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    Socialismo idea sviluppata gia al tempo di Platone, non è un invenzione ebrea.

    Capitolo primo: il socialismo antico

    Nella Grecia classica le idee del socialismo chiliastico hanno rivestito subito una forma compiuta, diremmo ideale.
    Spetta a Platone il merito d'aver sviluppato queste idee, dando loro una forma che ha avuto un'influenza colossale sullo sviluppo della dottrina in duemila anni della sua storia.
    Trattano di queste idee due dei suoi dialoghi: la Repubblica e le Leggi. Nella Repubblica Platone ritrae l'ordinamento statale nella sua forma ideale, nelle Leggi descrive lo Stato reale che più si avvicina al modello.
    La Repubblica fu scritta negli anni della maturità; le Leggi nella vecchiaia. Forse nel secondo dialogo si riflettono le sconfitte che Platone subì cercando di incarnare il suo ideale.
    Tracceremo ora il quadro della società ideale descritta nella Repubblica (12).
    Sergej Bulgakov definisce quest'opera: "Mirabile ed enigmatica". E veramente nei dieci libri del dialogo si dispiegano tutti i capisaldi della concezione del mondo platonica: il problema dell'essere (concezione del mondo delle idee), dell'anima, della giustizia, dell'arte, della società.
    Il titolo Repubblica può sembrare troppo angusto per un'opera simile: ciò non di meno trova piena giustificazione nel fatto che il problema dell'ordinamento statale è il centro cui tende e su cui si esemplifica tutta la dottrina di Platone.
    La conoscenza dell'idea del bene e del bello si rivela indispensabile a chi voglia reggere lo Stato; le nozioni di immortalità dell'anima e di premio eterno contribuiscono a forgiare le necessarie virtù morali nei reggitori; la giustizia deve essere posta a fondamento dell'organizzazione dello Stato; l'arte è uno degli strumenti fondamentali per educare i cittadini.
    Platone enumera le possibili forme di ordinamento statale (ne prevede cinque), e le qualità spirituali dell'uomo che vi corrispondono. Tutte le forme statali dell'epoca rientrano per lui nei primi quattro tipi erronei. In questi Stati regnano la divisione, l'inimicizia, la discordia, l'arbitrio, la cupidigia: "Un simile Stato è per forza non uno, ma duplice: quello dei poveri e quello dei ricchi. Essi abitano lo stesso luogo e si tendono continuamente reciproche insidie" (13).
    Invece la quinta forma d'ordinamento statale è, secondo Platone, quella perfetta. La sua caratteristica fondamentale è la giustizia, grazie alla quale esso partecipa della virtù. Definendo cosa sia la giustizia nello Stato, Platone dice: "La giustizia consiste in quel principio che sin dall'inizio, quando formavamo lo Stato, ponemmo di dover rispettare costantemente in esso o in qualche suo particolare aspetto. Ora, se rammenti, abbiamo posto e più volte ripetuto che ciascun individuo deve attendere a una sola attività nell'organismo statale, quella per cui la natura l'abbia meglio dotato" (14). Sulla base di questi principi la popolazione dello Stato viene distinta in tre gruppi sociali, si potrebbe addirittura dire tre caste: i filosofi, i custodi o guerrieri, gli artigiani e agricoltori.
    I figli degli artigiani e degli agricoltori appartengono alla stessa casta e non possono in nessun caso diventare custodi. Anche i figli dei custodi seguono, di regola, l'occupazione paterna, ma se dimostrano cattive inclinazioni se ne fanno artigiani o agricoltori.
    Invece i filosofi vengono via via integrati con i migliori tra i custodi, non prima però d'aver compiuto i cinquant'anni.
    La concezione platonica non è affatto materialistica, egli non si interessa, infatti, all'organizzazione della produzione del suo Stato. Anche della vita di artigiani e contadini ci dice molto poco. Ritiene che la vita dello Stato sia determinata dalle leggi, accentra quindi ogni sua cura sulla vita di filosofi e custodi, le due caste che creano e mantengono la legge.
    Nello Stato il potere assoluto è affidato ai filosofi (Sergej Bulgakov suggerisce di tradurre questo termine con "giusti" o "santi"). Questi uomini sono: "Nature filosofiche: esse amano sempre una disciplina che sveli loro un pò, di quell'essenza che perennemente è e che non subisce le vicissitudini della generazione e della corruzione" (15). Questo tipo d'uomo: "Ha magnificenza di pensiero e contempla la totalità del tempo e dell'essere [ ... ]" (16), e "anche la morte tale individuo non la riterrà una cosa terribile" (17). "Passeranno la maggior parte del tempo immersi nella filosofia, ma, quando venga il loro turno, dovranno affrontare le noie della vita politica e governare ciascuno per il bene dello Stato, non perché sia bello questo loro compito, ma necessario. E così, avendo via via educato altri a propria somiglianza e avendoli lasciati al loro proprio posto come guardiani dello Stato, andranno ad abitare nelle isole dei beati" (18).
