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    EUROSIBBERIANO CONVINTO
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    Wink Tensione Italia-USA: l'ambasciatore Spogli contestato, la base a Vicenza s'allontana

    Vicenza rischia di far litigare Italia e Stati Uniti
    Anche il caso della nuova base militare fa raffreddare i rapporti tra Roma e Washington

    VICENZA. Duro, anzi durissimo. Il braccio di ferro tra il Comune di Vicenza e il governo sull’allargamento della base Usa, non solo si inasprisce ma si estende alla Regione che si schiera a fianco dell’amministrazione municipale berica. Sul caso però si allunga anche l’ombra di una crisi Italia-Usa, accentuata dalle accresciute distanze tra Roma e Washington per l’intervento Usa in Somalia e per la politica di Bush in Iraq. Ieri il presidente Prodi è stato in proposito di ghiaccio: «Bush dovrebbe trarre migliori lezioni dal rapporto Baker». Un macigno sulla tradizionale amicizia tra Usa e Italia. E in questo contesto non facile si inserisce lo spinoso caso dell’ampliamento della base Usa di Vicenza sul quale il governo «sta riflettendo».
    Un caso, del resto, diventato scottante dopo la forte contestazione di tre giorni fa, a Vicenza, nei confronti dell’ambasciatore americano Spogli che ieri, dopo Prodi, ha visto il ministro D’Alema.
    Il «go home» all’ambasciatore, anzi, ha acceso una vera e propria rissa verbale tra centrodestra e centrosinistra che sembra destinata a spegnersi non molto presto. «Troverei assurdo e dannosissimo il distacco degli americani da Vicenza - ha detto il presidente del Veneto, Galan, in una nota -, un distacco che di sicuro avrebbe serie ripercussioni sul piano politico generale, sull’immagine di Vicenza e del Veneto negli Usa e nel resto dell’Occidente, tranne che a Cuba o nel Venezuela di Chavez». «Siamo di fronte ad una vicenda che già troppi danni ha fatto nei rapporti internazionali e nelle alleanze politiche e militari del nostro Paese - prosegue il presidente - Danni causati dall’incredibile ma fortemente sospetta inerzia del governo, che avrebbe dovuto farsi promotore già da tempo di una soluzione adeguata e quindi vantaggiosa per Vicenza, per l’Italia, per la nostra alleanza con gli Usa».
    Il sindaco di Vicenza, Enrico Hullweck, da parte sua, è tornato sul «duello» a distanza con il ministro degli Esteri D’Alema. «Premesso - dice il sindaco - che avrei gradito da D’Alema una parola di solidarietà per i due agenti della polizia locale e per la dipendente comunale picchiati dai dimostranti, che volevano malmenare l’ambasciatore Spogli».
    A ribattere per il centrosinistra sono stati Mauro Bulgarelli, senatore dei Verdi, e Laura Fincato, deputato dell’Ulivo. «L’ambasciatore Usa Spogli è venuto a Vicenza per esercitare pressioni assolutamente indebite sulle autorità locali, minacciando rappresaglie sul piano occupazionale se non dovesse andare in porto il raddoppio della Ederle».
    «Il sindaco Hullweck porta la responsabilità della situazione che si è creata intorno alla base Usa Dal Molin: ha gestito tutta la vicenda all’insaputa della città e del Consiglio comunale», afferma infine Laura Fincato, secondo la quale «se il sindaco di Vicenza fosse stato più trasparente nei confronti della proposta degli Stati Uniti, che sono un paese amico, si sarebbero evitate le disdicevoli contestazioni all’ambasciatore Spogli». Fincato, che coglie l’occasione per esprimere solidarietà all’ ambasciatore, conclude dicendo che «i cittadini di Vicenza decideranno, come è giusto che sia, con il referendum il futuro della base, dopo che il sindaco aveva occultato la trattativa con gli Usa».
    Nella disputa si è infine inserito il presidente degli industriali di Vicenza, Massino Calearo, secondo il quale «la gestione politica della vicenda Dal Molin prima era deludente, ora è preoccupante»
    (12 gennaio 2007)

  2. #2
    EUROSIBBERIANO CONVINTO
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    Ora, per par condicio, l'articolo di "fatman" ferrarenstein:

