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    Arrow Garibaldi:massone servo di Sion

    Giuseppe Garibaldi ci è stato presentato come l’eroe dagli occhi azzurri, biondo, alto, coraggioso, romantico, idealista; colui il quale metteva a repentaglio la propria vita per la libertà altrui. Non esiste città d’Italia che non gli abbia dedicato una piazza o una strada. Garibaldi non era alto, era biondiccio e pieno di reumatismi, camminava quasi curvo e dovevano alzarlo in due sul suo cavallo. Portava i capelli lunghi, si dice nel sud, perché violentando una ragazza questa gli staccò un orecchio. Questo signore non era un eroe; oggi lo si chiamerebbe delinquente, terrorista, mercenario. Era alto 1,65, aveva le gambe arcuate e curava molto la sua persona. Fra il 1825 ed il 1832 fu quasi sempre imbarcato intraprendendo viaggi nel Mediterraneo. Nel 1833, durante un viaggio a Taganrog ebbe modo di conoscere dei rivoluzionari che lo affascinarono all’idea della fratellanza umana ed universale e all’abolizione delle classi, idee che si rifacevano al Saint Simon. Cominciò, pertanto, a pensare all’idea dell’unificazione italiana da realizzare con l’abbattimento di tutte le monarchie allora dominanti e la fondazione di una repubblica. Accrebbe codesta convinzione quando incontrò Mazzini nei sobborghi di Marsiglia e, affascinato dalle idee del genovese, si iscrisse alla setta segreta “Giovine Italia”. Nel dicembre del 1833 si arruolò nella marina piemontese per sobillare e per praticare la propaganda della setta tra i marinai savoiardi. Nel 1834 tentò un’insurrezione a Genova contro il Piemonte; scoperto riuscì a fuggire in Francia. Processato in contumacia a Genova, fu condannato a morte per alto tradimento dal governo piemontese. Nel 1835 fuggì in Brasile, considerato una specie d’Eldorado dagli emigranti piemontesi che in patria non trovavano lavoro, ed erano tantissimi; da lì e dalle altre province del nord, ogni anno un milione di emigranti raggiungevano le terre Sudamericane. Fra i 28 e 40 anni Garibaldi visse come un corsaro ed imitò i grandi pirati del passato assaltando navi, saccheggiando e, come dice Denis Mack Smith, si abituò a vedere nei grandi proprietari delle pampas un tipo ideale di persona delle pampas”. Al diavolo la lotta di classe! il danaro era più importante - diciamo noi. A Rio de Janeiro si iscrisse alla sezione locale della Giovine Italia. Nel 1836 chiese a Mazzini se poteva cominciare la lotta di liberazione affondando navi piemontesi ed austriache che stazionavano a Rio. Il rappresentante piemontese nella capitale brasiliana rapportò al governo sabaudo che nelle case di quei rivoluzionari sventolava la bandiera tricolore, simbolo di rivoluzione e sovversivismo. Nel maggio del 1837, con i soldi della carboneria, Garibaldi mise in mare una barca di 20 tonnellate per predare navi brasiliane; non a caso fu battezzata Mazzini. Quest’uomo, condannato a morte per alto tradimento e poi pirata e corsaro nel fiume Rio Grande, è il nostro eroe nazionale; anzi, non lo è più! Ora è eroe della nazione Nord. In Uruguay si batteva per assicurare il monopolio commerciale all’Impero Britannico contrastando l’egemonia cattolico-ispanica. Nel 1844, a Montevideo iniziò la sua vera carriera di massone dopo l’iniziazione avuta con l’iscrizione alla Giovine Italia del Mazzini. In Italia i pennivendoli di regime continuano ad osannare le imprese banditesche del pirata nizzardo offendendo la storia e la dignità delle nazioni Sudamericane. L’indignazione della gente è racchiusa in un articolo di un giornale, il Pais che vende 300.000 copie giornaliere e che così si è espresso il 27-7-1995 a pag. 6: “… Garibaldi. Il presidente d’Italia è stato nostro illustre visitante…… Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota (ndr, Giuseppe Garibaldi) non ha lottato per la libertà di queste nazioni come (Scalfaro) afferma. Piuttosto il contrario”. La carriera massonica di Garibaldi culminò col 33°gr. ricevuto a Torino nel 1862, la suprema carica di Gran Hierofante del Rito Egiziano del Menphis-Misraim nel 1881.