    Immediatamente dopo i filosofi vengono i custodi. Parlando di loro Platone ama paragonarli ai cani. "Il carattere naturale dei cani di nobile razza consiste nella massima mansuetudine verso le persone di famiglia e conosciute, ma in un comportamento opposto con gli sconosciuti" (19).
    I loro figli devono essere portati a cavallo nelle campagne militari per "far loro gustare il sangue, come a giovani cani [...]" (20). Da adolescenti devono avere le caratteristiche dei cuccioli di razza; devono possedere "acuta sensibilità, sveltezza nel gettarsi a inseguire la cosa scoperta e poi vigore, se devono afferrarla e ingaggiare la lotta" (21).
    Le donne devono avere uguali diritti degli uomini, e accollarsi gli stessi doveri, con il solo riguardo alla minor forza fisica. Infatti anche "le femmine dei cani da guardia debbono cooperare a custodire ciò che custodiscono i maschi, cacciare insieme con loro e fare ogni altra cosa in comune" (22).
    La casta dei guerrieri nel suo insieme viene paragonata a cani forti e affamati (23). Ma il custode deve avere anche a tre qualità più elevate, spirituali: "E', indispensabile che sia naturalmente filosofo oltre che animoso" (24). "Alcuna malia o costrizione li induca a respingere, obliandola, l'opinione di dover fare ciò che è il meglio per lo Stato " (25).
    Questa qualità vengono coltivate attraverso un sistema educativo molto elaborato che dura fino a 35 anni, sotto il controllo dei filosofi.
    Un ruolo educativo assai importante è affidato all'arte, la quale è sottoposta, per il bene dello Stato, a una severissima censura.
    "Perciò dobbiamo anzitutto sorvegliare i favoleggiatori e se le loro favole sono belle, accoglierle, se brutte respingerle" (26). O "belle" o "brutte" qui non ci riferisce ai meriti artistici delle favole, ma alle loro qualità pedagogiche. Sono definite "cattive" "quelle che ci hanno raccontato Omero, Esiodo e gli altri poeti" (27). "Dovremo allora permettere così, con tutta leggerezza, che i bambini ascoltino qualsiasi favola, inventata dal primo che capita? e che ricevano nelle anime loro opinioni per lo più opposte a quelle che, secondo noi, dovranno avere quando saranno maturi?" (28).
    Sono vietate tutte le favole che possano creare una falsa immagine della divinità, quelle, cioè, che parlano della crudeltà degli dei, delle loro discordie, delle loro imprese amatorie, della loro capacità di fare del male o qualsiasi altra cosa che non sia il bene agli uomini, di ridere o mutarsi senza restare eternamente immutabili: "Nessuno, né giovane né vecchio, dovrà fare o ascoltare di questi discorsi, sian le favole in versi o in prosa" (29).
    Devono essere bandite tutte le opere poetiche che parlano degli orrori dell'oltretomba e della morte, che descrivono la paura e il dolore, queste cose impediscono lo sviluppo del coraggio, mentre i custodi non devono vedere nulla di spaventoso nella morte. E' vietato parlare di sorte ingiusta, dire che i giusti possano essere infelici e i reprobi felici. Non si possono biasimare i capi, né parlare della paura, del dolore, della fame o della morte.
    "Ora, noi pregheremo Omero e gli altri poeti di non prendersela a male se cancelleremo tutte queste espressioni e altre consimili: non perché non siano poetiche e non offrano dilettevole ascolto ai più, ma perché quanto più sono poetiche, tanto meno le devono udire" (30).
    Anche le altre arti sono sottoposte a controllo: "Ebbene, è lì, nella musica che, come sembra, si deve costruire il posto di guardia per i nostri guardiani" (31).
    Si proibisce la polifonia nei cori e la varietà delle armonie. Sono banditi dalla città i flautisti e i costruttori di flauti, di tutti gli strumenti musicali si salvano solo la lira e la cetra.
    Questi stessi principi hanno una vastissima applicazione: "Dobbiamo dunque solamente sorvegliare i poeti e forzarli a dare nei loro poemi l'immagine del carattere buono o, se no, a svolgere tra noi la loro opera poetica? O dobbiamo sorvegliare anche gli altri artigiani e impedire loro di rappresentare questo cattivo carattere, questa intemperanza, bassezza e ineleganza sia nelle immagini di esseri viventi sia nelle costruzioni sia in ogni altra loro opera? Non si deve proibire agli incapaci di lavorare tra di noi?" (32).
    Per un altro verso però si creano nuove favole che hanno lo scopo di alimentare nei custodi lo stato d'animo utile allo Stato. Ad esempio, per instillare in loro l'amore verso lo Stato e quello reciproco, gli viene raccontato che sono tutti fratelli, generati dalla stessa terra, la madre patria. E per rinsaldare l'idea di casta, viene impressa nella loro mente l'idea che ai filosofi è toccato in sorte l'oro, ai custodi l'argento e agli agricoltori e agli artigiani il ferro.
    A partire dai giochi infantili, l'intera educazione dei custodi si svolge sotto il controllo dei filosofi. Questi li sottomettono a varie prove, per verificare la loro memoria, la tempra, la sobrietà e il valore. Gli adulti vengono puniti severamente come bambini per la menzogna.
