opinione pubblica contro l'impero austroungarico, si può liberamente e senza conseguenze incitare all'assassinio, come fa il 3 dicembre 1913 il giornale serbo Srbobran, stampato a Chicago, ed anzi rigettare come indebite ingerenze le legittime proteste dell'ambasciatore austriaco a Washington. «L'erede al trono austriaco ha annunciato la sua visita a Sarajevo per la primavera... Serbi, prendete tutto ciò che potete: coltelli, fucili, bombe e dinamite. Compite una giusta vendetta/ Morte alla dinastia degli Asburgo, un pensiero eterno agli eroi che alzarono la mano contro di essa». Cfr. HERRE F., op. cit., pag. 430. Al contrario, ha scritto responsabilmente a Londra dieci mesi prima l'ambasciatore inglese a Vienna, Cartwright: «Un bel giorno la Serbia lancerà tutti gli Stati d'Europa gli uni contro gli altri e provocherà sul continente una guerra generale. Io non posso dire quanto il pubblico qui sia angosciato a causa delle eterne preoccupazioni che procura all'Austria questo piccolo paese, incoraggiato dalla Russia. [...] Se scoppierà una nuova crisi serba, sono persuaso che l'Austria-Ungheria non sopporterà più alcuna ingerenza russa e ad ogni costo regolerà da sè sola il conflitto col suo piccolo vicino» cfr. TORRE A., Alla vigilia della guerra mondiale 1914-1918, I.S.P.I., 1942, pag. 306.

    (55) Cfr. FORTI G., A Sarajevo il 28 giugno, Adelphi, 1984, pagg. 143-144 e 157.

    (56) Cfr. TORRE A., op. cit. pag. 247.

    (57) Cfr. GERBRE P., op. cit., pagg. 19-20, e i rilievi di Francesco Giuseppe nella lettera a Guglielmo II del 4 luglio successivo (in BALFOUR F., op. cit., pag. 447): «Le indagini finora condotte indicano che l'assassinio di Sarajevo non è stato opera soltanto di un individuo, ma il risultato di un ben congegnato complotto i cui fili arrivano fino a Belgrado. Anche se sarà probabilmente impossibile stabilire la complicità del governo serbo, non può esservi alcun dubbio che la sua politica di unire tutti gli slavi meridionali sotto la bandiera serba incoraggia crimini di questo genere, e il perdurare di questa situazione costituisce un permanente pericolo per la mia dinastia e i miei territori».

    (58) Cfr. HERRE F., op. cit., pag. 426.

    (59) Cfr. VELLANI-DIONISI E., Il problema territoriale transilvano, Zanichelli, 1932, pag. 11.

    (60) Cfr. TAYLOR E., op. cit., pag. 348. Principale artefice del riavvicinamento all'Inghilterra dopo l'incidente di Fascioda, come del rafforzamento dell'alleanza franco-russa, Delcassé concluse pure importanti accordi con l'Italia per le questioni del Marocco e della Tripolitania. Fu anche ministro della marina, dal 1911 al 1913, ambasciatore Pietroburgo nel 1913 (inviato in sostituzione dello svogliato Georges Louis per concertare gli ultimi accordi militari), e nuovamente ministro degli esteri nel 1914-1915 (riassumendo la carica lasciata da Viviani subito dopo lo scoppio del conflitto).

    (61) Cfr. JOLLI., op. cit., pag. 17. Rovesciato il governo Caillaux, che aveva cercato di accordarsi con la Germania nel corso della seconda crisi marocchina, nel gennaio 1912 viene formato, sotto la pressione di ambienti massonici e delle alte sfere militari francesi, il gabinetto del lorenese Poincarè, che viene attivamente «confortato» mediante somme considerevoli da Tzvolskij, ambasciatore a Parigi. Quando nel gennaio 1913 Poincarè si pone candidato a presidente della Repubblica, Izvolskij si adopera a tutt'uomo per sostenerne l'elezione, comprando la stampa francese e parecchi deputati attraverso lo stesso primo ministro e il ministro delle finanze, Klotz. Eletto Poincarè il 17 gennaio, Tzvolskij può così garantire a Pietroburgo: «L'energia, la decisione e il carattere intiero di Poincarè appaiono come la garanzia che, in qualità di presidente della repubblica, non si contenterà, come Fallières, di un compito puramente passivo o, se si può dire così, decorativo; ma egli defluirà con tutti i mezzi, e ad ogni momento, sul corso della politica francese, specialmente quella estera». Il governo francese, è sempre pronto ad adempiere ai suoi doveri di alleato, anche in caso di guerra e «non pensa affatto a privare la Russia della sua libertà di azione, né a mettere in dubbio gli obblighi morali che pesano su di essa, in ciò che concerne gli Stati balcanici» cfr. TORRE A., op. cit., pag. 205.

    (62) Cfr. GÖHRING M., op. cit., pag. 100. Che questo fosse da anni l'obbiettivo primario della Francia lo riconferma Izvolskij in un telegramma del 13 ottobre 1914, nel quale riferisce che Delcassè gli ha ulteriormente precisato gli scopi di guerra francesi, e cioè non solo la restituzione dell'Alsazia-Lorena e alcune richieste coloniali, ma soprattutto «che l'Impero tedesco sia annientato e la potenza militare e politica della Prussia sia il più possibile indebolita», richiamandosi «alle trattative che ebbero luogo a Pietroburgo nell'anno 1913». cfr. TORRE A., op. cit., pag. 207.

    (63) Sbarcati a Dunkerque la mattina del 29, i due sembrano infine risvegliarsi da un sogno nel primo pomeriggio, quando possono «scrutare i volti angosciati dei collaboratori» e far fronte alle accuse di irresponsabile complicità e di insipienza espresse con veemenza non solo dagli avversari politici ma anche dagli uomini del loro stesso partito. Alle diciotto dello stesso giorno il ministro dell'interno Malvy conversa con l'amico e deputato Caillaux, ex presidente del consiglio: «La Russia ci ha chiesto se poteva mobilitare. Le abbiamo risposto affermativamente e ci siamo impegnati a sostenerla». «Siete andati al di là del trattato di alleanza. Naturalmente vi sarete assicurati il concorso dell'Inghilterra!». «Neppure per sogno!» «Miserabili, avete scatenato la guerra!». Cfr. SILVESTRI M., op. cit., vol. II, pag. 13.

    (64) Cfr. HASLIP J., L'imperatore e l'attrice, Longanesi, 1984, pagg. 233-234. Il mutamento fu provocato nelle prime ore del pomeriggio da due telegrammi arrivati da Pietroburgo, con uno dei quali si consigliava di mobilitare, e col secondo si assicurava che la Russia non avrebbe abbandonato la Serbia. dando inoltre consigli sulla redazione della risposta all'Austria e comunicando le misure militari russe.

    (65) GERBORE P., op. cit., pagg. 20-21. Sintetica cronistoria in SILVESTRI M., op. cit., vol. II, pagg. 7-17. Sulla questione delle «responsabilità» per lo scoppio del conflitto cfr. anche FERRO F., La Grande Guerra 1914-1918, Mursia, 1972, pagg. 68-70 e soprattutto la minuziosa disamina svolta in TORRE A.. op.cit., pagg. 302-341. Un'onesta — e purtroppo sempre parziale — risposta al quesito deve inoltre tenere conto di quello che è forse il maggiore di tutti i fattori che condizionano le opinioni sulla moralità internazionale, e cioè le divergenze fra i canoni di giudizio di una nazione in espansione — o sfidante — e quelli di una nazione soddisfatta — o detentrice — (oltre che ovviamente della valutazione globale, etico-filosofica dei valori di cui sono portatrici le varie comunità nazionali).

    (66) Cfr. TORRE A., op. cit. pagg. 309, 196, 310. Il 30 luglio il generale russo Droborolskij, cui spetta l'incarico di eseguire la mobilitazione, annota che questa «è destinata ad appiccare il fuoco al mondo». In Francia AbeI Ferry, quando viene a conoscenza del richiamo dei riservisti russi, esclama: «tutto è finito», mentre il ministro della guerra Messimy qualifica l'ordine della mobilitazione francese come «ordine fatale». Con tutto questo, il proclama lanciato il 10 agosto dal governo francese a tutta la nazione, afferma che «la mobilitazione non è la guerra, anzi, nelle circostanze presenti, essa appare come il mezzo migliore per assicurare la pace con onore» cfr. ibidem, pag. 312.

    (67) Riportiamo al proposito quanto già espresso nella nota 34, cap. 3°: alla fine del 1913 (in tempo di non mobilitazione) Russia e Francia accerchiano i 530.000 uomini della Germania e i 420.000 della Austria-Ungheria con, rispettivamente, 1.440.000 e 650.000 uomini. Tendenzioso quindi, fuorviante e giustificabile solo in riferimento all'abituale untuosa ipocrisia dell'uomo, quanto poi espresso dal ministro degli esteri inglese Grey nelle sue memorie: «la mobilitazione russa e quella francese non eraìo una precauzione inutile o irragionevole. In Germania nel cuore stesso dell'Europa. stava il più grande esercito che il mondo abbia mai visto, in uno stato di preparazione non eguagliato da alcuno.., chi avrebbe dunque osato dire alla Russia e alla Francia che non era utile mobilitare? Chi avrebbe potuto affermare che fosse saggio omettere questa precauzione?...» cfr. TORRE A., op. cit. pag. 272.

    (68) Al successivo Consiglio dei ministri del 3 agosto, il premier Asquith comunica le dimissioni di Morley. Burns. Simon e Beauchamp (gli ultimi due le ritireranno nel pomeriggio). Recuperati da Churchill. lord dell'Ammiragliato, gli incerti Lloyd George e Runciman si schierano invece con Grey. il quale, da perfetto gentleman, si scusa con i dimissionari per la rigidità della sua presa di posizione bellicista. continuando con umorismo grottescamente britannico: «con voce di sentimento soffocato disse come si sentisse infelice di dover essere la causa di siffatto dissenso e imbarazzo fra tali amici». Cfr. TORRE A.. op. cit., pag. 300. La consapevolezza che l'Inghilterra si sarebbe schierata contro l'impero tedesco ha l'effetto di una bomba su Guglielmo II: «Quella notte del 30 luglio 1914, davanti alla certezza assoluta della guerra, Guglielmo Il fu sopraffatto dagli avvenimenti. I nervi gli cedettero, e in un lungo e appassionato memorandum egli riversò la sua amarezza e il suo sconforto, il suo convincimento che la Germania fosse vittima di un complotto, la delusione per la costante indifferenza che la Triplice Intesa mostrava per i suoi sforzi. In uno scoppio di collera giurò vendetta contro i malvagi che avevano messo in moto il cataclisma: non la Serbia o la Russia, ma l'Inghilterra e il suo impero. Era un documento penoso, gettato più in fretta da un uomo sovraeccitato e angosciato. Non avrebbe potuto scriverlo il personaggio stereotipato che la propaganda nemica ha deriso e denigrato come colui che volle la guerra in Europa e nella guerra si crogiolava». Cfr. WHITTLE T.. op. cit., pag. 340.

    (69) Per la genesi e le caratteristiche del piano, cfr. RITTER G., I militari e la politica nella Germania moderna, vol. II, Einaudi, 1967, pagg. 589-631 e TUCHMAN B.W., I cannoni d'agosto, Garzanti, 1973, pagg. 29-41. Quanto alla reazione inglese alla violazione del Belgio prevista dal piano Schlieffen, cfr. le memorie di lord Morley, in TORRE A., op. cit. pag. 297: «La pura verità, come io intendo debba essere la verità, è questa. L ‘atteggiamento tedesco circa la neutralità belga doveva essere fronteggiato in due modi. O noi potevamo farne subito un casus belli, o potevamo protestare con assoluta energia [...] e premere diplomaticamente. Quale era l'ostacolo al secondo modo di agire? Niente altro che i nostri supposti impegni con la Francia. L 'improvviso e decisivo entusiasmo per il Belgio fu dovuto meno all'indignazione per la violazione del trattato [del 1839, n.d.a.], che alla naturale convinzione del suo valore di argomento a favore dell'intervento a pro della Francia, dell'invio di un corpo di spedizione ecc. ecc. Il Belgio doveva prendere il posto che prima avevano preso il Marocco e Agadir quali pretesti per la guerra». Per quanto concerne la «santità» inviolabile dei trattati, è opportuno ricordare che le opinioni di Bismarck: non essere logicamente accettabile che un accordo potesse durare in aeternum e che ogni trattato avrebbe dovuto contenere la clausola rebus sic stantibus, erano state ampiamente condivise nel 1903 da lord Salìsbury che proprio sul problema della neutralità belga si era così significativamente espresso. «Gli obblighi che derivano per noi dal trattato seguiranno, e non precederanno le nostre inclinazioni [leggi interessi n.d.a., I nazionali». Cfr. JOLL J.

    (70) Le opinioni tedesche circa l'impossibilità che, nonostante tutto, l'Inghilterra potesse scendere in guerra. sfiorano talora l'irresponsabilità più completa, conferendo spesso all'intera politica tedesca dal 1890 al 1914 (e purtroppo in seguito anche nel 1939-40) quel carattere ondulante di allucinante ingenuità e di aperta, esasperante schizofrenia che si pone in stridente contrasto con le intuizioni di molti dei suoi artefici, i quali non sembrano peraltro in grado di calare nella realtà fattuale le lucide considerazioni espresse in conversazioni, memoriali segreti o in opere a stampa. Addirittura ancora il 12 luglio alte personalità tedesche esprimono l'opinione che l'Inghilterra «non interverrà in una guerra che scoppi per un paese balcanica, neppure se questa guerra dovesse condurre a un conflitto armato con la Russia e magari anche con la Francia... Non solo i rapporti anglo-tedeschi sono così migliorati che la Germania crede di non aver più da temere una presa di posizione direttamente ostile da parte dell'Inghilterra, ma, soprattutto, l'Inghilterra attualmente non ha la minima voglia di fare la guerra e non ha nessuna intenzione di cavare le castagne dal fuoco per la Serbia o addirittura per la Russia». L'atteggiamento di speranza frustrata nella neutralità inglese trova la formulazione più emblematica nelle reazioni di Guglielmo II: «Guglielmo II reagì in maniera del tutto opposta a Bethmann Hollweg. Se questi si era chiuso in se stesso e aveva avuto un momento di incertezza, in lui riaffiorò di colpo, con estrema violenza, l'odio cieco per la “perfida Albione”, per “quel figlio di un cane” di Grey, per i “volgari imbroglioni” inglesi. “L'Inghilterra scopre il suo vero volto sapendo che siamo nei guai e per così dire bell'e fritti [...] e ci sono state persone che hanno creduto di poter accalappiare o tranquillizzare l'Inghilterra con questo o quel piccolo provvedimento!!!... E noi ci siamo cacciati da soli nella trappola, e abbiamo addirittura rallentato la costruzione della flotta nella patetica speranza di tenerla buona!!!”». Cfr. FISCHER F., op. cit., pagg. 61 e 88. «I nostri consoli ed i nostri agenti in Turchia e in India debbono infiammare l'intero mondo musulmano, trascinandolo a una rivolta selvaggia contro questa odiosa, bugiarda nazione di bottegai privi di scrupoli; perché, dovessimo anche morire dissanguati, che almeno l'Inghilterra perda l'India ». Cfr. JOLL J., op. cit., pag. 238. Inno dell'amore deluso, il canto dell'odio (Hassgesang) composto da Ernst Lissauer contro l'Inghilterra e divenuto subito popolare, testimonia in parallelo lo stato d'animo dell'intera nazione tedesca: «Che ci importa dei russi e dei francesi... colpo su colpo, botta su botta. / Non li amiamo, non li odiamo; proteggiamo la Vistola e i valichi dei Vosgi. / Non abbiamo che un sol odio. Amiamo in comune, odiamo in comune. Non abbiamo che un solo nemico. / Lo conoscete tutti. Lo conoscete tutti. / Se ne sta rannicchiato al di là del mare grigio, pieno di invidia, di malignità, di risentimento e di scaltrezza; / acque più dense del sangue lo separano da noi / [...]. Assolda i popoli di tutta la terra. / Costruisci bastioni con lingotti d'oro. / Ricoprì di navi e ancora navi la superficie dei mari. / Tu calcoli bene ma non ancora abbastanza. / Che ci importa dei russi e dei francesi? / Colpo su colpo e botta su botta. Concluderemo la pace un giorno o l'altro. / Te, odieremo di un odio durevole...». Cfr. FERRO M., op. cit., pag. 38.

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    Mentre ha inizio, con l'agosto 1914, lo scioglimento brutale, mediante l'aperto conflitto armato, dei nodi intrecciati per secoli dalla storia europea, mentre si palesano crudamente in tutta la loro realtà i contrasti slavo-germanico ed angio-tedesco e la Francia raccoglie i frutti di un sotterraneo maneggio pluridecennale, giungono pure ad un primo compimento in Italia molti degli aspetti ideologici e politici di cui sarà conformata quella nuova visione del mondo e dell'uomo che impronterà di sé tra le due guerre non solo l'Italia ma l'intera storia mondiale.

    Per la terza volta nei millenni laboratorio e fucina di nuove soluzioni di vita, nuovamente datrice di senso storico e facitrice di destini, l'Italia ha visto a cavallo del secolo una attiva rinascita morale e materiale delle sue genti che, pur tra incertezze e incomprensioni intestine, sorde ribellioni e sogni più alti, ripiegamenti e speranze, hanno tuttavia rapidamente bruciato le tappe per la fondazione di una organica comunità nazionale.

    Immani sono apparsi per tutto l'Ottocento i concreti problemi che si sono opposti all'unificazione, talora impossibile è sembrata l'impresa di costruire una nazione sulle rovine dei lunghi secoli di anarchia e di dispersione morale seguiti al Rinascimento, disperate sono più volte risuonate negli animi le parole di Francesco Melzi d'Eril, vicepresidente nel 1802 della Repubblica italiana: «No, non siamo pur anco un popolo e dobbiamo diventarlo, e dobbiamo costituirci Nazione forte per l'unità, felice per la saviezza, indipendente per vero sentimento nazionale. Noi non abbiamo Governo ordinato; e dobbiam pure crearlo. Non abbiamo Amministrazione organizzata; e dobbiamo organizzarla. Quant'opera sia questa, o cittadini, ben voi lo sentite...» (1).

    Ugualmente solitarie ed amare sono poi giunte a metà secolo, a monito ed incitamento, le considerazioni di Gioberti nel Primato morale e civile degli italiani: «Qual è la nazione moderna che per efficacia di opere ed energia di spirito che non vinca l'Italia? Dio buono! Mentre a borea v'ha un popolo di soli ventiquattro milioni di uomini, che domina i mari, fa tremare l'Europa, possiede l'India, vince la Cina e occupa le migliori spiagge portuose dell'Asia, dell'Africa, dell'America e dell'Oceania, che cosa di bello e di grande facciamo noi italiani? Quali sono le nostre prodezze di mano e di senno? Dove sono le nostre flotte, le nostre colonie?... Ma che parlo di gloria, di ricchezza e di potenza? L'Italia può ella dire di essere al mondo?».

    Ma ancora dopo la presa di Roma gli italiani sono alla ricerca di tratti comuni che possano dare consistenza sostanziale a quella prima unitaria entità territoriale che si è venuta lentamente a formare.

    Alle consapevoli, impegnate esortazioni di Massimo D'Azzeglio, che fatta l'Italia occorre ora fare gli italiani, risponde, in Giuseppe Ferrari, il sentimento di quanto ancora sia ardua l'impresa di legare assieme, in un destino comune, i diversi àmbiti regionali e quella «accozzaglia di popoli, di stati, d'istituzioni e di gloria messe insieme dal caso»: «Dov'è adunque l'Italia? In che consiste? Qual legame unisce le repubbliche, i signori, i papi, gli imperatori, le invasioni? Qual rapporto tra gli uomini e le moltitudini, tra le sette e le guerre, tra le guerre e le rivoluzioni? L'erudizione non giova ad illuminarci: lungi dal guidarci essa attesta il caos, conta le invasioni, le guerre, le rivoluzioni, le catastrofi, i personaggi dualizzati, gli eroi contraddittori, i fenomeni strani, i problemi da sciogliersi» (2).

    Strettissima non può quindi che porsi, nella seconda metà del secolo, l'interdipendenza tra la ricerca e la fondazione di una nuova forma di rappresentanza che integri le entità territoriali che hanno dato vita al nuovo Stato, e la costruzione della Nazione, come egualmente stretti e pressanti, vista l'urgenza della politica espansionistica delle potenze mondiali, si vengono a porre i rapporti fra la necessaria azione internazionale, la politica interna e le nuove spinte sociali.

    Pur giunta negli stessi anni ad una prima sostanziale unità, la Germania ha avuto in realtà di molto più facilitato il cammino, per cui più degna di merito risulta essere l'azione degli statisti, degli intellettuali e dei combattenti che hanno voluto la nuova Italia. Come rileverà Alfredo Oriani: «Nullameno una grandezza era nella rivoluzione italiana. Per sentirne il rilievo e l'originalità basta paragonare la rappresentanza dei suoi grandi individui con quella degli altri popoli che nel secolo XIX ottennero la propria resurrezione nazionale. Nessun eroe moderno s'uguaglia a Garibaldi, nessun apostolo della politica ebbe come Mazzini anima più tragica, parola più evocatrice, pazienza più invitta; fra Cavour e Bismarck la differenza è di razza, l'uno fu il capolavoro della destrezza e l'altro della rigidità: la gomma e il granito, egualmente infrangibili. Dietro Bismarck una nazione di soldati, dietro Cavour un popolo ancora indifferente fra schiavitù e libertà; l'idea di Bismarck è un proiettile che fora o rovescia tutti gli ostacoli, quella di Cavour un vortice che attira, aggira, condensa, forma una patria: Cavour dovette sovente essere umile, talvolta vile, ma risolse più difficili problemi del suo rivale» (3).

    A differenza che nell'altro grande Paese dell'Europa di Mezzo, ove uno Stato compiuto ha potuto essere guida della Nazione da quasi due secoli, ove la Prussia ha pur costituito da sempre il punto di riferimento della miriade di staterelli usciti da Westfalia, l'Italia unita deve imporre e fare accettare a regioni diverse e lontane un'unica forma statuale, un'amministrazione unitaria che viene per tanti versi avvertita come estranea ed aliena, deve risvegliare nella nazione un ethos comune.

    Lo Stato non solo quindi si pone come punto di mediazione dei contrastanti interessi, ma diviene centro propulsore di sviluppo ed attivo datore di significati per la collettività. Così nel campo dell'istruzione è solo lo Stato che può imporre metodi e contenuti comuni a tutte le scuole del Regno. Come afferma nel 1874 alla Camera Francesco De Sanctis, ministro della pubblica istruzione: «L'istruzione elementare è innanzitutto una quistione di ordine pubblico, è qualcosa che non interessa solo la famiglia, ma tutti. In questo concetto l'azione dello Stato diviene principale, e l'azione dei comuni e della famiglia sussidiaria. [...] Io voglio esprimere in due parole il concetto di questa legge: è, o signori, la classe intelligente italiana, la quale dopo di aver fatto l'unità politica del paese, vuole ora l'unità intellettuale e morale; è la classe intelligente, la quale trova ancora oggi in Italia diversi popoli che non s'intendono e vuole farne un popolo solo» (4).

    Fin dall'inizio viene avvertita l'esigenza di integrare nelle istituzioni quelle masse che ancora recalcitrano, quando non si oppongano attivamente al nuovo organismo statale, e di elevarne le condizioni materiali e culturali, e ciò sia per necessità politica che per obbligo morale, poiché, come afferma Pasquale Villari, «obbligare il contadino e il proletario alla scuola, insegnare loro a leggere libri e giornali, insegnar loro i diritti e i doveri dell'uomo, chiamarli nell'esercito, dove imparano col rispetto degli altrui quello della dignità propria, per farli tornare poi a una vita che è spesso simile alla vita di schiavi, e credere che così non s'apparecchino pericoli per l'avvenire, significa, mi sembra, rinnegare la Storia, l'esperienza e la ragione» (5).

    In campo internazionale poi, già l'essere arrivati ad una prima unità ha significato essersi destreggiati e destreggiarsi tra gli scogli della grande politica, essersi attivamente inseriti nel gioco delle rivalità franco-austriache, averle provocate e addirittura create facendo perno sulla suscettibilità e sul desiderio di gloria di Napoleone III. Ha voluto dire una faticosa, conquistata emancipazione, mediante lo sfruttamento dei minimi spiragli offerti dalla storia, dalla tutela francese, la vittoria in una scommessa ritenuta impossibile a vincersi. Pochi europei hanno creduto che l'Italia sarebbe mai stata edificata, o che l'unità potesse durare una volta raggiunta (6).

    Anche la presa di Roma, figlia della fatalità storica piuttosto che di una scelta precisa, è dipesa più da uno sfruttamento passivo dell'equilibrio europeo turbato dalla guerra franco-prussiana, che da una positiva affermazione di diritti.

    Gli stessi statisti che, spinti dagli eventi, hanno dato il via all'operazione, sono rimasti d'altra parte titubanti e quasi storditi ed increduli dalle sue conclusioni. Come rileva lo Chabod, annotando lo stato di sconcerto che colpisce tanta parte della classe politica italiana dopo il venti settembre: «Perché tra i campioni della Destra, Sella e Spaventa eccettuati, v'era un po' come la sensazione di averla fatta grossa col Venti Settembre: cattolici, e quindi non senza gran trepidazione di coscienza di fronte al capo della Chiesa cattolica, siccome chiaramente si avvertiva anzitutto e soprattutto nel Re, pien di rimorsi e di timori; uomini di governo, e quindi preoccupatissimi che, appena cessato il conflitto franco-prussiano, il mondo cattolico non insorgesse a chiedere conto all'Italia dell'affronto fatto al Pontefice» (7).

    E la Francia, sospettosa da sempre sia come Impero che ora come Repubblica, non dimentica certo, pur dopo la pesante sconfitta, che una nuova potenza le è sorta a fianco, una potenza che naturalmente le si pone come antagonista mediterranea.

    Ma anche in campo italiano si cominciano a tirare, coerenti, le conclusioni di decenni e di secoli di storia che hanno visto pressoché sempre la Francia ostile alle cose d'Italia.

    Profondamente cosciente della pratica ostilità e del pericolo ideale rappresentato dalla filosofia e dall'esprit oltremontano nonché fortemente irritato per l'albagia e l'arroganza dei « fratelli» latini, già cent'anni prima è insorto contro la civilisation francese, contro le sue pretese di uniformare a sé tutte le nazioni, Vittorio Alfieri, il Misogallo, esaltando «non pur in genere la necessità degli odi nazionali, ma, proprio per l'Italia, la necessità dell'odio contro la Francia, presupposto indispensabile della sua esistenza politica, quale si fosse per essere» (8).

    Egualmente Vincenzo Cuoco, nel suo Saggio, ha rivendicato la necessità di una libera ricerca, da parte degli italiani, di più congeniali forme di governo e di stato, che non quelle giacobine della infranciosata Repubblica Partenopea (9).

    Leopardi, Gioberti e Pisacane, quindi, e Mazzini, Gino Capponi e Raffaello Lambruschini.

    Ma l'avversione antifrancese non tocca solo letterati e poeti. Due volte capo del governo unitario, anche Bettino Ricasoli, il «barone di ferro», già dittatore della Toscana nel 1859, può scrivere, invitando gli italiani a sottrarsi alla sottomissione più subdola allo straniero, che non è tanto quella politica o militare quanto quella ideale, filosofica o sentimentale che sia: «La Francia sotto ogni forma di governo ci fu di molestia e danno; e or con la sua politica, or con le sue rivoluzioni, or con i suoi interventi militari, tenne avvinto al suo carro volubile e irrequieto il pensiero politico e sociale del popolo italiano, per cui fu sempre servile di Francia, mentre più gridava contro Francia!». Nulla importa quindi rigettare i modelli esteriori delle istituzioni, infiammarsi per questioni puramente formali, quando lo spirito della nazione rivale stia ormai conformando la psiche profonda degli italiani: « È questo un fatto maledetto per noi. E questo non sapere essere Italiani, questo mancare del proprio nostro genio, questo ferire di continuo nei nostri procedimenti l'indole vera nostra, per imitare come fanciulli le cose francesi e lo spirito degli ordinamenti francesi, è cagione perenne di debolezza e di scontento per noi».

    Nuovamente riprende poi Ricasoli, e amplia, l'intonazione culturale e civile del suo pensiero nel marzo 1871, di fronte agli incendi appiccati dalla Comune: «... chiunque non voglia partecipare a quelle rovine, dovrà cessare dal prendere dalla Francia quello spirito infecondo e dissolvente che informò tutta quanta la sua opera legislativa e sociale. Chi riuscirà, io mi domando, chi nescirà a far ritornare l'Italia al suo proprio spirito, al suo proprio genio, e a darle ordini conformi a questo suo genio?» (10). Gran parte della sua opera viene quindi indirizzata all'identificazione della particolare, originale missione dell'Italia nella storia, di contro a tutti coloro che fanno incetta di ideali in Francia, giungendo a fare tutt'uno della missione storica francese e di quella che dovrebbe proporsi all'Italia, riducendo con ciò la loro patria a vassallo nella storia e negandole ogni personalità e ogni necessità di nazione.

    Egualmente si schiera su posizioni più autonome il conte savoiardo Edoardo de Launay, ambasciatore d'Italia a Berlino: «Il mio sentimento nazionale si ribella all'idea che noi non possiamo essere noi stessi, che siamo legati al destino della Francia, che volgiamo le spalle alla Germania, alla quale appartiene il futuro». Per il bene dell'Italia è invece necessario «rompere con la posa francese di erigersi a nostra protettrice e di trarci a suo rimorchio» (11).

    Ma anche a livello delle masse popolari, in cui si fanno largo le idee giacobine di «libertà» e « fraternità» , fermenta uno spirito antifrancese che si fa acre nella tarda estate del 1870, all'epoca delle prime sconfitte di Napoleone III: «ci ho gusto che ai francesi sia toccata una buona lezione; erano troppo superbi».

    E mentre i circoli repubblicani, Garibaldi, e persino Vittorio Emanuele Il, pensano di portare aiuto alla «sorella latina» che sta per conoscere una delle sue più brucianti sconfitte, si oppongono risolutamente a velleità avventuristiche Quintino Sella e il de Launay, ora ministro degli esteri, Benedetto Cairoli e Mazzini, il quale ultimo giunge ad irridere ai sentimentali che si commuovono per i bombardamenti di Strasburgo e di Parigi, e che lanciano parole «stolta-mente conciate» contro i prussiani, i quali hanno invece il dovere di vincere, in nome della nazione germanica, quella guerra di difesa e di indipendenza iniziata dalla tracotante aggressione francese.

    Negli anni seguenti ampliano il discorso Nicola Marselli, maggiore dell'esercito, insegnante alla Scuola Superiore di Guerra e futuro parlamentare del Centro sonniniano, e Francesco Crispi.

    Così per il primo occorre che l'Italia decisamente rigetti le conclusioni rivoluzionarie della Comune, tardivo strascico del 1789 e di una Francia irrequieta e folle che continuamente minaccia la tranquillità europea e che «dopo aver reso all'Europa l'eminente servigio di svegliarla quando sonnecchiava, ora la disturba col far fracasso mentre ella vuole studiare, lavorare, ordinarsi e progredire saggiamente». Occorre quindi abbandonare l'ideale francese di un progresso vorticoso, di una «democrazia plebea», per lavorare di conserva con la Germania al trionfo «della democrazia armonica e del progresso regolare».

    Quale potrebbe essere infatti, se non l'italiano, il popolo in grado di fare da contrappeso al conservatorismo un po' troppo accentuato dell'Impero germanico, al suo «procedere un po' lento secondo la natura delle persone gravi»? Quale potrebbe essere, se non l'italiana, la forza complementare capace di accelerare i tempi e «di costituire il necessario elemento progressivo bene accordato con il necessario elemento conservativo» della nuova storia europea? Si schiude infatti il terzo periodo storico della penisola, nasce la terza civiltà italiana, e questo periodo, riafferma Marselli, vedrà Italia e Germania procedere congiunte «aprendo ai popoli europei le vie del progresso armonico», poiché la missione dell'una si allaccia necessariamente e strettamente, integrandola, alla missione dell'altra.

    Al contrario — rileva in parallelo Crispi — il contrasto tra le due nazioni latine è insanabile, poiché se la questione pontificia, dopo la caduta di Napoleone e l'avvento della repubblica, potrebbe non costituire più un ostacolo all'intesa franco-italiana, resta pur sempre, fondamentale, il contrasto per il dominio del Mediterraneo, dato che lo sviluppo della vita italiana fa presagire per il giovane regno «una grandezza e una potenza politica, nel mezzodì d'Europa, che non può aver luogo senza che la Francia abbia a sentirsene colpita nelle sue tradizionali ambizioni di prevalenza» (12).

    Ridivenuto, con l'apertura del Canale di Suez (1869) il mare più importante del mondo, il Mediterraneo vede infatti il subito sorgere di un'aspra rivalità franco-italiana, e il contemporaneo ulteriore radicarsi in esso della potenza britannica che, dopo Gibilterra e Malta, giungerà con l'occupazione di Cipro (1878) e dell'Egitto (1882) a tenerne la chiave orientale di accesso.

    Ma anche l'Italia sta nel frattempo dando piena e coerente attuazione ad una politica di presenza nel mondo e di espansione navale. La finanza, che ha costituito nel decennio 1861-1871 il problema di gran lungo più grave e incalzante, permette ora di svincolarsi dalla politica di «economia all'osso» attuata dal Sella e dagli uomini della Destra Storica.

    Unificato il caotico sistema fiscale post-unitario, come unificati i ben ventidue distinti registri catastali (che pur coprono solo una metà della penisola) e i sette diversi sistemi di riscossione delle imposte, la lenta diminuzione del deficit statale permette — anche attraverso l'introduzione delle impopolari misure della tassa sulla molitura dei cereali (1868-1880), della circolazione forzosa di carta moneta non convertibile (1866-1881), della vendita dei beni ecclesiastici (messi all'asta nel 1867), di altre tassazioni indirette — la pratica di una politica internazionale più attiva ed autonoma.

    Già nel 1866-1868, quasi sfida ideale per l'umiliazione di Lissa, la corvetta Magenta ha compiuto una crociera intorno al mondo, dando l'avvio all'apertura di rapporti economici e diplomatici con paesi lontani quali la Cina e il Giappone.

    Frequenti crociere vengono compiute da allora in tutti i mari del mondo a cominciare dalle missioni sulle coste eritree e somale, fino alle acque dell'Estremo Oriente e dell'America Latina, ove la presenza delle navi da guerra assicurerà con efficacia per anni una garanzia agli interessi nazionali e una tutela dei milioni di emigranti ivi stabilitisi.