    Il Grande Oriente di Palermo gli conferì tutti i gradi dal 4° al 33° e a condurre il rito fu mandato Francesco Crispi accompagnato da altri cinque fra massoni. Il mito di Garibaldi finisce quando si apprende che la spedizione dei Mille fu finanziata dalla massoneria inglese con una somma spaventosa di piastre turche equivalenti a milioni di dollari in moneta attuale.
    Con tale montagna di denaro poté corrompere generali, alti funzionari e ministri borbonici, tra i quali non pochi erano massoni. Come poteva vincere FrancescoII, se il suo primo ministro, Don Liborio Romano, era massone d’alto grado? Appena arrivato a Palermo, Garibaldi saccheggiò il Banco di Sicilia di ben cinque milioni di ducati come fece saccheggiare tutte le chiese e tutto ciò che trovava sulla sua strada. In una lettera Emanuele II ebbe a lamentarsi con Cavour circa le ruberie del pirata nizzardo “.. Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene - siatene certo - questo personaggio non è affatto così docile né così onesto come lo si dipinge, e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il denaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui, che s’è circondato di canaglie, ne ha seguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa”. Ma erano mille i garibaldini? Certamente. Ma ogni giorno sbarcavano sulla costa siciliana migliaia di soldati piemontesi congedati dall’esercito sabaudo per l’occasione dall’altro massone Cavour ed arruolati in quello del generale nizzardo. Una spedizione ben congegnata, raffinata, scientifica, appoggiata dalla flotta inglese ed assistita da valenti esperti internazionali. La massoneria siciliana, da anni, stava preparando la sollevazione e mise a disposizione di Garibaldi tutto l’apparato mafioso della Trinacria. A Bronte fece fucilare per mano di Bixio i contadini che avevano osato “usurpare” le terre concesse agli inglesi dai Borbone. Ecco chi era il vero Garibaldi! Amico e servo dei figli d’Albione, assassino e criminale di guerra per aver fatto fucilare cittadini italiani a Bronte.
    Il socialismo, l’uguaglianza, la libertà potevano anche andare a farsi benedire di fronte allo sporco danaro e al suo servilismo massonico. Suo fine non era dare libertà alle genti del Sud ma togliere loro anche la vita. Scopo della sua missione fu quello di distruggere la chiesa cattolica e sostituirla con quella massonica guidata da Londra. Garibaldi, questo avventuriero, definiva Pio IX “…un metro cubo di letame” in quanto lo riteneva - acerrimo nemico dell’Italia e dell’unità“. Considerava il papa “…la più nociva di tutte le creature, perché egli, più di nessun altro, è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e dei popoli”, inoltre affermò che: “…Se sorgesse una società del demonio, che combattesse dispotismo e preti, mi arruolerei nelle sue file”. Era chiaro l’obiettivo della massoneria: colpire il potere della chiesa e con esso scardinare le monarchie cattoliche per asservirle ad uno stato laico per potere finalmente mettere le mani sui nuovi mercati, sulle loro immense ricchezze umane, sulle loro ricche industrie, sui loro demani pubblici, sui beni ecclesiastici, sulle riserve auree del Regno delle Due Sicilie, sulle banche. Con la breccia di Porta Pia finì il potere temporale dei papi con grande esultanza dei fra massoni. Roma divenne così capitale d’Italia e della massoneria, come aveva stabilito Albert Pike, designando come suo successore Adriano Lemmi, massimo esponente del Rito Palladico.