    Ai filosofi invece la menzogna è consentita: "Potrà darsi che i nostri governanti debbano ricorrere spesso a menzogne e inganni, nell'interesse dei governati" (33).
    Abbiamo già detto che Platone vedeva il difetto principale delle forme erronee di Stato nella mancanza d'unità fra i cittadini, negli odi e nelle discordie. Egli cerca di individuarne la causa:
    "Ora, ciò non succede forse quando i cittadini non usano concordemente le espressioni "il mio" e "il non mio"? e analogamente per "l'altrui"?
    - Esatto.
    - Ebbene, quello Stato in cui la maggioranza usa con l'identico scopo e la stessa maniera l'espressione "il mio" e "il non mio", non è uno Stato ottimamente amministrato?" (34).
    La vita dei custodi è organizzata in conformità a questo principio: "[...] non hanno proprietà personali eccetto il corpo, mentre il resto è comune" (35). "Nessuno deve poi disporre di un'abitazione, di una dispensa cui non possa accedere chiunque lo voglia. Riguardo alla quantità di provviste occorrenti ad atleti di guerra temperati e coraggiosi, devono ricevere dagli altri cittadini, dopo averla determinata, una mercede per il servizio di guardia, in misura non maggiore né minore del loro annuo fabbisogno. Devono vivere in comune, frequentando mense collettive come se si trovassero al campo" (36); "a essi soli tra i cittadini del nostro Stato non è concesso di maneggiare e di toccare oro e argento, e di entrare sotto quel medesimo tetto che ne ricopra; né di portarli attorno sulla propria persona né di bere da coppe d'argento o d'oro" (37).
    I custodi nel loro stesso Stato sono come dei reparti salariati: "[...] e inoltre lavorare solo per il vitto e, a parte gli alimenti, non guadagnare una paga come gli altri, tanto che, se verrà loro voglia di andare all'estero a proprie spese, non potranno; né fare i generosi con etere, né permettersi altra spesa che vogliano, come spendono invece coloro che passano per felici" (38).
    Ma la proprietà costituisce solo uno dei casi in cui gli interessi personali possono far deflettere i custodi dal servizio allo Stato. Un'altra interferenza può venire dalla famiglia. Per questo anch'essa è abolita. "Queste donne di questi nostri uomini siano tutte comuni a tutti e nessuna abiti privatamente con alcuno; e comuni siano poi i figli, e il genitore non conosca la propria prole, né il figlio il genitore" (39).
    Il matrimonio è sostituito da accoppiamenti occasionali, giustificati dal puro soddisfacimento fisico e dalla riproduzione della specie. Tutto questo aspetto della vita è minuziosamente regolamentato dai filosofi in modo da ottenere un sistema perfetto di selezione genetica.
    L'unione delle coppie avviene solennemente, con l'accompagnamento di canti composti appositamente dai poeti. E' la sorte a decidere gli accoppiamenti, in modo che ci si possa lamentare solo della fortuna. I reggitori dello Stato, invece, non fanno che forzare leggermente la sorte per ottenere i risultati voluti.
    Naturalmente anche l'educazione dei fanciulli è in mano allo Stato: "E i figlioli che via via nasceranno saranno ricevuti da magistrati appositamente costituiti" (40). "Invece i figli degli elementi peggiori e anche l'eventuale prole minorata degli altri li nasconderanno, come è bene, in un luogo segreto e celato alla vista" (41). Quanto ai bambini nati al di fuori delle regole dettate dalla società: "Si raccomandi loro di usare ogni precauzione per non mettere alla luce feto alcuno" (42).
    I genitori non devono conoscere i propri figli: "Condurranno al nido d'infanzia le madri quando avranno i seni turgidi, escogitando ogni artificio perché nessuna riconosca il proprio figlio" (43).
    Si domanda come faranno a distinguersi genitori e figli; "in nessun modo, ma quei figlioli che siano nati tra il decimo e il settimo mese dal giorno in cui uno di loro si faccia sposo, quelli lo diranno padre" (44).
    Privati della famiglia, dei figli, di qualsiasi proprietà, i custodi vivono esclusivamente per lo Stato. La minima trasgressione agli interessi statali viene duramente punita. Se dà prova di viltà il guerriero viene ridotto ad artigiano o agricoltore; se cade prigioniero non viene riscattato.
    Anche la medicina è un mezzo di controllo. I medici e i giudici: "Cureranno quelli che siano naturalmente sani di corpo e d'anima. Quanto a quelli che non lo siano, i medici lasceranno morire chi è fisicamente malato, i giudici faranno uccidere chi ha l'anima naturalmente cattiva e inguaribile" (45).
    Qual è dunque il motivo che spinge i custodi a scegliere questa vita? Uno degli interlocutori del dialogo dice: "[...] Non fai punto felici questi uomini. E ne sono loro stessi la causa, perché sono loro i veri padroni dello Stato, ma non ne ricavano alcun profitto" (46).
    Ma dal punto di vista di Platone la felicità non coincide con il benessere materiale. I custodi saranno gratificati dal sentimento del dovere compiuto, dal rispetto e dall'onore degli altri cittadini, dalla speranza del premio futuro: "I nostri custodi condurranno una vita più beata della beata vita dei vincitori in Olimpia.