    Roma. Ronald Spogli poteva aspettarsi la contestazione dei noglobal raggruppati martedì davanti alla base militare statunitense di Vicenza. Ma non la polemica di Massimo D’Alema sull’intervento aereo contro le basi di al Qaida in Somalia. “Siamo preoccupati per iniziative unilaterali che potrebbero aggravare le tensioni nell’area”, ha insistito ieri il capo della Farnesina, e questo giudizio solitario, sostenuto dal solo leader neocomunista Oliviero Diliberto, è sembrato molto sorprendente all’ambasciatore americano, costretto a rimeditare su una previsione elargita a suo tempo dal collega israeliano Ehud Gol. Si era nel giugno dell’anno scorso, Spogli stava insediandosi a Roma e Gol, che di lì a un mese sarebbe tornato a Gerusalemme per assumere un nuovo incarico, gli disse nel corso di un incontro privato: “Sappi che, se un giorno sarà tenuto a scegliere tra noi e gli arabo-islamici, D’Alema sceglierà loro”. A Washington è noto a tutti, compresi i democratici ora maggioranza al Congresso, che Romano Prodi non è Silvio Berlusconi e che di Gianni Letta ce n’è uno soltanto. Tuttavia D’Alema è pur sempre l’ex presidente del Consiglio che nel 1999, sotto le insegne Nato, aveva armato l’aviazione italiana contro Slobodan Milosevic. Perciò stupisce oggi vederlo svettare nella critica al blitz statunitense contro le Corti islamiche somale, oltretutto in compagnia internazionale ristretta. A parte il segretario dell’Onu, Ban Ki Moon, due europei di non grandissimo status: Altafaj Tardiu, portavoce del commissario allo Sviluppo, l’antiamericano Louis Michel, e il sottosegretario agli Esteri della Norvegia, Raymond Johansen. Senza contare che le esternazioni dalemiane sono state complicate dalla scelta di affidare alla sua vice, Patrizia Sentinelli di Rifondazione comunista, il compito di riferire sommariamente in commissione Esteri sulla vicenda somala: “Ritengo molto grave l’intervento statunitense” eccetera. Rivolto all’Europa e in particolare all’Italia, il portavoce del dipartimento di stato, Sean McCormack, ha detto di sperare che le critiche degli alleati europei si plachino quando saranno disponibili più informazioni, ma ha sottolineato che spesso è necessario fare “scelte difficili”.

    Verso un inverno diplomatico?
    Per decrittare la delusione dell’ambasciatore americano bisogna anche immaginarsi il paesaggio romano nel quale è maturato l’improvviso offuscamento di certe aspettative. Un paesaggio nel quale le buone relazioni diplomatiche s’intrecciano inevitabilmente con la mondanità prepolitica capitolina. E nel quale un uomo di mondo come Spogli, a differenza del meno espansivo predecessore Mel Sembler, aveva da subito tratto auspici positivi malgrado il regime change di aprile a Palazzo Chigi. Accolto da un giannilettismo dolciastro che spira a Roma, a destra come a sinistra, soprattutto nei salotti dell’avvocato Giuseppe Consolo (An) e del jetsetter Mario D’Urso (moderato di centrosinistra), in poco tempo Spogli era riuscito a farsi piacere l’Unione di governo che va dalla Farnesina a Montecitorio (grazie a D’Urso ha incontrato con piacere anche Fausto Bertinotti). Confortato dalla compostezza del nostro ministro degli Esteri sul caso Abu Omar – anzitutto una questione tra intelligence alleate – Spogli ha dedicato a D’Alema alcune relazioni favorevoli indirizzate a Condoleezza Rice. L’intraprendenza dalemiana per la risoluzione del conflitto libanese aveva convinto l’ambasciatore ad aggettivare il suo nome con benevolenza nei report da via Veneto.
    Di qui la speciale considerazione nei confronti di D’Alema cresciuta al dipartimento di stato. Un sentimento amichevole – “our friend Massimo”, sorrise la Rice durante un primo colloquio – mai condiviso dal più sospettoso consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley, per il quale D’Alema resta un enigma. Una diffidenza peraltro già inflitta a D’Alema, nel marzo ’99, dall’allora consigliere di Clinton Sandy Berger, quando il primo presidente del Consiglio italiano postcomunista dovette fare molta anticamera per incontrare il titolare della Casa Bianca. In quei giorni il clima era appesantito dall’assoluzione del capitano Richard Ashby nell’inchiesta Usa sulla strage del Cermis.
    S’annuncia ora un inverno diplomatico tra Roma e Washington? Nessuno accredita un deterioramento dei rapporti con la Farnesina. Fra gli osservatori circola con pudore la parola “discostamento”. Di ufficiale c’è che ieri era a Roma il sottosegretario americano per gli Affari europei, Daniel Fried. La visita era prevista da settimane, s’intuisce però che è cambiata la gerarchia degli argomenti da affrontare nel calendario dei colloqui informali, che sono poi quelli che contano.