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    Garibaldi rovina della Sicilia

    di Angela Pellicciari

    In un diario la spietata testimonianza di La Farina, che organizzò nell’ombra la spedizione dei Mille.


    "Non si deve lasciar credere in Europa che l’unità italiana, per realizzarsi, avea bisogno d’una nullità intellettuale come Garibaldi. Gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione di Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti": così scrive sulla Deutsche Rundschau nell’ottobre 1882 il massone Pietro Borrelli, che si firma con lo pseudonimo di Flaminio.

    Che le cose stiano così i lettori di questo giornale ormai lo sanno. Prima di passare ad un altro argomento però, vista l’importanza della vicenda, conviene descrivere ulteriormente la condotta di Garibaldi in Italia meridionale. Per farlo torniamo a La Farina e al suo epistolario. Prima di essere cacciato dalla Sicilia da Garibaldi che vuole scuotere il giogo della sua dipendenza da Cavour, La Farina fa in tempo a raccontare al conte le prodezze del generale. Leggiamo per esteso l’autorevole testimonianza della persona che, nell’ombra, ha organizzato la spedizione dei Mille.

    • 10 giugno 1860 a Cavour: "Un governo ch’è la negazione di ogni governo. In un paese in cui è ignota la coscrizione, si pensava sul serio a fare una levata di 300.000 uomini. Si decreta che dai consigli civici siano esclusi gli antichi impiegati regii, che in certi municipii sono i soli che sappiano leggere e scrivere. Si sminuzzano le province che sono 7, creando governatori in tutti i distretti che sono 25. Si fa governatore di Palermo un giovinetto di Marcilepre, che nessuno conosce".

    • 12 giugno: "Il governo (o per dir meglio, Crispi e Raffaele) sapendosi avversato dalla maggioranza dei cittadini, cerca farsi partigiani negli uomini perduti".

    • 18 giugno: "Fanno leggi sopra leggi [...] mettono le mani nei depositi dei particolari esistenti in tesoreria [...] non trovando partigiani nel partito liberale, cercano farsi amici negli uomini più odiati e spregiati [...]. La legge della leva così imprudentemente pubblicata e stoltamente redatta, già produce i suoi frutti: un grido d’indignazione s’è levato da per tutto [...] In molti Comuni sono avvenute delle vere sollevazioni".

    • 28 giugno: "Io non debbo a lei celare che all’interno dell’isola gli ammazzamenti sieguono in proporzioni spaventose; che nella stessa Palermo in due giorni quattro persone sono state fatte a brani; e che tutto è stato disordinato e messo sossopra con una insensatezza da oltrepassare ogni limite del credibile".

    • 29 giugno: "L’altro giorno si discuteva sul serio di ardere la biblioteca pubblica, perché cosa dei gesuiti: ieri il comandante della piazza, Cenni, ordinava di fare sgombrare le scuole. Si assoldano in Palermo più di 20.000 bambini dagli 8 ai 15 anni e si dà loro tre tari al giorno! Si mette la finanza della Sicilia in mano di quel ladrissimo e ignorantissimo B...! In una sola partita di cavalli requisita nella provincia di Palermo ne spariscono 200! Si dà commissione di organizzare un battaglione a chiunque ne faccia domanda; così che esistono gran’numero di battaglioni, che hanno banda musicale ed officiali al completo, e quaranta o cinquanta soldati! Si dà il medesimo impiego a 3 o a 4 persone! Si manda al tesoro pubblico a prendere migliaia di ducati, senza né anco indicarne la destinazione! Si lascia tutta la Sicilia senza tribunali né civili, né penali, né commerciali, essendo stata congedata in massa tutta la magistratura! Si creano commissioni militari per giudicare di tutto e di tutti, come al tempo degli Unni".

    • 2 luglio a Davide Morchio: "Non abbiamo nulla che possa somigliarsi ad un governo civile: non vi sono tribunali [...] non ci è finanza, avendo tutto assorbito l’intendente militare; non v’è sicurezza, non volendo il dittatore né polizia, né carabinieri, né guardia nazionale, non v’è amministrazione, essendo state sciolte tutte le intendenze".

    • 17 luglio ad Ausonio Franchi: "Garibaldi dichiara pubblicamente che non vuole tribunali civili, perché i giudici e gli avvocati sono imbroglioni; che non vuole assemblea perché i deputati sono gente di penna e non di spada; che non vuole niuna forza di sicurezza pubblica, perché i cittadini debbono tutti armarsi e difendersi da loro".

    • 19 luglio a Giuseppe Clementi: "I bricconi più svergognati, gli usciti di galera per furti e ammazzamenti [sono] compensati con impieghi e con gradi militari. La sventurata Sicilia è caduta in mano di una banda di Vandali".

    Il famigerato Pol Pot, lo spietato dittatore cambogiano, non è stato il primo ad avere l’idea di servirsi di ragazzini per realizzare la giustizia proletaria.