    - In che senso?
    - Quelli sono ritenuti felici solamente per una piccola parte dei vantaggi che godono questi nostri uomini: perché la vittoria di questi nostri è più bella e il tesoro pubblico li mantiene in misura più completa. La vittoria che riportano torna a salvezza di tutta la compagine statale e, a guisa di corone, ottengono vitto e ogni altro mezzo necessario alla vita, essi e i figli; e il loro Stato li premia con onori da vivi e con una degna sepoltura da morti.
    - Sono onori assai belli" (47).
    Mentre descrive minutamente l'esistenza di filosofi e custodi, Platone non dice quasi nulla delle rimanenti caste, artigiani e agricoltori. Le leggi che li vincolano sono emanate dai filosofi, secondo i principi riassunti in questo dialogo: "Non mette conto di fare imposizioni a perfetti galantuomini: perché la maggior parte delle norme di legge se le troveranno facilmente" (48).
    E' evidente che tutta la popolazione è sottomessa ai filosofi e custodi. All'interno dello Stato i custodi erigono il campo là: "[...] donde più facilmente possano frenare i concittadini, se c'è chi non vuole obbedire alle leggi" (49).
    Ciascuno è vincolato alla propria professione. "Ora, noi vietavamo al calzolaio di mettersi a fare nel contempo l'agricoltore, o il tessitore, o il muratore e volevamo invece che facesse il calzolaio perché ci riuscissero bene i prodotti della calzoleria; e così pure a ciascun altro individuo affidavamo un compito solo, quello per cui aveva naturale disposizione e che poteva svolgere bene, attendendovi libero da altre preoccupazioni e svolgendolo per tutta la vita" (50).
    Certamente anche la vita di artigiani e agricoltori deve essere strutturata su basi più o meno egalitarie, poiché la ricchezza e la povertà possono spingere alla degradazione anche loro; esse: "rendono inferiori le opere artigiane e inferiori gli artigiani stessi" (51).
    Rimane però oscuro in quale misura si applichino loro quel principi socialisti che caratterizzano la vita degli altri gruppi. Concludendo, sarebbe interessante capire che ruolo abbia la religione nello Stato ideale di Platone. Nel dialogo i problemi religiosi hanno molto rilievo, tanto più che hanno un preciso legame con il problema dello Stato ideale. Questo legame è però estremamente razionalistico: la religione non assegna uno scopo allo Stato, ma detiene un ruolo conservatore e pedagogico. Le favole devono alimentare la formazione delle idee e del carattere più utili allo Stato nei cittadini, e per lo più, dice Platone, sono state inventate a questo scopo.
    Quasi tutti i commentatori della Repubblica di hanno sottolineato la duplice impressione che produce il dialogo.
    Da una parte c'è il programma che vuole distruggere i tratti più delicati e profondi della personalità umana, abbassando la società al livello di formicaio, che suscita la nostra repulsione.
    Dall'altra non possiamo non essere colpiti dall'afflato di sacrificio quasi religioso che porta a immolare gli interessi personali sull'altare di uno scopo superiore.
    L'intero schema platonico si regge sulla negazione della persona, ma anche sulla negazione dell'egoismo. Platone ha saputo capire che l'avvenire dell'umanità non dipende da quale gruppo avrà la meglio nella lotta per il benessere materiale, ma dal cambiamento della persona e dalla creazione di nuove qualità umane.
    E' inevitabile riconoscere alla Repubblica il primato etico morale e persino estetico, sugli altri sistemi di socialismi chiliastico. Se si suppone che l'Ecclesiazuse di Aristofane fosse la parodia di quelle idee già allora, probabilmente, il centro della discussione, allora i sistemi odierni, come può essere quello che troviamo in Marcuse, sono molto più vicini alla caricatura che all'originale. La sua "trasformazione del lavoro in gioco", la "rivoluzione socio-sessuale", la lotta contro la "repressione degli istinti", stupiscono per la loro rozzezza davanti all'impeto ascetico che ci descrive Platone.
    Nonostante il loro ruolo, unico e ineguagliato nella storia dell'idea socialista, la Repubblica e le Leggi costituiscono solo uno dei tanti aspetti del socialismo chiliastico nell'antichità.
    La commedia antica è piena di riferimenti a questo ideale. Ad esempio, fra le 11 commedie superstiti di Aristofane, due, l'Ecclesiazuse e il Pluto sono imperniate sul tema del socialismo.
    Nell'epoca ellenistica fiorì una vasta letteratura socialista semiseria, d'evasione, utopistica, nella quale l'ideale ascetico della Repubblica platonica era stato rimpiazzato da "fiumi di latte e miele" e dalle gioie del libero amore. Di alcune di queste abbiamo notizia attraverso il riassunto che ce ne fa Diodoro Siculo nella sua Biblioteca storica, del I secolo a.C.Una delle descrizioni più chiare ci viene da Iambulo, visitatore di un fantomatico paese posto sulle "isole del sole" (probabilmente nell'Oceano Indiano). Questo Stato raccoglie alcune comunità socialiste di 400 persone ciascuna, dove il lavoro è obbligatorio per tutti, inoltre ognuno è tenuto "A servire gli altri a turno, a pescare, svolgere le più diverse attività, amministrare gli affari comuni" (52). Analogamente vengono regolati i pasti: la legge stabilisce un cibo per ogni giorno.