    Nel 1871 l'abolizione delle economie sui bilanci dei ministri della Guerra e della Marina permette la riorganizzazione dell'esercito sul modello prussiano, con l'adozione di una ferma obbligatoria della durata di tre anni, attuata però su base nazionale e non più regionale, e la ricostruzione della marina militare nel naviglio, nell'organizzazione, nella struttura e nella preparazione degli organici, con l'eliminazione di quelle rivalità e di quei frazionismi che hanno condotto alla dolorosa sconfitta adriatica (13).

    Diminuita di ben venti unità in cinque anni — dalle ottantasette di cui dispone dopo Lissa alle sessantasette presenti alla fine del 1871 — la Marina può contare ora sull'azione più libera, sull'abilità e sulla perseveranza di uomini come gli ammiragli Riboty e Saint Bon e l'ispettore del Genio Navale Benedetto Brin, che, sostenuti e coadiuvati da uomini del calibro di un Garibaldi e di un Bixio e da esperti uomini di mare come gli ammiragli Acton, Morin e Racchia, giungono ad ottenere dal Parlamento, nel marzo 1873, l'approvazione per l'impostazione di quelle navi corazzate che porranno, in capo a soli due anni, la marina italiana al secondo posto nella graduatoria mondiale delle flotte per merito delle caratteristiche e della modernità delle sue navi principali.

    Come è stato rilevato: «Fu un'affermazione quantitativa e qualitativa accompagnata da realizzazioni di singolare originalità e di progresso, tanto che alcune di esse rappresentarono delle proposte di radicale mutamento nell'arte bellica navale, dimostrando le capacità a cui la Regia Marina aveva saputo giungere in così breve tempo sebbene mancasse in Italia ogni risorsa tecnico-industriale nel campo metallurgico e meccanico rispetto ad altri paesi di maggiore e consolidata tradizione tecnico-produttiva» (14).

    Le unità più caratteristiche di questa rinascita spaziano dalle grandi corazzate delle classi Duilio, Italia, Ruggero di Launia, Re Umberto, agli incrociatori e agli arieti torpedinieri, come alle siluranti Pietro Micca e Folgore e al sommergibile Delfino.

    Eccezionale è la costruzione della corazzata Duilio, progettata dal Brin e varata nel 1874 nel vecchio cantiere ex borbonico di Castellammare di Stabia, prima vera grande unità da battaglia della nuova era del vapore e del ferro, entrata in servizio nel 1880, alla quale sarebbe seguita due anni più tardi la gemella Dandolo. Nasce con essa l'unità navale «assoluta» e «senza compromessi» . con una equilibrata potenza offensiva e difensiva, superiore ad ogni altro contemporaneo mezzo d'attacco, che farà riconoscere ad un critico inglese che «rispetto alla Duilio le più potenti corazzate britanniche facevano una ben meschina figura» (15).

    Contemporaneamente allo sviluppo del naviglio vengono completate le indispensabili infrastrutture di terra, le grandi basi navali e gli arsenali di Spezia, Taranto, Napoli e Venezia; viene istituita una Scuola di Marina unificata a Livorno (Accademia Navale); vengono formati tecnici valenti in tutti i campi dell'ingegneria navale, dagli scafi alle armi alle macchine e, a Roma, istituito un vero e proprio Ufficio di Stato Maggiore per la preparazione alla guerra marittima; viene costruita, presso l'Arsenale di Spezia, una vasca per le esperienze di architettura navale e per la prova delle carene, seconda al mondo dopo quella britannica.

    Fa da supporto a tutto questo fervore la creazione di una notevole industria metallurgica e meccanica, talora con la collaborazione delle più avanzate industrie straniere, quali gli stabilimenti Armstrong a Pozzuoli per la produzione delle grandi artiglierie, le officine Schwartzkopf di Venezia per i siluri, le società Pattison e Guppy di Napoli per le costruzioni meccaniche, la Società Altiforni Fonderie e Acciaierie di Terni per la fabbricazione di corazze e di altri materiali, mentre vengono sviluppati gli stabilimenti navali e meccanici preesistenti, quali quelli dell'Ansaldo e dell'Orlando, col risultato della formazione di una prima struttura dell'industria pesante italiana (16).

    Caduta la Destra nel 1876, della massima parte delle iniziative suddette si fa carico la Sinistra, la quale esprime anche una legislazione protezionistica che permette la formazione di una sorta di comunità economica nazionale, sia pure talora artificiosa, aleatoria e piena di contraddizioni, che cerca di sviluppare una primitiva autarchia in settori così importanti per la difesa della Nazione.

    Come rileva, pur con talune riserve, il Webster: «Dietro tutti i tentativi compiuti in questi anni dalla Sinistra era presente, in primo luogo, l'ambizione di conseguire l'indipendenza sia militare che industriale del Paese, e, se possibile, di renderlo competitivo: l'Italia non avrebbe dovuto più figurare come una semplice appendice politica ed economica dell'Europa occidentale. E vero che questo obbiettivo non fu mai realizzato in pieno; tuttavia gli sforzi compiuti in questo senso diedero origine ad un'autentica comunanza di interessi fra l'establishment monarchico-militare, le nascenti industrie del Nord e l'ingarbugliato coacervo dei ministeri romani. Il nuovo stato costituzionale italiano giunse così a conseguire lo scopo principale del movimento risorgimentale, sebbene l'esito finale risultasse distorto ed eccessivamente costoso» (17).

    Si cerca in tal modo di ridurre quanto possibile le influenze e le ripercussioni negative delle iniziative intraprese in campo internazionale dalle altre nazioni (già nel 1872, ad esempio, la Francia ha eretto barriere protezionistiche verso i prodotti industriali ed agricoli degli altri Paesi europei), iniziative talora estremamente dannose per una economia ancora fragile, soggetta agli alti e bassi di una situazione incontrollabile e costretta a dipendere ancora ampiamente dal mondo esterno.

    Lentamente gli sforzi compiuti, talora a prezzo elevato, in tale direzione, cominciano a dare i loro frutti. Così la produzione nazionale di acciaio che nel 1881 è inferiore alle 4000 tonnellate, può raggiungere otto anni più tardi le 158.000. Così dal 1885 il Brin può, ad esempio, disporre, per le navi da guerra, di parti meccaniche di precisione fabbricate in Italia e a non dover più fare ricorso, come per il passato, all'Inghilterra, con intuibili vantaggi non solo per la sicurezza nazionale, ma anche per ogni campo dell'economia e della scienza applicata.

    Compiuti importanti passi sulla via dell'autosufficienza in campo navale, l'Italia vede infatti il succedersi a catena di conseguenze favorevoli in tutti gli altri settori industriali; il rifiuto della subordinazione e della dipendenza da altre nazioni per lo sviluppo della propria industria comporta conseguenze di ampia portata anche in campi ben lontani da quelli meramente economici.

    Come ancora rileva il Webster, ponendo in evidenza la stretta interdipendenza tra l'adozione di un determinato sistema economico-commerciale e le premesse/conseguenze sul piano ideale ed addirittura filosofico: «Gli industriali, e più precisamente i loro rappresentanti di categoria, consideravano [...] l'interesse nazionale un'entità economica assoluta, mentre il loro modo di ragionare fondamentalmente autarchico li portava a respingere in blocco il principio della divisione internazionale del lavoro sul quale poggiavano le economie liberali. [...] La divisione internazionale del lavoro, più che una teoria, era una realtà fondamentale della massima importanza nella vita economica. L'alterarla o l'abolirla significava stabilire qualcosa di più delle tariffe doganali, implicava una nuova politica, l'accettazione di nuovi valori, nuovi sacrifici collettivi e, in un prossimo futuro, nuove lotte fra potenze nazionali rivali» (18).

    Lo sviluppo dell'industria pesante si riflette subito poi nello sviluppo del sistema ferroviario, «trave inflessibile a rinsaldare l'unità della patria», secondo l'espressione del Depretis, che verrà nel 1905 riscattato, dopo le concessioni fatte ai privati dallo Stato nel 1885, mediante la nazionalizzazione delle principali reti.

    Il trasporto del Fréjus, iniziato nel 1857 dal solo Piemonte su progetto degli ingegneri Sommeiller, Grattoni e Grandis, permette già nel settembre 1871 il collegamento diretto tra la pianura padana e la Francia centrale. Ancor più, il traforo del Gottardo, chiamato da Carlo Cattaneo «la via delle genti», decide l'ampliamento e il rilancio del porto di Genova, che rivaleggia con quello di Marsiglia e, superatolo, diviene ben presto l'emporio di tutta l'Europa centrale.

    Iniziata nell'autunno 1872, terminata otto anni più tardi, aperta all'esercizio il 1 gennaio 1882, la galleria ferroviaria a doppio binario è, per l'epoca, la più lunga del mondo con i suoi quindici chilometri, e sarà superata solo ventiquattro anni più tardi dai venti della galleria del Sempione. Esempio non solo dell'ingegno e della tenacia italiani, l'opera gigantesca testimonia pure della più solida situazione economica e finanziaria della nuova nazione, la quale ha impegnato alla fine nella costruzione oltre cinquantacinque milioni di lire, contro i ventotto della Svizzera ed i trenta della Germania.

    Nel 1899 si effettuano inoltre in Italia i primi esperimenti al mondo di trazione elettrica, sulla scia delle invenzioni del geniale fisico piemontese Galileo Ferraris. Tre anni dopo, la trazione a corrente alternata trifase viene adottata sulla Lecco-Colico-Sondrio-Chiavenna, ponendo all'avanguardia nel mondo l'Italia nel campo dell'utilizzazione e della trasmissione a distanza dell'energia elettrica, « carbone bianco» , che svolge per la penisola lo stesso ruolo sostenuto in Inghilterra dal vapore più di un secolo prima.

    Opera di isolati scienziati di genio, ancora privi di solide strutture accademiche che ne possano organicamente indirizzare e valorizzare teorie e scoperte, lo sviluppo tecnico e scientifico italiano di fine ottocento investe con risultati universalmente riconosciuti tutti i campi dell'industria, dell'agricoltura, della medicina e delle scienze applicate.

    Sembra rispecchiarsi, soprattutto nel decennio 1880- 1890, in tale frenetica attività di crescita, in una meravigliosa esplosione di ingegni che pur si rendono doloroso conto delle obbiettive insufficienze caratteriali e strutturali della nuova compagine nazionale, quanto affermeranno di poco più tardi Nietzsche ed Oriani.

    Così per quest'ultimo l'Italia, già arrestatasi nello sviluppo politico ai principati rinascimentali e dopo avere vissuto per secoli adattandosi «ad ogni sorta di miserie ed assorbendo segretamente ogni novità», sta assumendo un nuovo, decisivo ruolo nella storia europea. «La sua politica passiva, la vita inerte, il carattere frivolo dissimulavano più grandi qualità; la sua anima si rivelava tratto tratto nell'anima di un qualche grande, e da una piccola cosa traeva un'effimera vasta potenza: sapeva essere povera senza tristezza, timida con grazia, abile sempre, eroica talvolta, vincendo tutti coll'incanto della propria gloria passata e della bellezza eterna. Egualmente incredula davanti ai re e davanti al papa, trionfava di tutte le debolezze collo scherno e collo scherno s'imponeva al rispetto di tutte le superiorità. Un orgoglio vigilava sotto le sue umiliazioni quotidiane; l'incalcolabile mistura della nostra razza, la profonda varietà del passato e un indefettibile senso dell'universale preparavano quindi nella borghesia, incaricata di unificare l'Italia, la classe più contraddittoria e difficile ad essere trattata da uno statista e nitratta da un pittore» (19).

    Allo stesso modo riconosce Nietzsche che le potenzialità della nazione italiana, «razza superiore», stanno ora per realizzarsi: «Per la caratterizzazione del genio nazionale, in riferimento alle cose straniere e prese a prestito. Il genio inglese ispessisce e naturalizza tutto ciò che riceve. Quello francese assottiglia, semplifica, logicizza, abbellisce. Quello tedesco confonde, media, complica, moralizza. Quello italiano ha fatto, di ciò che ha preso in prestito, l'uso di gran lunga più libero e più fine, riponendovi dentro cento volte più di quanto ne ha tratto: come il genio più ricco, che più aveva da dare» (20).

    E la nazione italiana va acquistando di ciò lentamente piena consapevolezza. Vengono rivalutati e rivendicati con orgoglio gli apporti che le genti italiche hanno dato nei secoli alla civiltà e al progresso dell'uomo, le esperienze e la memoria del Rinascimento e dei Comuni medioevali, fresche forze originali risorte dopo la parentesi dell'Alto Medioevo, l'ampia visione della civiltà di Roma che ha improntato nei secoli il primato morale e culturale della penisola e che ha tenuto vivi nelle sue genti il sentimento e il concetto di una comune eredità.

    Ben radicata è nei maggiori uomini politici la coscienza che nuovi obblighi morali e nuove potenzialità di azione internazionale sono venuti a mutare i compiti e le aspirazioni della nazione riunita.

    Già nel 1859 Mazzini ha indicato nella sua perorazione «Ai giovani d'Italia», come Italia e Roma costituiscano un binomio inscindibile, e come universali debbano porsi il primato e la missione della Terza Italia, ovvero della Terza Roma, la Roma delle genti italiche unite che segue alla Roma degli imperatori e dei papi: «Sostate e spingete fin dove vale lo sguardo verso mezzogiorno, piegando al Mediterraneo. Di mezzo all'immenso, vi sorgerà davanti allo sguardo, come faro in oceano, un punto isolato, un segno di lontana grandezza. Piegate il ginocchio e adorate: là batte il cone d'Italia: là posa eternamente solenne, Roma. E quel punto saliente è il Campidoglio del Mondo Cristiano. E a pochi passi sta il Campidoglio del Mondo Pagano. E quei due Mondi giacenti aspettano un Terzo Mondo più vasto e sublime dei due che s'elabora tra le potenti rovine. Ed è la Trinità della Storia il cui Verbo è in Roma» (21).

    Alle alate espressioni dell'esule repubblicano — che sembra quasi evocare una triade hegeliana di filosofia della storia — fanno presto eco Giovanni Lanza, presidente del Consiglio nel l 869, figlio di un fabbro, laureato in medicina e uomo fatto da sé, e ancor più, con stile pacato, conciso e disadorno, ma con convinzione altrettanto profonda e radicata, il Sella, l'uomo forse più rappresentativo della Destra Storica: «Noblesse oblige; e in Roma vi è un formidabile retaggio di nobiltà. Io non so esprimere quello che sento in me davanti a questo nome....Non è soltanto per portarvi dei travet che siamo venuti in Roma... Io sono certo che in fondo dei nostri animi vi sono pensieri assai più elevati».

    Fata trahunt, e la nuova Roma , da porre in netta antitesi a tutto ciò che la Roma papalina ha significato nei secoli, dovrà, per lo stesso Sella, essere centro irradiante di sapere scientifico e civile, di lotta contro l'ignoranza e l'errore.

    A lui ancora si rivolge emozionato Theodor Mommsen, il grande storico tedesco cultore di romanità, che ha ben presente come l'erezione di Roma a capitale d'Italia richiami necessariamente la fatalità di una missione universale: «Ma che cosa intendete fare a Roma? Questo ci inquieta tutti: a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti. Che cosa intendete di fare?» (22).

    In polemica con il romanticismo nordico e con Mommsen, irruentemente accusato di non riconoscere a pieno la grandezza della civiltà romana, Carducci, che ha già rivendicato agli italiani la gloria ellenica e la forza del Lazio antico ed ha rigettato l'etica di rinuncia e di mortificazione dei primi « galilei» , reclama per l'Italia una universale trionfante missione di libertà e di giustizia, che può partire unicamente dall'Urbe, «nave immensa lanciata vèr l'impero del mondo» (23).

    Come scrive con finezza lo Chabod: «Era una forma mentis particolare, quella foggiata in tal modo. Il sentimento nazionale italiano era stato creazione di pensatori e scrittori e non aveva avuto, per troppo tempo, il sostegno di una realtà politica concreta, com'era successo a Francia e Inghilterra. Aveva quindi dovuto nutrirsi quasi esclusivamente di ricordi storici, fondare i suoi diritti soprattutto sui vincoli morali e spirituali, cioè su vincoli creati dalla storia e, in ultima analisi, tutti risalenti a Roma, pagana e cristiana. Il volgersi al passato era stato, per tanto tempo, l'unico alimento atto a sostenere le speranze dell'avvenire; e l'esortazione foscoliana alle storie aveva fatto tutt'uno con l'esaltazione della santità della patria. Una forma mentis pervasa di letteratura, con i pregi e i difetti della letteratura: slancio spirituale, appello alle forme superiori, pensiero, arte, cultura, e non alle inferiori, razza, sangue, territorio; ma anche e spesso vanità, orgoglio determinato dal tempo che fu e sproporzionato al tempo che è [...]; e mancanza quindi di senso del limite e della misura, e predominio del fantasma storico sulla conoscenza e valutazione attenta della realtà effettuale delle cose» (24).

    Ma tale confusa consapevolezza orgogliosa, ma il turbinio di invenzioni e la messe di applicazioni che investe l'Italia sin dai primi anni di vita unitaria, non trova ancora il suo corrispettivo nelle realizzazioni che, stentatamente, passo dopo passo, l'Italia sta compiendo nel campo della grande politica internazionale.

    È ancora il tempo, alla fine del decennio iniziato con la presa di Roma, delle laceranti incertezze, delle stolide ambiguità, delle ingenuità romantiche, della paura dei passi falsi, delle inabilità politiche. È il tempo in cui un capo di governo, Benedetto Cairoli, può, a chiarimento e discolpa del fallimento della sua politica interna ed estera, affermare tranquillamente, senza suscitare soverchio scalpore: «Non saremo abili, ma soprattutto vogliamo essere onesti» (25).

    Quando in effetti, e realisticamente, non di onestà si tratta ma unicamente di riconoscere il peso ancora scarso della nuova nazione, i limiti effettivi delle sue possibilità. È allora anche il tempo della consapevolezza dolorosa di tale realtà, di quella coscienza che farà dire, sei anni dopo il Congresso di Berlino, al principale protagonista italiano, Luigi Corti, vituperato e « quasi lapidato» per il « fallimento» della sua missione: «Vollero farmi in pezzi nel 1878 perché in poche settimane passate nella selva oscura non seppi procurare all'Italia un pezzo di Turchia o magari qualcosa di più vicino, e mi limitai a salvarla dall'onta o dal conflitto» (26).

    Uscita dal Congresso di Berlino «con le mani nette» (e vuote), l'Italia vi ha invece tuttavia ottenuto un importante successo, se non diplomatico o territoriale, morale. Non è stato certo di poco conto il fatto che la presenza dell'Italia, come Potenza accettata tra i suoi antichi nemici, sia stata di per sé prova che la nazione ha sfatato le antiche profezie di sciagura. E stata la prima volta che a un congresso delle grandi potenze non si è discussa la «questione italiana», anche se lo stato d'animo che vi è serpeggiato nei confronti della nuova nazione può essere esemplarmente rappresentato da quanto avrebbe dichiarato tre anni dopo l'ambasciatore di Russia a Roma Uxkull a Pasquale Stanislao Mancini, ministro degli esteri: l'Italia non doversi considerare una grande potenza, ché se le grandi potenze l'avevano ammessa nei loro consigli ciò era stato fatto per cortesia e non già perché se ne ritenesse indispensabile il consenso alle decisioni internazionali.

    E la riprova di quanto affermato dal russo, la riprova dell'ancora incerto status internazionale dell'Italia, la si ha nello stesso anno, quando la Francia porta a compimento in Tunisia la sua prima, effettiva operazione di imperialismo coloniale (27).

    Spinta non da necessità demografiche, e solo talvolta dall'esigenza di aree su cui collocare la sua esuberanza finanziaria, la Francia sviluppa in quegli anni una forma tutta particolare di imperialismo, che non pretende tanto di vedere nelle colonie una fonte di reddito, la loro funzione essendo piuttosto quella di contrastare all'Inghilterra il dominio dei mari mediante l'occupazione di punti strategici lungo le rotte e di affermare di fronte a tutti la presenza e la grandezza di un Paese risorto dalla sconfitta bruciante di dieci anni prima.

    Così, uno dei principali uomini politici, Jules Ferry, può in tal modo incitare nel 1881, subito prima dei fatti di Tunisia, i parlamentari francesi affinché approvino l'attiva politica di espansione decisa dal governo: «Signori, nell'Europa quale è attualmente costituita, in questa concorrenza di tanti Stati rivali che vediamo ingrandirsi intorno a noi [...], in un'Europa, o meglio in un mondo così costituito, una politica di raccoglimento o d'astensione rappresenta semplicemente la strada maestra della decadenza! Le Nazioni, al tempo nostro, non sono grandi che per l'attività che svolgono [...]. Essere un faro di civiltà senza agire, senza aver parte alcuna nelle questioni mondiali, tenendosi in disparte da tutte le combinazioni politiche europee, vedendo un'insidia, un'avventura pericolosa in ogni forma di espansione verso l'Africa o l'Oriente, vivere in tal modo, tutto ciò, credetelo, costituisce per una grande Nazione una vera e propria abdicazione, in un tempo assai più breve di quanto possiate crederlo; significa scendere dal primo rango al terzo e al quarto!» (28).

    Già all'indomani della guerra franco-prussiana, in effetti, la rivalità fra i consoli francese e italiano per difendere i diritti dei loro connazionali sulle concessioni fatte dal bey di Tunisi hanno rivelato una latente, irriducibile opposizione tra le due nazioni latine, al punto che l'invio di una squadra navale, richiesta dal console d'Italia al governo di Firenze a protezione e monito, ha potuto essere fermata solo dalle vibrate proteste di Francia, Inghilterra e Turchia.

    Nel decennio seguente la Tunisia è stata ancor più che in passato terra di popolamento per l'emigrazione italiana, che giunge a contare alla fine oltre dodicimila coloni, mentre i francesi non sono ancora giunti al migliaio di residenti. La Francia non ha tuttavia dimenticato il pericolo corso e a malapena sventato, per cui mentre la Repubblica si va assestando su più solide basi, sempre più necessaria le si prospetta l'occupazione del Paese africano al fine di escludere ogni più ampia influenza italiana, sia dietro il pretesto della potenziale minaccia che verrebbe all'Algeria dall'occupazione straniera di Tunisi, sia per il grave colpo che verrebbe in tal modo inferto ad un prestigio nazionale in cerca di una rivincita, quale che essa sia.

    Ricevuto un tacito incitamento britannico (29), certa che Trento e Trieste debbano costituire una causa di permanente dissidio tra Italia ed Austria, impedendone il riavvicinamento o addirittura l'alleanza, la Francia di Ferry e di Gambetta invia un contingente militare in Tunisia a fine aprile, col pretesto di una rappresaglia contro gli sconfinamenti in Algeria della tribù tunisina dei Krumiri (di cui la stessa stampa riconosce implicitamente l'inesistenza scrivendo che a peso d'oro il Governo ne pagherebbe un esemplare pur di mostrarlo ai francesi) e vi sbarca quindi all'improvviso due settimane più tardi un corpo di spedizione, occupando l'intero Paese ed istituendovi un Protettorato mediante la costrizione del bey alla firma di un «trattato» . Con un sottile lavorio ha quindi subito inizio l'emarginazione e l'esclusione dell'influenza italiana dalla vita tunisina, con la discriminazione e la frapposizione di ostacoli ad ogni minima attività economica dei residenti italiani, cercando di imporre il francese come lingua ufficiale, scoraggiando in tutti i modi possibili l'afflusso di altri emigranti dal Paese rivale.

    Tali successi non devono però comunque, secondo gli uomini di governo francesi, distogliere la Francia, «pacifica e riflessiva, che non ha mai cessato di avere fede nella giustizia immanente delle cose», dal pensiero dell'umiliazione subita dieci anni innanzi ad opera degli eserciti germanici. «Pensarci sempre, non parlarne mai», è la parola d'ordine a proposito della perdita ancora bruciante dell'Alsazia-Lorena.

    Ma questo — è ancora Jules Ferry che ammonisce — non deve tuttavia impedire di guardare più oltre e di rafforzarsi, poiché «oltre i nostri confini il mondo avanza, gli interessi si spostano, mutano le posizioni, si preparano e sì organizzano nuovi raggruppamenti di forze. Avremmo forse dovuto, in nome di un esaltato e miope nazionalismo, rinchiudere la politica francese in un vicolo cieco e, con gli occhi rivolti all'azzurra linea dei Vosgi, lasciare che intorno a noi tutto avvenga, tutto si decida, tutto si risolva senza di noi? La politica “delle mani nette” avrebbe significato vedere l'Italia insediarsi a Tunisi, con la conseguente possibilità di prendere alle spalle le nostre posizioni in Algeria, la Germania in Cocincina, l'Inghilterra nel Tonchino, entrambe tanto al Madagascar che nella Nuova Guinea...» (30).

    Conseguenza immediata dell'occupazione di Tunisi, risentita come uno schiaffo da tutti i gruppi politici e dalla stampa italiani, sono quindi per l'Italia, ormai lanciata in una attiva politica navale mediterranea la caduta del secondo governo Cairoli che, tenuto a bada ed illuso dalle reiterate assicurazioni francesi di non intervento, sprofonda nel ridicolo e nel disprezzo generale, ed il rigetto della politica delle «mani libere», come di ogni velleità di intesa con la Francia, propugnata dai radicali del Secolo riuniti attorno a Cavallotti e all'Estrema Sinistra, dagli ambienti del capitalismo settentrionale e della massoneria.

    Viene in parallelo ricercata l'alleanza con l'Impero tedesco — che si tira dietro il composito stato asburgico col quale ha stipulato la Duplice Alleanza dell'ottobre 1879 — nel segno dell'amicizia con un'Inghilterra non ancora avvertita come la vera antagonista, ancora rinchiusa nello «splendido isolamento» che la fa in quegli anni più ostile ed attenta alle azioni francesi che alla crescente potenza germanica.

    Col trattato siglato a Vienna il 20 maggio 1882 — per molti versi ancora insufficiente e talora addirittura infelice per quanto concerne la posizione mediterranea dell'Italia — giunge così al traguardo quella politica di netta e decisa intesa con la Germania propugnata fin dal 1871 dal Centro parlamentare e di cui fin dall'estate precedente Sonnino, affiancato dal collega Marselli, ha illustrato finalità e caratteristiche di contro ad ogni questione di angusto irredentismo antiasburgico: «La scelta dell'Italia è determinata da fatti che imperano sul vokne. Dei due grandi Stati con essa confinanti, l'uno, con l'animo gonfio da malevolenze, non pregia che la sua soggezione; dove che l'altro, dimentico di ogni passato conflitto, le porge la mano e non le chiede che il rispetto della propria individualità territoriale... Gli Italiani non si facciano illusioni.- un riavvicinamento tra la Patria loro e la Francia è da annoverare fra le cose più difficili al mondo, ed uno scoppio subitaneo e generale della chasse à l'Italie è da porre fra le cose contro cui urge premunirsi» (31).

    Trento e Trieste non debbono più costituire motivo di discordia con l'Austria; verrà forse un tempo, in futuro, in cui anche tale questione potrà essere risolta in maniera pacifica. Ora l'Italia, che non sarebbe potuta esistere senza Roma e senza Venezia, può ben «vivere e prosperare senza Trento e senza Trieste». Altri irredentismi aspettano di trovare soluzione nel Mediterraneo, come palesano i casi della Corsica e di Malta, di fronte ai quali l'irredentismo antiaustriaco assume le caratteristiche di un puro problema sentimentale: «Soprattutto bisogna mettere risolutamente da parte la questione dell'Italia irredenta. Il possesso di Trieste nelle presenti condizioni dell'impero è di somma importanza per l'Austria-Ungheria; questa lotterebbe a tutta oltranza prima di rinunciare a quel porto. Inoltre Trieste è il porto più conveniente al commercio dell'intera regione tedesca: la sua popolazione è mista come tutte le popolazioni di confine. La rivendicazione di Trieste come un diritto sarebbe una esagerazione del principio di nazionalità, senza poi rappresentare nessun interesse reale per la nostra difesa. Trento è invece certamente terra italiana, e rappresenterebbe un completamento della nostra difesa, senza avere per l'Austria l'importanza di Trieste. Ma gli interessi che possiamo avere a Trento sono troppo piccoli di fronte a quelli rappresentati dalla nostra amicizia sincera con l'Austria» (32).

    Austria che inoltre, nonché difendere la sua stessa esistenza come impero plurinazionale, costituisce pur sempre un antemurale prezioso contro la possibilità di un impero tedesco affacciantesi sulle Alpi e a Trieste. Il Marselli non si nasconde infatti, né nasconde alla nazione, il potenziale pericolo dell'incombere preponderante e condizionante, su di un'Italia ancor fragile, del compatto Reich bismarckiano. Necessaria quindi l'alleanza con la Germania quale più forte « spalla» tutrice, ma altresì necessario l'impero asburgico che evita, con la sua sola presenza territoriale, «quei contatti immediati fra grandi masse elettrizzate, che producono le più rovinose scosse della storia» (33).

    Si cerca così di reprimere, da parte italiana, ogni eccessiva manifestazione da parte dei rifugiati triestini ed istriani. Sullo stesso caso Oberdan, di pochi mesi dopo, e sulle irate reazioni carducciane, viene lasciato cadere con discrezione un velo di silenzio. Si cerca di chiudere, o almeno di sopire in attesa di possibili accordi futuri, i contrasti esistenti lungo i confini alpini del Trentino e dell'Isonzo, per puntare lo sguardo a meridione, sulle più ampie distese mediterranee e, coperte le spalle dai nuovi alleati, verso il Levante e il Mar Rosso, verso l'Oceano Indiano.

    Quanto all'Inghilterra, l'amicizia con essa, pur giudicata indispensabile a causa della sproporzione di forze tra i due Paesi, non deve tuttavia mascherare il contrasto che sta sorgendo sempre più evidente, considerata la via obbligata che deve percorrere l'Italia, spinta dalla sua posizione geografica e dalla limpida volontà dei suoi più coscienti uomini di Stato.

    Diffidenza quindi di fondo nei riguardi delle azioni britanniche, amicizia «obbligata» da oggettive ragioni: «Abbiamo sì, con l'Inghilterra, interessi ed attrattive comuni nel Mediterraneo, ma ogni particolare questione presenta talvolta un grado diverso di importanza e di urgenza per lei e per noi, e in tali casi la storia ci insegna che sarebbe follia l'affidarsi al solo appoggio dell'Inghilterra per l'efficace tutela d'interessi che per noi fossero capitali ed urgenti, e per lei secondari e lontani. L'Inghilterra, per la sua stessa natura di potenza industriale, per la vastità del suo impero quasi mondiale, e per la conseguente molteplicità dei suoi interessi, annette oggi troppo grande importanza al mantenimento dei suoi buoni rapporti con la Francia perché possiamo sperare mai che per qualunque interesse che non sia direttamente, chiaramente e principalmente suo, rischi di mettere a pericolo l'alleanza con la sua potente vicina. Dobbiamo insomma avere a ogni costo l'Inghilterra amica per avere le mani libere, la sua inimicizia paralizzerebbe la nostra azione, ma sarebbe vano sperare mai da lei altro che una benevola neutralità, ogni volta che non fosse offesa nei suoi propri interessi più vitali» (34).

    Rinnovata formalmente quattro volte e tacitamente prorogata per altre due, la Triplice Alleanza costituisce così fino al 1914 l'asse portante della politica estera italiana, costituendo, soprattutto per i primi anni, uno strumento prezioso di tutela e di opposizione alle pretese francesi di egemonia, anche se non una garanzia per una politica estera più attiva (35).

    E d'altra parte, come rileva il Rauti, e pur avendo presenti le ambiguità — e peggio — tenute da Bismarck e dai successori nei confronti della nazione alleata, è giusto riconoscere anche che l'Italia è giunta alla Triplice in condizioni di inferiorità, malamente nascondendo i rancori del Risorgimento, e che avrebbe negli anni a venire agitato talora l'irredentismo come una passionale «carta di riserva» , soggetta ad una persistente e tenace propaganda francofila e filoinglese, ad una venerazione di tutto ciò che viene da Parigi e da Londra, magari attraverso le logge massoniche e i contatti finanziari con la City. Alla fin fine però, possiamo riconoscere che nel maggio 1882, pur tra le ipocrisie diplomatiche tipiche dell'epoca, con la Triplice Alleanza l'Italia fa una scelta: «Essa si schierò accanto alle Potenze dell'Europa Centrale, alle forze che formavano la spina dorsale del Vecchio Continente, con i popoli con i quali aveva in sospeso solo alcune marginali questioni irredenti stiche, autentiche “pendenze” del diciannovesimo secolo duro a morire, e prese posizione contro i franco-inglesi, i dominatori del Mediterraneo, i monopolisti dell'Africa e dei mercati mondiali, contro coloro che avevano trasformato lo slancio imperialista europeo in un fenomeno banale e gretto di sfruttamento commercialistico» (36).

    Gianantonio Valli





    Capitolo successivo: La coscienza dell'Impero. Ascesa e declino dell'Europa di mezzo (5 - Il dilemma della Francia)


































    (1) Cfr. BOLLATI G., L'italiano, Einaudi 1983, pag. 16-17.

    (2) Cfr. ibidem, pagg. 106 e 38.

    (3) Cfr. ORIANI A., La rivolta ideale, Cappelli, 1933, pag. 141.

    (4) Cfr. DE FORTE, Storia della scuola elementare in Italia, vol.I, Feltrinelli 1979, pag. 71.

    (5) Cfr. ibidem, pag. 66.

