
Originariamente Scritto da
aprile crudele
Ora, per par condicio, l'articolo di "fatman" ferrarenstein:
Roma. Ronald Spogli poteva aspettarsi la contestazione dei noglobal raggruppati martedì davanti alla base militare statunitense di Vicenza. Ma non la polemica di Massimo D’Alema sull’intervento aereo contro le basi di al Qaida in Somalia. “Siamo preoccupati per iniziative unilaterali che potrebbero aggravare le tensioni nell’area”, ha insistito ieri il capo della Farnesina, e questo giudizio solitario, sostenuto dal solo leader neocomunista Oliviero Diliberto, è sembrato molto sorprendente all’ambasciatore americano, costretto a rimeditare su una previsione elargita a suo tempo dal collega israeliano Ehud Gol. Si era nel giugno dell’anno scorso, Spogli stava insediandosi a Roma e Gol, che di lì a un mese sarebbe tornato a Gerusalemme per assumere un nuovo incarico, gli disse nel corso di un incontro privato: “Sappi che, se un giorno sarà tenuto a scegliere tra noi e gli arabo-islamici, D’Alema sceglierà loro”. A Washington è noto a tutti, compresi i democratici ora maggioranza al Congresso, che Romano Prodi non è Silvio Berlusconi e che di Gianni Letta ce n’è uno soltanto. Tuttavia D’Alema è pur sempre l’ex presidente del Consiglio che nel 1999, sotto le insegne Nato, aveva armato l’aviazione italiana contro Slobodan Milosevic. Perciò stupisce oggi vederlo svettare nella critica al blitz statunitense contro le Corti islamiche somale, oltretutto in compagnia internazionale ristretta. A parte il segretario dell’Onu, Ban Ki Moon, due europei di non grandissimo status: Altafaj Tardiu, portavoce del commissario allo Sviluppo, l’antiamericano Louis Michel, e il sottosegretario agli Esteri della Norvegia, Raymond Johansen. Senza contare che le esternazioni dalemiane sono state complicate dalla scelta di affidare alla sua vice, Patrizia Sentinelli di Rifondazione comunista, il compito di riferire sommariamente in commissione Esteri sulla vicenda somala: “Ritengo molto grave l’intervento statunitense” eccetera. Rivolto all’Europa e in particolare all’Italia, il portavoce del dipartimento di stato, Sean McCormack, ha detto di sperare che le critiche degli alleati europei si plachino quando saranno disponibili più informazioni, ma ha sottolineato che spesso è necessario fare “scelte difficili”.
Verso un inverno diplomatico?
Per decrittare la delusione dell’ambasciatore americano bisogna anche immaginarsi il paesaggio romano nel quale è maturato l’improvviso offuscamento di certe aspettative. Un paesaggio nel quale le buone relazioni diplomatiche s’intrecciano inevitabilmente con la mondanità prepolitica capitolina. E nel quale un uomo di mondo come Spogli, a differenza del meno espansivo predecessore Mel Sembler, aveva da subito tratto auspici positivi malgrado il regime change di aprile a Palazzo Chigi. Accolto da un giannilettismo dolciastro che spira a Roma, a destra come a sinistra, soprattutto nei salotti dell’avvocato Giuseppe Consolo (An) e del jetsetter Mario D’Urso (moderato di centrosinistra), in poco tempo Spogli era riuscito a farsi piacere l’Unione di governo che va dalla Farnesina a Montecitorio (grazie a D’Urso ha incontrato con piacere anche Fausto Bertinotti). Confortato dalla compostezza del nostro ministro degli Esteri sul caso Abu Omar – anzitutto una questione tra intelligence alleate – Spogli ha dedicato a D’Alema alcune relazioni favorevoli indirizzate a Condoleezza Rice. L’intraprendenza dalemiana per la risoluzione del conflitto libanese aveva convinto l’ambasciatore ad aggettivare il suo nome con benevolenza nei report da via Veneto.
Di qui la speciale considerazione nei confronti di D’Alema cresciuta al dipartimento di stato. Un sentimento amichevole – “our friend Massimo”, sorrise la Rice durante un primo colloquio – mai condiviso dal più sospettoso consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley, per il quale D’Alema resta un enigma. Una diffidenza peraltro già inflitta a D’Alema, nel marzo ’99, dall’allora consigliere di Clinton Sandy Berger, quando il primo presidente del Consiglio italiano postcomunista dovette fare molta anticamera per incontrare il titolare della Casa Bianca. In quei giorni il clima era appesantito dall’assoluzione del capitano Richard Ashby nell’inchiesta Usa sulla strage del Cermis.
S’annuncia ora un inverno diplomatico tra Roma e Washington? Nessuno accredita un deterioramento dei rapporti con la Farnesina. Fra gli osservatori circola con pudore la parola “discostamento”. Di ufficiale c’è che ieri era a Roma il sottosegretario americano per gli Affari europei, Daniel Fried. La visita era prevista da settimane, s’intuisce però che è cambiata la gerarchia degli argomenti da affrontare nel calendario dei colloqui informali, che sono poi quelli che contano.