    "Non conoscono il matrimonio, al suo posto è praticata la comunanza delle donne; i figli sono allevati assieme, come fossero di tutti e da tutti ugualmente amati. Capita di frequente che le balie si scambino i lattanti in modo che le madri non li possano riconoscere" (53).
    Grazie al clima ottimo, gli abitanti sono molto più alti dei comuni mortali, e raggiungono i 150 anni d'età. I malati incurabili e i minorati devono uccidersi, lo stesso deve fare chi ha raggiunto una certa età.
    Nelle varie sette e correnti che fiorirono attorno al cristianesimo nascente, le idee socialiste ebbero spesso un ruolo significativo, in un modo o nell'altro.
    Già nel I secolo d.C. nacque la setta dei nicolaiti, che predicava la comunanza dei beni e delle donne. L'autore cristiano Epifanio considera suo fondatore Nicola, uno dei sette diaconi scelti dalla comunità dei discepoli degli apostoli di Gerusalemme, come narrano gli Atti degli Apostoli (54). Ireneo di Lione e Clemente Alessandrino descrivono la setta gnostica dei carpocraziani, sorta ad Alessandria nel II secolo d.C. Il suo fondatore, Carpocrate, predicava che fede e amore danno la salvezza e pongono l'uomo al di sopra del bene e del male. La dottrina fu sviluppata dal figlio Epifane, morto a 17 anni dopo aver scritto l'opera Della giustizia. Clemente Alessandrino narra che il giovane fu venerato come un dio a Samo, dove gli fu eretto un santuario.
    Riportiamo alcuni brani da Epifane:
    "La Giustizia divina consiste nel possesso comune e nell'uguaglianza".
    "Il Creatore e Padre di tutto diede a tutti gli identici occhi per vedere, leggi stabili secondo la sua giustizia, senza distinguere donna da uomo, saggio e taciturno, e in genere una cosa dall'altra".
    "Il carattere particolare delle leggi offende e corrode la comunanza stabilita dalle leggi divine. Non comprendi dunque le parole dell'apostolo? "Io non avrei avuto conoscenza del peccato se non per mezzo della legge" (Rm. 7,7). Il "mio" e il "tuo" sono stati generati dalla legge a danno della comunità".
    "Dunque Dio fece tutto comune per l'uomo, unisce uomo e donna nel principio della comunanza, e allo stesso modo sono legati tutti gli esseri viventi; ha così rivelato che la sua giustizia vuole il possesso comune unito all'uguaglianza. Ma chi pure è stato generato da questa giustizia rinnega la comunità e dice: "Chi si prende una moglie la possegga", mentre potrebbe possederle tutte come fanno gli altri animali".
    "Per questo suona ridicola la prescrizione "non desiderare" e ancor più ridicola la specificazione "la roba d'altri". Infatti è Lui che ci ha instillato il desiderio di conservare ciò che è necessario alla riproduzione. Ma la cosa di gran lunga più ridicola è "la donna d'altri", che trasforma il possesso comune in proprietà privata" (55).
    I membri di questa setta che si propagò fino a Roma vivevano sulla base di una perfetta comunione, compresa quella delle mogli. La comparsa del manicheismo provocò la fioritura di un gran numero di sette che predicavano dottrine di tipo socialista. Di alcune di esse, nate tra la fine del V sec. e l'inizio del VI, ci parla sant'Agostino.
    Di derivazione manicheista fu anche il movimento di Mazdak, diffusosi alla fine del v secolo in Persia. Mazdak predicava che le contraddizioni, l'ira e la violenza sono provocate dalle donne e dai beni materiali. "Per questo egli rese le donne accessibili a chiunque e simili a tutti i beni materiali, prescrivendo che tutti ne partecipassero in parti uguali, com'era per l'acqua, il fuoco e i pascoli" dice lo storico persiano Mohammed Ibn Harun (56).
    Il movimento divampò in tutto il paese e per un certo periodo fu sostenuto anche dal re Kavadh I. Un altro storico, Tabari, scrive: "Spesso capitava che un uomo non conoscesse il figlio, né il figlio il padre, e nessuno aveva di che vivere normalmente" (57).
    Nella rivolta che seguì i mazdakiti vennero sconfitti. Quanto profondo fosse stato il rivolgimento sociale suscitato da questo movimento lo vediamo dal fatto che il successore di Kavadh I, Khusraw (Cosroe) I (come afferma lo stesso Tabari [58]), emanò delle leggi per assicurare la sorte dei figli senza padre e regolare la restituzione delle donne sottratte alle loro famiglie, imponendo un'ammenda per la sottrazione delle mogli.
    Ci troviamo qui di fronte a un fenomeno nuovo: le dottrine socialiste fanno presa sul popolo, "si impadroniscono delle masse". Sconosciuto all'antichità questo fenomeno è caratteristico del Medioevo, cui cronologicamente ci introduce il movimento di Mazdak.