    (6) Tanto meno la Francia, il cui imperatore ha respinto nel 1859 la tesi dell'unità italiana come impossibile «a causa» della presenza dell'Austria, suggerendo invece una federazione sotto la presidenza papale, tesi ribadita l'anno successivo dal duca di Persigny, suo ministro degli interni, che accetta sì la perdita degli stati pontifici (Romagna, Marche, Umbria) ma sostiene ancora che l'Italia non si debba costituire altro che in federazione e che Roma e il Lazio debbano essere fermamente garantite al papa dalle potenze cattoliche. Nel 1861 il generale Fènèlon osserva brutalmente che se Napoleone III riconoscesse l'unificazione italiana, ciò sarebbe soltanto per rendere l'Italia tributaria della Francia per almeno mezzo secolo, e che è inoltre azzardato puntare sull'unità della penisola, poiché, garantito il Papato, le Venezie in mano austriaca, Napoli divenuta bonapartista piuttosto che borbonica, l'unità sospirata si sarebbe piuttosto allontanata nelle nebbie dell'utopia, non essendo gli italiani — costituzionalmente inabili alle armi — in grado di conquistare militarmente quelle regioni. Egualmente il Thiers, futuro capo del governo che schiaccerà la Comune, confida allo statista inglese William Senior, che l'avversione per l'unità italiana è comune a tutto il ceto colto francese, ma di stare egli tranquillo, poiché essa non si sarebbe mai realizzata. E Lamartine, sensibile poeta liberale, scrive tranquillamente al Dumas, il quale sta seguendo la spedizione dei Mille, che, pur sentendosi altrettanto italiano quanto francese, non sarebbe patriottico sperare nella nascita di una nuova Potenza alle porte della Francia, Potenza che, unificata, crollerebbe comunque alla prima battaglia perduta. Ancora nel dicembre 1867, dopo il fuoco degli chassepots di Mentana, quando la Francia ha ormai preso il posto dell'Austria quale avversario il più intransigente dell'unificazione d'Italia, ribadisce Rouher, capo del governo francese: «L'Italia non s'impadronirà mai di Roma! Giammai. Giammai la Francia tollererà questa violenza fatta al mio onore e alla cattolicità. Giammai! Giammai!», mentre a conclusione del fallimento del trattative franco-italiane per la costituzione di un fronte antiprussiano — e già sotto l'incombente pressione bismarckiana — esclama ciecamente e piamente la cattolica Eugenia, imperatrice: «Meglio i Prussiani a Parigi che gli Italiani a Roma».

    (7) Cfr. CHABOD F., Storia della politica estera italiana dal 1810 al 1896, vol. II, Laterza 1976, pag. 241.

    (8) Cfr. ibidem, pag. 28.

    (9) Cfr. CUOCO V., Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli, Rizzoli 1966, pag. 75: «La rivoluzione di Francia s'intendeva da pochi, da pochissimi si approvava, quasi nessuno la desiderava; e, se vi era taluno che la desiderasse, la desiderava invano, perché una rivoluzione non si può fare senza il popolo, ed il popolo non si muove per raziocinio ma per bisogno. I bisogni della nazione napoletana eran diversi da quelli della francese: i raziocini de' rivoluzionari eran divenuti tanto astrusi e tanto furenti, che non li potea più comprendere. Questo pel popolo. Per quella classe poi che era superiore al popolo, io credo, e fermamente credo, che il maggior numero de' medesimi non avrebbe mai approvate le teorie dei rivoluzionari di Francia. La scuola delle scienze morali e politiche italiane seguiva altri principi. Chiunque avea ripiena la sua mente delle idee di Machiavelli, di Gravina, di Vico, non potea nè prestar fede alle promesse nè applaudire alle operazioni de' rivoluzionari di Francia, tostoché abbandonarono le idee della monarchia costituzionale».

    (10) Cfr. CHABOD F., op. cit., pagg. 29 e 154.

    (11) Cfr. ibidem, pag. 27.

    (12) Cfr. ibidem, pagg. 37-38 e 53.

    (13) Per le rivalità intestine e gli inconvenienti dovuti alla iniziale fusione delle varie Marine regionali, nonché alla deficiente preparazione ed addestramento della flotta italiana, cause prime dello scacco di Lissa, cfr. IACHINO A., La campagna navale di Lissa 1866. Il Saggiatore, 1966. Per la centrale riforma dell'esercito attuata dal generale Ricotti cfr. DE BIASE C., L'Aquila d'oro. Storia dello Stato Maggiore Italiano (1861-1945), Edizioni del Borghese 1970, pagg. 115-137 e WRURRUE J., Storia dell'esercito italiano, Rizzoli 1979, pagg. 159-174.

    (14) Cfr. Storia della Marina, voi. 1, Fabbri 1978, pag. 151. Sulla distanza si farà tuttavia sentire il peso dell'arretratezza industriale e della debolezza finanziaria della nuova Nazione. Per quanto ancora al terzo posto (dopo Inghilterra e Francia) nel 1888 e dotata di dieci corazzate di prima classe costruite o in costruzione (tra cui cinque che non hanno uguali per dimensioni, velocità, autonomia e armamento), già sei anni più tardi la Marina italiana sarà superata da quella russa e affiancata da quella tedesca che, in via di rapida formazione, giungerà nell'arco di un decennio a porsi al secondo posto nel mondo. Farà tuttavia in tempo l'Italia ad incutere una sana paura agli Stati Uniti d'America allorché nel marzo 1891, quale conseguenza del linciaggio di suoi cittadini avvenuto a New Orleans con la complicità delle autorità di governo americane, verrà ventilata sulla stampa statunitense l'attuazione di una ritorsione mediante misure di guerra. Scriverà così, preoccupato, uno dei maggiori quotidiani americani: «Se esistessero seri motivi perché si dichiarassero aperte le ostilità, in quali condizioni ci troverebbe una dichiarazione di guerra? L'Italia non è una potenza di primaria importanza, ma possiede una delle flotte più forti d'Europa, contro la quale i nostri porti e le nostre coste sono inadeguati quanto ad attrezzature difensive. E umiliante al di là di ogni sopportazione che il nostro grande paese, sotto taluni aspetti il più potente del mondo, debba essere tanto incerto sulla decisione di approntare adeguati mezzi di difesa contro una potenza europea di secondaria importanza». Cfr. GUEBINO R., Vendetta. La vera storia di un linciaggio, Sperling & Kupfer 1978, pag. 163.

    (15) Cfr. ibidem, pag. 152.

    (16) Il che colpisce sfavorevolmente molti personaggi di altre nazioni che vorrebbero vedere per il futuro eternata l'Italia quale Paese agricolo e pre-industriale, ricco unicamente di bellezze naturali e di ricordi, nel mezzo di un mondo che vede ambizioni nazionali, armamenti e prevaricazioni sempre più frequenti e maggiori. Così il belga de Laveleye intriso di vaghe idealità umanitaristiche e non in grado neppure di afferrare i nuovi obblighi imposti dalla mutata situazione storica e geografica alla penisola unificata, già nel 1871 esorta l'Italia, «separata dal continente da una frontiera geografica mirabilmente netta» e «alla quale nessuno dei suoi vicini pensa a togliere una provincia o il minimo pezzo di territorio», ad accontentarsi di una posizione internazionale di second'ordine, al pari di Svizzera e Belgio, anziché aspirare alla parte di grande potenza, e ne stigmatizza «l'ambizione deplorevole di giocare un ruolo nelle complicazioni della politica europea». L'anno seguente è invece il francese Berthelot che trova che gli italiani hanno finalmente compreso «che la felicità è nella mediocrità». Entrambi deplorano che l'Italia, priva di carbone e di ferro, voglia correre l'avventura dell'industrializzazione, e più ampiamente il Berthelot, illustre scienziato, lamenta il trionfare universale della scienza applicata e dell'industrialismo, ed accusa l'Italia di tradire e rigettare lo slancio spirituale del Rinascimento per seguire, tristemente, l'esempio modernizzante degli Stati Uniti d'America. Cfr. CHABOD F., op. cit., pagg. 363, 192, 292.

    (17) Cfr. WEBSTER R.A., L'imperialismo industriale italiano. Studio sul prefascismo 1908-1915, Einaudi 1974, pag. 32. Per quanto concerne la ricerca dell'indipendenza autarchica, ad esempio, la casa inglese Armstrong, dopo avere fondato a Pozzuoli una succursale per la produzione di munizioni e di pezzi di artiglieria navale e dopo avere stipulato ampi accordi con la Marina, viene indotta ad utilizzare acciaio prodotto in Italia dalla «Terni» , con risultati, all'inizio, indubbiamente antieconomici per lo Stato italiano, date le lunghe ricerche e i numerosi esperimenti di fusione necessari per l'approntamento di materiali dalle sicure ed elevate caratteristiche strutturali.

    (18) Cfr. ibidem, pagg. 351-2.

    (19) Cfr. ORIANI A., op. cit., pag. 140. Parallelamente raffigurerà un ventennio più tardi Prezzolini l'evoluzione del carattere italiano a partire dalla fine del Rinascimento. «L'Italiano di pensiero compia allora un'altra rivoluzione, quella che affermava la propria interiore libertà. Distaccato dalla società civile e religiosa, si contentò di rendere ossequio formale alla prepotenza dell'una e dell'altra. Andò a messa, si cavò il cappello, fece tutti i segni esteriori del rispetto e della convinzione, senza possedere questa nè avere l'altro. Dentro di sé burlò i preti e valutò per quel che valevano i principi, talora intelligenti, più spesso opachi e vani. E si dette a pensare, a immaginare ed a cantare. Difese il suo intimo con una muraglia di disprezzo e di disdegno. Volevano che si cavasse il cappello? E l'Italiano si sberrettava. Volevano che dicesse Eccellenza agli scemi, e Onorevole ai briganti, e l'Italiano non s'impuntava per questi piccoli tributi di parole: in casa propria metteva scemi e briganti nello stesso sacco. Costretto ad un esercizio quotidiano di dissimulazione e di simulazione, in breve l'Italiano divenne eccellente nella “abilità” politica. il suo carattere ne prese un'impronta incancellabile. La sua facoltà di adattamento alle circostanze ne portò la civiltà ad un grado di maturità che rasentava la corruzione, ma una corruzione portata con leggerezza e con stile di signore e sempre con una certa malinconia. Entro la capsula delle formule e delle retoriche imposte da inquisitori e da stranieri, da principi assoluti e da plebei ignoranti, l'Italiano colto o signore avventurò per il mondo le sue scoperte, la sua poesia, la sua intima tristezza di popolo che tutte le aveva viste e provate, ed era arrivato ad una rassegnata saggezza». Cfr. PREZZOLINI G., Vita di Niccolò Machiavelli fiorentino, Rusconi 1982, pagg. 167-168.

    (20) Cfr. NIETZSCHE F., Frammenti postumi 1884-85, Adelphi 1975, pag. 316 e Frammenti postumi 1887-88, 1971, pagg. 4-5.

    (21) Cfr. CHABOD F., op. cit., pag. 226.

    (22) Cfr. ibidem, pagg. 230 e 221.

    (23) Cfr., delle Odi barbare, in ispecie: Nell'annuale della fondazione di Roma, Alla Vittoria, Alle fonti del Clitumno, Roma.

    (24) Cfr. CHABOD F., op. cit., pag. 301.

    (25) Cfr. SETON-WATSON C., L'Italia dal liberalismo al fascismo, 1870-1925, Laterza 1980, pag. 57. Ricca difatti, piana nella narrazione, l'opera può essere letta come una buona sintesi della storia italiana del periodo, preliminare a più specifici approfondimenti.

    (26) Cfr. ibidem, pag. 820. In effetti, la questione «Italia al Congresso di Berlino» è un poco più complessa da quanto affermato dal Corti, potendosi riscontrare nelle azioni e nei convinci-menti dei suoi protagonisti italiani anche una certa quale mancanza di ardimento e di tenacia; quasi un timor panico di accettare impegni e di compiere azioni di una nuova pratica gravità morale, che andasse oltre i principi risorgimentali e liberali in cui essi erano cresciuti; una deficienza di fede non solo nei destini della nazione, ma pure in se stessi; una labilità caratteriale che avrebbe fatto esprimere, ai ben più navigati uomini di stato inglesi, austriaci e tedeschi, sorpresa e incredulità – quando non più sferzanti giudizi — di fronte alla ritrosia ondivaga, alla poca chiarezza intellettuale e al rigetto degli niuti diplomatici da loro offerti. Così Haymerle, ambasciatore austriaco a Roma, incaricato di tentare una mutua intesa fra le due Potenze e di offrire un appoggio per la questione tunisina, si sente rispondere testualmente da Cairoli che «l'Italie entrera au Congrès avec les mais libres, voulant en sortir avec les mais nettes». Al similare rifiuto di Corti espresso a Bùlow a Berlino — e da questi riferito a Bismarck — il cancelliere tedesco, non potendo concepire tanta ingenuità da parte di un discendente di Machiavelli, opporrà invece la convinzione sprezzante dell'inutilità dell'Italia, «fattore mal sicuro, che non sapeva essere né amico, né nemico».

    (27) Le uniche conquiste importanti prima del 1870 – l'Algeria (1830), il Senegal (1854), la Cocincina-Delta del Mekong (1862-1867) – non furono suggerite da considerazioni mercantilistiche o imperialistiche. Esse furono originate unicamente da casi fortuiti della politica interna o estera e non appassionarono profondamente l'opinione pubblica (solo l'Algeria diede luogo a numerose polemiche). Le colonie, la cui importanza nella vita economica francese fu sempre, al contrario che per l'Inghilterra, assai modesta, non assursero mai al grado di fattori essenziali della ricchezza nazionale. Per una panoramica, cfr. BRUNSCHWIG H., Miti e realtà dell'imperialismo coloniale francese, Cappelli 1964, e BERTONI E., Le cause del colonialismo imperialistico, ISEDI 1978.

    (28) Cfr. BRUNSCHWIG H., op. cit., pagg. 107-8.

    (29) Già al Congresso di Berlino lord Salisbury aveva lasciato capire al collega francese Waddington che come compenso all'effettuata occupazione di Cipro e alle mire sull'Egitto, l'Inghilterra non si sarebbe opposta ad un intervento della Francia in Tunisia, non desiderando che sulla sponda africana del Canale di Sicilia si installasse l'Italia che ne deteneva già la sponda orientale.

    (30) Cfr. BRUNSCHWIG H., op. cit., pagg. 114-115.

    (31) Cfr. Marselli, in VOLPE G., L'Italia nella Triplice Alleanza (1882-1915), I.S.P.I. 1941, pag. 35.

    (32) Cfr. Sonnino, ibidem, pag. 30.

    (33) Cfr. CHABOD F., op. cit., pag. 125. Dello stesso tenore furono le considerazioni di Crispi nel marzo 1880: «L'impero austro-ungarico è una necessità per noi. Quell'impero e la Confederazione elvetica ci tengono a giusta distanza da altre nazioni che noi vogliamo amiche, che devono essere nostre amiche come furono altre volte nostre alleate, ma il di cui territorio è bene che non si trovi in immediato contatto con l'Italia». Cfr. in SETON-WATSON C., op. cit., pag. 131.

    (34) Cfr. VOLPE G., op. cit., pag. 32. Riprova di quanto testé affermato, si avrà tra l'altro dalla convenzione franco-inglese del marzo 1899 che, a suggello della crisi di Fascioda, delimita in modo definitivo le sfere d'influenza di Inghilterra e Francia nell'Africa centrale e concede alla Francia libertà d'azione nel retroterra meridionale della Tripolitania, territorio su cui è peraltro noto l'Italia avere avanzato da tempo rivendicazioni di espansione commerciale e territoriale.

    (35) I rinnovi formali: 20 febbraio 1887; 6 maggio 1891; 28 giugno 1902; 5 dicembre 1912. Per quanto riguarda il primo aspetto, citiamo le parole di Bismarck all'ambasciatore tedesco a Parigi, con le quali invita nel luglio 1888 a frenare le intemperanze francesi nei riguardi dell'Italia, facendo intendere agli uomini di governo francesi «che sarebbe stato prudente da parte loro non precipitare le cose, poiché se l'Italia si fosse trovata presa in gravi complicazioni [internazionali] essa non sarebbe rimasta isolata». Un esempio di azione «frenante» si ha invece nella risposta del governo tedesco di Bùlow alle richieste di Crispi del febbraio 1896 affinché la Germania intervenga con pressioni sulla Francia, che ostacola l'espansione italiana in Etiopia. Viene con essa fatto rilevare al governo italiano «quel sostanziale errore circa la natura della Triplice, contro il quale periodicamente da anni, e malgrado la chiara redazione del testo del trattato, finora inutilmente abbiamo dovuto lottare. La Triplice è un patto conservativo e non una società di profitti. L'invasione degli italiani nell'Abissinia [...] è atto aggressivo e come tale non rientra formalmente sotto la copertura del trattato della Triplice». Cfr. VOLPE G., op. cit., pagg. 116 e 138. Rileviamo a tale proposito, tuttavia, che se è pur vero che l'Africa orientale è fuori dei termini del secondo rinnovo della Triplice, la visione più lungimirante è tuttavia quella di Crispi e del suo ministro degli esteri Alberto Blanc, i quali sostengono che l'Italia non sta combattendo, dopo l'Amba Alagi e Macallè, soltanto una guerra italo-abissina, ma che si tratta in realtà, e in un senso molto più vero e profondo, di una guerra fra Triplice Alleanza da una parte e Francia e Russia dall'altra.

    (36) Cfr, RAUTI P., Le idee che mossero il mondo, Edizioni Europa, Roma 1976, pag. 254.