  3. #3
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    qui tutta la roba sull'infame!
    per risorgere bisogna insorgere

  4. #4
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    XI. Emancipazione - Seconda e terza guerra d’Indipendenza
    Il Regno di Sardegna ha il merito di avere concesso per primo l’emancipazione agli Ebrei d’Italia. Quando, falliti ovunque i moti rivoluzionari del ‘48, tutti i Governi, revocato quanto erano stati costretti a concedere, adottarono i pesanti sistemi della reazione, solo in Piemonte la reazione non venne. Sul re Carlo Alberto si puntavano le speranze di tutti i liberali d’Italia. In Piemonte gli Ebrei erano trattati bene; le loro Comunità (erano molte e sparse su tutto il territorio del Regno) avevano come guida le Comunità di Torino (con rabbino capo Lelio Cantoni) e di Casale. L’opinione pubblica piemontese, sotto l’influenza di spiriti eletti, era generalmente favorevole all’emancipazione ebraica. Dall’opera dei giurista G. L. Maffoni: "Origine delle interdizioni civili israelitiche" a quella dell’ungherese Oetvoes - che spiega come l’emancipazione ebraica si dovesse concedere proprio in forza dei principi cristiani, e, tradotta in italiano, fu pubblicata insieme a uno studio di Giacomo Dina su "La rigenerazione politica degli Ebrei" ; dallo studio, gi’ citato, di Massimo D’Azeglio: "Dell’emancipazione civile degli Israeliti" , pubblicato a Roma e indirizzato al papa, che ebbe vasta risonanza, alla già citata opera di Carlo Cattaneo: "Ricerche economiche sulle interdizioni imposte agli Israeliti" (dì cui due copie furono consegnate alla Cancelleria Aulica di Vienna dalla deputazione colà inviata dagli Ebrei del Lombardo-Veneto), è tutta una serie di pubblicazioni, che vogliono illuminare l’opinione pubblica su questo problema; si nota un fervore d’iniziative, di cui la più importante è indubbiamente la creazione di un Comitato piemontese, presieduto dal conte Roberto D’Azeglio, fratello di Massimo, con l’approvazione e l’appoggio di Vincenzo Gioberti e del conte di Cavour, convinto emancipazionista fino dal suo esordio nella vita politica - che aveva appunto lo scopo di creare tra il pubblico una larga schiera di fautori dell’emancipazione ebraica, tale da poter influire decisamente sul Governo.

    Ben presto si notano gli effetti: a Casale, nel 1847, l’Associazione agraria, in un raduno composto da molti partecipanti venuti anche da altri centri, Approva una mozione in favore dell’emancipazione degli acattolici (valdesi ed ebrei); nel novembre dello stesso anno Roberto D’Azeglio invia una circolare ai vescovi del Regno chiedendo il loro parere sull’argomento (e riceve delle risposte per lo più evasive o addirittura negative; prima di Natale viene presentata una petizione firmata da uomini influenti, fra cui quattro prelati; e infine l’8 febbraio del 1848 e posta la prima base per l’emancipazione degli acattolici. Primi ad essere emancipati sono i valdesi: il 17 febbraio. Questa data è solennemente celebrata dai valdesi, fra i quali ancor oggi è diffuso il nome Roberto, dato in onore di Roberto D’Azeglio.

    Scoppia la guerra contro l’Austria; al re, in procinto di lasciare Torino, si presenta una deputazione ebraica capeggiata dal poeta banchiere David Levi, da noi già ricordato, per significargli quanta importanza avesse l’esito della guerra per tutti gli Italiani, ma soprattutto per gli Ebrei: sconfitti gli Austriaci, gli ebrei del Lombardo-Veneto avrebbero ottenuto lo stesso trattamento di quelli del Regno Sardo.

    Il 22 marzo, il Ministro degli Interni Vincenzo Ricci presenta un memorandum, in cui chiedeva la completa emancipazione ebraica; ed il 29 dello stesso mese (29 marzo 1848) Carlo Alberto, sul campo dì battaglia di Voghera, firma un decreto col quale concedeva tutti i diritti agli ebrei ed agli altri acattolici. Una grande battaglia era vinta; le sconfitte militari della prima guerra d’Indipendenza non poterono offuscarne la gloria. Curioso particolare storico: il decreto di emancipazione per gli Ebrei del Regno di Sardegna fu firmato nello stesso giorno in cui, nel lontano 1516, era stato istituito in Italia il primo ghetto: quello di Venezia.