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  2. #2
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    Come vedete, è diverso dal socialismo che gli ebrei vogliono farci credere un idea morta e controta con le loro brutali rivoluzioni.

    Questo si basa su concetti spirituali.

  3. #3
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    sono d'accordo, il socialismo in sè(che è diverso dal marxismo) non è un ideologia di stampo ebraico-massonica...che poi i Soliti Noti, nel corso della storia, se ne siano serviti per i loro scopi è un altro paio di maniche...

  4. #4
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    Predefinito Platone Lo Stato L'aristocrazia La Razza

    L’attuale dittatura liberaldemocratica del pensiero unico talora sostituisce i rozzi strumenti di controllo del pensiero come la censura, che pure alcuni personaggi particolarmente scomodi ancora patiscono, con altri meno appariscenti, ma quanto mai efficaci. Uno dei sistemi frequentemente utilizzati consiste nel diluire, depotenziare, disinnescare le pagine più pericolose di quegli autori che non si possono accantonare tanto facilmente col marchio infamante di antidemocratici, e Platone è una delle illustri vittime di questa guerra al dissenso.
    Due aspetti in particolare del pensiero del filosofo ateniese turbano il sonno del nostro establishment politico-culturale, perché minano alle fondamenta i dogmi borghesi della liberté e dell’egalité, tanto che già un fanatico democratico oltranzista come Popper se ne era avveduto, e aveva denunciato in Platone uno dei nemici della “società aperta”, e un teorico ante litteram del totalitarismo. Questi due anatemi, da nominare con sacro timore, sono la struttura gerarchica della società, e la parallela pratica dell’eugenetica: essi costituiscono il centro del progetto politico platonico, ma tra i suoi innumerevoli esegeti soltanto pochi, come Günther, seppero adeguatamente metterli in rilievo.
    Eppure Platone è inequivocabile ed estremamente preciso: nella Politeía1, la giustizia politica - cioè il fine massimo dello Stato - è realizzabile soltanto istituendo differenze gerarchiche tra i cittadini, costituendo un ordine sociale che sappia attribuire a ognuno il ruolo che gli spetta, in funzione delle sue doti e della sua stirpe. La disuguaglianza è giustizia, anzi solo la disuguaglianza può fondare la giustizia, valorizzando al massimo le diverse capacità dei singoli, mentre laddove vi è uguaglianza - cioè nella
    democrazia, che Platone conosceva bene essendo, suo malgrado, ateniese - non può esservi alcunché di giusto, ma solo tracotanza, anarchia, sregolatezza, impudenza.
    L’analisi e la descrizione dello Stato ideale organico si basano sulla suddivisione funzionalistica del corpo civico nelle tre classi dei Filosofi, dei Custodi, e dei Produttori, operata in relazione alla natura di ognuno; le tre classi, similmente alle parti di un organismo vivente, si spartiscono i compiti con ferrea gerarchia e in totale solidarietà, perché “giustizia è fare ciò che ci tocca, e non mettere le mani dappertutto”2. Queste tre classi sono caratterizzate ognuna da determinate virtù: il ceto dominatore dalla sapienza (sofía) e dalla purezza, il ceto militare dal coraggio (ándreia) e dal valore, e il ceto produttivo dalla temperanza (sofrosýne) e dalla laboriosità: gli individui, infatti, sono diversi l’uno dall’altro, e sarebbe un’imperdonabile leggerezza e una colpevole incompetenza ritenerli “tutti uguali” e lasciar fare loro quello che più piace secondo il capriccio.
    Delle caste è poi narrata l’origine mitica: “Voi tutti che vi trovate nella Città siete dunque fratelli, ma il dio, plasmandovi, quelli di voi che erano atti al comando, nel metterli alla luce li mescolò all’oro, motivo per cui sono i più preziosi. Nei responsabili della difesa mescolò dell’argento; ferro e rame nei contadini, e in ogni altro operaio. Ebbene, il fatto di essere tutti della stessa stirpe comporta che per lo più voi generiate esseri simili a voi stessi”; Platone però, consapevole della degenerazione sociale e razziale nella quale versava l’Atene del suo tempo aggiunge anche che i Custodi devono essere ben attenti perché “non si può escludere che dall’oro possa venir fuori una discendenza d’argento, e, viceversa, dall’argento una prole aurea” e che “se qualcuno dei loro figli fosse per caso di natura ferrea o cuprea, non sia mai che in qualche modo si lascino impietosire, ma riconoscendo alla natura l’importanza che pur le si deve, lo declassino al rango degli operai e dei contadini”3.
    C’è anche di che credere che la sua non sia una semplice utopia o astrazione, come spesso i suoi interpreti moderni sostengono per attenuarne la portata destabilizzante, ma piuttosto un’eredità atavica: “dei tuoi concittadini [gli ateniesi, n.d.r.] vissuti novemila anni fa […] in primo luogo la classe dei sacerdoti, divisa e distinta dalle altre. E dopo di questa la classe degli artigiani […] e la classe dei guerrieri”4. La medesima gerarchia trifunzionale si trova anche, per esempio, nell’India antica - nei Veda, nelle Upanishad, e nel Codice di Manu - il che dà solidità all’ipotesi che Platone e i legislatori indiani stiano recitando la medesima “canzone ancestrale”, come scrive Dumézil, e che la tripartizione civica sia una sorta di “reminiscenza indoeuropea”, il retaggio di un’antica modello concreto di società, patrimonio costante quanto esclusivo dei popoli indoarii5. Un inno del Rig-veda, infatti, come il mito narrato da Platone situa in una dimensione divina l’origine delle caste: “Usando l’Uomo [l’Uomo Cosmico, n.d.r.] come loro oblazione, gli Dei compirono il sacrificio. […], la sua bocca divenne il brahmana; le sue braccia divennero lo kshatriya, le sue gambe l’uomo comune che esercita un mestiere. Lo shudra nacque dai suoi piedi”6, e la Manusmrti prescrive ai sacerdoti “di insegnare e di studiare, di sacrificare per sé stessi e di sacrificare per conto di altri, di donare e ricevere”, ai sovrani “di proteggere i sudditi […] e di rimanere distaccato dagli oggetti dei sensi”, all’uomo comune “di proteggere il proprio bestiame […], di commerciare, di prestare denaro e di coltivare la terra”, e al servo “di servire