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    Ma il contrasto italo-francese non si limita a fine Ottocento a meri problemi di politica internazionale, bensì, come già abbiamo accennato, investe, e maggiormente investirà nel nuovo secolo, questioni di ben più ampia portata, «strutturali» per quanto concerne la forma statuale e il concetto stesso di società, di storia e di ethos umano.
    Erede diretta della «gloriosa» rivoluzione liberale e degli «immortali principi» del 1789, nonché del giacobinismo, del radicalismo e dell'ethos della ghigliottina e del terrore, la Francia ufficiale di fine secolo, la Troisième Republique, è l'incarnazione tipica, molto più dell'Inghilterra, di quelle idee moderne, progressiste, razionaliste, scientiste e positiviste, segno della decadenza dell'Europa, contro le quali si è già scagliato Nietzsche e contro cui si scagliano ora i monarchici, gli antisemiti, i «reazionari», i nazionalisti e semplicemente gli spiriti liberi disorientati e turbati di Francia (1).
    Consapevoli dell'esistenza di un'antitesi netta tra lo spirito italico e romano, che si vuole recuperare per la nuova nazione, e le idee illuministe che sono da oltre un secolo alla base dell'utopia progressista di Francia, anche gli uomini di stato italiani vanno accorgendosi che dietro i più superficiali motivi di conflitto per l'egemonia territoriale agiscono forze ideali ben più profonde.
    Pur immersi in quel clima di fiduciosa attesa di un avvenire «migliore» che caratterizza in tutta Europa gli ultimi decenni del secolo, pervasi da una sicurezza in passato sconosciuta e dalla fiducia nella razionalità umana, i principali protagonisti della nuova storia d'Italia sono tuttavia pronti, sulla base di uno scetticismo e di un realismo connaturato alle popolazioni da cui sono usciti, a recepire, far propri e tradurre nella pratica attività quotidiana, gli insegnamenti e i moniti critici che sta elevando in solitudine Nietzsche contro la civilizzazione moderna e l'abbrutimento morale dell'uomo, cui stanno portando l'atomismo liberale e la cieca fede in un progresso «costante» e mal definito e che ha nella scienza, o meglio in uno scientismo arrogante e svincolato da ogni freno morale, la sua maggiore, se non unica, fonte di legittimità (2).
    L'essenza della questione «modernità/progresso», che non tocca tanto la forma esteriore della società, o il prevalere di un ceto piuttosto che dell'altro, e neppure l'innegabile avanzamento materiale, quanto la forma interiore dell'animo umano, è ancora pienamente centrata da Nietzsche, che stima, quale causa della perdita del senso di responsabilità, quella «emiplegia della virtù», quella inerzia morale, quel vago pietismo e quel sentimentalismo irenico e «razionale» generati dall'egualitarismo dei Lumi insieme alla delegittimazione di ogni senso di gerarchia societaria.
    Si pone infatti, per la coscienza moderna e progressista (o più precisamente per la «sensibilità» moderna e progressista - ché il giungere a coscienza comporta pur sempre uno sforzo e un impegno incessanti), «come esigenza essenziale che l'uomo non faccia nulla di male; che in nessun caso rechi danno, voglia recare danno... Come via che conduce a ciò i indica: l'amputazione di ogni possibilità di inimicizia, la sospensione di tutti gli istinti di risentimento, la «pace dell'anima» come male cronico».
    Quando invece in realtà - e tutta la storia umana è lì a dimostrarlo - «non c'è stata finora ideologia più pericolosa, stortura maggiore in psychologicis di questa volontà di bene; si è allevato il tipo più ributtante di uomo non libero, il bigotto; si è insegnato che appunto solo come bigotti si è sulla retta via che porta alla divinità, che solo un comportamento da bigotto è un comportamento divino».
    Quando invece in realtà «a che serve ritenere, con tutte le forze, malvagia la guerra? Si fa la guerra lo stesso, non si può fare altrimenti! L'uomo buono, che ha rinunciato al male, - affetto, come gli sembra desiderabile, da quell'emiplegia della virtù, non cessa in modo alcuno di fare la guerra, di avere nemici, di dire «no», di fare «no»! Il cristiano per esempio odia il «peccato»! ... E cosa mai non è «peccato» per lui! Proprio per la sua fede in una contrapposizione morale di bene e di male, il mondo si è riempito di cose odiose, di cose da combattere in eterno» (3).
    E se qualche società basata su valori voluti «cristiani» è pure esistita od esiste, essa questo può fare solo al prezzo di negare quei valori ogni giorno, nel caso più benigno scendendo a un tacito compromesso che svela pur sempre l'irrealtà dei suoi postulati di fondo (così come la formula democratica appalesa - come vedremo per i contemporanei Mosca e Pareto - 1'aporìa di fondo, una contraddizione cioè in se stessa mortale non appena essa cerchi di concretarsi).
    Ed è proprio a dispetto della sua filosofia più intima - la dottrina del disinteresse e dell'amore - che il cristianesimo si è storicamente mutato nell'agente della sovversione più subdola, dissolvitore di ogni società, di ogni gerarchia, di ogni alto valore. Se non ha poi potuto portare fino in fondo le sue premesse esistenziali, ciò è stato solo per merito della resistenza opposta alle sue utopie sul suolo d'Europa dalla psiche e dalla razionalità delle sue più forti e coscienti nazioni, la germanica, che sotto una pur repellente crosta di protestantesimo ha mantenuto un fondo pagano, e soprattutto la romano-italica.
    È stato infatti proprio il cristianesimo delle origini - il più puro, il più vero - a dispensare al mondo per primo la formula teologica dell'individuo «assoluto», sciolto cioè da responsabilità societarie che non siano quelle dettate dall'etica straniante del monoteismo giudaico, che avrebbe due millenni dopo assunto le sembianze delle progressive, «provvidenziali» leggi dell'illuminismo liberale e del feroce determinismo marxista.
    I reali e più conseguenti effetti storici del cristianesimo sono quindi stati, attraverso la predicazione dell'uguaglianza di tutte le anime davanti a Dio (e soprattutto delle anime più degenerate, che usufruiscono ex lege divina di un trattamento preferenziale) la difesa dell'ipocrisia, la nobilitazione dell'invidia, il rafforzamento dell'egoismo, fino al caso estremo dell'egoismo di massa dei «deboli», nel quale ognuno pone se stesso, nel mezzo del proprio squallore esistenziale, quale centro divino, quale divinità cui tutto è dovuto senza più freni istintivi né razionali, avendo distrutto quei legami di rispetto societario dati da sempre, che sempre sono stati, in ogni epoca, in ogni latitudine, legami di gerarchia, quindi di differenza, di impegno civile, di sforzo intellettuale, di tensione morale.
    L'esito ultimo e coerente del cristianesimo, dal chiliasmo delle infinite sette medioevali dette eretiche (ma quanto più coerenti che non il cattolicesimo con la comune dottrina di fondo!) al comunismo dei taboriti, dai Santi di Münster al brulichio delle innumeri società religiose dell'Inghilterra secentesca e giù giù fino alla Grande Rivoluzione, non può concretarsi storicamente che nel nichilismo ateo del debole, forma mentis in cui tutte le premesse della dottrina religiosa vengono sublimate nella negazione più completa del mondo reale. Ma la realtà si vendica alfine - sui «deboli» certo, ma anche sui «nobili» - nel modo più feroce attraverso l'anarchia sociale, il «bellum omnium contra omnes», e attraverso il sorgere, abbattuta ogni gerarchica organicità vivente, degli stati-leviatani moderni, preda di sradicati e spostati che hanno in realtà pur sempre ricercato una selezione eliminando ogni viva e legittima specificità attraverso una folle, sanguinaria ricerca di «perfezione» egualitaria.
    Vengono così, nella «modernità», avvertite come pericolose «l'elevata, autonoma spiritualità, la volontà di far parte per se stessi, la grande ragione; tutto ciò che innalza l'individuo al di sopra dell'armento e provoca il timore del prossimo, prende da questo momento significato di cattivo [...]. Infine, in uno stato estremamente pacifico, viene a mancare sempre di più l'occasione e la necessità di educare i propri sentimenti al rigore e alla durezza; sarà allora che ogni severità, pur nella giustizia, comincerà a turbare la coscienza; un'aristocraticità e autoresponsabilità elevata e severa diventa quasi offensiva e desta diffidenza, l' "agnello" e ancor più la "pecora" salgono in considerazione. C'è un momento nella storia della società in cui il morboso infrollimento e snervamento sono tali che la società stessa prende posizione a favore del suo danneggiatore, del delinquente, e con tutta serietà e onestà. Punire: questo le sembra in un certo senso ingiusto - è indubbio che l'idea della "punizione" e del "dover punire" la fa soffrire, le incute timore. "Non basta renderlo innocuo? A quale scopo mettersi anche a castigarlo? Il punire è in se stesso una cosa spaventosa!". Con questa domanda la morale dell'armento, la morale della pusillanimità, trae la sua ultima conseguenza. Posto che si potesse sopprimere il pericolo in generale, il motivo della paura, si sarebbe tolto di mezzo, al tempo stesso, anche questa morale [...]. Chi indaga la coscienza dell'europeo di oggi, dovrà estrarre dalle mille pieghe e dai mille nascondigli della morale sempre lo stesso imperativo, l'imperativo della pusillanimità del gregge: "Noi vogliamo che a un certo momento non ci sia più niente di cui aver paura!". A un certo momento - la volontà e il cammino per giungervi sono quel che oggi, in Europa, è chiamato "progresso"» (4).
    Della Rivoluzione dell'89, di cui la nuova Francia repubblicana riprende in pieno i postulati ampliandoli e cercando di concretarli storicamente nelle istituzioni, Nietzsche non critica perciò tanto gli eccessi sanguinosi: «La nostra ostilità alla révolution non si riferisce alla fase cruenta, all'immoralità con cui si svolse; ma alla sua moralità di branco, alle "verità" con cui sempre e ancora continua a operare, alla sua immagine contagiosa di "giustizia, libertà", con cui accalappia tutte le anime mediocri, al rovesciamento dell'autorità delle classi superiori. Il fatto che in connessione con essa siano avvenute cose tanto terribili e sanguinose, ha dato a quest'orgia della mediocrità una parvenza di grandezza, sicché essa, come spettacolo, ha sedotto anche gli spiriti più fieri» (5).
    Fortunosamente arrestata da Napoleone, la Rivoluzione è considerata da Nietzsche il punto di arrivo di una lotta millenaria tra i valori antitetici di «buono» e «cattivo», tra l'uomo forte, classico, romano, aristocratico e volitivo, profondamente terreno e responsabile nella sua concretezza, e quello del debole volere, pervaso da odio, da ressentiment e da invidia rancorosa, che, al fine di sfuggire alla sua propria miseria esistenziale, deduce la consolazione dalla catastrofe e dall'umiliazione, sognando impotente paradisi e Regni futuri ed implorando vendette e apocalissi da un dio lontano o al contrario troppo umano.
    Punto di arrivo però temporaneo, in quanto la lotta è ancora in corso, poiché «per quanto possa essere certo che da un pezzo il secondo valore è prevalso sul primo, ancor oggi non mancano luoghi in cui si continua con esito incerto a combattere questa battaglia».
    Battaglia incessante, battaglia che, per quanto primariamente combattuta da ogni uomo all'interno di se stesso, contro gli istinti più vili del proprio animo, ha tuttavia non solo un'accezione psicologica, individuale ed esistenziale, ma propriamente storica e politica, etnica e perfino biologica: «Il simbolo di questa lotta, espresso in caratteri che sono restati sino a oggi leggibili al di sopra di tutta la storia degli uomini, è "Roma contro Giudea, Giudea contro Roma": non c'è stato fino ad oggi alcun avvenimento più grande di questa lotta, di questa posizione del problema; di questa contraddizione pervasa d'inimicizia mortale» (6).
    Ma il Giudaismo, religione nazionale di un piccolo, esclusivo popolo orientale, non avrebbe potuto dilatarsi fino ad assumere le fattezze del nemico universale di ogni alto sentire, se non al prezzo di una intima mutazione, negazione dialettica che riassume e potenzia tutte le sue premesse. Ed è quindi solo col cristianesimo - quell'«arte di mentire santamente» che ha raccolto l'eredità della trasvalutazione giudaica dei valori - che «l'intero ebraismo, una millenaria propedeutica e tecnica giudaica quanto mai seria, attinge la sua estrema maestria. Il cristiano, questa ultima ratio della menzogna, è ancora una volta, e persino tre volte - l'ebreo».
    Il veleno della dottrina dei diritti uguali per tutti, essenza della Rivoluzione, «è stato diffuso dal cristianesimo nel modo più sistematico; procedendo dagli angoli più segreti degli istinti cattivi, il cristianesimo ha fatto una guerra mortale ad ogni senso di venerazione e di distanza fra uomo e uomo, cioè al presupposto di ogni elevazione, di ogni sviluppo della cultura [...]. L'aristocraticità del modo di sentire venne scalzata dalle più sotterranee fondamenta mercé questa menzogna dell'eguaglianza delle anime; e se la credenza nel "privilegio del maggior numero" fa e farà rivoluzioni, è il cristianesimo, non dubitiamone, sono gli apprezzamenti cristiani di valore, quel che ogni rivoluzione ha semplicemente tradotto nel sangue e nel crimine» (7).
    «Rivoluzione» è quindi per Nietzsche null'altro che l'adesione alla «modernità», ai parametri più utopici creati in ogni tempo dall'intelletto e dal sentimento umani mediante l'ostinato rifiuto del mondo reale, a quei moduli che, variamente dispiegatisi in venti e più secoli di storia, hanno in mille modi cercato una legittimazione societaria, scadendo dal piano religioso della divinità trascendente giudaico-cristiana all'ateismo borghese e all'immanentismo razionalista dei Lumi, fino alla più completa secolarizzazione del materialismo marxista che proprio in quegli anni sta riappropriando alla storia dell'uomo quel senso alieno e quel destino.
    Due quindi sole sono le posizioni, due soli gli schieramenti, opposti nella sostanza delle loro tesi: la visione aristocratica romana e quel multiforme coacervo di sentimenti e di filosofie in lotta concorrenziale tra loro per la legittimazione conferita dalla Storia, sfaccettature di un medesimo universo mentale, poiché l'atteggiamento di gran lunga prevalente in tutto il pensiero «moderno» non è certo stato quello dì una negazione frontale e assoluta dei valori cristiani, bensì quello di un faticoso, incessante, grandioso sforzo di ripresa e di inveramento di essi, attuato mediante una laicizzazione che ne ha variamente mutato le forme, certo non il nucleo essenziale.
    Di questa lotta dal sapore metafisico e meta-storico, il vincitore non è stato, a tutt'oggi, lo spirito romano, «senza dubbio Roma ha dovuto soccombere. È vero che nel Rinascimento si ebbe un risveglio splendidamente inquietante dell'ideale classico, della maniera aristocratica di valutare tutte le cose [...] ma subito tornò a trionfare Giudea, grazie a quel movimento del ressentiment fondamentalmente plebeo (tedesco e inglese), cui si dà il nome di Riforma, con l'aggiunta di quel che doveva seguire a essa, la restaurazione della Chiesa [cattolica] - la restaurazione altresì dell'antica quiete sepolcrale della Roma classica. In un senso addirittura più decisivo e più profondo di allora, Giudea pervenne, con la rivoluzione francese, ancora una volta alla vittoria sull'ideale classico: l'ultima aristocrazia politica esistente in Europa, quella del XVII e XVIII secolo francese, crollò sotto gli istinti popolari del ressentiment - non si era mai sentito sulla terra un giubilo più grande, un più rumoroso entusiasmo ».
    Ma ecco che, quasi miracolo, quando tutto, del corso della storia e del destino dell'uomo, sembra ormai deciso, ecco che la Rivoluzione viene arrestata e battuta per opera proprio di una delle sue creature: «In mezzo a tutto questo accadde in realtà la cosa più enorme, più inaspettata: lo stesso antico ideale comparve in carne e ossa e con uno straordinario splendore dinnanzi agli occhi e alla coscienza dell'umanità, e ancora una volta, di fronte all'antica, mendace parola d'ordine del ressentiment, espressa nel primato del maggior numero, di fronte alla volontà di scadimento, di abiezione, di livellamento, di abbassamento e di tramonto dell'uomo, risuonò più forte, più netta, più incisiva che mai l'opposta tremenda e fascinosa parola d'ordine, quella del primato dei pochi!» (8).
    «Macabra e superflua farsa» (9), secolarizzazione pura e semplice, storicamente ben documentata nei suoi nessi e filosoficamente obbligata, dell'aspirazione cristiana del Regno, il Mondo Nuovo realizzato dalla Grande Rivoluzione ha poi subìto nel corso dell'Ottocento altre battute di arresto, ed è solo con l'ideologia della Comune, e ancor più con la confusione ed il turbinio sociale ed ideologico creato dall'affare Dreyfus (18941906; ma gli anni roventi sono 1898-1900) che esso riesce a porre le prime stabili radici istituzionali su suolo francese (10).
    Condannato alla deportazione a vita da un consiglio di guerra nel 1894, nuovamente condannato a dieci anni di reclusione nel 1899, amnistiato nel 1900 e definitivamente scagionato dalla Corte di Cassazione sei anni dopo, il capitano israelita non è che il pretesto per lo scontro finale di due mondi in lotta sin dalla Rivoluzione dell'89. L'uomo Dreyfus scompare sotto il peso degli avvenimenti che lo sovrastano; 1'affaire con la sua complessità ideologica, con gli sconvolgimenti e le inimicizie mortali che causa, con lo schieramento dei socialisti nelle file governative a difesa del Sistema borghese radical-massonico, fino ad allora aspramente avversato, trascende di gran lunga l'uomo e investe problemi ben più importanti e capitali.
    Così se all'inizio la straordinaria severità dimostrata nell'applicazione della pena può essere spiegata con quel persistente senso di timore, di frustrazione, di umiliazione, di sospetto, che ha afferrato e tiene come un incubo l'intero Paese dopo la vittoria prussiana, diviene ben presto evidente l'impossibilità di ogni ritirata dall'ulteriore approfondirsi dell'errore giudiziario, da parte degli inquirenti invischiati in contraddizioni sempre più inestricabili e incalzati dalla martellante campagna di stampa demoliberale e massonica, cui non sembra vero di cogliere, nelle ombre di cui è costellato l'intero affaire, l'occasione per una resa finale dei conti con gli odiati avversari conservatori, in primis l'esercito e la Chiesa, e con tutti i valori da questi incarnati.
    Se per lo studioso odierno, dotato di volontà e di capacità di collocare rettamente i diversi protagonisti sull'ampio fondale storico, che mai come in questo caso costituisce la componente essenziale della vicenda, al di là perfino delle analisi e delle intenzioni da loro espresse - parti quasi obbligate di un dramma scritto da sempre - se per lo studioso di oggi, dicevamo, è infatti agevole distinguere la prospettiva storica da quelle immaginarie costruite dagli attori dell'epoca, per i contemporanei di Dreyfus sia l'una che le altre tendono invece a confondersi, a sovrapporsi, ad integrarsi in un sordo malessere nell'inquietudine, nel rancore, nell'odio delle conseguenze di quell'evento capitale che è stata la vittoria germanica del 1970-71.
    Umiliata dopo essersi proposta per oltre un secolo quale fonte delle nuove concezioni filosofiche e statuali d'Europa, la società francese reagisce al suo declassamento internazionale in maniera spesso inconsulta, serrando i ranghi, con un ossessionante e crescente timore per la fuga di notizie riguardanti la sua sicurezza, in anni in cui chiunque, soprattutto se «non francese» può essere identificato come una potenziale spia al servizio di quella Potenza che è riuscita a mettere in ginocchio la Grande Nazione. Come avrebbe riconosciuto in seguito Georges Sorel: «Ci si preoccupava ben poco che Dreyfus fosse colpevole o innocente, l'essenziale era il mettere lo Stato al riparo dai tradimenti e riassicurare i francesi terrorizzati dalla paura della guerra» (11).
    E se alla paura della guerra si aggiungono il timore per la diffusione dell'internazionalismo social comunista degli ebrei Marx e Lassalle, visto come arma incapacitante e disgregante al servizio di obbiettivi interessi germanici; l'allarme per l'ascesa di un socialismo ancora barricadiero e truculento; l'orrore per le decine di attentati anarchici che squassano non solo la Francia ma tutta l'Europa a fine Ottocento; l'apprensione per l'arrivo di decine di migliaia di ebrei fuggiti od espulsi dalla Russia e dall'Ungheria dopo i pogrom e le persecuzioni del 1880-83; il sospetto per la proliferazione dei conseguenti «Centri» di assistenza e per le Fondazioni israelitiche dalla natura equivoca e dai fini non meglio specificati (è del 1881 la creazione della Alliance Isräelite Universelle ad opera dell'ex-ministro Isaac Crémieux), diviene allora comprensibile come alle vere, contingenti motivazioni pro o contro Dreyfus si aggiungano considerazioni di più vasta portata.
    Come sintentizza efficacemente la Goruppi: «La precisa volontà di condannare in Dreyfus un traditore della patria e un ebreo assume così un valore simbolico. Attraverso di lui, si vogliono colpire tutti coloro che, estranei alla più pura tradizione francese per la loro stessa origine o per le loro idee, non contribuiscono al rafforzamento dello spirito nazionalistico. Il problema religioso viene così a coincidere con il fattore ideologico: anche l'ebreo rientra nella categoria dei diversi, dei difensori dello spirito critico, del libero esame, insomma dei fautori della democrazia» (12).
    Ma anche molti dei protagonisti stessi dell'affaire, lungi dall'essere frastornati dalle polemiche spicciole, centrano presto, al di là di Dreyfus, i reali problemi in conflitto.
    Lasciate cadere le ingenuità dei suoi primi interventi, lo stesso Zola è costretto a riconoscere nel 1900 la vera portata dell'evento, e che «da giudiziario che era, e che sarebbe dovuto rimanere, il caso Dreyfus è diventato politico»: «All'inizio, nel caso Dreyfus vi è stata unicamente una questione di giustizia, l'errore giudiziario del quale alcuni cittadini, di cuore senza dubbio più giusto e più tenero degli altri, hanno voluto la riparazione. Personalmente, da principio io non vi ho visto altro. Ed ecco che, in breve tempo, a mano a mano che la mostruosa avventura si svolgeva, che le responsabilità si spostavano più in alto, arrivavano ai capi militari, ai funzionari, agli uomini di potere, la questione ha investito l'intero corpo politico, trasformando il clamoroso caso in una crisi terribile e generale, in cui sembrava essere in gioco la sorte della stessa Francia. Così, a poco a poco, sono venuti a scontrarsi due partiti: da una parte, tutti gli spiriti che, forse inconsapevolmente, sono per l'autorità nelle sue diverse forme, religiosa, militare, politica; dall'altra, tutta la libera azione verso l'avvenire tutti i cervelli liberati dalla scienza, tutti coloro che tendono alla verità, alla giustizia, che credono nel progresso continuo, le cui conquiste finiranno un giorno per realizzare il massimo di felicità possibile. E da quel momento, la battaglia è stata spietata» (13).
    Ancor prima, il nocciolo della questione è stato centrato nel 1898 dal conservatore Ferdinand Brunetière, direttore della Revue de deux mondes, che nello schieramento formatosi intorno allo sventurato capitano scopre la lotta dello spirito moderno, «scientifico», intellettualistico, senza radici (è dell'anno precedente il successo del romanzo di Barrès, Les déracines), la lotta dell'«individualismo grossolano» ed anarchico della mentalità liberale scatenato contro lo spirito organico della tradizione. Anche gli attori storici di tale aggressione vengono identificati con precisione: «Massoni, protestanti ed ebrei, che avevano tutti il grande vantaggio di non essere legati al passato da alcun impegno, si sono così precipitati in folla attraverso la porta che veniva loro aperta; sono entrati; si sono appropriati della politica, dell'amministrazione, della scuola; vi regnano; e se vogliamo essere sinceri, bisogna convenirne: l'antisemitismo è soltanto un nome per dissimulare il vivo desiderio di spodestarli. Che in questo non vi sia niente di molto nobile, possiamo sostenerlo; ma non vi è niente che non sia più che naturale; e perfino, in un certo senso, niente che non sia più che legittimo. La Francia appartiene a tutti i francesi; e si avrà un bel dire che in ogni tempo, in qualsiasi luogo - e in particolare sotto il regime del suffragio universale inorganico - sono le minoranze a governare; è vero, ma non per questo la situazione migliora, e inoltre, la cosa dura fino a che le maggioranze non se ne accorgono. In realtà, la rappresentazione legale, politica o amministrativa, dopo quasi vent'anni, non è affatto proporzionale, da noi, alle quantità sociali ch'essa è tenuta a rappresentare; e qui sicuramente - insieme a una delle cause del malessere presente, e della debolezza del governo - anche qui sta una delle cause dell'antisemitismo. Trentotto milioni di francesi non si sentono affatto più disposti oggi di quanto lo fossero cent'anni fa a piegarsi eternamente sotto la dominazione di alcune migliaia di essi, gli ultimi venuti, i più recenti della famiglia; e se, per scuotere questa dominazione, essi non fanno che impiegare mezzi legali, come far vedere ciò che questa dominazione ha d'ineguale o d'iniquo, posso ben comprendere che qualcuno se ne dolga, ma non che ne contesti loro il diritto, e che si gridi all'intolleranza» (14).
    Quando peraltro a tale intolleranza è stata data, fin dall'inizio e per bocca di uno dei maggiori rappresentanti della comunità israelitica, l'influente rabbino Zadock-Kahn, una risposta minacciosa che, successivamente smentita di fronte alle reazioni esasperate dei francesi, costituisce la chiave di lettura degli avvenimenti successivi e delle conseguenze lontane che tratteremo nel proseguo della nostra ricerca: «Si vuole rinviare al consiglio di guerra uno dei nostri. Se accadesse una cosa simile, voi avreste la responsabilità di quanto vi preannuncio: il paese spaccato in due. Tutti i nostri correligionari in piedi e la guerra aperta tra i due campi. Quanto ai mezzi per sostenerla, potete fidarvi di noi».
    Anche per la parte opposta sono quindi ben chiare le motivazioni del conflitto che divide la Francia, e tale consapevolezza leggiamo a chiare lettere nelle memorie di Leon Blum, ebreo e futuro capo del Fronte Popolare che darà inizio nel 1936 all'intervento internazionale nella guerra civile spagnola: «Nel campo dreyfusardo non si lottava più per riparare a un errore giudiziario, per la salvezza di un uomo. I «rivoluzionari» si sforzavano di porre su un piano generale i risultati acquisiti [...]. Noi contavamo di trasformare la coalizione revisionista in un esercito permanente al servizio del diritto umano e della giustizia. Dall'ingiustizia subita da un individuo noi cercavamo [...] di risalire all'ingiustizia sociale. Rivoltavamo contro le istituzioni militari le due sentenze del consiglio di guerra - l'una falsa e illegale, l'altra contradditoria e assurda...» (15).
    Ancor più, si viene a formare in quegli anni, gravitante intorno ai professori della Sorbona, ai circoli della Rive Gauche, all'Ecole Normale conquistata dalle idee liberali e socialiste di Lucien Herr e di Charles Andler, un vero e proprio «partito» di intellettuali, nel quale i membri di ascendenza israelitica si contano numerosi e che aggrega consistenti frange di scrittori, di artisti, di uomini di cultura in genere. «Partito» che costituirà il modello originale per tutte quelle sette di «chierici» che si porranno fino ai nostri giorni quale centro propulsore di idee progressiste, di manifesti programmatici, di propaganda «rispettabile» di ideologie demoliberali o socialcomuniste, le quali solo attraverso le loro adesioni acquisteranno una rilevanza e una cassa di risonanza inconcepibile prima dell'avvento delle società massificate del mondo contemporaneo.
    «Mandarini», «bohèmiens dell'intelligenza», «aristocrazia intellettuale» più o meno in buona fede che ha la pretesa di «intervenire imperiosamente in questioni delle quali è del tutto ignorante», di essi sottolineerà sarcastica mente i limiti ancora il Brunetière: «Che cos'è, allora un «intellettuale»; a che titolo si riconosce tale; e da dove, da quale concezione della vita ricava la superiorità che si arroga al di sopra di tutti coloro che non onora di questo nome? Tutti noi che scriviamo, o che parliamo, abbiamo una tendenza istintiva, sebbene riprovevole, a collocarci molto al di sopra di tutti coloro che ci appaiono impacciati nel parlare o nello scrivere. Sciocco da parte nostra! Non soltanto si può sragionare con eleganza e facilità, così come si possono presentare in forma squisita sofismi pericolosi; ma l'erudizione e la scienza stessa possono coesistere nei cervelli con una vera e propria mediocrità di «intelligenza». Gli esempi non mancano [...].
    Poichè s'intendono di cose che noi non sappiamo, facciamo loro credito di quelle che ignorano. Abituati come sono ad ascoltarsi parlare con compiacimento, s'impongono a noi con la loro sicumera. Vedendoli così sicuri di se stessi dove noi esiteremmo, crediamo che abbiano ragioni da affermare. Ma quelle che hanno non sono né diverse né migliori delle nostre; e quando per riuscire ad abbagliarci, invocano il metodo e lo spirito «scientifici», è proprio lì che il pericolo aumenta.
    Metodo scientifico, aristocrazia dell'intelligenza, rispetto della verità, tutti questi paroloni non servono ad altro che a mascherare le pretese dell'individualismo, e l'individualismo, non lo ripeteremo mai abbastanza, è la grande malattia del tempo presente, non il parlamentarismo, né il socialismo, né il collettivismo. Ciascuno di noi ha fiducia unicamente in se stesso, e si erige a giudice sovrano di tutto, non ammette neppure che venga discussa l'opinione che si è formata. Non dite a quel biologo che le vicende umane non si trattano con i suoi «metodi» scientifici; riderà di voi! Non opponete a quel paleologo il giudizio di tre tribunali militari; lui sa tutto sulla giustizia umana, non per niente è direttore della Scuola Nazionale di Cartografia» (16).
    «Crisi umana, meno estesa e prolungata nel tempo, ma non meno violenta della Rivoluzione francese», 1'affaire divide quindi la Francia in due campi, all'interno dei quali tendono a scomparire le varie articolazioni di pensiero, le sfumature, i distinguo, mentre la stampa soprattutto quella di regime, alla ricerca di una nuova verginità e quasi ad espiazione per avere tacitato od affiancato gli innumeri scandali politici scoppiati nel decennio precedente, reclama una posizione netta e radicale, rendendo impossibile ogni accordo tra le parti. «Al di sopra dei motivi ignobili e delle passioni animalesche, gli animi più elevati di Francia si scagliano l'uno contro l'altro con uguale nobiltà di sentimenti, esasperati dal pauroso conflitto» (17).
    Emblematiche della complessità della questione e significative delle vere motivazioni di fondo, sono le posizioni che assume ed assumerà negli anni successivi Georges Sorel nei confronti dell'intero affaire e delle sue conseguenze.
    Così se nel 1899 il pensatore francese può schierarsi a difesa di Dreyfus ed approvare il sostegno che viene dato al Sistema borghese (che schiera a ministro anche il generale Gallifet, il fucilatore degli operai della Comune, l'ideato re del sistema delle fiches de delation che sarà portato a perfezione dal generale André) dai socialisti in genere e dal gruppo Jaurès-Millerand in ispecie, nel 1905 egli si accosta invece all'eretico Mouvement socialiste di Lagardelle e, sotto l'impressione del nuovo affaire della schedatura degli ufficiali cattolici e conservatori (che segue all'allontanamento forzato degli ufficiali istruttori della Scuola Militare di Saint Cyr, provenienti dalle Accademie Militari, sostituiti con i più «malleabili» ufficiali provenienti dalla bassa forza), nonché del volgare estremismo antireligioso del governo, comincia a nutrire i primi dubbi sulla bontà della propria precedente collocazione ideologica (18).
    Procedendo ulteriormente, e in modo talora incerto ed ambiguo, contraddittorio e irritante, verso posizioni «al di là della destra e della sinistra» e affiancando Péguy (altro «pentito») e Maurras, Sorel giungerà poi a ricono scere con orrore cinque anni più tardi quanto la rivoluzione dreyfusarda abbia sconvolto la Francia, dilacerandone la secolare eredità ideale: «I fedeli della tradizione si sentivano in dovere di scusarsi umilmente di non essere al livello dei loro avversari, quando si permettevano qualche timido tentativo di difesa; l'esercito pareva rassegnato ad accettare senza proteste il cumulo di immondizie che gli gettava addosso la democrazia; l'università guazzava nel fetido brago dell'umanitarismo e qualcuno dei suoi maestri ragionava come i pazzi di Bicêtre [manicomio parigino, N.d.A.]. Adesso la farsa è finita: con grande meraviglia degli stranieri riappare il ragionevole patriottismo della vera Francia. Ed ecco un ex-dreyfusardo che rivendica alle idee patriottiche il diritto di guidare il pensiero contemporaneo. Questo è certo un grande avvenimento» (19).
    E non solo della Francia si tratta, bensì del tramonto dell'intera Europa, dello spirito romano, dello spirito classico del grand siècle, il Seicento francese, soffocati sotto la cappa di piombo dei moduli etici delle idee moderne. A questo è appunto servita l'intera querelle dreyfusarda: a sferrare un colpo capitale ad ogni spirito che non si accordi col cosmopolitismo radicale e massonico.
    A livello culturale, suadenti e mortiferi, imperano ora i tre aspetti più pericolosi della modernità, vale a dire l'ottimismo razionalista (etico), il mito del progresso incessante e l'individualismo radicale, che Sorel rileva essere i portati più veri del dreyfusismo e contro i quali si propone di combattere opponendosi nel concreto sia ai partiti e alle organizzazioni borghesi, liberali e radicali, come a quelle socialiste, che, rinnegando la lotta di classe, non sono divenute altro che il piedestallo di coloro che presumevano di abbattere. Come rileva acutamente il Goisis: «Disarticolare l'antico "blocco" che si era saldato intorno allo sventurato capitano, restituendo ad ogni elemento, e in particolare alle classi antagoniste: produttori e borghesia, la sua piena libertà di azione, sciogliendolo, nel contempo, dal vincolo che lo stringeva alla minoranza ebraica» (20), questo è il disegno politico dell'ultimo Sorel, che ha perso le illusioni di dieci anni prima di fronte alle concrete conseguenze della vittoria dei dreyfusardi.
    Consapevoli che di ben altro si tratta che del semplice caso giudiziario ed umano di uno sconosciuto capitano francese di origine ebraica, radicali e socialisti, liberali e democratici in genere, si sono infatti impegnati a corpo morto nella difesa di Dreyfus soprattutto nei primi anni del nuovo secolo, quando, dopo la dura repressione delle leghe nazionaliste, attuata mediante le provocazioni e il torbido agire delle forze di polizia, e dopo la vittoria dei radical-socialisti nelle elezioni del 1902, la politica del gabinetto Combes (1902-1905) radicalizza l'azione del suo esitante predecessore, Waldeck-Rousseau, e riesce ad affermare, di contro alla Francia tradizionale, i principi di un laicismo esasperato, di un razionalismo positivista e di un cosmopolitismo massonico in cui si può ben scorgere, evidente, l'influenza della grande finanza ebraica che ha fatto della Francia una delle sue più salde terre di conquista, summa e punto di arrivo della tradizione liberale e rivoluzionaria di Occidente.
    Pur senza entrare nel merito della questione, e all'unico scopo di porre in rilievo le dimensioni sconvolgenti - per la società francese dell'epoca - dei provvedimenti legislativi attuati da Combes (ex-seminarista respinto al momento dell'ordinazione), ricordiamo che la legge sulle associazioni religiose, del 1901, viene ripresa, applicata alla lettera e resa più rigida negli anni seguenti. Vengono chiuse in pochi mesi oltre tremiladuecento scuole primarie e secondarie rette da religiosi. Vengono sciolte e disperse cinquantaquattro congregazioni maschili e ottantuno femminili. Per impedirne la rinascita sotto diversa veste, viene quindi interdetto l'insegnamento a tutti i loro membri per un periodo di tre anni. Nel marzo 1904 viene poi approvata una legge che prevede lo scioglimento entro dieci anni dei superstiti istituti di insegnamento (ne rimangono all'epoca milletrecento retti da religiosi maschili e duemiladuecento da suore).
    Tutti i beni mobili e immobili sequestrati alle congregrazioni vengono in parte «nazionalizzati» dal regime repubblicano (che gestisce così in proprio, clientelarmente, decine e decine di opere di assistenza) e in parte messi in liquidazione al fine di realizzare, mediante una vendita che ricorda le similari operazioni della Grande Rivoluzione, quel miliardo di franchi che dovrebbe essere distribuito agli operai sotto forma di pensioni al fine di accaparrarne i voti (il vero affare verrà invece realizzato dai liquidatori, dai «mediatori» e dagli speculatori che riusciranno a fare scomparire la quasi totalità della somma prevista).
    Negli stessi anni un conflitto con la Santa Sede per la nomina dei vescovi porta a quello stato di grave tensione che sfocerà, col governo Rouvier, nella legge del 9 dicembre 1905 sulla separazione tra Stato e Chiesa, con la quale la Francia rompe la tradizione europea dei concordati e passa all'indifferentismo del sistema americano, che non riconosce ufficialmente la religione e lascia all'iniziativa privata l'organizzazione dei culti.
    Lo sfruttamento della vittoria dreyfusarda, iniziato nel 1901 dai radicali moderati, vede quindi nello spazio di soli quattro anni il trionfo di una politica di vendette e di emarginazione sociale delle forze avversarie da parte delle fazioni più estreme.
    Come rileva a compendio lo Stuart Hughes: «I massoni furono incoraggiati a spiare gli ufficiali di tendenze clericali e cominciò la sistematica soppressione degli ordini religiosi e degli istituti di insegnamento che culminò nel 1905 con la separazione dello Stato dalla Chiesa. Quando monaci e monache emigrarono fuori di Francia, quando i bambini piangenti furono costretti a lasciare le aule dalla soldataglia armata, "la grande pietà della Chiesa di Francia" (per usare una frase di Barrés) cominciò a turbare le coscienze anche di coloro che fino ad allora erano rimasti neutrali in fatto di religione. Ad alcuni di questi l'appoggio che Jaurès stava dando alla campagna anticlericale sembrava una specie di apostasia. Sfruttando tutto il vantaggio della propria posizione privilegiata di intellettuale, Jaurès gettò "un retorico e poetico velo sullo sporco affare" dandogli "una apparenza di elevata ragione filosofica che agli ingenui lo fece "apparire sublime". Altri tuttavia, come Péguy e Proust, non poterono tollerare il fatto che "la stessa gente che aveva messo sottosopra il paese perché non si potesse dire che in Francia un uomo aveva sofferto a causa della propria razza e della propria religione", stesse ora "espellendo gli ordini dediti all'insegnamento e dichiarando guerra a tutto ciò che fosse religioso" » (21).
    Tradita dalle sue classi dirigenti, la nazione francese comincia ora a scontare i frutti dell'accidentale instaurazione del regime radical-borghese e massonico (nel primo governo, su undici membri si contano ben nove Fratelli effettivi o futuri) avvenuta dopo la sconfitta nella guerra franco-prussiana. Devastata dalle conseguenze delle lotte intestine della Comune («Ciò che rende ignobile la repressione della Comune, è che essa fu eseguita dai cortigiani, dai corruttori di quegli stessi di cui si versava il sangue a fiotti» - avrebbe più tardi scritto Edouard Drumont) e dai lunghi, rancorosi strascichi umani ed ideologici tra i due grandi raggruppamenti monarchico delle diverse tendenze e repubblicano-democratico, la Repubblica è nata infatti quasi per caso trent'anni prima, dopo l'interregno di un governo provvisorio durato quattro anni, ad opera di un'Assemblea Nazionale composta per quasi due terzi da monarchici.
    Dopo diversi progetti di costituzione, l'Assemblea è giunta nel gennaio 1875, stancamente, poco prima della scadenza del mandato, alla discussione di un ennesimo nuovo progetto e alla votazione di un emendamento che, approvato a sorpresa e con insipienza con 353 voti contro 352, conferisce allo Stato provvisorio, a capo del quale sta il monarchico generale Mac Mahon, la definitiva forma repubblicana.
    «Consacrata» dallo scarto di un voto (il risultato sarebbe stato di parità se un deputato contrario non fosse giunto in ritardo per la votazione) e con l'appoggio di quella frangia moderata che sarà presto emarginata dai radicali - che si autodefiniranno presto soli e «veri» repubblicani -, viene cosi proclamata la Repubblica per la terza volta in ottant'anni.
    Divisi in orleanisti, legittimisti e bonapartisti, i parlamentari di tendenza monarchica non riescono, nei giorni e nei mesi seguenti, a fronteggiare la compatta e spavalda opposizione repubblicana, alla quale riesce invece, con la crisi del maggio 1877 e con le dimissioni cui sarà costretto due anni più tardi Mac Mahon, di instaurare un vero e proprio «moderno» regime demo-parlamentare che ha la sua base più salda nel gruppo degli Opportunisti (radicali moderati, portato dell'alta borghesia e degli ambienti finanziari) di Gambetta e Ferry, e nei Radicali, piccoloborghesi guidati da Georges Clemenceau, che, rivali per oltre un decennio, troveranno motivo di alleanza solo nella comune opposizione al movimento boulangista.
    Intrigante avvocato di provincia, Jules Grévy è il primo presidente del nuovo regime, che vedrà l'avvicendarsi di ben cinquanta gabinetti fino al 1914, e la formazione di altri cinquantasette dal 1914 al 1940.
    Il presidente della repubblica diviene presto una figura di mera rappresentanza; designati alla massima carica dello Stato vengono generalmente solo uomini mediocri e intriganti, al punto che lo stesso Clemenceau, colonna portante del regime, non si perita di affermare di votare, sostenendo Sadi Carnot a presidente dopo le dimissioni di Grevy date in seguito allo «scandalo delle decorazioni, «sempre per il più stupido» (affermerà anche gustosamente, alla fine della sua carriera politica, dopo avere guidato la Francia alla vittoria nel primo conflitto mondiale e dopo essere stato respinto dal Parlamento quale candidato alla presidenza della repubblica, che «la democrazia è una fogna piena di topi»).
    Mentre le leve effettive del potere vengono via via a cadere nelle mani dei deputati più estremisti, svanisce ben presto il sogno repubblicano dei moderati, che vedono «sotto di loro il regime gonfiarsi di un'anima e di uno spirito diverso dai propri».
    Mentre hanno all'inizio creduto di poter dominare i propri temporanei alleati di governo, dopo averli usati per abbattere gli elementi conservatori del Parlamento, i moderati si accorgono di essere invece comandati dal basso, da persone ben altrimenti decise. Come osserverà sferzantemente Abel Bonnard: «Così, trionfanti in apparenza ma in realtà asserviti, onorati e sospettati, detenendo le cariche senza l'autorità, dovettero rendersi conto di decorare un regime che sfuggiva loro di mano, e di cui le loro virtù servivano a coprire i vizi. Sapendo che cosa significhi studiare una questione e passare le notti al lavoro, videro fiorire nella Repubblica, ed espandersi più beatamente di loro stessi, uomini di cui disprezzavano l'incapacità, la fannullaggine e l'ignoranza e che nondimeno dovettero accogliere, trattare con riguardo e adulare. Incorruttibili, sentirono la corruzione dilagare tutt'intorno » (22).
    Dalle stesse più alte cariche della Repubblica, quando occupate onestamente, si leva un brusio di lagnanze: «Chi non vi sta da settario, vi si sente prigioniero; chi non vi fa gli affari di un partito, non vi può fare quelli dello Stato». Parecchi presidenti del Consiglio confessano apertamente di non potere svolgere le loro funzioni perché ostacolati da camarille e da intrighi sorgenti all'interno dei loro stessi sostenitori.
    Si dimette nel gennaio 1895 l'onesto Casimir-Pérìer, presidente della Repubblica eletto appena sei mesi prima. Sette anni dopo è costretto a lasciare la presidenza del governo Waldeck-Rousseau, che esaurisce le sue forze nello sconfessare gli estremisti capeggiati dal suo ministro Èmile Combes, che resta tuttavia al potere e diviene a sua volta presidente del Consiglio, promuovendo, come abbiamo visto, l'aperta rottura con la Chiesa cattolica.
    Nessuna personalità riesce ad emergere, legata e condizionata dagli umori di un'Assemblea che spezza sempre più, con le sue leggi, la comunanza nazionale, creando odi e turbamenti profondi, ponendo ai vertici dello Stato persone che fanno proprio nell'intimo quanto affermato qualche decennio innanzi dal democratico Ledru-Rollin: «Sono il loro capo: debbo seguirli» (23).
    Eletta a suffragio universale, la Camera dei deputati diviene in breve onnipotente, soggetta unicamente al labile controllo del Senato.
    Come annota lo Shirer: «Liberati dalla minaccia dello scioglimento della Camera, nei quattro anni del loro mandato i deputati non erano soggetti ad alcuna disciplina di partito e non potevano essere condizionati dai loro elettori con la minaccia del ricorso a elezioni anticipate. Questo contribuì a creare una molteplicità di partiti poco compatti, che impedivano la formazione di una stabile maggioranza. I governi andavano e venivano, a una media di due l'anno, mentre la Camera si rinnovava solo ogni quattro anni. Durante questi quattro anni le maggioranze venivano create e dissolte non per decisione dell'elettorato, ma per accordi di corridoio tra i deputati, molti dei quali ambivano a diventare ministri. I ministeri si succedevano a velocità vertiginosa, ma spesso rimanevano in carica gli stessi ministri, nonostante l'apparente mutamento di colore del governo» (24).
    Per molti deputati tutto ciò diviene una sorta di gioco altalenante che incentiva sordidi patteggiamenti, deresponsabilizza gli animi, demoralizza coloro che si propongono di restare fedeli a precisi principi morali, provoca una pericolosa instabilità e una fatuità politica che aggravano la soluzione dei problemi economici, sociali e di politica internazionale che si presentano in Europa negli ultimi decenni del secolo in tutta la loro gravità.
    Come rileva a fine ottocento Gustave Le Bon, i regimi demoparlamentari moderni, pur apparendo come la scelta ideale della maggior parte delle nazioni europee, pongono in atto « l'idea, psicologicamente errata, ma comunemente ammessa, secondo la quale una adunanza di molti uomini è più adatta che una adunanza di pochi a decidere con saggezza e indipendenza sopra un determinato argomento. Ritroviamo [invece] nelle assemblee parlamentari le caratteristiche generali delle folle: semplicismo delle idee, irritabilità, suggestionabilità, esagerazione dei sentimenti, influenza preponderante dei capi», con l'aggravante che, per soddisfare gli interessi più o meno legittimi di coloro che ne hanno voluto 1'elezione, il deputato è necessariamente costretto a difendere a spada tratta i suoi personali interessi e «non può ottenere ciò di cui ha bisogno per la sua circoscrizione, se non alla condizione di cedere alle analoghe richieste dei suoi colleghi» (25).
    Di fronte alla sterilità delle dispute politiche, ai giochi di corridoio, alle continue crisi ministeriali, alla vacuità dei dibattiti parlamentari, agli scandali che si susseguono in continuazione, agli episodi di corruzione che coinvolgono anche le altissime sfere dello Stato, l'opinione pubblica, disorientata ed attonita, reagisce in modo inconsulto, abbandonata a se stessa dai contrasti che minano al suo interno l'opposizione monarchica é dalla mancanza di uomini-guida che possano indirizzarne in senso costruttivo le aspirazioni di ordine, di giustizia e di pulizia morale.
    Lo stesso caso Boulanger (1886-1891) rivela, insieme all'appoggio di massa di tanta parte del mondo operaio e della piccola borghesia, affiancato dal vigore intellettuale di alcuni degli spiriti più liberi di Francia - siano essi radicali, blanquisti, rivoluzionari repubblicani in genere, antisemiti, nazionalisti o monarchici -, la pochezza intellettuale, la mancanza di obiettivi ben definiti e della conseguente fermezza di propositi, il pessimo fiuto politico, la scarsa fibra caratteriale dei potenziali capi che potrebbero opporsi allo sfacelo del parlamentarismo (26).
    E d'altra parte l'intera nazione (anche se non al livello dell'altra nazione atlantica, che non riesce ad esprimere nemmeno a livello di intellettuali la benché minima critica ai mali del demoparlamentarismo e dell'ethos democratico) è ormai impregnata dei «sacri principi» dell'89, mentre la Rivoluzione ne ha potuto conformare i contorni per quasi un secolo. La democrazia liberale non vi costituisce un prodotto importato, bensì è il principale elemento, con tutto il suo corredo filosofico di razionalismo e di empirismo positivista, della coscienza collettiva, a tal punto radicato che risulterà sempre arduo, nei decenni successivi e nonostante l'attiva presenza di un folto gruppo di intellettuali anti-borghesi e anti-socialisti, incidere a fondo, e tantomeno vincere, nel complesso dei valori democratici, a differenza di quanto invece avverrà nei Paesi dell'Europa di Mezzo.
    Come rileva Leon Daudet: «Il popolo francese si è lasciato imporre il parlamentarismo per ignoranza e continua a subirlo per inerzia. I deputati e i senatori, poi, che si presume debbano vigilare sugli effimeri governi che franano e si ricostruiscono per nuovamente franare, in seno all'insania costituzionale, si aggrappano al sistema non solo per le comodità che loro procura, ma anche per il divertimento che vi trovano. Il mestiere di parlamentare è deludente, ma non è noioso. Qualche volta, un discorso fermo e bene informato può essere ascoltato alla tribuna ed essere utile» (27).
    Futuro direttore dell'Action française, combattivo deputato monarchico e quindi prezioso testimone dall'interno dell'attività parlamentare, Daudet ha potuto toccare con mano e conoscere a fondo le piccole gratificazioni psicologiche, le rivalità intestine, la corruzione e la psiche particolare che inevitabilmente si creano in assemblee elette sulla base di postulati che non hanno alcuna rispondenza con il mondo reale dell'uomo, quali i dogmi della sovranità popolare e della razionalità quale criterio di base per le scelte compiute dagli elettori.
    Non si vuole, dicendo ciò, certo criminalizzare l'eletto, che può anche essere pieno di alti propositi a compiere con sollecitudine e buona fede gli uffici a cui è stato innalzato: «Sarebbe assai errato immaginare che tutti i parlamen tari siano ignoranti, o siano esseri avidi e male intenzionati. In genere, sono non soltanto il risultato di una elezione, ma anche di una selezione. L'errore, il male, stanno nel Sistema, nella grande macchina in cui girano, si dibattono, legiferano, e che riposa su parecchi postulati irreali. Questo, specialmente, che un individuo, consacrato dal suffragio vago, ondeggiante dell'universalità al primo o secondo grado, sia reso atto, per questo solo, a decidere e dirigere la politica generale di un grande Paese [...]. La realtà politica misconosciuta si vendica crudelmente. È accaduto, dunque, in alcune legislature, che il governo repubblicano, in lotta cronica (la collaborazione era impossibile per definizione) col Parlamento, abbia immaginato, per domarlo, tutta una rete di corruzioni, di intimidazioni, di manovre che nell'insieme costituiscono un bagaglio impressionante [...]. Ognuno di questi clan cerca gli appoggi e li trova, sia all'estero, secondo le vicissitudini delle intese e delle alleanze, sia nella finanza, e nelle banche rivali. E a questo, a questa confusa battaglia di interessi bancari o stranieri, sotto nomi di clan opposti, si riduce il famoso dogma della sovranità popolare» (28).
    Ma se attraverso il parlamento «l'animale del gregge si fa padrone» (29), è ben vero che si diffondono intanto in strati sempre più vasti della popolazione la sensazione e la certezza che dietro il governo e il parlamento agiscono con occulte manovre e per loro fini particolari i potentati finanziari, in ispecie quelli ebraici dei Rothschild, dei Dreyfus, dei Levy, dei Reinach, degli Artom, degli Herz, degli Hottlinger, degli Erlanger, dei Cahen d'Anvers (succeduti ai precedenti gruppi dei Fould, degli Oppenheim, dei Péreire, forti soprattutto intorno alla metà del secolo) ed attivamente operino i circoli massonici, dei quali pressoché tutti i presidenti e i capi di governo risulteranno poi aver fatto parte.
    A maggior ragione, si possono considerare base creativa della Troisième Republique i gruppi della finanza e dell'Alta Banca parigina, in quanto solo col loro attivo e non disinteressato appoggio il regime post-imperiale ha potuto compiere i primi passi, e reggersi, ed affermarsi, nella primavera del 1871. Solo col loro concorso è stato infatti possibile fare fronte al pagamento dei contributi e delle indennità di guerra imposte dal vincitore prussiano. I duecento milioni di franchi dovuti dalla città di Parigi e i cinque miliardi richiesti all'intera Francia hanno potuto essere interamente coperti - prima che dalla sottoscrizione dei prestiti nazionali del 1871 e 1872 - dagli anticipi e dalle garanzie date al nuovo regime dai diversi sindacati finanziari costituiti alla bisogna.
    Sicuri in partenza del collocamento dei prestiti, gli operatori finanziari resisi garanti vengono presto ampiamente rimborsati mediante le somme che il pubblico francese sottoscrive in misura addirittura superiore al richiesto, e sanno trarre fin dall'inizio, mediante un sottile gioco di interessi, di commissioni, di speculazioni, di arbitraggi, enormi guadagni, al punto tale da far evocare già nel marzo 1871 al ministro Jules Favre «i lauti profitti che la nostra pubblica sventura permetterà di realizzare».
    Perno di tutte le operazioni è sempre la famiglia Rothschild che, nonostante l'accesa opposizione delle banche di affari e di deposito, costituitesi in coalizione per fronteggiare l'Alta Banca privata, riesce tuttavia ad accaparrarsi quasi i due terzi degli affari realizzati.
    Aiutato dai membri esteri del «Consorzio Rothschild», quali i parenti di Francoforte e di Vienna, il banchiere Bleichröder di Berlino, il cugino inglese Lionel e il banchiere Baring (il condizionamento attuato dal più potente ramo britannico sui Rothschild di Francia è ancora tutto da scoprire), Alphonse de Rothschild mette quindi una pesante ipoteca sulla Repubblica, sia mediante l'alto prezzo del sostegno finanziario ad essa prestato, che mediante le collusioni tra l'oligarchia finanziaria e l'alta amministrazione statale che si sono venute a creare, sia infine mediante l'utilizzazione della grande stampa, comprata per plasmare l'opinione pubblica ed indirizzare i governi.
    Vengono contemporaneamente sistemati in posti cruciali della pubblica amministrazione personaggi strettamente legati ai potentati finanziari. Tale è il caso di Léon Say, ex compagno di liceo di Alphonse de Rothschild. Tale sarà il caso di Maurice Rouvier.
    Dapprima prefetto del dipartimento della Senna, in seguito più volte influente ministro delle finanze, Say è uno dei più efficaci trait d'union tra la Repubblica e il mondo della finanza e della speculazione, a tal punto impudente nel sottomettere l'interesse dello Stato a quello dei suoi protettori privati da far dire al banchiere Demachy che «sarebbe stato meglio se [al posto di Léon, egli] avesseoportato il nome di Battista, più adatto alla sua condizione di domestico» (30).
    E la particolare forma repubblicano/democratica dello Stato è certo più congeniale all'azione palese ed occulta dei potentati finanziari, dei quali quello dei Rothschild assurge a simbolo ed anima.
    Per tutta la storia ottocentesca i Rothschild hanno in realtà quasi sempre appoggiato - ora con entusiasmo, ora con ritrosia - i detentori non rivoluzionari del potere statale, passando dalla sottile e persistente azione antinapoleonica al ruolo di banchieri antirivoluzionari della Santa Alleanza, dall'appoggio prudente al regime «ultra» di Villéle e di Carlo X all'appoggio entusiasta alla monarchia altoborghese di Luigi Filippo, ritrovandosi ancora col Secondo Impero in uno stato di fronda larvata.
    Lungi dal comprovare perciò - almeno fino all'instaurazione del regime demorepubblicano - le teorie che vogliono la finanza ebraica sobillatrice e promotrice delle rivoluzioni ottocentesche, la posizione assunta fino al 1871 è di stampo nettamente conservatore, di fiancheggiamento e di tallonamento di chiunque detenga il potere, dando con ciò ragione a quanto centralmente affermato nel 1826 da Friedrich von Gentz, segretario di Metternich, redattore di una laudativa «Notizia biografica intorno alla Casa Rothschild», commissionatagli e profumatamente pagata da Salomon Rothschild, che servirà da falsariga per l'analogo articolo dell'Enciclopedia Brockhaus, allora diffusissima e altamente considerata, che verrà ripreso da decine di pubblicazioni consimili in ogni paese d'Europa.
    E se in una lettera confidenziale il Gentz annota talune caratteristiche non propriamente attraenti dei potenti banchieri, ben più attente e calibrate sono le espressioni che si possono leggere nell'enciclopedia.
    Così da una parte i Rothschild sono «rozzi ed incolti ebrei, d'aspetto decoroso, nell'arte loro meri empiristi, senz'alcuna idea di un superiore concatenamento dei fatti, ma dotati di un mirabile istinto, che fa loro scegliere sempre il partito più opportuno e, fra due opportunità, sempre la migliore».
    Nella Brockhaus l'accento viene invece a cadere soprattutto sulla «rettitudine» la «moralità», 1'«armonia», la «solidarietà», la «cooperazione» raccomandate dal vecchio Meyer Amschel e instaurate tra i cinque figli, basi del successo, delle iniziative e della finalità dell'azione comune: «Fare il bene intorno a sè, non negare soccorso ad alcun bisognoso, assistere volonterosamente chi invoca un aiuto, chiunque esso sia, dissimulando sotto le forme più garbate servigi di capitale importanza; queste vie della vera popolarità furono seguite da tutti i fratelli Rothschild, e non già per calcolo, ma per una umanità e bontà innata».
    Solo incidentalemente si può leggere, in tale mare di espressioni osannanti, qualche capitale, rivoluzionario rilievo, che assumerà presto tutta la sua importanza interpretativa del divenire storico del mondo moderno: «Un altro dei principi direttivi adottati una volta per sempre dalla Casa Rothschild è di seguire i tempi e non cercare d'ostacolarne il corso...» (31).
    E quale occasione migliore del nuovo regime repubblicano si presenta per camminare «con i tempi»? Così può scrivere Edmond de Goncourt nel 1890, riportando una conversazione tenuta con un giornalista vent'anni prima: «Villeduil s'è messo a schernire spiritosamente l'errore di coloro che vogliono vedere nei Rothschild e nei banchieri attuali dei reazionari, dei conservatori ad oltranza, stabilendo con estrema chiarezza che tutti loro, compresi i Rothschild, non detestano affatto la Repubblica, dal momento che, in mancanza di re ed imperatori, si trovano ad essere i veri sovrani, e che trovano nei ministri attuali, come è successo a Rothschild col tale e il talaltro, per il semplice fatto della venerazione nutrita per il capitale da uomini che hanno avuto una giovinezza bisognosa, delle condiscendenze che non hanno mai ottenuto da parte di gente abituata al prestigio del pezzo da cento soldi » (32).
    Si saldano così nella Francia di fine Ottocento, a reciproco sostegno e nella maniera più tipica, democrazia e plutocrazia, postulati ideali di egualitarismo e di progresso e pratiche, aggressive influenze da parte della grande finanza. I detentori di capitali stanno ormai effettivamente legalizzando la loro egemonia, mentre dopo un secolo le ideologie dell'illuminismo borghese giungono a piena maturazione ideale e a concreto compimento storico.
    Come è stato rimarcato con acutezza in uno studio recente, i detentori di capitali non assumono mai il potere in prima persona, bensì i loro obbiettivi si realizzano propiziando e assistendo «la nascita di strutture statuali che istituzionalizzano la debolezza, la frammentarietà, l'instabilità, la precarietà del potere politico, così che questo sia sempre più facilmente manovrabile, ricattabile, controllabile. È il momento storico della nascita dello "Stato di diritto" con la sua separazione dei poteri legislativo, esecutivo, giudiziario - e quindi con tre grandi spaccature a ridurne forza, autorità e prestigio reali - con la contrapposizione di corpi separati all'interno della classe politica - le fazioni ufficialmente riconosciute come "partiti" - e con la frequente "rotazione" dei governi, garantita dagli instabili umori delle assemblee e dell'elettorato. È in questo contesto, che offre il grande vantaggio della copertura di una certa logica giuridica e morale - quella della rappresentatività, della "libertà" di espressione, della "sovranità" popolare ecc. - che la plutocrazia riesce, più o meno facilmente e rapidamente, ad imporre in quasi ogni stato l'istituzione di una unica Banca Centrale, vero e proprio "terminale" della rete di controllo della grande finanza inter- e sovrannazionale. Al "politico" e al "sociale" è lasciato sempre meno spazio: il momento vitale, essenziale, primario, è quello "economico". I problemi economici, finanziari, monetari predominano di gran lunga su quelli di costume e di civiltà, su quelli dell'ordine pubblico, su quelli della stessa sicurezza e indipendenza nazionali» (33).
    A sostenere esemplarmente tale tesi, giungono presto numerosi episodi scandalistici, tra cui il più clamoroso è quello scoppiato nel dicembre 1888, che concerne la Compagnie Universelle du Canal Interoceanique del Panama e che vedrà solo nel dicembre 1892 una prima sostanziale conclusione attraverso le denunce finali dei deputati boulangisti Andrieux, Delahaye e Déroulède, che porteranno alla condanna per corruzione dell'onnipresente Clemenceau e alla sua espulsione dalla Camera (nella quale sarebbe peraltro rientrato nove anni più tardi sull'onda dell'aggressività dreyfusardo-massonica).
    Fondata nel 1879 dal progettista del canale di Suez, Ferdinand de Lesseps, per tagliare l'istmo di Darien mettendo in comunicazione diretta Atlantico e Pacifico, la Compagnia si trova presto ad affrontare grandi disavventure finanziarie a causa sia delle impreviste difficoltà di costruzione, sia degli sperperi e della sottrazione di fondi (oltre la metà dei 1400 milioni di franchi sottoscritti) che si sono verificati dal 1881, anno in cui si è dato pratico inizio ai lavori, dopo avere raccolto mediante la vendita di azioni i capitali occorrenti. Decine di migliaia di azionisti-piccoli risparmiatori vengono gettati sul lastrico, decine e decine di suicidi movimentano le cronache, quando sette anni più tardi ne viene proclamato il fallimento (34).
    Diversi processi rivelano che tutto il regime è corresponsabile della truffa e della corruzione: numerosi ministri, centinaia di parlamentari, pressoché tutti i maggiori giornali del Paese risultano coinvolti nello scandalo, avendo, per evitare la catastrofe finanziaria della Compagnia e per impedire che la questione venisse alla luce in tutti i suoi aspetti più sordidi, accettato somme di denaro anche ingenti da parte dei finanzieri che ne sono stati a capo, dei quali tutti i maggiori sono di origine ebraica.
    Mentre solo uno dei personaggi coinvolti nella gigantesca corruzione - decine dei quali vengono sottoposti a giudizio - viene riconosciuto colpevole (il deputato radicale Baihaut), risulta chiaro che a tirare le fila dell'affaire sono stati i banchieri e i finanzieri israeliti. Del maggiore di essi, Rothschild, scrive polemicamente Edouard Drumont, che due anni prima ha pubblicato «La France juive» - due volumi di milleduecento pagine zeppe di dati, di citazioni, di rivelazioni che illustrano a fondo l'influenza spropositata che è riuscito a raggiungere l'ebraismo in terra di Francia: « Soltanto lui è rimasto in piedi in Francia; egli ha rovesciato tutte le istituzioni che avrebbero potuto dargli fastidio; l'Unione generale [gruppo bancario cattolico-conservatore coinvolto nel crollo delle Borse di Lione e di Parigi del gennaio 1882 N.d.A.] è stata strozzata, il Banco di Sconto sconvolto da cima a fondo. Dal punto di vista finanziario, non c'è più niente che ostacoli la potenza ebraica. In politica, gli ebrei hanno fatto lo stesso, hanno distrutto tutto attorno a loro, hanno fatto il nulla. Soltanto pochi anni fa c'erano dei realisti, dei bonapartisti, dei repubblicani, dei radicali; c'era un partito socialista che aveva a capo uomini di valore. Tutto ciò si è volatilizzato, polverizzato, atomizzato. Noi assistiamo a questo strano spettacolo: un paese in cui tutti i cittadini sono divisi e dove non si vedono più né partiti né capi di partito. Abbiamo la discordia nell'impotenza e l'odio nel vuoto. È la dissoluzione propria di tutti i paesi in cui gli ebrei sono giunti a disporre di tutte le energie dello Stato, a dominare in modo assoluto la situazione economica» (35).
    E che questo sia vero è dimostrato dal fatto che i quattrocentomila israeliti francesi (nell'Italia dell'epoca gli ebrei ammontano a circa dieci volte meno - e in posizioni politicamente, socialmente, culturalmente di gran lunga meno in fluenti; nella Francia di un secolo dopo la comunità ebraica conterà circa ottocentomila persone), vale a dire l'uno per cento della popolazione, possiedono all'epoca ottanta miliardi di franchi, e cioè più della metà del capitale nazionale, valutato all'incirca centocinquanta miliardi.
    Riacquistano così nuovo vigore le analisi compiute nel corso del secolo dai socialisti fourieristi, proudhoniani, blanquisti e dai socialisti russi, come anche le raffigurazioni dell'aggressivo capitalismo, soprattutto ebraico, date nel Lucien Leuwen di Stendhal, nelle opere della Comédie humaine di Balzac, nel ciclo dei Rougon-Macquart di Zola, affiancate dalla viva, corrosiva pittura della borghesia demomassonica di fine Ottocento stesa da Maupassant e di cui il Bel-Ami resta l'esempio più pregnante.
    Per la quarta volta in quarant'anni, viene riedita con successo nel 1888 l'opera del fourierista Alphonse Toussenel «Les Juifs rois de l'èpoque; histoire de la féodalité financière», la quale, pur usando un linguaggio non certo asetti camente distaccato, contiene notazioni e intuizioni di una robusta, validissima interpretazione storiografica e storica.
    «Chiamo, come fa il popolo, con questo nome disprezzato di ebreo ogni trafficante di valuta, ogni parassita improduttivo che vive della sostanza e del lavoro altrui. Ebreo, usuraio, mercante di scudi, sono per me sinonimi... Non tutti gli ebrei ch'io attacco provengono dalla Giudea... E chi dice ebreo dice protestante ed è fatale per l'inglese, l'olandese, il ginevrino, che imparano a leggere la volontà di Dio nello stesso libro dell'ebreo, professano il suo stesso disprezzo per le leggi dell'equità e per i diritti dei lavoratori... Un'immensa congrega di vampiri, i cui stomaci sono nelle banche delle grandi capitali e le bocche ovunque... Qualche migliaio di nababbi fannulloni di Giuda, di Amsterdam e di Londra... Guerra ai banchieri cosmopoliti, agli ebrei monopolizzatori».
    Ma il tono francamente, duramente antisemita che pervade molte pagine dell'opera, si muta e si eleva a considerazioni di ben più ampia portata, ad analisi economiche, sociali e politiche addirittura fondamentali del divenire del la storia umana, come quando Toussenel scrive che «la feudalità finanziaria poggia su due forme di accaparramento, il monopolio bancario e quello dei trasporti» (è degli anni Quaranta l'impetuoso sviluppo dei sistemi ferroviari, di cui l'esempio più chiaro è la Compagnie du Chemin de fer du Nord, la più grande operazione di James Rothschild) e quando annota che «il governo è tenuto ai margini dalla feudalità del denaro, vale a dire dalla coalizione dei grandi banchieri, dei grandi industriali, dei grandi proprietari, tutti privilegiati dalla legislazione attuale», sferzando non tanto i profittatori e i finanzieri che, in fondo, non restano fedeli che alla loro natura, quanto soprattutto i «parvenus di Luglio [1830], pezzi grossi, legulei, pedagoghi, ministri per grazia del popolo» che hanno tradito l'intera nazione, e in ispecie gli strati più umili e più sfruttati (36).
    Il problema non è quindi per nulla religioso, chiarisce dopo Toussenel Drumont, come invece affermano «gli articoli che i fogli liberali pubblicano imperturbabilmente tutte le volte che si tratta di noi» con la consueta sequela di termini quali «intolleranza, fanatismo, pregiudizi di un'altra epoca». Ne La France juive, come in tutte le altre opere successive (37) non sono mai presenti attacchi diretti contro la religione ebraica, né essa viene mai ridicolizzata od offesa. Addirittura l'antisemitismo non è che un fenomeno secondario nelle concezioni di Drumont, che deve essere inserito nella più ampia e più vera lotta contro il potere del Denaro, che non è più una forza in lotta insieme o contro le altre, bensì sta divenendo l'unica forza condizionante la vita politica, civile, ideologica del mondo moderno.
    In ogni caso l'urgenza maggiore è, per l'epoca, disvelare la trama che il potere economico israelita sta tessendo alle spalle della Francia, fare fronte comune e lottare per impedire una sopraffazione aliena sulla comunità nazionale: « L'unica risorsa del giacobino, al di là di quello che ci estorce con il bilancio, è di mettersi al servizio di Israele, di entrare come amministratore in qualche società ebrea dove potrà avere la sua fetta. Gli unici a trarre profitto dalla Rivoluzione sono gli ebrei (38). Tutto viene dall'ebreo; tutto torna all'ebreo. Si tratta di un'autentica conquista: l'asservimento di un'intera nazione e una minoranza infima ma unita, paragonabile all'asservimento dei Sassoni ai sessantamila Normanni di Guglielmo il Conquistatore. I procedimenti sono diversi, il risultato è il medesimo. Vi si ritrova tutto quel che caratterizza la conquista: un intero popolo costretto a lavorare per un altro il quale, grazie a un vasto sistema di sfruttamento finanziario, si appropria dei vantaggi del lavoro altrui. Gli immensi patrimoni degli ebrei, i castelli, le dimore non sono il frutto d'un lavoro effettivo, di una certa produzione: sono il privilegio d'una razza dominante su una razza asservita. [...]. Oggi, grazie all'ebreo, quel denaro, a cui il mondo cristiano annetteva soltanto un'importanza secondaria e assegnava un ruolo subalterno, è divenuto onnipotente. Il potere capitalistico concentrato in un piccolo numero di mani governa a suo piacimento tutta la vita economica dei popoli, assoggetta il lavoro e si ripaga dei guadagni iniqui ottenuti senza fatica (39).
    Il caso Dreyfus, scoppiato sei anni più tardi, non può quindi fare limitare semplicisticamente le considerazioni e i giudizi allo specifico argomento che lo ha generato, anche perché i circoli massonici, gli estremisti radicali e gli ambienti ebraici di tutte le specie hanno ben compreso che l'affaire può essere l'occasione per la definitiva spallata ai valori della Francia tradizionale.
    E invece, ripetiamo, l'occasione per lo scontro di due opposti mondi e concezioni di vita tra il ribollire, talora disperato ed ancora inabile, delle ideologie antidemocratiche - proudhoniane, nazionaliste, reazionarie o monarchi che che siano - e lo «stupido XIX secolo» con le idee discese dalla rivoluzione, soprattutto quel sentire positivista, materialista ed ateo che a fine secolo si è primamente incarnato nel finto moderatismo del radicalismo e del liberalismo francesi.
    Nella più piena consapevolezza il radicalismo demomassonico si pone ora infatti a difesa aperta di quelle classi finanziarie ed affaristiche «che concepiscono la terza Repubblica come un grande cantiere di affari nazionali ed inter nazionali, il quale non può essere disturbato e distratto dalle minacce delle classi lavoratrici e dalle richieste di troppe riforme nel campo sociale ed economico» (40).
    Ma il senso profondo della «mistica dreyfusarda» si appalesa ancora più chiaramente al volgere del secolo, quando la democrazia utilitaria ed affaristica che ha ondeggiato e tremato nel 1898 e nel 1899 sotto l'urto delle piazze ancora dominate dal nazionalismo e dall'acre risentimento anti-israelita, si vede affiancata, sorretta, incitata dal socialismo di Jaurès e Millerand.
    Ed è sintomatico che sia proprio il ministero «di difesa repubblicana» del Fratello Waldeck-Rousseau, adepto della Vera Luce del Grande Oriente, ad accogliere - quasi «union sacréé» di fronte alla riscossa del mondo tradizionale - quei socialisti fino ad allora tenuti a rispettosa distanza, quei socialisti eredi dei comunardi e a lungo apparentati agli anarchici e che si rivelano invece rispettabili e borghesi più dei veri borghesi. Come rileva il Castellani: «Con l'assunzione di Alexander Millerand al potere entra nella compagine ministeriale il primo socialista: il socialismo è ormai scivolato verso il radicalismo dreyfusardo della "Lega dei diritti dell'uomo", per preparare, volente o nolente, il grande inganno alle masse lavoratrici le quali più tardi saranno narcotizzate con l'anticlericalismo Combista perchè non disturbino, per qualche tempo, i proficui affari, leciti od illeciti, di una borghesia radicaleggiante sorta dall'internazionalismo universaleggiante della Rue Cadet, dove s'innalza il tempio del Grande Oriente di Francia» (41).
    Mentre parte non piccola dei militanti operai che hanno sostenuto la repubblica nel corso dell'affaire si accorge così di avere puramente e semplicemente difeso l'odiato ordine borghese, mentre ha inizio l'inserimento a pieno titolo, nel sistema liberale, dei socialisti ufficiali e il sindacalismo soreliano radicalizza l'opposizione congiunta al marxismo e al sistema demoliberale, tutte le idee ed i luoghi comuni dell'ideologia liberai-progressista (42) vengono beffardamente irrise e messe alla berlina da uomini come Drumont, Barrès, Maurras, Daudet, che riconoscono acutamente le ascendenze e le conseguenze future di tali posizioni, col passaggio giudicato obbligato dal liberalismo - anarchia edulcorata che mette capo alla finanza e alla peggiore e più dura delle tirannidi, quella dell'oro - alla democrazia, al socialismo, all'anarco-comunismo. Senza complessi, essi attaccano l'intera eredità della Rivoluzione, e soprattutto i suoi rivalutatori liberali ottocenteschi, nelle persone di Thiers (ironia della storia, il cannoneggiatore della Comune, l'estrema creatura della Rivoluzione da lui tanto amata e ammirata!), Mignet, Michelet, Hugo, Lamartine, Quinet, poeti o storici illustri che hanno posto le basi per la difesa d'ufficio del Terrore che sarà compiuta pochi decenni dopo da socialisti e radicali quali Jaurès, Aulard, Mathiez, Lefevbre, nonché, ovviamente, da Lenin (43).
    Uomini onesti, e talora brillanti, che pretendono di agire senza essere capaci di dominare gli avvenimenti che hanno provocato, i liberali dell'Ottocento «possiedono tutte le qualità che ornano l'uomo: mancano loro soltanto quelle che lo fanno».
    Come sferza causticamente, e con rilievi impressionanti per la loro incisività ed aderenza ai fatti storici, Abel Bonnard, essi «sono gli introduttori delle catastrofi; l'enormità degli avvenimenti che essi provocano è appunto ciò che li fa cadere in dimenticanza; ma bisogna ricordarci del momento in cui, tranquilli, solenni nella loro sicumera, annunciando il Progresso aprirono la porta al Disastro. Se guardiamo la Rivoluzione francese con la sola curiosità di conoscere l'uomo, vi vediamo i diversi caratteri succedersi come le figure di un balletto. I fatui vi aprono la via ai malvagi, senza che tali successive preminenze impediscano all'odio di esser presente fin da principio, né alla stoltezza di persistere quando gronda il sangue» (44).
    Rileva in parallelo Daudet: «Il liberale è un uomo che venera il Buon Dio, ma rispetta il diavolo. Aspira all'ordine e blandisce l'anarchia. In tutti i campi, specialmente in quello intellettuale e in quello politico. Si sforzerà, dunque, di trovare una formula per conciliare un termine con l'altro. Di qua la nozione del "centro" nelle assemblee, del "ragionevole" centro, che tiene pari la bilancia fra gli estremi, difende la proprietà e la famiglia con la religione, per esempio, e sottoscrive in anticipo tutte le aggressioni passate, presenti e future, contro la proprietà, la famiglia e la religione. V'è qui l'indizio di una debolezza mentale e, ad un tempo, il segno di un temperamento timoroso [...]. Sono loro che hanno spinto tutte le porte dalle quali poi è entrata la Rivoluzione. Una volta che questa ebbe "occupato" l'ufficio (come si dice in stile elettorale), la grande, la suprema abilità dei liberali fu di gridare ai rivoluzionari: "Noi siamo più avanzati di voi!" [...] Il liberale domina il secolo XIX. Ne è l'insegna e l'orgoglio. Questo solo trionfo, se altri non ve ne fossero, basterebbe a stigmatizzare un'epoca. Non nella strada rivoluzionaria, ma nel salotto liberale spunta l'alba delle sommosse e delle stragi di settembre » (45).
    E la conferma pratica della continuità rivoluzionaria tra liberali ed anarchici, tra la concezione borghese della vita e l'attuazione piena dei suoi postulati ideali, si è in realtà già avuta pienamente nel 1892 quando il trentatreenne tintore anarchico Claudius Frangois Königstein, detto Ravachol, viene condannato a morte per avere fatto esplodere numerose bombe falciando nel terrore la cittadinanza parigina. Del tutto coerentemente, egli pone a suo vanto e difesa il grido: «Il n'y a pas d'innocents parmi les bourgeois», riecheggiando dopo cent'anni il grido rivoluzionario «Non ci sono innocenti fra gli aristocratici».
    Ironia della storia, al fine di vendicare Ravachol due anni dopo verrà ucciso dall'anarchico Caserio, a pugnalate, Sadi Carnot, insignificante presidente della repubblica, nipote di quel Lazare Carnot membro del Comitato di Salute Pubblica che ha lanciato ai popoli nel 1793 la storica frase su riportata.