  3. #3
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    (EST) Italia-Usa: Vicenza, Somalia e Afghanistan le spine nel fianco
    Roma, 12 gen (Velino) - Vicenza, Somalia, Afghanistan. Sono le tre spine dei rapporti tra Italia e Stati Uniti in questo momento dopo lo screzio dello scorso ottobre sulla scelta tra Guatemala e Venezuela per un seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Secondo quanto risulta al VELINO in seguito ad alcuni contatti qualificati a Roma e a Washington, la questione dell’allargamento della base di Dal Molin sta irritando l’amministrazione statunitense ben più delle dichiarazioni di Massimo D’Alema e di Romano Prodi sul raid americano di lunedì in Somalia. Esclusa categoricamente da Washington l’ipotesi di trovare un’altra sede in Italia, la decisione su Vicenza potrebbe rivelarsi cruciale per le relazioni del governo con l’alleato d’oltreoceano. Gli stanziamenti già effettuati e le ripercussioni sulla concatenazione del processo riorganizzativo delle basi in Eurasia rendono particolarmente sgradevole al Dipartimento di Stato il ripensamento italiano. Il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, pur senza esprimerlo pubblicamente, sembrerebbe personalmente favorevole a procedere con l’allargamento della base ma sente tuttavia la necessità di analizzare tutte le componenti di una vicenda che si sta facendo complessa e densa di implicazioni di politica interna. L’ipotesi di un referendum che tolga le castagne dal fuoco al governo è ritenuta improbabile dato che gli Stati Uniti vogliono una risposta rapida altrimenti ricollocheranno la 173esima brigata aviotrasportata in Germania o in Bulgaria.

    Diverso l’atteggiamento dell’amministrazione Bush sulla questione dei raid (o del raid, dato che gli Usa sostengono tuttora di averne compiuto solo uno) in Somalia contro presunti militanti di al Qaeda. Un attacco che secondo stime approssimative avrebbe causato la morte di almeno cento civili. Al Dipartimento di Stato il portavoce Sean McCornack ha sostanzialmente glissato sulle proteste “italiane ed europee”, secondo l’espressione del giornalista che ha posto la domanda. Il funzionario si è limitato a far capire che all’altra sponda dell’Atlantico non erano disponibili informazioni di intelligence che avrebbero giustificato il raid e che comunque è diritto e dovere degli Stati Uniti proteggere il proprio paese perseguendo i terroristi. Così come a Foggy Bottom anche alla Farnesina si cerca di sminuire la portata del dissidio. Del resto le parole di D’Alema, come ha puntualizzato lui stesso ieri, non sono state dissimili da quelle pronunciate da altri esponenti di spicco dell’Unione europea o dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon. E di conseguenza, come ha spiegato ieri alla Stampa estera il portavoce della Farnesina, Pasquale Ferrara, si tratta di “una differenza di giudizio normale tra partner”. Ferrara ha anche sottolineato come la collaborazione tra Italia e Usa resti “costruttiva” in tutti i fori internazionali e come l’Italia rimanga “impegnata nella lotta al terrorismo con decisione e senza tentennamenti” sia pure “nel rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale”.