    78queste classi senza risentimento”. Diversamente da quanto avvenne nell’India ariana, radicalmente organizzata in una rigida struttura funzionalistica, in Grecia il modello della società di caste rimase soltanto una teoria, o meglio, una nostalgia, come echeggia nel lamento del poeta Teognide: “In pregio sono le ricchezze, il nobile sposa donna d’infimi natali, e donna bennata il miserabile: così la ricchezza mescola le razze. Non ti meravigliar pertanto, o Polipaide, che la razza dei cittadini nostri s’oscuri, dal momento che nobiltà si mescola a plebe”.
    Venendo poi al problema del Platone razzista ed eugenista, l’analisi del Günther appare precisa e illuminante: “non tutti indistintamente possono venire allevati o educati a diventare dei capi. I sofisti avevano diffuso l’idea secondo cui la virtù la si potrebbe insegnare o imparare. Platone constatò invece che la virtù è questione di razza”9.
    Platone era a tutti gli effetti un razzista: le tre caste sociali vengono chiamate “razze” (génoi), e il loro mescolamento è indicato come causa di disarmonia, di guerra e dissidi interni. Per tutto il libro ottavo di Politeía egli insiste sulla naturale tendenza delle civiltà a decadere, spiegando come il mancato rispetto delle regole dell’eugenetica sia stato all’origine del degrado delle antiche aristocrazie degli antichi Elleni, una prospettiva che ricorda molto da vicino quella evoliana della “legge della regressione delle caste”.
    Ma ciò che guida il progetto politico sociale platonico è la ferma volontà di invertire tale tendenza degenerativa, per quanto avanzata essa sia: in una parola controdecadenza.
    Per ricostituire quell’aristocrazia nordico-aria - gli eroi omerici “belli e buoni” (kaloí k’agathoí) - che già nel V secolo a.C. in Grecia si era dissolta, occorrerà “scegliere gli individui più fermi e più coraggiosi e, nei limiti del possibile, i più belli”10, perché “le idee più profonde nascono unicamente laddove vi sia l’omogeneità razziale”11. Il compito dello Stato non si ferma qui: oltre ad assegnare a ognuno il giusto posto nell’economia organica, esso mira a incrementare il numero degli individui di valore, a potenziarsi potenziando la stirpe. In vista di un simile fine gli individui deboli e malriusciti dovranno essere accantonati, poiché di danno alla cittadinanza nel suo complesso, mentre i migliori allevati: ma per fare ciò occorre abolire la famiglia – intesa come atteggiamento meschino, egoistico e possessivo – per sostituirla con l’allevamento comune dei figli. Anche il matrimonio e l’unione sessuale, infatti, devono sottostare al dovere di generare una prole sempre migliore: “in uno stato di gente felice non è pio, e i governanti non permetteranno ai cittadini di unirsi tra loro o di fare ogni altra cosa disordinatamente”12. Questo discorso vale soprattutto per le caste dominatrici, così come il divieto di possedere e maneggiare oro e ricchezze: la loro autorità è direttamente proporzionale al loro autodominio e al loro disprezzo dei beni materiali.
    Coerentemente con quanto detto sinora anche l’arte, in quanto propone degli archetipi, dovrà essere sotto il controllo dello Stato, il quale ha il dovere di diffondere quei modelli che favoriscono il bene comune, e bandire quelli che lo contrastano: “dobbiamo impedire all’arte di lasciar emergere l’indecenza, l’intemperanza, la bassezza, l’ineleganza […] e cercare “quegli artisti che per istinto siano capaci di seguire le tracce della naturale bellezza ed eleganza”13. Lo Stato stesso deve essere un’opera d’arte. La musica in particolare sarà utilizzata per formare i giovani, perché è in grado di educare al senso del ritmo, alla proporzione, all’armonia.
    Il progetto politico si configura così come la restaurazione di uno stato aristocratico, del tutto simile a Sparta o alla prima Roma repubblicana, il cui scopo e significato è crescere in potenza e in qualità, attraverso la selezione e l’educazione integrale (paidéia) dei cittadini, un’educazione estetica, etica, politica, e razziale. Scrive Günther: “Per gli Elleni non si dava nulla di spirituale che non interessasse anche il corpo, nulla di corporale che non interessasse anche l’anima. Questo è lo spirito della razza nordica”14, esprimendosi non diversamente da Platone, il quale afferma che “dove a un nobile carattere dell’anima si uniscono analoghi e armonici caratteri nell’aspetto esteriore, partecipi dell’identico modello, là si avrà uno spettacolo assai bello”15. La virtù infatti è in primo luogo non moralità, ma ordine, kósmos, e l’uomo, cioè il microcosmo, è virtuoso quando si uniforma alle leggi della natura e dell’universo, il macrocosmo; egli “facendo attenzione alle disposizioni ereditarie del corpo e dell’anima, alla razza e alla virtù ereditata, onora l’ordine divino del mondo”16.
    La fiera rivendicazione platonica di un uomo integrale, un uomo armonico e selezionato, pregevole in ogn
    suo aspetto, nobile per sangue e non solo per nome, fa ancora tremare gli ideali sofistico-illuministi dell’insegnabilità della virtù, dell’uguaglianza di tutti gli uomini, dell’ininfluenza del dato razziale sull’individuo, ed è pertanto un modello ancora da considerare, laddove si miri ad altro dall’uomo moderno, disintegrato e plebeo, senza radici né scopo.