    Gianantonio Valli


    Capitolo successivo: La coscienza dell'impero. Ascesa e declino dell'Europa di mezzo (6 - Contro lo Stato demoliberale)







    (1) Già a metà del secolo, e più ancora all'epoca della guerra franco-prussiana, si sono scagliati contro l'ideologia democratico-positivista Taine, Renan, Flaubert, Fustel de Coulanges, Edmond de Goncourt, riscontrando in essa i germi della decadenza della Francia, scorgendo nel suffragio universale «la vergogna dello spirito umano», profetando l'avvento di «un mondo orribile ove la gente come noi non avrà più ragione d'essere. Tale mondo sarà utilitarista e militarista, economicistico, piccolo, povero e abbietto» (Flaubert). Le conseguenze serrate ed inevitabili dell'impostazione illuminista e razionalista della storia e dell'uomo (per le quali rimandiamo - per la parte documentaria - a JACOB M.C., L'illuminismo radicale, Il Mulino, 1983; VALJAVEC F., Storia dell'illuminismo, Il Mulino 1973; SIMON W.M., Il positivismo europeo nel XIX secolo, Il Mulino 1980; BURY J., Storia dell'idea di progresso, Feltrinelli 1979) possono essere viste, stringendo all'essenziale, nella scomparsa del «senso del tragico» e della «distanza» dall'animo umano e nel trionfo sociale di quella che, con azzeccato neologismo, il Gozzoli ha chiamato «cultura raziopacifica» (cfr., in «L'Uomo libero» n. 17, 1984, gli articoli: GOZZOLI S., L'illusione di Abele, e STEUCKERS R., La nozione di Ernstfall).

    (2) Lo scientismo, vale a dire lo spirito scientifico che esce dai suoi ambiti specifici per dettare norme in ogni campo dell'umano sentire ed agire, trova il suo fondamento nell'esaltazione della centralità della ragione umana, la vecchia, cara, arrogante raison che tutto illumina (e che torna circolarmente al concetto «ambiguo e venerando» di provvidenza più o meno cristianamente intesa), la quale «riassume in sé l'inesorabilità delle leggi che regolano il corso uniforme, e progressivo, della natura, e contro il rischio, l'incertezza, il dramma della storia pone la sua propria, suprema garanzia, la sua certezza inattaccabile dal dubbio» (Cfr. SASSO G., Tramonto di un mito. L'idea di "progresso" fra Ottocento e Novecento, Il Mulino 1984, p. 114). Il quale dubbio, «razionalmente fondato», non deve ovviamente indagare o intaccare il primato che irrazionalmente la raison ha dato a se stessa; tutto è permesso alla raison, meno che di applicare a se stessa i criteri che pretende di applicare al resto del mondo.

    (3) Cfr. Frammenti postumi 1888-1889, pp. 260-1.

    (4) Cfr. Al di là del bene e del male, pagg. 98-102. Con impressionante parallelismo rileva anche Pareto in I sistemi socialisti, UTET 1974, pagg. 173-183, quale causa della degenerazione delle società moderne, quei vaghi sentimenti «umanitari», quegli sdilinquimenti che spingono gli uomini a compiangere in primo luogo i mali dei loro simili e a cercarvi rimedio in modo del tutto irrazionale, poiché «l'amore più ardente pel prossimo, il desiderio più vivo di essergli utile, non possono in alcun modo supplire al difetto di conoscenza, che ci impedisce di essere sicuri che, le misure da noi proposte non avranno un effetto opposto a quello sperato e non finiranno per aggravare il male che vogliamo guarire». Confusa la benevolenza del forte con la viltà del debole, l'uomo moderno prova un'acre voluttà nell'avvilire se stesso, nel degradarsi, del deridere la classe cui appartiene, nello schernire tutto ciò che nel passato è stato creduto rispettabile. E «la mancanza di virilità appare ancor più chiaramente nell'assurda pietà per i malfattori [...]. Se un individuo ne uccide un altro o tenta di ucciderlo, la pietà dei nostri filantropi si concentra esclusivamente sull'assassino. Nessuno piange la vittima, ma è dell'assassino che ci si occupa. Il giudice non perseguita troppo il povero caro uomo? Non gli si fanno sopportare delle "torture morali"? Lo si renderà presto alla società, perché possa verosimilmente continuare la serie delle sue gesta?». Mentre si diffonde così nella società un nichilismo tiepido e paralizzante, si attua, iscritto in un sentimento di colpevolezza e di «responsabilità» comuni, il detto evangelico: «Tu non giudicherai» (al quale si può sempre peraltro opporre la folgorante, lapidaria intuizione di Leonardo da Vinci: «chi non punisce il male, comanda che si faccia»).

    (5) Cfr. NIETZSCHE F., Frammenti postumi, 1887-88, pag. 59.

    (6) Cfr. NIETZSCHE F., Genealogia della morale, Adelphi 1976, pag. 250.

    (7) Cfr. NIETZSCHE F., L'Anticristo, Adelphi 1975, pagg. 223 e 222. Vedi inoltre la pregevole analisi svolta in VAJ S., Indagine sui diritti dell'uomo. Genealogia di una morale, L.Ed.E., 1985. Critica radicale dei postulati e degli aspetti essenziali della «modernità», quella nietzschiana è critica che arriva al fondo delle cose, alle radici ideologiche - giudaiche e ancor più cristiane - di quel Mondo Nuovo perseguito attraverso il sangue nei secoli dagli spiriti folli, utopici e falsamente «razionali» di ogni terra d'Europa, e che pare essersi oggi disteso a coprire l'intera umanità sotto l'aspetto uniformante del «Sistema». Si fermano invece a mezzo il guado, né possono andare oltre in quanto distruggerebbero le fonti del loro stesso esistere, le critiche antimoderniste levate nel corso dell'Ottocento dal mondo cattolico che, pur diagnosticando con acume l'atomizzazione e la dissoluzione delle società moderne, non sanno tuttavia far risalire le cause che agli sconvolgimenti del protestantesimo e dell'illuminismo liberale e massonico, senza vedere che dietro questo pensiero stanno, laicizzate e rivali come può esserlo solo un fratello nemico e «traviato», le aspirazioni dell'universalismo, dell'antigerarchia, dell'egualitarismo e dell'utopia evangelica (se si ravvisa almeno - come noi crediamo debba ravvisarsi - il cuore del Vangelo nell'annuncio messianico del Regno ed il nucleo della sua lezione etica nelle «beatitudini» proclamate nel Sermone della Montagna). Ricordiamo a questo proposito quanto denunciato fin dal 1899 da Maurras: «Nel Vangelo c'è di che formare un almanacco del buon demagogo anarchico», esito ultimo e coerente delle sue premesse filosofico-esistenziali. Per il mutamento/rinnegamento/evoluzione, o pseudomorfosi, del cristianesimo primitivo - e più vero - nel cattolicesimo, e per la messa in sordina per secoli di alcuni dei suoi elementi dottrinari di base a causa dello scontro/assimilazione con la psiche indoeuropea, cfr. oltre a DE BENOIST A., Come si può essere pagani?, Basaia 1984, GENTILE P., Storia del cristianesimo, Rizzoli 1975, e SIMON M. - DE BENOIST A., Giudaismo e cristianesimo, Laterza 1978. Per la storia del concetto di «Regno», cfr. il fondamentale e sintetico CARMICHAEL J., La morte di Gesù, Ubaldini, 1971, specie pp. 73-84.

    (8) Cfr. NIETZSCHE F., Genealogia della morale, pag. 251. Abbiamo già citato (nota 19, cap. 4°) il giudizio di Nietzsche su Napoleone, figlio della Rivoluzione, divenuto presto l'affossatore della parola d'ordine centrale della sua spuria mitologia: l'egualitarismo (e la conseguente attesa del Regno). Napoleone conserva in effetti unicamente la forma della Rivoluzione (filosoficamente non granché importante se non per un marxista che fa discendere l'essere dal divenire) ma ne distrugge la sostanza. In modo opposto si comportano invece le odierne nomenklature del socialismo reale, che vogliono a tutti i costi conservare non la forma, ma la sostanza del Verbo, indispensabile non solo a dare ad esse una legittimazione politica e sociale e a ricoprire le loro false coscienze, ma anche e soprattutto a bloccare la nascita e l'avvento di nuove élìtes portatrici di nuovi, diversi, schemi mentali (cfr. ad es. ZINOVEV A., Senza illusioni, Jaca Book, 1980, pp. 9-28). Permettendo la formazione e l'avvicendamento di nuove élites, non pretendendo di cristallizzare la storia in un eterno presente modulato su valori chiaramente non-umani, Napoleone permette invece, e ricerca, il risveglio, la rivitalizzazione, la riappropriazione dei valori più alti della società tradizionale, quelli che l'élite aristocratica settecentesca ha lasciato stoltamente cadere - o non ha saputo o potuto difendere. Di quanto fosse di ciò cosciente anche Napoleone, leggiamo con estrema chiarezza nei «Cahiers de Sainte Helene» del maresciallo Bertrand: «Occorre distinguere tra gli interessi della Rivoluzione e le sue teorie. Le teorie hanno preceduto gli interessi. Questi ultimi sono iniziati solo la notte del 4 agosto [1789], dopo l'abolizione della nobiltà e delle decime. Io ho salvaguardato tutti gli interessi della Rivoluzione, non avendo nessuna intenzione di distruggerli. Fu questo a darmi forza; e fu questo a consentirmi di mettere da parte le teorie della Rivoluzione [...]. Le teorie della Rivoluzione servono solo a distruggere le teorie della controrivoluzione. Io invece ho salvaguardato gli interessi della Rivoluzione, scartando le sue teorie».