    Ovunque accolta con favore questa legge (tranne che ad Acqui, dove elementi reazionari inscenarono tumulti alla vigilia di Pasqua), 15 giorni dopo la sua pubblicazione veniva emanato un editto, in forza del quale gli ebrei erano ammessi nelle Università e nell’esercito (fino a questo momento avevano combattuto come volontari e non come regolari). Il 7 giugno una mozione presentata in Parlamento dai liberali dichiarava che le differenze religiose non dovevano impedire il pieno godimento dei diritti civili e politici.

    A Carlo Alberto, che - per non accettare le umilianti condizioni di armistizio imposte da Radetzki dopo la sconfitta di Novara - abdica nel 1849, succede il figlio Vittorio Emanuele 11, che mantiene la costituzione e con essa il decreto di emancipazione ebraica. In seguito, questa costituzione sarà estesa a tutta Italia. Ministro di Vittorio Emanuele, dal 1852, è il conte di Cavour, provato amico degli ebrei (e dagli elettori ebrei sempre appoggiato); suo segretario è Isacco Artom; direttore del giornale "L’Opinione" , organo della politica cavouriana, è l’avvocato Giacomo Dina. In Francia viene fondato da un ebreo, l’ingegner Carvallo, un giornale dello stesso nome: "L’Opinion" , che sostiene la politica cavouriana. Cavour prepara con somma saggezza ed estrema cautela la seconda guerra d’Indipendenza; ottiene da Casa Rothschild i fondi per fare la guerra contro l’Austria, con la scusa apparente che servivano per costruire la ferrovia del Cenisio. Fino al 1880 Casa Rothschild sovvenzionò la costruzione di tutte le ferrovie d’Europa; per principio Casa Rothschild ha sempre rifiutato prestiti per spese militari.

    Ma tranne che nel Regno di Sardegna, la reazione grava ora su tutta l’Italia; ovunque domina l’oscurantismo, che opprime patrioti od ebrei e costringe gli uni e gli altri ad emigrare e a cercare rifugio in Piemonte o altrove. Fra gli esuli sono anche Isacco Pesaro Maurogònato e Leone Carpi. Nel 1858 avviene a Bologna il "caso Mortara", un caso di oblazione che fa enorme impressione in tutte le nazioni d’Europa e negli Stati Uniti; provoca l’intervento, generoso ma inutile, di monarchi e uomini di Stato. Ma questo clamoroso caso di oblazione convince anche molti buoni cattolici dell’opportunità che il potere temporale sia diviso da quello spirituale.

    Nel 1859 scoppia la seconda guerra d’Indipendenza; Cavour era riuscito a fare stringere un’alleanza militare tra il Piemonte e la Francia; alleanza sostenuta dagli Ebrei francesi, che contribuiscono con offerte volontarie alle spese militari. Il 27 aprile hanno inizio le ostilità. Lo stesso giorno il Granduca di Toscana, impressionato da una dimostrazione popolare, scappa da Firenze; viene formato un Governo provvisorio, a far parte del quale è chiamato Sansone D’Ancona col compito di presiedere alle Finanze ed ai Lavori Pubblici. Il 30 aprile la costituzione del ‘48, poi abrogata, che aboliva le differenze religiose, viene rimessa in vigore in Toscana.

    La vittoria di Magenta (4 giugno 1859) è decisiva per l’esito della guerra; l’8 giugno Vittorio Emanuele Il e Napoleone III fanno il loro ingresso trionfale in Milano, accolti dalla popolazione acclamante; l’11 giugno il duca di Modena e la duchessa di Parma scappano dai loro Ducati; il 12 giugno Bologna si ribella apertamente al Governo pontificio, seguita da Ravenna e Perugia. Il 13 giugno viene decretata l’uguaglianza religiosa a Modena; il 4 luglio in Lombardia, il 10 agosto nelle Romagne (ex-legazioni pontificie di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna).