  5. #5
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    Questi argomenti li potete scarucareare in riviste PDF reperibili qui :

    www.thule-italia.org/

  6. #6
    legio_taurinensis
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    Platone non mi piace, è l'estremizzazione di un 'idea radicale di socialismo nonchè l'anticipazione di teorie biologiste ed eugenetiche, estranee alla visione cristiana. Meglio il moderno socialismo cristiano di Chavez.

    Per fortuna le società tradizionali non erano solo Sparta.

  7. #7
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    anche la cristianità presenta diversi livelli di anima e spirito, non siamo tutti uguali.

    E questo è una gran cosa, grazie Dio!

  8. #8
    legio_taurinensis
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    E cosa c'entra con quello che ho detto io ?
    Non stavo criticando i metodi platonici o le concezioni di stato platonico, dico che non mi ci riconosco, pur sentendomi vicino ad una visione rivoluzionaria e antimarxiana del socialismo.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Emiliano Visualizza Messaggio
    Per fortuna le società tradizionali non erano solo Sparta.
    Si può schifare quanto si vuole il sistema spartano (che effettivamente per certi aspetti era davvero disumano), ma quale sarebbe stato il destino della illuminata Atene senza l'aiuto dei brutali spartani ?
    Senza il contributo dei guerrieri spartani Atene sarebbe stata immediatamente annientata dai persiani: e addio civiltà europea!
    I sistemi sociali culturalmente avanzati non sopravvivono se non hanno anche una componente di tipo spartano che veglia su di loro e li difende dai nemici.
    Il sistema spartano fu brutale ma paradossalmente necessario per la sopravvivenza del progresso civile.

  10. #10
    Blut und Boden
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    Citazione Originariamente Scritto da Emiliano Visualizza Messaggio
    Platone non mi piace, è l'estremizzazione di un 'idea radicale di socialismo nonchè l'anticipazione di teorie biologiste ed eugenetiche, estranee alla visione cristiana. Meglio il moderno socialismo cristiano di Chavez.

    Per fortuna le società tradizionali non erano solo Sparta.
    Celti e Germani.
    Noi (Gualtiero Cìola / Noi Celti e Longobardi)

    http://it.altermedia.info/cultura/no...ardi_1082.html

 

 
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