In Italia 15 mila soldati dello zio Sam




Il presidente di An Fini si chiede perchè il nostro premier non è stato ancora a Washington?
FRANCESCO GRIGNETTI
ROMA
Una presenza che viene da lontano, quella delle basi americane in Italia. Dai tempi del lontano governo Scelba, Taviani alla Difesa, che nel 1953 concesse le prime autorizzazioni. Oggi sono sei le principali installazioni militari delle forze armate Usa: due della Marina (a Napoli, dove c’è il comando della Sesta Flotta, con succursale a Gaeta; alla Maddalena, dove sono ospitati i sottomarini atomici, ma in via di dismissione), due dell’Aeronautica (Sigonella e Aviano: qui dovrebbero essere custodite anche le bombe atomiche), due infine dell’Esercito (Livorno e Vicenza). Una decina sono quelle minori, per lo più ospitano radar e centri di ascolto.

A Vicenza, nella cosiddetta Camp Ederle, c’è ora un contingente di paracadutisti. Per molti anni, nei Cinquanta e Sessanta, dopo che le truppe americane dovettero sgomberare dall’Austria - perché così prevedevano gli accordi con Mosca - a Vicenza c’erano armi pesanti, artiglierie e fanti. Nella vicina Verona c’era il comando Setaf. E ad Aviano, in provincia di Pordenone, la base aerea. Ma a quell’epoca c’era la minaccia del Patto di Varsavia. E sulla cosiddetta Soglia di Gorizia era schierato praticamente tutto l’esercito italiano. Le cose da allora sono molto cambiate. Così come, negli Anni Novanta, è cambiata la filosofia militare di Washington.

Che ora è interessata ad avere poche basi molto efficienti in Italia per potersi proiettare con facilità sullo scacchiere dell’Africa, dei Balcani o del Medio Oriente. Caduto l’interesse a muovere sommergibili nel Mediterraneo centrale, ad esempio, è stato abbastanza facile convincerli a restituire la base della Maddalena, nella Sardegna settentrionale. Diverso il discorso per Aviano, dove sono stati fatti investimenti imponenti, tra piste, hangar, depositi ed edifici. E’ di stanza uno squadrone di cacciabombardieri, il «31st Fighter Wing», armato di F-16. Da lì, da Aviano, partivano i raid contro la Serbia ai tempi del Kosovo. Da lì partì anche l’aereo in quella specie di gita turistica ad alta quota che causò la strage del Cermis.

Ma sembrano storie lontane: del Cermis non si parla più. E una delegazione di serbi è stata di recente ospite della base. Accadeva a metà dicembre. «E’ stata una visita di “ritorno” dopo che a giugno alcuni vostri piloti di F-16 sono stati in visita a Belgrado», ha detto nell’occasione Bojan Dimitrijevic, il consigliere militare della presidenza di Serbia. E non c’era un filo di ironia. Quanto a Sigonella, resta cruciale la sua posizione al centro del Mediterraneo. La base risale al 1957: da allora non ha fatto che crescere, in quantità e qualità.

La nuova dottrina americana, insomma, basata su interventi a tutto campo, sta privilegiando le basi da cui è facile spiccare un balzo verso il Medio Oriente. Lì nei decenni è stato un continuo andirivieni. In Libia prima s’insediano in forze, poi vengono cacciati. In Iran erano di casa ai tempi dello Scià, poi considerati demoni. In Arabia Saudita sono arrivati ai tempi della Prima Guerra del Golfo e oggi sono ospiti a malapena tollerati. L’Iraq è quello che è. Gli resta solo un bastione in Turchia, a Incirlik, ai confini con l’Iran.

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