    (9) Cfr. NIETZSCHE F., Al di là del bene e del male, pag. 44. «Superflua» in realtà no, secondo Pareto, ed anzi «necessaria», considerato l'incessante formarsi e perire nella storia, dei ceti di governo (circolazione delle élites), per cui un occhio disincantato non può che prendere atto della formale «giustizia» che segna l'avvento della Rivoluzione: «Ogni élite che non è pronta a dare battaglia, per difendere le sue posizioni, è in piena decadenza; non le resta che lasciare il posto a un'altra élite, avente le qualità virili che a lei mancano. Semplice chimera, se crede che i principi umanitari ch'essa ha proclamato le saranno applicati: i vincitori faranno risuonare ai suoi orecchi l'implacabile vae victis. La mannaia della ghigliottina si affilava nell'ombra quando, alla fine del secolo passato, le classi dirigenti francesi procuravano di sviluppare la loro «sensibilità». Quella società oziosa e frivola, che viveva nel paese da parassita, parlava, nelle cene eleganti di liberare il mondo da "la superstizione e di schiacciare l'infame", senza sospettare ch'essa stessa stava per essere schiacciata». Ben diverso sarà il comportamento della nuova «feudalità giacobina» nel 1797 di fronte alla congiura di Babeuf e degli «Eguali», in quanto, élite in ascesa e piena di forza e di fiducia in se stessa, non si perde certo nei sofismi e nelle «chimere in cui un tempo essa aveva cullato la credulità popolare». Babeuf e il suo compagno Darthé vengono sbrigativamente ghigliottinati, cinque dei loro complici deportati: «essi appresero così a loro spese che il tempo delle smancerie sentimentali era passato, e che non senza pericolo si prendono sul serio certi appelli umanitari». Cfr. PARETO V., op. cit., pagg. 156 e 469-475.

    (10) Un'ampia cronaca della vicenda si trova nel post-dreyfusardo REVEL B., L'affare Dreyfus, Mondadori 1967, e in TUCHMAN B.W., Tramonto di un'epoca, Mondadori 1982, pagg. 185-245.

    (11) Cfr. SOREL G., Riflessioni sulla violenza, in Scritti politici, UTET, 1971, p. 199. Che tale preoccupazione fosse più che fondata, lo possiamo vedere tra l'altro dalle opinioni espresse dal principe von Bülow, segretario di Stato tedesco agli affari esteri, nei mesi precedenti il secondo processo Dreyfus: «La Germania non avrebbe certo da rammaricarsi del discredito nel quale la vittoria dei revisionisti farebbe cadere gli elementi più capaci e più sciovinisti dello Stato maggiore. Ma non è auspicabile che la Francia, con una riabilitazione rapida e clamorosa di Dreyfus, guadagni di nuovo le simpatie liberali ed ebree. La cosa migliore è che l'affaire continui ad avvelenarsi, disgreghi l'esercito, scandalizzi l'Europa». Cfr. ZOLA E., Il caso Dreyfus, Serra e Riva, 1985, p. 169.

    (12) Ibidem, pp. 15-16.

    (13) Ibidem, p. 232. Inutile sottolineare, di queste parole, 1'utopismo della «vera» Repubblica che «dovremmo» avere, come anche lo stantio positivismo scientista del futuro mondo «migliore». Basti citare invece, a prova di un certo «realismo» democratico, le trame illegali che il ministro degli interni Constans ha tessuto contro il generale e deputato Boulanger attraverso lo zelante Jules Quesnay de Beaurepaire, pronipote del teorico settecentesco del liberalismo economico, magistrato che ha sostituito il Procuratore Generale Bouchez, dimissionatosi per non sottostare alle pressioni di Constans. Dopo l'atto di accusa formulato contro il generale alla Camera il 4 aprile 1899 (e preparato, a ennesima prova della solidarietà delle varie componenti del regime demomassonico, dell'israelita Joseph Reinach, ex-segretario di Gambetta e attivo giornalista, nonchè nipote di quel barone Reinach capo dei corruttori della Compagnia del Panama) e che comporta, senza alcuna prova, i crimini di complotto contro il Governo e di attentato alla sicurezza dello Stato, i deputati boulangisti che invano protestano, si sentono rispondere da uno dei principali esponenti della maggioranza che: «In politica non esiste giustizia» (opinione che ovviamente non ci sorprende nè ci scandalizza in modo particolare, se non per il fatto di essere pronunciata da un sincero democratico, che dovrebbe curare maggiormente, dall'alto della sua coscienza, la consequenzialità di teoria e di prassi). Per l'episodio, cfr. l'eccellente ZORZI E., L'avventura del generale Boulanger, Mondadori, 1937, p. 283.

    (14) Ibidem, pp. 144-5.

    (15) Ibidem, pp. 47 e 168.

    (16) Ibidem, pp. 149-50.

    (17) Cfr. Léon Blum e Melchior de Vogüé, in TUCHMAN B.W., op. cit., pag. 185.

    (18) L'affaire delle «schede» scoppia alla fine del 1904. Il generale André, ministro della guerra, aveva organizzato, in collaborazione con il Grande Oriente di Francia, un servizio di informazioni che riguardava tutti i corpi degli ufficiali, con schedatura di quelli cattolici o conservatori, che venivano esclusi per quanto possibile da cariche di un certo rilievo (sulla falsariga dell'epurazione dei membri antirepubblicani della magistratura compiuta da Ferry nel 1883). Un deputato della destra, cui Bidegain, segretario del Grande Oriente, aveva venduto una raccolta di fiches sottratte all'archivio della loggia massonica centrale, denunciò il fatto alla Camera. Dopo un tempestoso dibattito, André, schiaffeggiato dal deputato nazionalista Seton, presentò le dimissioni, dando il via ad uno scandalo che avrebbe scosso il Paese per anni e indebolito la fiducia dell'esercito nella classe politica e nel parlamentarismo. Cfr. anche VANNONI G., Le società segrete dal Seicento al Novecento, Sansoni, 1985, pp. 209-216.

    (19) Cfr. ANDREU P., Sorel nostro maestro, Volpe 1966, pagg. 52-53.

    (20) Cfr. l'eccellente GOISIS G.L., Sorel e i Soreliani, Edizioni Helvetia, Venezia 1983, pag. 257, fondamentale per l'analisi della multiforme opera soreliana e della complessa personalità del pensatore francese.

    (21) Cfr. HUGHES H.S., Coscienza e società. Storia delle idee in Europa dal 1890 al 1930, Einaudi 1974, pagg. 332-333.

    (22) Cfr. l'acuto BONNARD A., I moderati, il dramma del presente, Volpe 1967, pag. 118.

    (23) Cfr. ibidem, pag. 119 e 135. A ulteriore prova della fibra «morale» del Ledru-Rollin ricordiamo che tale figuro, ministro rivoluzionario degli interni del febbraio 1848, giunge in breve a mettere insieme una cospicua fortuna terrorizzando i possidenti parigini, e in ispecie James Rothschild, avvertendolo che, se non gli fossero stati versati 250.000 franchi, avrebbe inviato l'indomani diecimila operai in rue Lafitte per demolirgli il palazzo e fare piazza pulita dei suoi occupanti. Dopo questa prima «tangente», il democratico progressista Ledru-Rollin riesce, sempre a titolo e fini personali, ad estorcere allo stesso banchiere, pochi giorni dopo, altri 500.000 franchi. Fuggito a Londra nel 1849, fonda, con Mazzini e Kossuth, il Comitato democratico europeo, teso alla creazione di una repubblica universale. Arrivista e demagogo, finisce i suoi giorni nel 1874 da possidente plurimilionario, onorato deputato radicale della Troisième.

    (24) Cfr. SHIRER W., La caduta della Francia, Einaudi 1971, pag. 27.

    (25) Cfr. LE BON G., Psicologia delle folle, Longanesi 1980, pagg. 229 e 244.

    (26) Per l'opposizione alla Troisième Republique, cfr. REMOND R., La destra in Francia dalla Restaurazione alla V Repubblica (1815-1968), Mursia 1970, specie pagg. 137-207, e, per la “destra radicale” di fine ottocento (Lega dei Patrioti, Movimento Giallo, Lega antisemita, gruppi di Morès, Lega della Patria francese, Unione francese, Alleanza nazionale), STERNHELL Z., Né destra né sinistra, Akropolis 1985, pagg. 41-70; nonché, per l'Action Française: NOLTE E., I tre volti del fascismo, Mondadori 1971, pagg. 59-214.

    (27) Cfr. DAUDET L., Lo stupido XIX secolo, Edizioni del Borghese 1973, pag. 61. Un gustoso quadretto al proposito riporta LE BON G., op. cit., pagg. 238-9: « In un'assemblea parlamentare, il successo di un discorso dipende quasi unicamente dal prestigio dell'oratore, e niente affatto dalle ragioni che egli propone. L'oratore sconosciuto, che si presenta con un discorso pieno di buone ragioni, ma soltanto di ragioni, non ha nessuna speranza di farsi ascoltare [...]. Sale in tribuna, estrae dalla cartella un fascio di fogli che posa accuratamente davanti a sé e inizia con piglio sicuro. Crede di poter trasmettere agli ascoltatori le idee di cui è convinto. Ha soppesato per bene tutti gli argomenti, è imbottito di cifre e di prove, è sicuro di aver ragione. Davanti all'evidenza che sta sciorinando, ogni resistenza sarà vana. E così comincia, fiducioso nel suo buon diritto e anche nelle buone intenzioni dei colleghi, che certamente desiderano soltanto inchinarsi davanti alla verità. Si mette a parlare, e subito resta sorpreso del movimento che avverte in sala, seccato dal brusio che si leva. Perché non si fa silenzio? Perché questa disattenzione generale? A che cosa pensano quelli che chiacchierano? Quale motivo urgente ha spinto quel tale ad uscire? Un'ombra di inquietudine passa sulla fronte dell'oratore. Aggronda i sopraccigli, si ferma. Incoraggiato dal presidente, ricomincia alzando la voce. Lo ascoltano meno di prima. Forza il tono, si agita. Attorno a lui il brusio raddoppia. Non riesce più a udire la sua stessa voce, ma temendo che gli tolgano la parola riattacca con energia. Il baccano diventa insopportabile...».

    (28) Cfr. DAUDET L., op. cit., pagg. 61-63.

    (29) Cfr. NIETZSCHE F., Frammenti postumi 1884-85, pag. 158. Sul parlamento democratico scrive inoltre Nietzsche in La gaia scienza, Adelphi 1965, pag. 146: «il parlamentarismo, vale a dire la pubblica autorizzazione a poter scegliere tra cinque fondamentali opinioni politiche, s'insinua con lusinghe nel gran numero di quelli che vorrebbero di buon grado apparire autonomi e a sé stanti, nonché combattere per le proprie opinioni. Ma in fin dei conti è indifferente se al gregge è imposta una opinione oppure se ne sono permesse cinque: chi si discosta dalle cinque opinioni e si fa in disparte, ha sempre l'intero gregge contro di sé».

    (30) Cfr. BOUVIER J., I Rothschild, Editori Riuniti, 1984, p. 203 e 192. Per l'intera questione dei prestiti vedi pp. 191-212. La sottoscrizione dei titoli nazionali (con rendita al 5%) da parte del pubblico francese servì a legare al nuovo regime, con la sua penetrazione in ampi strati popolari, grandi masse della nazione francese (l'emissione fu addirittura sospesa in anticipo causa l'afflusso di denaro in quantità maggiore del previsto - furono sottoscritti circa sei miliardi e settantacinquemila franchi). Il commercio dei valori mobiliari ad essi connesso stimolò d'altro canto l'attività e la crescita delle società per azioni, delle finanziarie e delle banche d'affari e di deposito, dando un forte impulso alle fortune sia del grande capitale che della repubblica. Similare mutamento della psicologia sociale e del commercio dei valori mobiliari, oltre al primo impianto del vero e proprio grande capitale finanziario, aveva in precedenza provocato la massiccia emissione di azioni ferroviarie negli anni quaranta del secolo.

    (31) Cfr. CORTI E., La famiglia dei Rothschild, Mondadori, 1938, pp. 137 e 199.

    (32) BOUVIER J., op. cit., p. 194.

    (33) Cfr. RONZONI E., Dietro la democrazia, in « L'Uomo libero » n. 20, 1985. Come avrebbe rilevato l'ambasciatore russo a Parigi, Izvolskij, nel corso del suo mandato: «conviene non dimenticare che il governo francese è assai lontano dall'essere onnipotente dinnanzi alle banche, e che, benché esso disponga del mezzo assai efficace di pressione su di esse dell'ammissione ai listini, in pratica non le banche sono nelle mani del governo, ma assai spesso è al contrario il governo che, in virtù delle condizioni politiche di qui, è sottomesso ai finanzieri», in ROVERI A., Le cause del fascismo, Il Mulino 1985, pag. 95.

    (34) Dichiarato il fallimento e sciolta la Compagnia, la Francia cede a fine secolo i diritti della nuova Compagnie Nouvelle du Canal de Panama, succeduta nel 1894, agli Stati Uniti, che nel 1901 riprendono i lavori e due anni dopo, in seguito ad una rivoluzione da essi fomentata, ottengono dal territorio del Panama, staccatosi dalla Colombia, il diritto di disporre di una striscia di terra ai lati del canale, il quale verrà aperto alla navigazione il 15 agosto 1914.

    (35) Cfr. DRUMONT E., La fine di un mondo, Volpe 1974, pag. 42. Per quanto concerne l'ingresso degli ebrei nella società francese, dopo Stati Uniti ed Inghilterra terza, temporanea, Terra Promessa, cfr. POLIAKOV L., Storia dell'antisemitismo, vol. 3°, La Nuova Italia 1976, MUHLSTEIN A., James de Rothschild, Bompiani 1983, oltre ai citati BOUVIER e CORTI. L'influenza da essi raggiunta a livello governativo la si può valutare ad esempio dal decreto emanato dall'israelita Crémieux nel 1870 durante il governo provvisorio, decreto che accorda agli ebrei d'Algeria la nazionalità francese, mentre la rifiuta ad arabi e berberi, provocando violente ma vane reazioni nella popolazione algerina. In aperta rivolta contro Parigi entreranno, nel 1898-99, anche i coloni francesi eleggendo sulla base di una netta politica antisemita quattro su sei deputati e conquistando il municipio di Algeri. Rileva nel gennaio 1898 Jules Méline, primo ministro nel pieno corso dell'affaire Dreyfus, a proposito delle manifestazioni antisemite dell'epoca: «Gli ebrei, che hanno irresponsabilmente scatenato questa preordinata campagna di odio, ritorcono contro se stessi un secolo di intolleranza, gli ebrei e quella élite intellettuale che sembra godere nell'avvelenare l'atmosfera del paese e nell'incitare all'odio più sfrenato». Ovviamente Méline viene fatto cadere, dal voto parlamentare, non appena possibile - compatibilmente con gli sviluppi della pericolosa situazione che porterà a Fascioda - nel giugno.

    (36) BOUVIER J., op. cit., pp. 263-4.

    (37) La fine di un mondo, 1888; L'ultima battaglia, 1890; Il testamento di un antisemita, 1894; Gli ebrei contro la Francia, 1899; La tirannide massonica, 1899; Gli ebrei e l'affaire Dreyfus, 1899.

    (38) Oltre, beninteso, ai discendenti dei «convenzionali» della Rivoluzione che si sono installati «nelle proprietà di quelli ai quali avevano tagliato la gola», come scriverà nella Fine di un mondo.

    (39) Cfr. DROUMONT in ZOLA E., op. cit., p. 54.

    (40) Cfr. CASTELLANI G.A., Vita e morte della terza Repubblica, Corbaccio - Dall'Oglio, 1941, p. 104.

    (41) Ibidem, p. 100. Proprio nella sede centrale del ramo più potente della massoneria francese, il Grande Oriente, fu fondata, dai radicali Clemenceau e Ranc e dal socialista Jouffrin, la «Società dei diritti dell'uomo», il 25 maggio 1888, sotto l'impressione dei successi ottenuti dal generale Boulanger tra le masse operaie delle Fiandre e dell'Hainaut, al fine ufficiale di «difendere la Repubblica contro qualsiasi impresa di reazione e di dittatura». Per quanto concerne il pensiero sansimoniano nei rapporti con l'industrializzazione e l'alta finanza, vedi BOUVIER J., op. cit, pp. 150-155.

    (42) Come elencate in DAUDET L., op. cit., pagg. 17-18, le più comuni «asinerie» mantengono anche oggi tutto il loro valore di luoghi comuni dell'illuminismo «razionale» e progressista (si confrontino, ad esempio, con le tesi espresse ai nostri giorni dalle varie massonerie dei Rotary, dei Lions e del radicalume internazionale e nostrano): «Il XIX secolo è il secolo della scienza, del progresso e della democrazia, che è progresso e progresso continuo. Le tenebre del Medioevo. La Rivoluzione è santa ed ha emancipato il popolo francese. La democrazia è la pace; se vuoi la pace prepara la pace. L'avvenire appartiene alla scienza, che è sempre benefica. L'istruzione laica è l'emancipazione del popolo, la religione invece è figlia della paura. Sono gli Stati che si battono, non i popoli, che sono sempre pronti ad accordarsi. Bisogna sostituire allo studio del latino e del greco, che è inutile, quello delle lingue vive, che è utile. Le relazioni tra i popoli migliorano di continuo, noi corriamo verso gli Stati Uniti d'Europa. La scienza non ha frontiere, né patria. Il popolo ha sete di eguaglianza. Siamo all'alba di un'èra nuova di fratellanza e giustizia. Tutte le religioni si equivalgono, dal momento che si ammette il divino. Gli uomini nascono naturalmente buoni, è la società che li perverte. Non vi sono che verità relative, la verità assoluta non esiste. Tutte le opinioni sono buone e valide, se sono sincere».

    (43) Oltre all'opera di Hyppolyte Taine, tradotta in italiano all'inizio del secolo, e parzialmente come L'ancien regime, Boringhieri, 1961, cfr. per una più obbiettiva esposizione e per una più sana interpretazione della Rivoluzione: BURKE E., Riflessioni sulla rivoluzione francese, Ciarrapico, 1984; TOCQUEVILLE A., L'antico regime e la Rivoluzione, Rizzoli 1981; COCHIN A., Meccanica della Rivoluzione, Rusconi 1971, e Lo spirito del giacobinismo, Bompiani 1981; GAXOTTE P., La rivoluzione francese, Rizzoli 1967; MAZZUCCHELLI M., Il Tribunale del Terrore, Longanesi 1969; FURET F. e RICHET D., La Rivoluzione francese, Laterza 1974; FURET F., Critica della Rivoluzione francese, Laterza 1980.

    (44) Cfr. BONNARD A., op. cit., pagg. 131 e 128-129. La figura più rappresentativa di tale «tipo» umano è il generale marchese La Fayette: «Egli inorgoglisce di non essere più un cortigiano, perché un istinto sicuro l'avverte di dovere ormai porgere le sue adulazioni fuori della corte. Egli prodiga alle folle le grazie che son fatte per i salotti; tratta la sommossa come una marchesa, svolge con la plebe un commercio di galanterie, vorrebbe piacere là dove occorre comandare, e quando la Rivoluzione si è pienamente svelata, egli, per dipingere il suo disinganno, trova parole impagabili. [...] Impetuoso quando è sospinto, inerte non appena deve trovare da se stesso la sua forza, all'inizio del grande dramma egli si è immischiato di tutto senza agire su nulla. Non ha dormito che al momento critico. [...] La gloria di La Fayette è di presiedere ad avvenimenti che non comprende, e sorridere a tutte le rivoluzioni gli è tanto più facile in quanto non ha in testa nulla di quello che occorrerebbe per intenderne il significato: esse non sono per lui altro che l'occasione di farsi bello». Cfr. ibidem, pagg. 135-6.

    (45) Cfr. DAUDET L., op. cit., pagg. 46, 48, 49. Iniziati il 2 settembre 1792, i massacri dei prigionieri tratti dalle carceri parigine continueranno fino al 6, facendo contare alla fine tra le millecento e le milleseicento vittime, vale a dire quasi la metà dei carcerati della capitale, assassinati a sciabolate, a pugnalate, con picche e con bastoni. Nelle stragi cadono non solo nobili e preti, ma anche detenuti comuni; è nel corso di esse che il 3 settembre cade, letteralmente squartata dalla folla, la principessa Lamballe, amica della Regina, alla quale verrà mostrata la testa mozza issata su una picca.

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    Della centralità della lotta tra la potenza britannica e la germanica che, sorda e sotterranea per tre decenni, è emersa negli ultimi anni in tutta la sua crudezza, l'Italia prende in quell'estate del 1914 brusca súbita coscienza.

    Affiancando i pluridecennali contrasti con l'impero asburgico e la coscienza dell'ambiguità degli alleati nei suoi confronti, la consapevolezza di come sia ormai all'Inghilterra - e non più alla Francia - che viene a far capo la strategia della lotta antitedesca, contribuisce in modo determinante all'allontanamento di Roma da Vienna e Berlino.

    Mentre ogni Potenza europea è in grado di pensare e di agire in termini continentali o mondiali e mentre ogni motivazione di complementarietà economica, di memoria storica e di affinità ideale, insieme con la mancanza di veri contrasti strategici con la Germania, dovrebbe indurre l'Italia a schierarsi al fianco degli Imperi Centrali, Roma non può far altro che avvertire come primarie le questioni ancora aperte con la Duplice Monarchia: il prosieguo di un Risorgimento incompiuto e «tradito» e il raggiungimento di sicuri confini naturali. Finché esiste una precisa e concreta minaccia, da parte di un «alleato» sempre ostile ed ambiguo, di annientamento fisico nelle pianure venete è impensabile che l'Italia possa dedicarsi ad altro che a risolvere l'incognita della sua stessa sopravvivenza territoriale.

    Gli slanci, l'ampiezza di orizzonti cui Roma si è trovata esposta con la vittoria libica e mediterranea, ogni sogno o velleità di manovra geostrategica a largo raggio vengono a frangersi contro la realtà. La ruota della Storia gira più celermente e questioni volutamente trascurate o tacitamente accantonate per decenni si presentano ora in tutta la loro perentorietà, esigendo una soluzione, quale che essa sia.

    Legata per trent'anni agli Imperi Centrali, l'Italia ha rinnovato per ben sei volte la Triplice Alleanza in una prospettiva antifrancese: in primo luogo per rompere l'isolamento internazionale dopo i fatti di Tunisi, tuttora brucianti alla memoria; successivamente per inserirsi, garantita dagli alleati, nella grande politica. Alla base dell'adesione c'è però sempre stata - ed ogni controversia internazionale l'ha confermata senza infingimenti (ultima la «questione marocchina») - la consapevolezza della necessità di mantenere salda la «tradizionale amicizia» con l'Inghilterra.

    Tale atteggiamento che, come abbiamo visto in precedenza, ha percorso l'intera storia del Regno, è stato sintetizzato quanto più incisivamente, nella «fase di raccoglimento» seguita alla rotta di Adua, dal Di Rudinì e dallo stesso ribadita nell'aprile dell'anno seguente con parole che sarebbero state il filo conduttore della successiva politica estera di Roma: «Considerare l'Inghilterra come non presa di mira nelle combinazioni in vista delle quali la Triplice Alleanza si è formata ed è stata rinnovata [...] L'Italia, infatti, qualora se ne desse il caso, verrebbe a trovarsi nell'assoluta impossibilità, a causa della sua posizione geografica, di prender parte insieme con i suoi alleati ad una lotta contro le due più forti Potenze marittime del mondo. Nessun Ministero in Italia potrebbe prender la responsabilità di trascinare il paese in una simile guerra». (1)

    E questa impostazione domina ancora, tra i responsabili della politica di Roma, vent'anni più tardi. Mentre la lucidità di Hanotaux ha, come abbiamo visto al termine del capitolo 12, identificato nell'Inghilterra il nemico più vero dell'Italia, sia la classe governativa che le menti più lucide della nazione non riescono non solo ad adeguare le potenzialità storiche dell'Italia alla nuova situazione, ma - ad eccezione di un Edoardo Scarfoglio o di un Francesco Coppola - neppure a scorgere il significato profondo del conflitto ormai esploso.

    Significato geostrategico e «materiale» da un lato, ideologico ed etico dall'altro. Significato epocale di cui spesso ancor oggi molti non avvertono la centralità assoluta nella più recente storia dell'uomo.

    Giustamente scrive in mirabile sintesi Piero Buscaroli: «Nulla riesce difficile quanto indagare i grandi movimenti irrazionali, le ventate di emozioni collettive che precedono le decisioni storiche: inspiegabili, queste, senza quelli, anche se di quelli riesce impossibile ricreare il clima, perché dall'analisi sfugge l'angolo visuale del momento, irripetibile e deformato dalla conoscenza a posteriori di fatti e conseguenze; e perché il tempo passato ha assorbito, nella sua continuità, gli scatti e i sobbalzi delle emozioni quotidiane, dei repentini timori, delle immediate reazioni, ormai sfocate una volta fuori della loro luce [...] Giunta tardi alla sua forma unitaria, l'Italia si trovò di fronte alla prima delle due guerre mondiali senza una precisa tradizione di politica estera che valesse a determinare da sola un deciso orientamento: c'era l'eredità del Risorgimento, con l'avversione per l'Austria che aveva ostacolato il raggiungimento delle nostre frontiere nazionali, e ancora ne impediva il completamento. Ma non c'era di meno, specialmente dopo le disavventure abissine e la guerra libica, un risentimento antifrancese. Nell'Austria si vedeva la nemica ereditaria, ma nella Francia si cominciava a scorgere la potenza che ci avrebbe impedito una futura potenza marittima e mediterranea. Nelle classi colte, nello Stato Maggiore e nell'alta burocrazia, l'ammirazione e la gratitudine per la Germania imperiale si bilanciavano con una curiosa e tenace persuasione che l'Inghilterra fosse la nostra più sincera e vigile amica. Risentimenti e simpatie s'intrecciavano stranamente tra i blocchi che prendevano posizione per affrontarsi; a fianco dell'amica Germania trovavamo l'Austria ostile, mentre accanto all'amica Inghilterra si schierava la Francia nostra rivale [...] Unica tra le grandi potenze, l'Italia non sapeva neppure, quando la crisi europea del luglio 1914 sfociò nella guerra, se farla, e da quale parte». (2)

    Solo a noi, in realtà, uomini di fine secolo, è dato di scorgere, sollevati ad un più alto orizzonte dal fluire del tempo - di un tempo che vede oggi distesa sul globo la cappa mortifera di un mondialismo senza luce - la logica profonda che ha animato la prima lotta mondiale e che più ancora muoverà a battaglia le nazioni in un secondo conflitto. La guerra ideologica, scontro irriducibile tra due mondi - quasi categorie dello spirito incarnatesi, pur con tutte le ambiguità, le deficienze, i compromessi e le viltà del reale - sta sì facendo il suo ingresso nella storia del secolo, ma timidamente, messa ancora in secondo piano rispetto agli interessi «concreti» di ogni Paese, al «sacro egoismo» di ogni nazione.

    È in realtà l'Inghilterra, fonte legittima e progenitrice storica dei valori e dei rapporti di forza di quell'Occidente che proprio la guerra avrebbe contribuito a formare con reazione catalitica, che cerca di imporre al mondo sia il suo modello di società mercantilistico/finanziaria, sia il predominio del proprio tipo umano demoliberale. È l'Inghilterra ad essere consapevole della «necessarietà» della propria missione di «Paese di Dio», di Nuovo Israele che ha concretizzato gli ideali dell'Antico e contemporaneamente passato il testimone, sfibrata dalla storia, a quel più forte suo erede d'oltreatlantico, che egualmente da se stesso si denomina «il paese stesso di Dio», «God's Own Country», la Nuova Gibilterra dei secoli.

    Per quanto concerne l'Italia, pervasi di tale consapevolezza non sono tanto i nazionalisti - le menti certamente più attive e più vigili del Paese - quanto proprio i loro diretti avversari democratici e massonici, che avrebbero presto fatto suonare la diana della lotta al «vecchio mondo» aristocratico ed antimoderno degli Imperi Centrali. (3)

    Ma nell'estate 1914 tutta questa più ampia problematica ideologica, tutto questo contrasto metastorico non può essere che poco o nulla avvertito, anche nelle avanguardie più coscienti: la politica italiana cerca altre ragioni per motivare la sua scelta di campo. Annotare le varie e spesso mutevoli posizioni di questo o di quell'esponente politico, rilevare le contraddizioni apparenti o reali dei maggiori intellettuali dell'epoca, elencare in successione quanto più attenta i singoli fatti, i telegrammi, le prese di posizione dei vari uomini di governo, registrare la cronologia «minuto per minuto» degli ordini bellici - tutto ciò è certo la base della storia, il suo indispensabile supporto, è storiografia, cronaca inevadibile, doverosa ricerca.

    Ma l'interpretazione di tutti gli avvenimenti dell'uomo non può avere luogo che all'interno di un paradigma, di un quadro concettuale ad essi preesistente, di una «finzione» che ordini - in maniera quanto più aderente coi «fatti», con il meno possibile di discrepanza e contraddizione con essi - l'immenso materiale storiografico che, senza questo quadro, senza questo linguaggio, non resterebbe che cosa morta, pura «cronaca». È del resto pura convenzione e menzogna, imposta dalla forza, perpetuata dal conformismo, avallata dalla sclerosi intellettuale, che la «Storia» - gli storici, in realtà - abbia parlato «per sempre», «per sempre» giudicato. Ordinati in di versa sequenza ideale, legati da diversa disposizione relativa, raccontati con diverso linguaggio formale, i «fatti» parlano in realtà con ben altra voce, si inseriscono in ben altra prospettiva. Altro quindi che la monodimensionalità della storia, tipica del liberalismo progressista alla Croce, del marxismo progressista della «vecchia talpa», dell'escatologismo cristiano e giudaico!

    Come rileva Keith Hopkins: «La storia è una conversazione con i morti. Molti sono i vantaggi che abbiamo sui nostri informatori: sappiamo, o almeno crediamo di sapere, ciò che è accaduto dopo; abbiamo una visione più ampia, scevra da particolari insignificanti; possiamo dire tutto di noi, e infine, con tutti i nostri pregiudizi, siamo vivi. Sarebbe dunque colpevole rinunciare a vantaggi così sostanziosi col pretesto che il nostro compito è semplicemente quello di raccoglitori e interpreti di fonti. Possiamo fare di più. Quasi inevitabilmente, quali che siano le nostre ambizioni, finiamo per risolvere le complessità di un passato che è in gran parte perduto, ricorrendo a finzioni semplificatrici. L'ammissione potrà suonare non molto lusinghiera, ma serve a renderci ragione di alcune delle differenze di “lettura” che si registrano nel passaggio da una generazione all'altra. Le interpretazioni storiche non migliorano necessariamente; alcune semplicemente cambiano. Ad ogni modo, uno dei problemi persistenti ad ogni generazione è quello di scegliere tra le varie finzioni possibili». (4)

    E nulla è meglio dimostrativo al proposito - e in stretta correlazione con l'argomento che stiamo trattando - della ricchezza incredibile di riflessione e di dibattito seguita al primo conflitto mondiale sulle cause e le responsabilità dello stesso. Decine e centinaia di opere tra le più documentate e le più varie, in ogni paese, hanno indagato e proposto tesi, spesso in aspro contrasto tra loro, sulla genesi ed i più disparati aspetti di esso. Nulla di paragonabile alla piattezza interpretativa, alla volgarità lessicale, al monocorde inquadramento epocale offertoci da storici, politici, sociologi e filosofi in seguito alla sconfitta dell'Europa - e del mondo - nel secondo.

    Proprio l'ennesima mancata consultazione dell'Italia per risolvere la crisi seguita a Sarajevo è all'origine della dichiarazione di neutralità ufficiosamente emessa dall'Agenzia Stefani il 1° agosto e proclamata dal governo Salandra due giorni più tardi. Il clima dominante su tutta la compagine governativa è in ogni caso di estrema incertezza; il sentimento che predomina, in quei giorni, non è negli uomini di governo di Roma - spiazzati dall'iniziativa austroungarica - di adesione all'una o all'altra delle forze in campo ma, semplicemente, di smarrimento. Coinvolti in un gioco che si sta facendo troppo grave e complesso, Salandra e Antonino di San Giuliano, i massimi responsabili della politica estera, cercano di prendere tempo. Così il ministro degli Esteri scrive al Capo del governo in data 26 luglio: «Non occorrono affatto risoluzioni immediate, anzi sarebbero pericolosissime; bisogna lasciare in tutti, all'estero e all'interno, per ora, l'incertezza sulla nostra attitudine e sulle nostre risoluzioni, per cercare di ottenere qualche positivo vantaggio [...] Quanto ai comizi contro la guerra per l'Austria, mi pare che possono più giovare che nuocere per le nostre trattative, ma non possiamo rassicurare l'opinione pubblica e dirle che noi non faremo la guerra a nessun costo, perché in tal caso non otterremo più nulla». (5)

    Se il giudizio di Piero Buscaroli è aspro e sferzante nel rilevare il deleterio machiavellismo della lettera e «quella fama di doppiezza che non si cessò, da allora, di rinfacciarci», la nostra comprensione per l'incerto atteggiamento governativo permane invece immutato, avendo presente quanto da noi riportato nei due precedenti capitoli sull'atteggiamento ambiguo tenuto nei confronti di Roma in primo luogo da Vienna e più sfumatamente da Berlino. Se da una parte ci sembrano giustamente censurabili la poca chiarezza e la scarsa linearità della presa di posizione italiana, non dobbiamo peraltro dimenticare la precipitazione e l'ostilità asburgiche, come anche la sufficienza e la malafede tedesche.

    Come che sia, rileva il Di San Giuliano, «nello spirito o nella lettera del trattato della Triplice Allenza nulla ci obbligava ad affiancarci alla Germania o all'Austria per questa questione». (6) L'Austria è chiaramente l'aggressore, mentre l'alleanza è stata stipulata come difensiva (non aveva del resto von Bülow bacchettato sulle dita l'Italia, nel 1896, sottolineando che «la Triplice è un patto conservativo e non una società di profitti»? - vedi cap. 6, nota 35); per di più Roma non è stata consultata, né tanto meno le sono state offerte compensazioni, come previsto dal trattato. Ma, soprattutto, l'opinione pubblica è ostile all'intervento in una guerra al fianco degli Imperi Centrali, specialmente ora che l'Inghilterra si è con forza schierata a fianco della Francia.