    Ma se il caso somalo a Washington è considerato più o meno chiuso la tensione potrebbe crescere con l’avvicinarsi del vertice straordinario dei ministri degli Esteri della Nato del 26 gennaio a Bruxelles. In quell’occasione – a margine della quale potrebbe essere organizzato un incontro tra D’Alema e Condoleezza Rice – si farà aspra la discussione sui caveat, che divide l’organizzazione. L’Italia, assieme a numerosi altri stati europei, difende rigidamente il proprio diritto a mantenere regole d’ingaggio piuttosto restrittive per il proprio contingente. Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada spingono invece per una riduzione dell’influenza nazionale sui contingenti Nato e per una maggiore disponibilità da parte degli altri paesi a partecipare a operazioni di combattimento. All’interno del governo italiano non ci sono le condizioni perché queste richieste vengano accettate. Ma se nel frattempo la situazione sul campo dovesse ulteriormente aggravarsi rendendo magari necessario l’innesto di forze fresche, le relazioni tra Roma e Washington potrebbero di nuovo essere messe a dura prova.
    (Giampiero de Andreis) 12 gen 177

  4. #4
    Vittima del kali yuga
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    che schifo i politici ruffiani

  5. #5
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    Utopia, il paese dove tutti possono dire quello che pensano.. dove nn si viene discriminati se si esprimono opinioni diverse dalla massa
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    già e visto che siete ridatece pure Abu Omar che noi in Italia vogliamo solo i terroristi.. come la baraldini come ochalan... quando ci sono i comunisti al governo qui da noi porte aperte a tutti... via le basi nato che rompono vogliamo solo campi antiimperialisti con noti brigatisti come star.. o tanti bei membri dell'eta da nascondere nei centri sociali torinesi... l'importante che gli americani tornino a casa.. poi ai terroristi ci pensiamo noi.. come si dice se nn li puoi sconfiggere fatteli amici....

  6. #6
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    ma kekkazzo vogliono allargare? ci sono i sovietici alle porte?

    resuscita Tito??
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  7. #7
    EUROSIBBERIANO CONVINTO
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    Citazione Originariamente Scritto da Grillo Parlante Visualizza Messaggio
    già e visto che siete ridatece pure Abu Omar che noi in Italia vogliamo solo i terroristi.. come la baraldini come ochalan... quando ci sono i comunisti al governo qui da noi porte aperte a tutti... via le basi nato che rompono vogliamo solo campi antiimperialisti con noti brigatisti come star.. o tanti bei membri dell'eta da nascondere nei centri sociali torinesi... l'importante che gli americani tornino a casa.. poi ai terroristi ci pensiamo noi.. come si dice se nn li puoi sconfiggere fatteli amici....
    Se ti piace tanto il bastone americano, non hai che da prendere un aereo: l'Italia deve pensare ad irrobustire (PRIMA o POI) la sua struttura militare indipendentemente dalle basi di potenze straniere occupanti.
    E per una volta tanto, sono proprio contento che non ci sia al governo quella merda di finenstein e quel leccaculo di berlusconi.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da aprile crudele Visualizza Messaggio
    Ora, per par condicio, l'articolo di "fatman" ferrarenstein:

    Roma. Ronald Spogli poteva aspettarsi la contestazione dei noglobal raggruppati martedì davanti alla base militare statunitense di Vicenza. Ma non la polemica di Massimo D’Alema sull’intervento aereo contro le basi di al Qaida in Somalia. “Siamo preoccupati per iniziative unilaterali che potrebbero aggravare le tensioni nell’area”, ha insistito ieri il capo della Farnesina, e questo giudizio solitario, sostenuto dal solo leader neocomunista Oliviero Diliberto, è sembrato molto sorprendente all’ambasciatore americano, costretto a rimeditare su una previsione elargita a suo tempo dal collega israeliano Ehud Gol. Si era nel giugno dell’anno scorso, Spogli stava insediandosi a Roma e Gol, che di lì a un mese sarebbe tornato a Gerusalemme per assumere un nuovo incarico, gli disse nel corso di un incontro privato: “Sappi che, se un giorno sarà tenuto a scegliere tra noi e gli arabo-islamici, D’Alema sceglierà loro”. A Washington è noto a tutti, compresi i democratici ora maggioranza al Congresso, che Romano Prodi non è Silvio Berlusconi e che di Gianni Letta ce n’è uno soltanto. Tuttavia D’Alema è pur sempre l’ex presidente del Consiglio che nel 1999, sotto le insegne Nato, aveva armato l’aviazione italiana contro Slobodan Milosevic. Perciò stupisce oggi vederlo svettare nella critica al blitz statunitense contro le Corti islamiche somale, oltretutto in compagnia internazionale ristretta. A parte il segretario dell’Onu, Ban Ki Moon, due europei di non grandissimo status: Altafaj Tardiu, portavoce del commissario allo Sviluppo, l’antiamericano Louis Michel, e il sottosegretario agli Esteri della Norvegia, Raymond Johansen. Senza contare che le esternazioni dalemiane sono state complicate dalla scelta di affidare alla sua vice, Patrizia Sentinelli di Rifondazione comunista, il compito di riferire sommariamente in commissione Esteri sulla vicenda somala: “Ritengo molto grave l’intervento statunitense” eccetera. Rivolto all’Europa e in particolare all’Italia, il portavoce del dipartimento di stato, Sean McCormack, ha detto di sperare che le critiche degli alleati europei si plachino quando saranno disponibili più informazioni, ma ha sottolineato che spesso è necessario fare “scelte difficili”.