    Garibaldi intanto avanzava alla testa del Corpo dei Cacciatori delle Alpi, di cui faceva parte anche Scott (Carlo Alessandro Blumenthal di Londra).

    Una delle principali cause che indussero Napoleone III a firmare l’armistizio di Villafranca, era l’ostilità dei clericali francesi alla campagna d’Italia, preoccupati che da questa guerra la dominazione papale ne fosse indebolita; e fu proprio la speranza di vedere indebolita tale dominazione, che indusse gli Ebrei francesi a sostenere questa guerra.

    La Toscana e l’Emilia (nuova denominazione data da Luigi Carlo Farini alla regione formata dall’unione dei due Ducati di Modena e Parma e delle Legazioni delle Romagne), in seguito a plebiscito, vengono annesse al Regno Sabaudo; Nizza e la Savoia passano alla Francia. Da questo momento la Comunità ebraica di Nizza entra nel novero delle Comunità francesi.

    Alla Spedizione dei Mille (1860) prendono parte otto ebrei fra i quali il capitano veneziano Davide Uziel, il colonnello Enrico Guastalla (da noi già ricordato) e uno studente tedesco, Adolph Moses, che poi andrà in America, dove farà il rabbino. Nello stesso anno, con la battaglia di Castelfidardo del 18 settembre, ha inizio, per opera del generale Cialdini a capo dell’esercito piemontese, la liberazione delle Marche; dopo la vittoria dei Piemontesi, Ancona resiste dieci giorni ancora, assediata per terra e Per mare, e difesa dalle milizie pontifice con a capo il generale Lamoricière; ma il 29 settembre deve capitolare. Durante l’assedio viene distrutto il Tempio Levantino, per dar posto alla costruzione dello scalo Lamoricière; ma forse, oltre che da ragioni belliche, quest’ordine era stato dettato da animosità verso la Nazione ebrea, che doveva ottenere, con l’entrata delle milizie sarde, pieni diritti civili e politici. Difatti il R. Commissario per le Marche Lorenzo Valerio, non appena insediatosi in Ancona, decretava che: "La differenza di religione non porta alcuna differenza nel godimento e nell’esercizio dei diritti civili e politici. Sono quindi abolite tutte le interdizioni a cui andavano per lo addietro soggetti gli israeliti e i cristiani acattolici" . (Nel 1860 c’era ad Ancona anche una Comunità greco-ortodossa, che durò ancora circa un ventennio; nel 1880 non c’erano più Greci-ortodossi in quella città).

    Il 17 marzo 1861 il Regno d’Italia viene solennemente proclamato dal Parlamento italiano, al quale tutte le regioni annesse hanno inviato i loro deputati; lo statuto sardo del 1848 entra in vigore in tutto il Regno. Viene così ratificata l’emancipazione ebraica, già riconosciuta nelle varie regioni con relativi decreti, in forma ufficiale.

    Ma a Roma le condizioni degli Ebrei sono sempre gravi. Pio IX, da quando, dopo il crollo della Repubblica Romana, è ritornato da Gaeta trionfante e pieno di rancore, ha al suo fianco come segretario di Stato il cardinale Antonelli, fiero oppositore dei patrioti e di qualsiasi riforma. Dopo la caduta della Repubblica Romana, il vacillante Stato pontificio si è servito di soldati stranieri per reprimere i moti delle popolazioni: francesi a Roma e austriaci nelle province. E dopo la liberazione delle province, nella Capitale è rimasto il presidio francese. In questa Roma oppressa da inquisitori e presidiata da milizie straniere, tristissime sono le condizioni degli Ebrei: i giornali stranieri del tempo riportano le impressioni dei visitatori del ghetto di Roma, miserabile quartiere, la cui vista suscita pietà; Sir Moses Montefiore, inviato a Roma a capo della "missione Mortara" , nella sua relazione al Board of Deputies of British Jews (Assemblea rappresentativa ebraica) dice che le condizioni degli ebrei romani sono pietose oltre ogni dire. E tali continuano ad essere anche dopo la costituzione del Regno d’Italia. Le antiche interdizioni sono state ulteriormente inasprite. Il fanciullo Mortara, ormai divenuto per tutta Europa simbolo della oppressione pontificia, è trattenuto prigioniero a Roma e avviato al sacerdozio. Nel 1864 avviene nella stessa Roma un altro caso di oblazione (Coen), che fa fremere di sdegno gli stessi cattolici: un ragazzo viene chiamato con un pretesto nella Casa dei Catecumeni (un prete lo chiama per fargli portare al calzolaio un paio di scarpe) e sparisce per sempre. Alcuni cristiani vogliono venire in aiuto agli ebrei, e perché abbia fine una tragica ironia, presentano al papa una petizione in cui chiedono che gli ebrei siano almeno esonerati dall’obbligo di versare il tributo alla Casa dei Catecumeni.