    Anche se, secondo Sonnino, futuro successore del Di San Giuliano, «ogni grande politica nostra» potrebbe «da ora» restare impossibile, essendosi l'Italia con la sua neutralità estraniata dal corso della storia, tuttavia col passare dei giorni l'atteggiamento assunto da Roma si rivela come l'unico possibile, in quelle circostanze in cui nessun ruolo attivo può giocare l'Italia.

    Ben è vero che Riccardo Bollati, ambasciatore a Berlino ed ardente filotriplicista, chiede al governo, lo stesso 1° agosto, il permesso di «esprimere francamente il suo pensiero», giustificandolo con la «suprema gravità del momento», avvertendo che i limiti dell'interpretazione letterale del Trattato gli paiono ormai soverchiati dall'enormità degli interessi in gioco: «Al punto in cui sono le cose, non si tratta più soltanto di possibili ingrandimenti dell'Austria-Ungheria nei Balcani, di possibile schiacciamento della Serbia, questioni nelle quali i nostri interessi sono evidentemente contrari a quelli dell'Austria-Ungheria. Ma si tratta di un interesse nostro più grande e più vitale; della dignità della potenza, della vita stessa del nostro Paese che è intimamente connessa con quella Triplice Alleanza alla quale per trenta anni abbiamo appartenuto, e che ha formato finora la base di tutta la nostra politica estera. L'astensione nostra dalla lotta immane che travolgerà tutta l'Europa, l'abbandono degli alleati al momento del pericolo, per quanto giustificati dalla lettera del Trattato e da ragioni gravissime, distruggerebbero la situazione dell'Italia come grande potenza, renderebbero impossibili per sempre nostri buoni rapporti con Austria-Ungheria e con Germania, e non migliorerebbero nemmeno quelli con le altre potenze, cui il nostro contegno non sarebbe certo tale da ispirare fiducia». (7)

    Ma, nel caos di quei giorni, è pur sempre lo stesso Bollati ad assumere una posizione più realistica, telegrafando il 5 agosto, dopo avere rilevato nei suoi interlocutori tedeschi una certa «cattiva coscienza» per avere ignorato le aspettative e posto in non cale il giusto diritto italiano a consultazioni preventive. Tali sue nuove conclusioni sono di così lampante evidenza e di così estrema pregnanza che ci è giocoforza riportare a larghi stralci il passo suddetto: «Nel Libro Bianco che è stato ieri presentato al Reichstag, dopo una breve esposizione dell'attentato di Sarajevo e delle circostanze che t'hanno preceduto e seguito, il Governo germanico si esprime nei termini seguenti: Stando così le cose, l'Austria-Ungheria doveva dirsi che non era compatibile né colla dignità né colla sicurezza della Monarchia l'assistere inattivamente a quanto si tramava al di là delle frontiere serbe. Il Governo imperiale e regio ci informò di questo suo modo di vedere e chiese il nostro parere. Con tutto il cuore noi potemmo esprimere all'alleata la nostra concordanza col suo apprezzamento della situazione e assicurarla che una azione che essa ritenesse indispensabile per porre fine al movimento in Serbia diretto contro la integrità della Monarchia avrebbe avuto la nostra approvazione. Nel fare ciò noi ci rendevamo ben conto che la eventuale azione bellica dell'Austria*Ungheria contro la Serbia avrebbe provocato l'intervento della Russia e potrebbe quindi, in conformità del nostro dovere di alleata, implicarci in una guerra. Ma noi non potevamo, di fronte ai vitali interessi dell'Austria-Ungheria che erano in giuoco, né consigliare al nostro alleato una remissività incompatibile colla sua dignità, né negargli il nostro appoggio in questo grave momento. Lo potevamo tanto meno in quanto che anche interessi nostri erano sensibilmente minacciati dagli incessanti intrighi. Se ai Serbi fosse stato più oltre permesso, coll'aiuto della Russia e della Francia, di minacciare l'integrità della Monarchia, ciò avrebbe avuto per conseguenza la progressiva rovina dell'Austria-Ungheria e la sottomissione di tutto lo slavismo sotto l'egemonia russa; in seguito alla qual cosa la situazione della razza germanica nell'Europa centrale sarebbe divenuta insostenibile. Un'Austria-Ungheria moralmente indebolita, piegante sotto la invasione del panslavismo russo non sarebbe stata più per noi un alleato col quale potessimo contare e sul quale potessimo fare assegnamento come dovevamo farlo di fronte all'attitudine sempre più minacciosa dei nostri vicini d'Oriente e d'Occidente. Noi lasciammo quindi all'Austria-Ungheria completamente mani libere nella sua azione contro la Serbia».

    «Tutto ciò è talmente chiaro - continua Bollati - che non occorre alcun commento per dimostrare che l'azione dell'Austria-Ungheria è stata preventivamente concordata con la Germania anche in previsione delle complicazioni guerresche che ne potevano derivare. La sola limitazione a questo preventivo accordo è espressa nella frase: "ai preparativi per tale azione noi non abbiamo preso parte". Questo io ho detto stamane a Jagow; aggiungendo che nulla di tutto ciò era stato fatto conoscere all'Italia, la quale era stata lasciata all'oscuro di ogni cosa sino all'ultimo momento, e soltanto la vigilia aveva avuto dall'Austria-Ungheria comunicazione di quanto essa si proponeva di fare contro la Serbia. Ed a tutte le questione che quotidianamente gli rivolgevo circa i propositi dell Austria-Ungheria, Jagow aveva sempre risposto che non ne era informato; che sapeva bensì che l'Austria*Ungheria voleva chiedere energica soddisfazione alla Serbia e che trovava legittima tale sua intenzione, ma che non sapeva affatto in qual modo essa avrebbe proceduto e che in ogni caso non ne sarebbero certo risultate gravi complicazioni. Ed alle mie ripetute obiezioni che un'azione contro la Serbia avrebbe inevitabilmente trascinato un intervento russo, Jagow aveva sempre replicato che la Russia si sarebbe limitata a protestare platonicamente, a note diplomatiche, ma in definitiva non avrebbe fatto come altre volte che un bluff. Ora invece risulta nel modo più positivo, da pubblicazione ufficiale, che nel dare la sua adesione preventiva all'azione dell'Austria-Ungheria la Germania si rendeva perfettamente conto delle conseguenze cui ciò poteva dar luogo di fronte alla Francia. Così essendo, era dovere assoluto dell'Austria-Ungheria e della Germania, e non solo in forza del Trattato della Triplice Alleanza, di prevenire l'altra alleata per porla in grado di esprimere il suo avviso in materia di così enorme importanza e di prendere almeno i preparativi necessari. L'Austria-Ungheria e la Germania non lo hanno fatto; hanno posto invece l'Italia di fronte ad un fatto compiuto, concordato precedentemente fra di loro, e l'hanno messa così nella impossibilità di provvedere; mancando esse ai loro impegni verso noi, cessava in noi l'obbligo previsto dal Trattato. Se la decisione adottata dal Regio Governo aveva ancora bisogno di una giustificazione, questa ci sarebbe luminosamente fornita dal Libro Bianco». (8)

    Pur convenendo quindi che la questione balcanica sia ben più complessa di quanto possa a prima vista sembrare, pur riconoscendo che l'Austria-Ungheria possa essere considerata non tanto stato aggressore della Serbia, ma sostanzialmente aggredita dalla Russia, l'Italia sceglie un cauto disimpegno, in ciò confortata dalla stretta interpretazione giuridica del patto di alleanza (i cui esatti termini saranno pubblicamente noti solo nel 1920).

    E, in realtà, non c'è dubbio che l'Italia sia stata, contrariamente alla forma e alla sostanza del patto - e in eventi di tanto momento - tenuta deliberatamente all'oscuro delle decisioni austro-ungariche. Questa rigida linea di condotta, difesa e rivendicata dal ministro degli Esteri asburgico Berchtold nel Consiglio dei ministri del 7 luglio, non era stata tuttavia passivamente accettata da tutti.

    In quei giorni ormai lontani, tra gli altri si era vanamente mosso l'ambasciatore tedesco a Vienna, von Tschirschky, il quale si era lungamente battuto per fare accettare agli uomini di governo austroungarici la tesi che la consultazione dell'Italia fosse indispensabile, onde non perdere un appoggio già incerto, prima di dare il via ad un'azione che avrebbe potuto portare ad una guerra generalizzata.

    Il governo tedesco si era invece lasciato tranquillamente convincere dal suo ministro degli Esteri, e dalle pressioni di Vienna, che sarebbe stato preferibile mettere Roma davanti al fatto compiuto, nella convinzione che il patto sarebbe stato comunque rispettato, volente o nolente, dall'alleata. Persuaso in seguito che il casus foederis per l'Italia è mancato realmente, von Jagow si è ricreduto ed è venuto allarmato ad insistere, a premere su Vienna per un accordo con Roma, suggerendo, quale «compenso» per l'adesione alla mossa asburgica, il consenso all'installazione italiana in Albania, regione per la quale Vienna aveva fino ad allora strenuamente operato per allontanare ogni influenza italiana. (9)

    Ma a fine luglio è stato lo stesso Guglielmo II a fare marcia indietro, postillando ingiuriosamente il rapporto del suo ambasciatore in Italia, von Flotow, in cui viene esposto con obiettiva freddezza e fattiva adesione il punto di vista italiano circa le contropartite da ottenere dall'Austria.

    Risorge la (mai morta) incomprensione tedesca per le mire, le aspirazioni, le idealità, la strategia geopolitica dell'Italia, considerata eterno «fratello minore» da riguardare con simpatia e condiscendenza... ma fino a che si accontentasse appunto di rimanere «minore».

    Errore strategico di fondo, da parte di Berlino, che viene ora a scontare le ambiguità che hanno costellato per trent'anni i rapporti con Roma. Situazione ben lumeggiata all'epoca da Giuseppe Antonio Borgese in un commento poi raccolto in volume nel 1919: «Allora la Germania cominciò a trovarsi nella situazione di Ercole al bivio. Nelle questioni nord-africane, messa fra l'Islam e l'Italia, finì per simpatizzare con l'Islam; nella questione bosniaca, messa fra l'Austria da un lato e la Turchia e l'Italia dall'altro (poiché anche l'Italia avrebbe preferito lo statu quo), prese le parti dell'Austria. Questa, infatti, era la gerarchia che la Germania, per motivi militari spesso non confermati dai fatti e in ogni modo contrastanti a elementari evidenze storiche, aveva istituita fra i suoi alleati ed amici. prima l'Austria, secondo l'Islam, terza ed ultima l'Italia. Fatale errore». (10)

    Come rileva lo storico Gioacchino Volpe: «L'orgoglio accecava. Che la Germania, potente e impaziente e assai fiduciosa di sé, dovesse trovarsi tra i piedi l'impaccio di una piccola e petulante Italia, non era ammissibile! [...] Di qui, le molte male parole della stampa tedesca ed austriaca e le velate minacce di futura resa dei conti, a guerra finita e vittoriosa». (11)

    Alla base del comportamento fluttuante delle due Potenze germaniche stanno in realtà la diffidenza e il sospetto, come anche l'indignazione e l'odio delle classi dirigenti e delle stesse popolazioni austroungariche, che reputano essere l'accondiscendenza alle pretese italiane il principio della fine per il vecchio, multinazionale Impero asburgico. Meno acceso dei suoi ministri e giustificando la reticenza e le molte ragioni di Roma, lo stesso Francesco Giuseppe, disincantato e scettico, non si fa soverchie illusioni di vedere l'Italia schierata accanto al suo esercito. Anche a prescindere dalla violazione del patto compiuto da Germania ed Austria, c'è la nuova situazione creata dall'intervento inglese al fianco degli avversari. È lo stesso Francesco Giuseppe a commentare con amaro realismo, con stanco fatalismo, la situazione: «L'Italia dipende completamente dalle importazioni del carbone e del ferro, e data la sua immensa estensione costiera non può certo provocare l'Inghilterra. Noi potremmo con eguale probabilità attendere che la luna combattesse con noi. Per il momento il meglio che possiamo sperare dall'Italia è che conservi la sua neutralità». (12)

    Pur non gradendo le decisioni di Roma, consapevoli tuttavia dell'estrema delicatezza della situazione e del peso che avrebbe contro di loro l'entrata in guerra di un nuovo Paese, gli Imperi Centrali cercano di adottare un atteggiamento di estrema prudenza.

    La stampa tedesca, che ondeggia tra la riprovazione per l'abbandono (ricordiamo però che Bethmann Hollweg, cancelliere del Reich, ha, da poco, infelicemente sostenuto i trattati non essere altro che «chiffons de papier» - cosa vera, ma che se sempre pensata non va d'altra parte mai detta) e l'esigenza di non perdere definitivamente l'alleato, arriva nei primi giorni di agosto a giustificare la dichiarazione di neutralità italiana come obbligata dalla posizione geografica dell'Italia, esposta in un mare totalmente controllato dalla flotta franco-britannica.

    In Italia si vanno intanto scontrando/affiancando due impostazioni sostanzialmente differenti del capitale problema. Impostazioni solo apparentemente monolitiche e al loro interno coerenti, in realtà complesse ed articolate come complesse ed articolate sono la vita reale e la politica tra gli stati.

    La posizione senza dubbio più interessante e feconda - e più disomogenea - che risente delle impulsività e dello sbandamento provocato nelle coscienze dagli immensi problemi che si sono venuti ad imporre alla nazione, è certo quella dei nazionalisti. Nato nel primo decennio del secolo, il nazionalismo, il movimento culturale/politico più vivace e vitale, vede, allo scoppio del conflitto, momenti diversi, fasi differenziate, mutanti con lo svolgersi delle settimane, col formarsi di nuovi eventi, col prospettarsi di nuove possibilità. (13)

    Prevale agli inizi un cauto ottimismo, perfino qualche incitamento a schierarsi con gli Imperi Centrali: poiché le nazioni vivono anche, e soprattutto, di onore, l'Italia, che ha accettato i benefici della Triplice, deve accettarne virilmente le eventuali passività. Lo stato d'animo prevalente nei membri della Giunta dell'Associazione Nazionalista Italiana è però quello della perplessità. Tutti si rendono conto, pur avendo identificato da tempo il nemico esterno nell'Inghilterra e nella Francia e quello interno nella radico-massoneria e nel liberalismo che sostanziano le Democrazie Occidentali, che i dadi sono stati gettati troppo presto - e da altri - sul terreno della Grande Politica e della Storia.

    Il sentimentalismo austrofobo è in ogni caso - sostiene Forges Davanzati - «il più grave ostacolo alla diffusione nel paese di una chiara ed esatta nozione degli interessi italiani». Anche Maffeo Pantaleoni, pur consigliando prudenza e deci sione, rigetta ogni forma di deteriore attendismo: «Ci è stato consigliato di attendere, di aspettare che gli altri si fossero bastonati a vicenda per intervenire poi e prendere quel che sarà possibile. Questa è la posizione dell'avvoltoio e della iena [...] noi abbiamo degli impegni con altri paesi e questi devono essere mantenuti a qualunque costo [...] Alla pace possiamo solo contribuire schierandoci con coloro ai quali ci lega l'onore e l'interesse». La linea del neutralismo è la «più disonorevole» e la più «dannosa fra tutte», perché per l'Italia non sarebbe rimasto nulla, dato che ai vili e ai fedifraghi poteva essere riservato solo «illimitato disprezzo» ed un trattamento conforme a quel disprezzo che meritava la gente che non si era battuta: «Il vincitore, chiunque esso sia, a noi e con ragione presenterebbe il conto. Perchè rispettare i nostri interessi nei Balcani se nell'ora del pericolo siamo stati al*la finestra», «se gli alleati abbiamo lasciato in asso nell'ora del cimento?».

    «Non si vive, e le Nazioni meno che mai, di solo pane, ma anche di onore. Ora, noi abbiamo degli impegni con altri paesi e questi devono essere mantenuti a qualunque costo [...] Inoltre, la Libia or ora conquistata non è un pruno negli occhi della Germania o dell Austria, bensì di qualche altro. Vogliamo essere scacciati di lì ignominiosamente dopo essere stati alla finestra, qualora vincessero coloro che già cercarono facile gloria a spese nostre in più occasioni recentissime?». (14)

    Oltre alle finalità ideali che devono concorrere ad educare il carattere del popolo italiano, si prospettano quindi motivazioni più propriamente politiche. Per quanto concerne la «questione adriatica», se la contesa aperta dalla Duplice Monarchia da serba diventa più ampiamente slava, a maggior ragione si impone un intervento per salvare dall'annientamento le genti dalmate ed evitare l'installarsi sull'Adriatico di un'altra potenza che sostituirebbe, in modo ben più pericoloso ed aggressivo per l'Italia, l'Austria-Ungheria.

    Il pericolo slavo appare chiaro e tangibile, tanto che spesso l'accusa più grave rivolta al governo austriaco è stata appunto quella di favorire gli slavi a scapito delle genti italiane della Duplice Monarchia. Uno dei rimedi poteva essere, negli anni precedenti, l'intesa tra gli italiani ed i tedeschi dell'Impero: «L'esclusivismo slavo, che ora si mette in gara, tende all'eliminazione di ogni attività, di ogni influenza italiana nella sponda orientale dell'Adriatico. Dove ci sono gli slavi non c'è più posto per altri. La tendenza minaccia di dare un colpo mortale a tutto il sistema commerciale e marittimo dell Austria. I tedeschi che ci hanno un posto non indifferente, cominciano a sentirlo nettamente. E per difendere le loro posizioni si mettono dalla parte degli italiani. Ciò rovescia molte opinioni correnti sul problema austriaco. Si parla di una minaccia, di un programma di conquista dei tedeschi su Trieste. Nessuno può cogliere, nel litorale adriatico, i segni palpabili di un tale piano d'invasione [...] La realtà del pericolo viene dal sud e non dal nord: ed è solo slava». (15)

    Ma lo scoppio della guerra radicalizza ogni posizione, sia da parte austro*ungarica che da parte italiana. E se all'epoca delle guerre balcaniche gli italiani di Zara hanno più volte gridato: «Viva l'Austria, abbasso la Serbia», ora sono soprattutto gli irredenti adriatici, i Fauro, gli Alberti, i Suvich, i Tamaro a richiedere la soluzione del problema adriatico mediante l'annessione all'Italia delle terre dalmate, poiché l'Austria non è più baluardo antislavoma, con la sua politica trialista e la sua cocciutaggine senile, si prospetta obiettivamente in primo luogo come antiitaliana.

    Sogno è poi l'ipotesi di ridimensionare le pretese di Vienna sui Balcani attraverso un più stretto collegamento con il pangermanismo tedesco. Sogno la tesi di Fauro di «spezzare l'Austria slava in diversi staterelli impotenti e unire le province tedesche [della Duplice Monarchia] all'impero [guglielmino] che ne riuscirebbe rinforzato demograficamente, geograficamente e politicamente in modo tale da poter affrontare da solo l'urto slavo». (16)

    Nella tesi di Alfredo Rocco, espressa lo stesso giorno e sul medesimo periodico, l'Austria dovrebbe invece ricevere il pieno appoggio italiano, anche se «a noi dà noia un'Austria troppo forte, che graviti sui Balcani [...] Ma, ottenuto il dominio dell'Adriatico, eliminata la preponderanza austriaca dei Balcani, noi potremmo essere i migliori amici, gli alleati più fedeli di un Austria-Ungheria che fosse la sentinella avazata della civiltà occidentale contro lo slavismo». Anche Rodi e il Dodecaneso, trampolino di lancio verso l'Asia Minore e il Vicino Oriente, anche gli interessi mediterranei non si salvano stando a guardare: «L'aspirazione della Germania a dominare il Mediterraneo è una favola, con cui si tenta di farci dimenticare l'attuale e quotidiana invadenza francese [...] Invece, Germania e Italia hanno nemici comuni: oggi la Francia, domani, forse, l'Inghilterra, il cui predominio navale pesa a tutte le nazioni marittime». (17)

    A inclinare gli animi verso gli Imperi Centrali si aggiungono poi la fobia per la socialdemocrazia e per la massoneria, che hanno in Francia la loro patria ideale, e il rigetto della «resurrezione di radico-massoniche tenerezze francofile e della soddisfazione che l'Italia possa tenersi comunque in disparte dal conflitto da cui uscirà il nuovo assetto europeo». (18)

    È però anche vero che il pericolo di un eventuale rafforzarsi del radicai-socialismo, della demagogia e del parlamentarismo, in caso di vittoria francese, potrà ben essere contrastato dal rafforzarsi in Italia di quello Stato forte ed educatore che è finora venuto a mancare, come anche dall'acquisizione, da parte del popolo, di quell'organico sentimento di comunità nazionale che certo sorgerebbe dalla guerra.

    Ma, nonostante ogni inclinazione filotriplicista di questo o di quell'esponente, nell'incertezza dell'ora prevale presto, in campo nazionalista, lucido serrato e conseguente quel realismo che ha da sempre caratterizzato le stirpe italiche nelle sue personalità più coscienti e nell'inconscio collettivo delle masse. (19)

    Anche se con la Germania l'Italia non ha carichi pendenti, con l'Austria l'alleanza è solo formale e derivata da quella stipulata con la Germania. In effetti mentre, combattendo contro la Francia e lo slavismo, la Germania difende le premesse stesse della sua esistenza, «per esistere l'Italia non ha bisogno di far la guerra né all'Austria né alla Francia», per cui la Nazione può anche star ferma, per il momento. (20)

    Non si deve essere né francofili né austrofili, ribadisce Rocco, «ma, è venuta ormai l'ora di dirlo, dobbiamo essere a un tempo francofobi e austrofobi [...] Storicamente gli italiani stretti fra i due potenti vicini si sono abituati a dover essere necessariamente amici, cioè servi, di uno dei due. Bisogna invece affermare, nettamente, il nostro antagonismo con tutti e due. Tuttavia, sarebbe un errore il credere che questo antagonismo sia dell'identica natura e della stessa misura. I nostri contrasti con l'Austria sono certamente assai minori che non quelli con la Francia. Noi non abbiamo alcun interesse all'esistenza di una potenza francese [...] Noi possiamo concepire un'Austria, anzi abbiamo più volte veduto un'Austria non aggressiva, e sicuramente desiderosa di trattare con noi sopra un piede di eguaglianza. Non possiamo concepire una Francia che si rassegni ad essere la nostra pari, senza odio e senza desiderio di rivincita. Poiché l'alleanza con la Francia non può significare che servitù, noi non potremmo mai essere gli alleati della Francia. Poiché l'alleanza con la Francia vuol dire l'importazione intensiva di tutte le sue malattie morali e sociali, noi provvederemo meglio alla nostra incolumità politica e spirituale stando lontani dalla Francia».

    E tuttavia - conclude con estremo realismo il futuro Guardasigilli fascista - «se consideriamo i nostri antagonismi con le due vicine di oriente ed occidente, dal punto di vista non più della gravità loro, ma del tempo in cui essi si esplicano, noi troviamo che l'antagonismo con l'Austria, benché meno profondo, richiede una soluzione assai più urgente». (21)

    A qualunque soluzione si pervenga, è in tutti i casi da evitare come sciagura la neutralità disarmata, poiché «se non possiamo offrire a nessuno nessun aiuto in caso di bisogno, nessuno ci piglierà sul serio». (22)

    Neutralità armata, quindi, e pronta a volgersi in belligeranza secondo gli interessi concreti dell'Italia: «La Triplice Alleanza è stata una posizione storica. Ha servito un periodo storico. Il suo stato di servizio è compreso nel periodo storico terminato ora [...] Un giornale francese, il Temps, uno di questi giorni ammoniva l'Italia dicendo "una nazione può annientarsi anche senza tirare un colpo di cannone, né sacrificare un uomo, né perdere un pollice di terreno". Così è. Il Temps, parlando in tal modo aveva i suoi motivi molto francesi. Ma è pur sempre vero ciò che è vero». (23)

    Qualora l'Italia non facesse il suo dovere, come viene imposto per «ragioni particolari, concrete, precise, geografiche, materiali», annullerebbe tutto il suo valore di nazione in Europa e nel mondo. La guerra deve essere fatta, perché da un conflitto in cui col sangue si decidono i destini del mondo l'Italia non può tenersi lontana, se non vuole abdicare ad ogni titolo e diritto nella politica mondiale.

    Lungi dall'essere «sola igiene del mondo» come vanno predicando provocatoriamente i futuristi (24), la guerra, il conflitto è però, con le parole di Eraclito, «padre di tutte le cose e di tutte le cose re, che quelli fece dei, questi uomini, liberi gli uni, gli altri schiavi». Uno dei suoi portati principali, scrive G.A. Borgese in quelle settimane, è anche svelare, proprio frammezzo ed al fianco degli orrori e delle sofferenze, alcune delle caratteristiche più elevate dell'uomo: «Far volontaria rinunzia alla propria personalità, superare la propria individualità per morire sentendosi, nell'attimo della morte, immortali in un'idea, in una patria, in una religione; consacrare ogni bene egoistico all'universale e ogni fortuna momentanea al futuro: questo è la guerra. Vale a dire che è la più evidente e persuasiva realizzazione di un'etica altruistica (essendo equivoche e incerte tutte le altre prove in paragone a questa nella quale una posta del gioco è proprio la pelle) [...] Dove comincia la guerra, ivi comincia la civiltà e l'umanità. La pace perpetua sarebbe la putrefazione del genere umano, allo stesso modo come l'immortalità dell'individuo che potesse indefinitamente invecchiare sarebbe una sventura orribile. Perciò il progresso non può arrivare fino all'abolizione della guerra, come la scienza non può arrivare fino all'abolizione della morte. E, se v'è qualche cosa di veramente abietto e animalesco, questo è il cosiddetto "culto della vita"». (25)

    Nella guerra è, per il momento, l'unica salvezza di un Europa invecchiata e di un'Italia caotica, scrive Alfredo Rocco il 3 settembre: «Lo Stato esautorato, la nazione disgregata: la ricchezza pubblica sperperata, la disorganizzazione penetra ta dovunque; la scala dei valori sociali rovesciata, e al sommo della cosa pubblica portati gli uomini più scettici, più adattabili, più pronti all'intrigo, più proclivi ad accrescere e coltivare le peggiori passioni delle masse; le leghe degli impiegati sovrapposte allo Stato; in alcune regioni d'Italia l'arbitrio e la violenza privata superiori ai giudici e alle leggi; tutta l'attività dello Stato confiscata a vantaggio della generazione violenta». (26)

    Una legge ferrea domina il mondo, legge che ha dettato le sue norme alle nazioni in ogni tempo, e l'Italia non può ritrarsi da questo supremo cimento, «poiché una grande potenza è appunto tale non già per la estensione del suo territorio o per il numero dei suoi abitanti, ma per quel tanto di peso e valore che hanno la sua volontà e la sua azione nella vita del mondo. Lasciare che la contesa mondiale si decida senza di noi significa segnare noi stessi l'inizio della nostra decadenza sicura». (27)

    Da quale parte schierarsi è ormai chiaro. Se il Comitato Centrale dell'Associazione Nazionalista si pronuncerà chiaramente il 10 settembre, già dal 13 agosto Enrico Corradini ha sciolto ogni dubbio: «Grazie a Dio, se la nostra fede è buona testimonianza, l'Italia non è risorta per servire la causa tedesca, per estendere e consolidare sull'Europa l'egemonia tedesca. Possiamo aver creduto opportuno per un certo tempo di collaborare nell'utile comune, ma servire no. Noi prendiamo invece, di buon animo, la libertà di azione che ci è resa, e vediamo il da farsi. Il da farsi è uno. L'Austria ci obbliga. I problemi italiani sono, come dicemmo, a oriente, a occidente, a mezzogiorno, e sin qui potevamo ritenere opportuno di risolvere prima questo e poi quello. Ma ora l'Austria ci obbliga a dare la precedenza al problema orientale, ci ripresenta per oggi la necessità storica che poteva essere per domani. Non possiamo sopprimerla senza sopprimere una parte di noi stessi e del nostro avvenire; bisogna dunque affrontarla». (28)

    Una evoluzione similare a quella della massima parte degli esponenti del Nazionalismo si compie nel mondo e nella stampa cattolici.

    Già nel luglio l'Osservatore Romano, il Corriere d'Italia e Civiltà Cattolica hanno condannato aspramente gli assassinii di Sarajevo, compiuti dietro istigazione massonica dai nemici dell'ordine internazionale: «L'impero austriaco fondato sulle basi granitiche della autorità e del diritto, della Tradizione storica e della cattolicità ha opposto finora la più forte resistenza all'opera della rivoluzione massonica [...] E non è la massoneria che per mezzo della stampa soffia nel fuoco dell'odio contro l'Austria cattolica per ogni piccolo incidente ed arma del ferro omicida gli assassini dei membri della famiglia regnante?». (29) Urge quindi che l'Italia tenga fermamente fede alle alleanze, per fronteggiare un sovversivismo che minaccia le basi stesse della convivenza civile e della società umana.

    Al fondo di questa prima scelta stanno i concetti espressi due anni prima sulla cattolica Unione: «Noi siamo eredi legittimi e naturali della missione che ebbe nel mondo la romanità; di preparare cioè prima il terreno, poi di aiutare l'estendersi e il propagarsi di quella religione nel mondo la quale [...] seppe creare quella civiltà cristiana latina che anche oggi, benché osteggiata nella sua stessa radice, pure è la dominatrice diretta o indiretta del mondo intero». (30)

    Ma di fronte alla scelta di neutralità operata dal governo, si spengono le (peraltro poco accese) polemiche, poiché, come si afferma da più parti, se i cattolici opponessero la propria volontà a quella dei reggitori della nazione, coopererebbero anch'essi in quell'opera di sovversione contro cui si erano fino ad allora schierati. Una rassegnata fiducia nella provvidenza divina domina ora tutte le posizioni ed intona i commenti del mondo cattolico, espressione non solo dello spirito turbato dei credenti, ma premessa per una riaffermazione della volontà di non disertare la prossima lotta, di compiere fino in fondo il proprio dovere di cittadini per mostrare al mondo di avere il più pieno diritto di dirsi italiani di contro alle remore ed ai velenosi sospetti degli avversari, liberali, radicali o nazionalisti che siano. Già i cattolici durante la guerra di Libia «hanno mostrato pubblicamente che amano il loro paese assai meglio dei socialisti e dei repubblicani, e che sanno sorvolare ad antipatie ed avversioni, quando è in ballo l'avvenire dell'Italia come potenza marittima mediterranea». (31)

    Questo occorre salvaguardare, questo solo può essere il presupposto per l'unità dei cattolici e per il clero: inserimento a pieno titolo nella compagine nazionale; per questo i cattolici avrebbero compiuto fino in fondo, per tutto il conflitto, il loro dovere di cittadini con impegno e coerenza.

    Ben più livellate e misere, tali da suscitare presto le prime perplessità negli uomini stessi che ai primi di agosto sostengono le posizioni ufficiali del partito, sono le decisioni socialiste. In quei giorni non si è ancora spenta nel Paese l'eco dei fatti della «settimana rossa», con tutta la violenza del suo antagonismo tra masse ribelli e disorientate e governo, (32) per cui è più che naturale aderire ai concetti espressi sull'Avanti dal suo direttore e dai membri della direzione del partito. «Abbasso la guerra!» è il titolo del fondo più importante di quei giorni. Che il governo non si arrischi, dopo l'avventura libica, a trascinare l'Italia in un nuovo macello di popolo obbedendo alle suggestioni «delle camarille affaristiche, militariste e vaticanesche». Prigioniero del verbo stantio e risaputo di un piatto marxismo mai intimamente accettato, Mussolini accetta in quei giorni l'impostazione dei vari Treves, Turati, Lazzari, Balabanoff, Serrati. Susciterà scandalo, di lì a poco, la posizione più sofferta, articolata, a lungo meditata del futuro capo del fascismo, il quale si viene sempre più accorgendo della sterilità del partito e dei suoi dirigenti, che saranno presto tagliati fuori con infamia dal corpo vivo della nazione.

    In campo repubblicano si assiste invece ad un frenetico agitarsi affinché l'Italia scenda subito a fianco delle democrazie atlantiche. Da sempre in attesa di mobilitarsi «ovunque vedano o immaginino guerra di libertà contro dispotismo, di "popolo" contro "tiranni"' di diritto nazionale contro imperialismo, di deboli contro forti e prepotenti» (33), i repubblicani vengono accomunando in un unico fascio Triplice, Monarchia sabauda e Reazione in agguato e incitano a schierarsi, seguendo le direttive massoniche e la tradizione garibaldina, a fianco della Francia invasa. Che l'Impero zarista non sia poi quel campione di libertà che si viene dicendo; che vi sia una pericolosa ed innegabile spinta dell'autocrazia orientale a gravare sulle conquiste di democrazia dell'Occidente; che da una vittoria dell'Intesa i maggiori frutti territoriali li possa trarre la Russia - tutto questo passa in netto secondo piano, non viene neppure contestato, viene ignorato di fronte alla suprema «esigenza» di umiliare la tracotanza teutonica.

    Il conflitto non è visto essere, per i francesi e per i belgi, e «per chiunque li aiuti», come una guerra come le altre, ma come «difesa di tutte le rivoluzioni del passato e dell'avvenire».

    Un gruppo di repubblicani romagnoli, insieme a qualche anarchico, parte già per la Serbia, come avanguardia impaziente del grosso che sarebbe seguito, e cade nelle settimane seguenti sul campo di Visegrad. Altre schiere si vanno formando a sostegno della «piccola Serbia innocente», ma, poiché lo scoppio della guerra europea e lo spostamento del centro della lotta dalla Serbia alla Vistola e al Reno consigliano altri piani, esse vengono dirottate al fronte francese sotto la guida di Ricciotti e Peppino Garibaldi. (34)

    Rientrano nel frattempo, tumultuosamente, ondate di emigranti dalla Francia e dal Belgio, dal Lussemburgo, dall'Austria, dalla Germania. I più, emigrati temporaneamente, ma molti anche con una certa stabilità, con famiglie, con con tratti di lavoro senza limite di tempo. La guerra si abbatte sulle regioni minerarie e sugli altiforni delle Fiandre, della Mosa, della Mosella, della Renania, della Ruhr. Mancano i rifornimenti, le autorità militari francesi e tedesche vanno adottando misure sempre più restrittive, i cannoni tuonano all'orizzonte. Lunghi convogli ferroviari rientrano dai valichi alpini, quasi mezzo milione di persone rientra disperdendosi per le grandi città del nord, creando problemi di portata imprevista.