    Verso un inverno diplomatico?
    Per decrittare la delusione dell’ambasciatore americano bisogna anche immaginarsi il paesaggio romano nel quale è maturato l’improvviso offuscamento di certe aspettative. Un paesaggio nel quale le buone relazioni diplomatiche s’intrecciano inevitabilmente con la mondanità prepolitica capitolina. E nel quale un uomo di mondo come Spogli, a differenza del meno espansivo predecessore Mel Sembler, aveva da subito tratto auspici positivi malgrado il regime change di aprile a Palazzo Chigi. Accolto da un giannilettismo dolciastro che spira a Roma, a destra come a sinistra, soprattutto nei salotti dell’avvocato Giuseppe Consolo (An) e del jetsetter Mario D’Urso (moderato di centrosinistra), in poco tempo Spogli era riuscito a farsi piacere l’Unione di governo che va dalla Farnesina a Montecitorio (grazie a D’Urso ha incontrato con piacere anche Fausto Bertinotti). Confortato dalla compostezza del nostro ministro degli Esteri sul caso Abu Omar – anzitutto una questione tra intelligence alleate – Spogli ha dedicato a D’Alema alcune relazioni favorevoli indirizzate a Condoleezza Rice. L’intraprendenza dalemiana per la risoluzione del conflitto libanese aveva convinto l’ambasciatore ad aggettivare il suo nome con benevolenza nei report da via Veneto.
    Di qui la speciale considerazione nei confronti di D’Alema cresciuta al dipartimento di stato. Un sentimento amichevole – “our friend Massimo”, sorrise la Rice durante un primo colloquio – mai condiviso dal più sospettoso consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley, per il quale D’Alema resta un enigma. Una diffidenza peraltro già inflitta a D’Alema, nel marzo ’99, dall’allora consigliere di Clinton Sandy Berger, quando il primo presidente del Consiglio italiano postcomunista dovette fare molta anticamera per incontrare il titolare della Casa Bianca. In quei giorni il clima era appesantito dall’assoluzione del capitano Richard Ashby nell’inchiesta Usa sulla strage del Cermis.
    S’annuncia ora un inverno diplomatico tra Roma e Washington? Nessuno accredita un deterioramento dei rapporti con la Farnesina. Fra gli osservatori circola con pudore la parola “discostamento”. Di ufficiale c’è che ieri era a Roma il sottosegretario americano per gli Affari europei, Daniel Fried. La visita era prevista da settimane, s’intuisce però che è cambiata la gerarchia degli argomenti da affrontare nel calendario dei colloqui informali, che sono poi quelli che contano.


    la farrestein come al solito è penosa oltre ogni limite.
    Ibrahim

  9. #9
    Neutrino NO-TUNNEL
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  10. #10
    Bidda de Macumere
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    Citazione Originariamente Scritto da thematrix Visualizza Messaggio
    bene
    come faranno adesso le cooperative rosse che dovevano allargarla? Vabbè che hanno vinto l'appalto anche per i ponte di Messina...

 

 
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