    Nel 1866, con la 111 guerra d’Indipendenza, le Comunità del Veneto entrano a far parte delle Comunità italiane. Sotto la dominazione austriaca gli Ebrei non dovevano subire particolari vessazioni, ma non erano loro riconosciuti pieni diritti; con l’annessione del Veneto al Regno d’Italia, tutti i cittadini sono dichiarati - con decreto del governatore del re - uguali di fronte alla legge senza distinzione di fede religiosa.

    L’anno seguente Garibaldi tenta di liberare Roma coi suoi legionari, fra i quali combattono alcuni ebrei; e infine, nel 1870, ritirate da Roma le milizie francesi in seguito allo scoppio della guerra franco-prussiana, le truppe italiane, al comando del generale Lamarmora, entrano a Roma. Di queste fa parte anche Riccardo Mortara, fratello di Edgardo, che, rapito all’età di meno :di 7 anni, è diventato sacerdote cattolico. Presidente della Comunità ebraica di Roma è da molti anni Samuele Alatri; ha rappresentato l’ebraismo romano in tutti i negoziati col Governo pontificio; ha assistito Sir Moses Montefiore nell’infelice "missione Mortara" ; ed ora fa parte della deputazione che deve comunicare al re i risultati del plebiscito. Il 2 ottobre Roma è annessa al Regno d’Italia; 11 giorni dopo un decreto reale abolisce tutte le differenze religiose.

    Tratto da un volume (ormai esaurito) pubblicato nel 1961 dall'Histadruth Hamorìm (Associazione Insegnanti Ebrei d'Italia - Milano) a seguito di un seminario organizzato nel 1959 a Vigo di Cadore.

    http://www.morasha.it/ebrei_italia/ebrei_italia11.html

  5. #5
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    XII. Condizioni degli Ebrei italiani dopo l’emancipazione - loro contributo alla cultura nazionale - Assimilazione - Sionismo

    Abbiamo visto quanto tristi fossero le condizioni degli Ebrei italiani fino al 1848; dalla bolla di papa Paolo IV del 1555 (Cum nimis absurdum) all’Editto sopra gli Ebrei di papa Pio VI del 1775, vi era stato un crescendo di umiliazioni e di continui inasprimenti delle interdizioni imposte agli Ebrei; dopo la parentesi dell’occupazione francese, la reazione era stata immediata, e sugli Ebrei gravarono ancora le dolorose e umilianti condizioni di vita di prima della Rivoluzione francese: condizioni tanto più pesanti, in quanto la mentalità dei perseguitati era mutata. Ma dopo la liberazione di Roma (1870), in Italia le condizioni degli Israeliti (così chiamati ora da tutti) sono le migliori: durante il Risorgimento essi hanno lottato per ottenere parità di diritti, e nelle lotte risorgimentali Ebrei e Italiani, come abbiamo già detto, si sono fusi nelle comuni aspirazioni di libertà: gli Ebrei italiani si sono gettati nella mischia come Ebrei, e ne sono usciti come Italiani. Entrambi popoli mediterranei, non hanno differenze somatiche tali da far distinguere l’italiano dall’ebreo. Gli Ebrei risiedono in Italia da 2 mila anni, parlano ed hanno sempre parlato l’italiano, anche se i dotti scrivevano i loro trattati in ebraico, e se in qualche Comunità si usava come lingua ufficiale lo spagnolo; soggetti a espulsioni, come tutti gli Ebrei d’Europa, essendo l’Italia divisa in staterelli, essi passavano dall’uno all’altro Stato continuando a parlare l’italiano, a differenza degli Ebrei di altri paesi, che avevano un governo unitario e che se venivano espulsi, erano costretti a emigrare verso un paese di altra lingua. Dopo l’emancipazione, gli ebrei italiani si sono dedicati con fervore, con l’entusiasmo dei nuovi venuti, a quegli studi da cui prima di allora erano esclusi, raggiungendo in brevissimo tempo posizioni eminenti nella vita culturale della nazione. R bastata una sola generazione di ebrei emancipati, perché in quelle Università dove prima gli ebrei non potevano mettere piede (tranne l’Università di Padova, per secoli l’unica ad accettare ebrei) le cattedre fossero ricoperte, e con onore, da professori ebrei. Gli Italiani sono per natura un popolo tollerante, nel complesso; l’Italia è il paese dove le calunnie dell’omicidio rituale e dell’ostia sconsacrata hanno trovato minor credito; e la propaganda antisemita (9) d’oltre Alpe non trova, in questo tempo, seguaci in Italia. Il popolo italiano, provato da tristi esperienze politiche, non nutre pregiudizi contro gli ebrei, che sono accolti e trattati ovunque come fratelli. Si può asserire che dopo il 1870 le condizioni degli Ebrei ìtaliani e olandesi sono le migliori degli Ebrei di Europa; anche di quei paesi, dove l’emancipazione era stata raggiunta prima, ma dove il conseguimento della parità di diritti non era valso ad abbattere le barriere di pregiudizi che, invisibili, dividevano ancora nei liberi paesi dell’Europa occidentale gli ebrei dagli altri cittadini.