    Da parte francese si aggiungono, nei primissimi giorni, «i vituperi e le minacce, sempre pronti a esplodere in quel paese contro gli operai italiani, a dispetto di tutti gli internazionalismi e pseudofratellanza di marca socialista o massonica o latina, ma ora, ancor più, come contro alleati della Germania e nemici». (35)

    I più degli emigrati non possono ritirare i loro risparmi, né riscuotere le ultime paghe perché le banche hanno chiuso gli sportelli e i direttori delle aziende non hanno più fondi liquidi. Chi porta con sé qualche denaro vede talora, attra versando la Svizzera, cambiare venti marchi con diciotto anziché con venticinque lire italiane. In parecchie stazioni di confine molti convogli sostano, per pratiche burocratiche, anche quindici giorni, mentre per migliaia di emigrati si aprono campi di raccolta, temporanei finché si vuole, ma che vedono spesso notti all'addiaccio e privazioni di ogni genere.

    Lo spettacolo di tale caotico rientro, con i racconti delle traversie subite, costituisce la riprova di quanto affermato da sempre dai nazionalisti. Occorre risolvere la questione «generale, fondamentale e centrale, da cui tutte le particolari condizioni della nazione italiana provengono, come dal ceppo tutto l'albero», e cioè la questione dell'emigrazione. (36)

    Ulteriore motivo di ripensamento per una più decisa politica, il rientro degli emigrati ha nei primi mesi un peso molte volte risolutivo per molte coscienze titubanti. (37)

    Sempre più forti si fanno intanto gli allettamenti delle nazioni dell'Intesa, della Francia soprattutto, per attirare dalla loro parte l'Italia, mentre la Russia propone passi più francamente intimidatori. Una flotta anglofrancese incrocia nel basso Adriatico, ad ammonire gli incerti italiani, più che a chiudere eventuali, improbabili iniziative austroungariche; a scopo di ulteriore pressione, le importazioni di cotone, juta, lana e pellami dall'Egitto, dall'India e dal mercato di Londra vengono vietate dall'Inghilterra. Mentre i personaggi più diversi ed ambigui si improvvisano a Parigi intermediari fra i due governi, le logge massoniche danno inizio ad una frenetica mobilitazione. Già il 6 settembre il Grande Oriente d'Italia prende posizione riaffer mando la necessità di non restare assenti dalla lotta «che avrebbe segnato le sorti dell'Europa per più generazioni» e invocando «un'era libera di troni e di altari, un'era di fratellanza dei popoli». (38)

    Con che coscienza, con che morale l'Italia può disertare la lotta grandiosa per la Libertà, la Democrazia, la Civiltà, l'Umanità? (39). Efficacissima dilaga la De

    propaganda «alleata» contro le «atrocità» compiute dai «nuovi unni» nel Belgio invaso, contro i bombardamenti «indiscriminati» di cattedrali e gli incendi di antiche biblioteche, contro lo stupro di vergini suore, la mutilazione di infermiere, la fucilazione di franchi tiratori, le mani mozzate ai bambini. (40)

    Anche gli anarchici, che non hanno finora visto che baruffe interne e concepito un candido irenismo nei rapporti internazionali (insieme ad assassinii con revolverate o con bombe «all'Orsini»), passano alle più frenetiche invocazioni di guerra contro gli Imperi Centrali inneggiando all'eroico Belgio e alla Francia rivoluzionaria, «patria ideale del proletariato e delle avanguardie civili».

    Più difficile si fa col tempo la posizione del partito socialista. Accanto al neutralismo ufficialmente dichiarato si vengono formando gruppi sempre più numerosi, per quanto divisi nelle motivazioni profonde, che chiedono un intervento a favore dell'Intesa. Alle consuete motivazioni di difesa della Francia «rivoluzionaria» contro il «militarismo» tedesco, si affianca il rifiuto di condividere ulteriormente il «neutralismo della borghesia, del governo, della Monarchia». Nonostante numerose missioni socialiste da Austria e Germania premano nel senso di far mantenere all'Italia perlomeno una benevola neutralità (41), Mussolini e altri dirigenti minori, sospinti da numerosi esponenti del sindacalismo rivoluzionario, tra i quali Corridoni e De Ambris, e da anarchici e liberatari vantanti posizioni ancora più eterodosse, quali Massimo Rocca ed Ottavio Dinale, si orientano già dai primi di settembre - nella convinzione che la guerra possa costituire l'ascensione rivoluzionaria mancata alla «settimana rossa» - verso una lotta contro «l'egemonia tedesca», anche da loro concepita come mera reazione di trono, militarismo ed altare.

    La formula della neutralità assoluta fa sempre più acqua, lo scontento e l'irrequietezza aumentano, specie fra i militanti più giovani. Nelle numerose conversazioni con gli amici, Mussolini non fa mistero delle sue incertezze e dei suoi dubbi. Le prime manifestazioni di piazza contro l'Austria, organizzate dai gruppi futuristi di Marinetti e Boccioni a Milano a metà settembre; l'organizzazione dei gruppi rivoluzionari di sinistra che, auspice Corridoni, fondano ai primi di ottobre il «Fascio rivoluzionario d'azione internazionalista» che si appella ai lavoratori per un fattivo intervento italiano; tutto il fermento nelle sezioni socialiste; i dibattiti e i contraddittorii; l'azione decisa e rude degli interventisti contro i quali la fazione neutralista indietreggia incerta; la esplosiva dichiarazione del Vorwärts, l'organo dei socialisti tedeschi, che offre tutto il suo appoggio alla patria in armi e si impegna «a non più trattare il tema dell'odio di classe e della lotta di classe»; l'analoga adesione alla politica della propria nazione compiuta dai socialisti francesi che rinnegano ogni internazionalismo - tutto ciò frastorna il giovane direttore dell'Avanti, facendogli intravvedere prospettive sconosciute, forse solo intuite, nuovi aggregati umani, il crollo di miti che si rivelano come pure costruzioni di una razionalità avulsa dalla vita, e che appunto per questo viene miseramente fatta a pezzi dalla realtà.

    «Ogni giorno più il tedio, l'inconcludenza di questa passività, di questo stare a veder la storia dalla finestra. E se la guerra un bel giorno avesse trascinato l'Italia? Che sarebbe accaduto allora dei socialisti? Come sarebbero rimasti di fronte alla nuova realtà, impostasi senza di loro e contro di loro? Poiché era da escludere che il partito volesse o potesse fare una rivoluzione per impedire la guerra [...] Cominciò ad avvertire, così, da rivoluzionario nato qual era, che il neutralismo assoluto «imbottigliava» il partito, togliendogli ogni libertà di movimento pel futuro: grave rischio per chi voglia combattere e non sognare!». (42)

    Messo alle corde dalle personalità più vive dell'ora, da Massimo Rocca, a Cesare Battisti, a Giuseppe Lombardo Radice, (43) costretto dall'annunciata prossima convocazione della direzione del partito, Mussolini decide infine di compiere il grande salto con la pubblicazione, sull'Avanti del 18 ottobre, di un lunghissimo fondo dal titolo «Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva e vigilante». La chiusa finale, recepita come una frustata dall'intero partito e dagli ambienti ad esso vicini, costringe alla scelta decisiva: «Le formule si adattano agli avvenimenti, ma pretendere di adattare gli avvenimenti alle formule è sterile onanismo, è vana, è folle, è ridicola impresa [...] La realtà si muove con ritmo accelerato. Abbiamo avuto il singolarissimo privilegio di vivere nell'ora più tragica della storia del mondo. Vogliamo essere - come uomini e come socialisti - gli spettatori inerti di questo dramma grandioso? O non vogliamo esserne - in qualche modo e in qualche senso - i protagonisti? Socialisti d'Italia, badate: talvolta è accaduto che la "lettera" uccidesse "lo spirito ". Non salviamo la "lettera" del Partito se ciò significa uccidere lo "spirito" del socialismo!»

    Due giorni dopo la Direzione del partito, raccolta a Bologna, respinge all'unanimità l'ordine del giorno del direttore dell'Avanti, costringendolo all'ultimo passo. Conscio del contrasto insanabile, Mussolini si dimette il giorno se guente. Verrà espulso dal partito il 24 novembre, dopo avere fondato nove giorni prima il Popolo d'Italia, che ancora porta sotto la testata la dizione «quotidiano socialista». Nell'uscita dal partito seguono Mussolini migliaia di quadri intermedi e di militanti di base che, alla spicciolata o a piccoli gruppi, confluiscono nei Fasci Interventisti.

    «Partito socialista ti espelle. Italia ti accoglie»: niente meglio del telegramma di Pressolini esprime lo stato d'animo dei più vivi tra gli italiani di allora. La posizione mussoliniana si avvicina a quella del nazionalismo più sofferto e consapevole. Certo contrasti di ampio ordine sussisteranno ancora per anni tra le due posizioni, ma è proprio in questi mesi cruciali che vengono a formarsi, catalizzate dalla guerra, quelle nuove forze ideali da cui sorgeranno cinque anni dopo i primi Fasci di Combattimento.

    Importante e decisiva quindi, la guerra, per i fini politici della Nazione e dello Stato Italiano, ma importante soprattutto per un aspetto di più ampio ed elevato ordine.

    Vale a dire, oltre che per la nascita del sentimento di appartenenza ad un'unica comunità nazionale, importante per la fondazione o rifondazione di quel tipo umano che si sarebbe realizzato unicamente nel fango e nel sangue delle trincee e degli assalti; importante per la nascita del «sovversivismo nazionale» e di quell'antiparlamentarismo politico che tanta linfa avrebbe costituito per il fascismo; importante infine per il recupero e la rifondazione dei valori e dei miti più propri non solo della tradizione italica, non solo dell'Europa di Mezzo, ma dell'intera eredità indoeuropea, recupero e rifondazione che sarebbero stati compiuti dal fascismo italiano e, sulla sua scia e con maggiore coerenza, da quello tedesco tra le due guerre.




    Gianantonio Valli

    (1) in Volpe G., L'Italia nella Triplice Alleanza (1882-1910) 1941, p. 154.

    (2) Buscaroli P., La vista, l'udito, la memoria, Fògola, 1987, pp. 354-5 e 375.

    (3) Di tale lotta «metastorica» è consapevole anche Vilfredo Pareto, quando scrive, su Il Giornale d'Italia del 25 settembre 1914, in «Conflitto di razze, di religione e di nazioni», analizzando il secondo gruppo di cause della guerra: «Volgiamoci all'altra cagione principale della guerra. A noi in parte sfugge, perché siamo in mezzo agli avvenimenti, che una grande trasformazione sta compiendosi nel mondo, ed è quella del dilagare della fede democratico-sociale, che assume tutti i caratteri di una religione. Tale trasformazione è paragonabile all'altra compiuta quando il cristianesimo invase l'Impero Romano; e l'analogia di estende a certi particolari, come è appunto la cecità di molti Romani che non scorgevano l'importanza del fenomeno a cui assistevano, alla quale fa riscontro la cecità di molti nostri contemporanei che non sanno giustamente valutare il fenomeno che sotto ai loro occhi si svolge. L'Europa occidentale ha tutta più o meno la fede democratico-sociale; la Germania colla sua appendice austriaca è rimasta sola fedele al militarismo aristocratico, quindi tra esse e l'Europa occidentale è propriamente una guerra di religione che si svolge. Anche questa, tosto o tardi, era inevitabile. I popoli dell'Europa occidentale hanno debellato, ognuno nell'interno del proprio Stato, il partito detto conservatore, e che era attinente all'ordinamento germanico; oramai, per procedere innanzi nella via seguita, era assolutamente necessario debellare, all'estero, l'ordinamento germanico, che si ergeva come formidabile ostacolo [...] Se la fede dell'Europa occidentale è democratico-sociale, il suo ordinamento è in gran parte plutocratico. La plutocrazia ora come sempre si vale della fede religiosa altrui per provvedere al suo tornaconto; in Germania è tenuta a freno dalla casta aristocratico-militare; nell'Europa occidentale, domina». Vedi: Pareto V., Scritti politici, vol. II, UTET, 1974, pp. 525-6.

    (4) Hopkins K., Conquistatori e schiavi. Sociologia dell'impero romano, Boringhieri, 1984, pp. 12-13.

    (5) in Buscaroli P., op. cit., p. 356.

    (6) in Martini F., Il diario 1914-18, Mondadori, 1929, p. 7.

    (7) Documenti diplomatici italiani, Quarta serie: 1908-1914, vol. XII, p. 509.

    (8) in Aldrovandi Marescotti L., Guerra diplomatica, Mondadori, 1936, pp. 23-24. Neretto nostro.

    (9) Vincolata a Roma fin dal 229 a.C., quando Poiani e Durazzo si erano spontaneamente offerte alla repubblica per essere da essa difese contro i pirati illirici, l'Albania resta legata per altri millecinquecento anni alle sorti di questa o di quella città italiana. Lungo il Mati, nell'Albania centrale, passi il confine tra l'Impero Romano d'Oriente e quello d'Occidente. Nel declino del dominio di Bisanzio il normanno Roberto il Guiscardo, giunto a Durazzo dal suo regno napoletano, dà vita al primo stato unitario albanese. Legata successivamente ai re di Napoli svevi, angioini ed aragonesi, Durazzo chiede nel Quattrocento la protezione di Venezia. Sommersa l'Albania alla fine del secolo successivo dalla marea ottomana, legami tra le due coste adriatiche, col possesso da parte di Venezia di parti albanesi, persistono fino a Campoformio, quando l'intero paese viene occupato dalle forze ottomane. Numerosi esuli si stabiliscono allora in Italia, dagli Abruzzi alla Sicilia. Da queste popolazioni, cui appartiene pure Francesco Crispi, parte l'impulso ai numerosi moti insurrezionali contro Costantinopoli. Quando, durante la prima guerra balcanica, Serbia, Montenegro e Grecia vogliono occupare territori abitati da albanesi, questi si difendono strenuamente, trovando aiuti morali e materiali soprattutto in Italia. Il marchese Di San Giuliano conferma in Senato non solo la necessità della nascita di uno stato albanese, ma anche quella «di garantirgli tali confini e tale organizzazione che esso possa svilupparsi e progredire». Il 17 dicembre 1913 la conferenza degli ambasciatori delle maggiori potenze, incaricata di stabilire i confini del nuovo principato, conclude a Firenze i lavori. Per le convulse vicende dei mesi successivi - sulle quali torneremo brevemente nel prossimo capitolo - vedi Sulliotti A.I., In Albania sei mesi di regno, Treves, 1914.

    (10) Borgese G.A., Italia e Germania, Treves, 1919, p. 261.

    (11) Volpe G., Il popolo italiano tra la pace e la guerra (1914-1915), 1940, p. 39.

    (12) Argiolas T., op. cit., p. 20.

    (13) Sulla data di nascita del Nazionalismo italiano sono discordi le opinioni degli stessi protagonisti. Vi è chi, come Gualtiero Castellini, la fa risalire alla crisi bosniaca del 1908; chi, come Giuseppe Prezzolini, ne rivendica la paternità fin dai tempi del Leonardo e de Il Regno; chi, come Alfredo Rocco, la fa slittare addirittura al 1912, affermando però che la data della precisa individuazione del movimento deve essere ulteriormente spostata in avanti fino al 1914. Una siffatta disparità di opinioni è sintomatica della complessità del fenomeno, troppo spesso etichettato come monocausale degli storici, sia marxisti che liberaldemocratici (vedi al proposito i precedenti capitoli 11 e 12). Dal liberalismo venivano Giovanni Borelli e Mario Viana; dal socialismo rivoluzionario Maurizio Maraviglia, Roberto Forges Davanzati e Tommaso Monicelli; democratici convinti erano Scipio Sighele, Luigi Valli, Ercole Rivalta, Paolo Arcari e Vincenzo Picardi; patrioti «puri» erano Arturo Colautti e Gualtiero Castellini; convinti antidemocratici, con sfumature diverse, Enrico Corradini, Luigi Federzoni ed Alfredo Rocco; fiancheggiatori e nazionalisti di principio, se non di fatto: D'Annunzio, Papini, Prezzolini e Borgese; ed inoltre Vittorio Cian, Antonio Beltramelli, Giotto Dainelli, Goffredo Bellonci, Giacomo Venezian, Arrigo Solmi, Luigi Bertelli (Vamba) e Vittorio Emanuele Bravetta, fino, a Giovanni Pascoli. Oltre alle opere precedentemente citate, vedi anche Leoni F., Origini del nazionalismo italiano, Morano, 1970 e Molinelli R., I nazionalisti italiani e l'intervento, Argalìa, 1973.

    (14) in Gaeta F. Il nazionalismo italiano, Laterza, 1981, p. 172, articolo del 31 luglio su «Idea Nazionale», e in Molinelli R., op. cit., pp. 32-33. La necessità della guerra come atto necessario per operare la rigenerazione della nazione, atto di prova della dignità del la sua esistenza, è la tesi anche di Giuseppe Prezzolini (in «Facciamo la guerra», in La Voce del 28 agosto 1914): «si tratta di sapere se siamo una nazione».

    (15) Virginio Gayda in «L'Italia d'oltre confine» edito a Torino nel 1914, in Vigezzi B., Da Giolitti a Salandra, Vallecchi, 1969, pp. 24-25.

    (16) Ruggero Fauro, in «Italia e Germania nella crisi presente», in «Il Dovere Nazionale», 1 agosto 1914, in Gaeta F., op. cit., p. 173.

    (17) in Perfetti F., Il nazionalismo italiano dalle origini alla fusione col fascismo, Cappelli, 1977, p. 234-238. In realtà la guerra contro l'Austria era per i nazionalisti solo una necessità, una specie di incidente provocato da un «errore imperdonabile» della Germania che aveva intrapreso una guerra per favorire «il predominio dell'Austria nei Balcani e nel Mediterraneo orientale». Se non ci fosse stato quell'errore, scriveva Alfredo Rocco riprendendo certe idee già abbozzate da Ruggero Fauro, le «nazioni proletarie», Italia e Germania innanzitutto, avrebbero potuto intraprendere una guerra per «l'espropriazione delle nazioni capitaliste» e alla Germania sarebbe spettato, risolto il problema nazionale italiano in Austria, il dominio dell'Adriatico; all'Italia quello del Mediterraneo. A guerra finita e superata la crisi, si augurava il giurista nazionalista, la Germania e l'Italia avrebbero ripreso con maggiore coscienza dei propri fini il «programma comune». Vedi articolo «Noi e la Germania», in Il Dovere Nazionale, 29 novembre 1914, in Molinelli R., op. cit., pp. 94-95. Quanto al linguaggio di Fauro e di Rocco, non è chi non riscontri echi anticipatori di tematiche del fascismo.

    (18) Roberto Forges Davanzati, in Perfetti F, op. cit., p. 245.

    (19) Ci sembra in effetti che nonché i profeti disarmati, ma neppure le Grandi Parole pronunciate con la maiuscola, né i miti del Mondo Nuovo o le fantasie dell'Avvento del Regno abbiano mai trovato pièna e profonda cittadinanza nelle stirpi italiche, da Tacito a Marco Aurelio a Dante, da Machiavelli e Guicciardini a Vico, da Cuoco a Pareto e Mussolini. Merito (colpa?) della loro costituzione biologica? O delle travagliate vicende della loro storia? Unicamente colpevole scetticismo qualunquista, furbesco versipellismo, o sentimento tenace e profondo dell'inafferrabile complessità del reale? Certo spesso, come nel caso dell'azione cavourriana, con il suo sfruttare le occasioni favorevoli offerte dalla diplomazia, più che con la fiducia in masse ancora tutte da educare, il senso del reale si lascia alle spalle «una sorda insoddisfazione, la coscienza di una incompletezza e immaturità, morali e politiche, come di un esame supremo eluso per furberia e destrezza, ma non perennemente rimandabile» (Buscaroli P., op. cit., p. 365). Ma, nella sua espressione più elevata, tale atteggiamento è relativismo super-morale, senso di ciò che è, e non di ciò che dovrebbe essere. Sdegno profondo, disprezzo per la meschinità e l'ottusità, ma anche rigetto di visioni impossibili da rapportare alla fragilità umana. Duplice rigetto del razionalismo (la ragione misura ed arbitra del reale) e dell'idealismo più o meno soggettivo e folle, in nome di un relativismo che, nella sua migliore espressione, è realismo. Realismo critico per la fedeltà ad un proprio ideale che non viene però né assolutizzato né imposto. Realismo attivo perché datore di senso alla realtà indifferente e perché facitori di storia sono solo gli uomini, così come sono e come gli è permesso di essere da un'impersonale fortuna e non da volontà più o meno divine che ne segnino gli obiettivi e ne determinino le ricompense. Posizione fattualmente più debole di quella di coloro che si ritengono investiti di una missione salvifica (e universale, di necessità)? Certamente. Ma altrettanto certamente mille volte meno grondante di ipocrisia, di sangue e di vane, atroci sofferenze.

    (20) Ruggero Fauro, in Perfetti F., op. cit., p. 233.

    (21) in Perfetti F., op. cit., pp. 237-8.

    (22) Ruggero Fauro, in Perfetti F., op. cit., p. 233.

    (23) Enrico Corradini, in Perfetti F., op. cit., pp. 249-250.

    (24) «Igiene» del resto ben strana, se in battaglia cadono innanzitutto gli animi più generosi ed ardenti. Già Anacreonte cantava mestamente la vera realtà umana del conflitto: «Qui giace Timocrito, valoroso in guerra: la morte risparmia i vili, non gli eroi». Quanto alla realtà sacra del conflitto, vedi Eraclito. Del tutto banale, riduttiva e mistificante è l'opinione di Antonino Répaci: «La guerra è la cosa più orrenda, più abietta e più turpe che la mente umana abbia escogitato», in Répaci A., Da Sarajevo al «maggio radioso», Mursia, 1985, p. 411). Ciò per due motivi: di cose più orrende, più abiette e più turpi ne abbiamo viste e ne vediamo tutt'oggi in tempo di «pace» - della laida «pace» del «libero», democratico Occidente con la disgregazione dell'uomo in una poltiglia consumistica ove droga, anomia, lento suicidio, criminalità e imbastardimento razziale (insieme alla morte dell'ambiente) si legano alla perdita di ogni scopo societario e morale. Inoltre, che la guerra sia prodotto della mente umana è ancora tutto da dimostrare. Se da parte nostra aderiamo ai concetti formulati da Corradini (la civiltà «è il prodotto di una dinamica in cui la morte come la vita, la guerra come la pace, la distruzione come la creazione sono forze che agiscono di concerto» ed i popoli che si combattono «obbediscono a una sola legge di solidarietà a loro ingrata, da cui la civiltà esce, escono la conservazione e la propagazione del genere umano, della sua opera, del suo pensiero»), lievemente deliranti ci sembrano invece le espressioni di Papini: «Finalmente è arrivato il giorno dell'ira dopo i lunghi crepuscoli della paura [...] Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne [...] b` finita la siesta della vigliaccheria, della diplomazia, dell'ipocrisia e della pacioseria. I fratelli sono sempre buoni ad ammazzare i fratelli; i civili sono pronti a tornare selvaggi; gli uomini non rinnegano le madri belve [...] si sgozza e si sbuzza, si sbudella e si sbrana [...] I cimiteri, finalmente, si socchiudono [...] Siamo troppi. La guerra è un'operazione malthusiana [...] Meno siamo e meglio si sta». Per Corradini vedi «La guerra», in L'Idea nazionale, 6 agosto 1914; per Papini, «Amiamo la guerra», in Lacerba, 1° ottobre 1914.

    (25) Borgese G.A., op. cit., pp. 289-290. Poiché non possiamo ovviamente qui dilungarci sull'essenza della guerra, oltre ai testi di Clausewitz e di Bothoul indichiamo al lettore due gruppi di opere. Il primo, specificamente centrato sulla prima guerra mondiale, comprende nell'ordine: Wohl R., 1914, Storia di una generazione, Jaca Book, 1983; Mosse G., Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Laterza, 1990; Gibelli A., L'officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri, 1991. II secondo, di impianto più teoretico: Masini F. (a cura di -), Ideologia della guerra. Temi e problemi, Bibliopolis, 1987; Fini M., Elogio della guerra, Mondadori, 1989; Losurdo D., La comunità, la morte, l'occidente. Heidegger e l'«ideologia della guerra», Bollati Boringhieri, 1991.

    (26) Rocco A., Scritti e discorsi politici, Giuffré, 1938, p. 172.

    (27) Francesco Coppola in Perfetti F., op. cit., pp. 251-256. Segnaliamo inoltre, con le parole critiche di Mario Schettini, Estate 1914, Feltrinelli, 1966, pp. 34-40, i rilievi di Corradini sul «Triplice pacifismo dell'età industriale» (per il testo completo vedi Corradini E., Scritti e discorsi. 1901-1914, Einaudi, 1980, pp. 216-227; sotto il titolo «Il culto della morale guerresca»): «Il primo di tali aspetti o meglio di tali esigenze dell'età nuova era il «pacifismo della borghesia colta e cosmopolita dell'Europa contemporanea», convinta che tutto si potesse «sistemare con la ragione»; il pietismo «umanitario fomenta il pacifismo idealista» sostenuto dal principio che «la vita umana è sacra»; era superfluo aggiungere che «dietro il principio teorico ed etico» c'era un «deposito d'atavica poltronaggine»; il secondo pacifismo era quello socialista, un «pacifismo internazionale», di cui il «socialismo ha bisogno per avere le mani più libere a menare la lotta di classe»; il terzo era il «pacifismo degli uomini di affari, dei mercanti, dei banchieri, degli impresari». L'Europa del fenomeno industriale era interpretata dal giudizio nazionalista come una segreta intesa, una sorta di connivenza che si fosse stabilita ai danni della patria [...] Il giudizio nazionalista, con l'intuito dell'avversione, era riuscito a precisare anche un carattere comune nella duplicità del fenomeno: l'iniziativa proletaria e l'iniziativa padronale [...] L'età industriale aveva drammatizzato le sue esigenze; aveva imposto una lotta di classe nei termini ultimativi e risolutivi, come non era mai avvenuto nel passato se non per episodi di esasperazione; la lotta di classe era invece divenuta una norma del nuovo sistema sociale, una condotta di vita, un conflitto prodotto ogni giorno, metodicamente pensato e acquisito da tutte e due le parti al punto da eliminare l'occasione che determina ogni conflitto decisivo come la rivoluzione».

    (28) in Perfetti F., op. cit., p. 250.

    (29) in Ganapini L., Il nazionalismo cattolico, Laterza, 1970, p. 223.

    (30) ibidem, p. 203.

    (31) ibidem, p. 192. Nell'autunno 1911 il cardinale Vincenzo Vannutelli aveva dichiarato che l'Italia completava la sua missione di civiltà piantando la Croce a Tripoli, dove prima sventolava la Mezzaluna. Immediatamente sconfessato dal Vaticano, il cardinale vedeva sostenere le sue parole da dirigenti cattolici di primo piano, sacerdoti e perfino vescovi.

    (32) Tra le più esaurienti ricerche, vedi Lotti L., La settimana rossa, Le Monnier, 1972.

    (33) Volpe G., op. cit., p. 23.

    (34) Costituiti a Nimes il 5 novembre sotto il comando del tenente colonnello Peppino Garibaldi, i reparti «garibaldini» hanno il battesimo di fuoco il 25 sul fronte delle Argonne. Sciolti 1'8 marzo 1915, i reparti saranno assorbiti dal 52° Reggimento Alpini francese.

    (35) ibidem, p. 48.

    (36) Enrico Corradini e Luigi Valli, in Perfetti F., op. cit., p. 109 e 129; Corradini E., op. cit., p. 185.

    (37) Solo dalla Francia rientrano, nei primi mesi, 150.000 persone, di cui 43.000 da Parigi. Altre decine di migliaia di emigrati rientrano nei mesi seguenti, respinti dalla crisi della guerra, dagli Stati Uniti e dall'Argentina. Complessivamente, dai vari paesi, rimpatriano 470.000 persone.

    (38) Cfr. Volpe G., op. cit., p. 81. Dalla divisione operata nelle schiere massoniche da Saverio Fera nel 1908 si formano due rami, detti di Piazza del Gesù e di Palazzo Giustiniani. Mentre il secondo, e maggioritario, è all'inizio della guerra strettamente legato al Grande Oriente di Parigi, il primo gravita invece nell'orbita delle massonerie anglosassoni. Per la mobilitazione massonica cfr. Monticone A., La Germania e la neutralità italiana 1914-1915, Il Mulino, 1971, pp. 421-464. Il ritornello dell'universalismo fraterno viene suonato anche dall'acido Gaetano Salvemini, che il 7 e il 28 agosto contesta il concetto di «neutralità assoluta» dei socialisti. «Il dichiararsi "assolutamente neutrali" nel conflitto, che cos'altro è se non incrociare le braccia dinanzi all'ingiustizia, mettersi alla finestra mentre il potente soffoca il debole, rendersi complici della sopraffazione con la propria inerzia egoistica?». «Una vittoria austro-germanica non risolverebbe nessuno dei problemi che affaticano la vecchia Europa, ma tutti li inasprirebbe con le nuove prepotenze dei vincitori. Una grande lega di nazioni, a cui partecipino l'Inghilterra, la Francia, la Russia, l'Italia, e tutte o quasi tutte le nazioni minori, sarà un grande esperimento pratico della federazione dei popoli: al principio delle alleanze offensive e difensive si sostituirà irresistibilmente la pratica giornaliera della società giuridica fra le nazioni». Vedi Repaci A., op. cit., pp. 112-3.

    (39) Di fronte alla rispettabilità di tali vocaboli, beninteso scritti e pronunciati sempre con la maiuscola, ben misero aspetto assume il «sacro egoismo italiano: «Sacro egoismo, dove erano in gioco la Libertà, la Giustizia, le Piccole Nazioni, ecc. ? Più tardi anche all'estero montò lo scandalo: non so se anche in America, ma certo in Francia e in Inghilterra e, sissignore, anche in Iugoslavia, forse anche fra i sudditi neri delle grandi potenze europee. Perché chi non sa che l'Italia è sempre sotto tutela e, ad ogni sua parola, ad ogni suo atto, vi son pedagoghi che arricciano il naso e redarguiscono? E le frasi di Salandra furono citate come documento di cinismo, di insensibilità morale, di assenza di spirito europeo. Il «sacro egoismo» si pratica, non si proclama. Solo l'America poteva permettersi il lusso di proclamarlo! Gli italiani, poi, più capaci di proclamarlo che non di praticarlo», cfr. Volpe G., op. cit., p. 132

    (40) Vedi Ponsonby A., Falsehood in War-Time, IHR, 1980 (rist. anast. dell'edizione del 1919). Il primo e più raccapricciante exploit giornalistico dell'Intesa è la mutilazione delle mani ai bambini belgi, notizia apparsa su The Times del 27 agosto. Il 2 settembre profughi francesi «confermano» il «fatto»: «Essi [i tedeschi] tagliarono le mani di diversi ragazzi, con lo scopo di privare la Francia di futuri soldati [so that there shall be no more soldiers for France]». Immagini di fanciulli senza mani divengono subito popolari in tutta Europa. Le Rive Rouge del 26 luglio 1916 riporta addirittura un'illustrazione raffigurante soldati tedeschi mentre mangiano [sic!] tali mani. Il 17 aprile 1915 viene «vista» una infermiera a cui i tedeschi hanno tagliato entrambe le mani. Il Sunday Chronicle del 2 maggio riporta che a Parigi «a charitable great lady», una dama di carità visita un gruppo di profughi belgi, trovandovi una fanciulla decenne senza le mani, la quale invoca la madre di soffiarle il naso (per ovvia mancanza delle necessarie appendici). Quanto alla mutilazione di infermiere, oltre alle mani gli «unni» si dilettano a tagliar via le mammelle (incredibilmente, senza cibarsene), lasciando agonizzare le sventurate per diverse ore (The Star, Evening Standard, The Times, 16 e 18 settembre 1914). Quanto alla crocifissione di ufficiali canadesi ad Ypres, bisogna arrivare al 10 e 15 maggio 1915. Il 16 aprile 1917 The Times riferisce della scoperta di impianti per l'elaborazione dei cadaveri: esperti come sono in chimica applicata, gli «unni» ricavano glicerina dalla distillazione dei corpi dei propri soldati caduti. Il «sapone» ebraico della Truffa Olocaustica ha, come si vede un illustre antenato.

    (41) La Seconda Internazionale, fondata a Parigi nel 1889, alla quale aderirono i partiti socialisti di settantatre nazioni, avrebbe dovuto essere il più grande ostacolo allo scoppio dei conflitti. In realtà nel luglio e nell'agosto 1914 1e varie «sezioni» europee intervengono tutte, tranne l'italiana, a sostegno delle rispettive politiche nazionali. Smentendo coi fatti l'internazionalismo predicato negli Statuti e nelle Risoluzioni altisonanti fino ad allora adottate, i «lavoratori», che secondo Marx non avevano patria, si identificano con la nazione e non con la classe, andando alla guerra di buon grado, persino entusiasti, come la borghesia, come l'aristocrazia, come tutti. Mentre una delegazione austriaca guidata da Wilhelm Ellenbogen viene respinta dalla dirigenza del PSI nel timore di danneggiare la propria posizione di veri e puri internazionalisti agli occhi dell'opinione pubblica, i socialisti tedeschi guidati dagli onorevoli Südekum e Haase riescono ad abboccarsi con i compagni italiani, invocandone la neutralità e sostenendo che l'adesione da loro data alla guerra era motivata unicamente dalla difesa della Patria Tedesca nei confronti della minaccia del governo reazionario dello zar.

    (42) cfr. Volpe G., op. cit., pp. 111-112.

    (43) Per la problematica delle tormentate vicende di quei mesi cfr. De Felice R., Mussolini il rivoluzionario, Einaudi, 1970, pp. 221-287 e Pini G. Susmel D., Mussolini l'uomo e l'opera, vol. I, La Fenice, 1973, pp. 231-262. Ricordiamo tra tutti l'articolo sferzante di Massimo Rocca, p. 255, dal titolo «Il direttore dell'Avanti! smascherato. Un uomo di paglia. Lettera aperta a Benito Mussolini»: «Oggi bisogna denudarsi l'anima... Orbene, io ti domando di denudare la tua. La tua, perché tu sei l'unica persona capace di avere un'opinione fra il gruppo di piccoli uomini che oggi dirige il Partito socialista... ». Per una interpretazione decisamente meschina, livida e rancorosa, di sapore «crociano» e del tutto antistorica, vedi: Silvestri M., op. cit., vol. 11, p. 29: «Poiché un'ipotesi vale l'altra, si può vedere nella conversione di Mussolini alla guerra «paurosa e fascinatrice» una mancanza di fede in quel che fino allora aveva detto, una totale impreparazione culturale, un'intrinseca debolezza psicologica e un conseguente romantico legame con i miti risorgimentali appresi a scuola, dai quali, a furia di bestemmiarli, era stato soggiogato». Di questo passo, sempre minore è la distanza fra l'incapacità strutturale di comprensione della storiografia liberaldemocratica e la nullità scientifica ed umana di quella marxista.

 

 

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