    (9) Parola che ha avuto fortuna, entrata nell’uso comune sin da quando fu coniata e usata per la prima volta, nel 1879, dall’ebreo convertito Wilhelm Marr.

    Gli antichi ghetti italiani, le cui strade sono spesso intestate al nome di ebrei illustri (così a Gorizia, Carpi, Pesaro, Asti), un po’ alla volta perdono la loro popolazione ebraica, tranne che a Venezia e a Roma, dove forti nuclei ebraici continuano a vivere in ghetto; antiche Comunità storiche si vanno assottigliando, perché gli ebrei, attratti dai grandi centri, pulsanti di vita, vi prendono dimora (Milano, Torino, Trieste). Gli ebrei italiani esercitano con onore tutte le professioni, pur continuando molti a dedicarsi al commercio, soprattutto quello tradizionale di tessuti e confezioni: sono i discendenti dei venditori di vestiti usati, che oggi vendono vestiti nuovi. Altro nuovo campo di lavoro degli ebrei emancipati è quello delle assicurazioni (le Assicurazioni Generali di Trieste, società che ha filiali in tutto il mondo, sono state fondate da tre ebrei). Nell’Emilia, regione particolarmente fertile, dove l’agricoltura è esercitata con criteri e metodi razionali, gli ebrei fanno investimenti in terre coltivate e ne promuovono lo sviluppo; è questa, degli ebrei emiliani, un’attività assolutamente nuova nel campo delle professioni esercitate dopo l’emancipazione.

    Nel Veneto e nel Piemonte vi sono famiglie ebree che portano titoli nobiliari e un blasone: nel Veneto, esse li hanno conseguiti per lo più all’epoca napoleonica, e sono stati riconosciuti dall’Austria; nel Piemonte, e stata Casa Savoia a insignirle di tale titolo, per i meriti acquistati, come già ricordato, durante l’occupazione francese, in favore di quella classe che, vivendo al servizio dei nobili e del clero, scappati questi, era rimasta senza possibilità di sussistenza.

    Gli ebrei tutti prendono parte alla vita politica, militando in tutti i partiti; negli altri paesi invece (tranne l’Olanda, dove tradizionalmente gli askenazhiti sono socialisti e i sefarditi liberali), gli ebrei appartengono di solito ai soli partiti di sinistra. Questa particolare posizione degli ebrei italiani nel panorama politico nazionale è dovuta soprattutto alla tradizione risorgimentale: il Risorgimento italiano e movimento sociale e nazionale insieme. In Italia ci sono in quest’epoca (specialmente in Piemonte) anche ebrei monarchici, e la cosa si spiega: Casa Savoia è sempre stata relativamente ai tempi, si capisce, benevola con gli Ebrei, e per prima ha concesso l’emancipazione. Ci sono degli ebrei che abbracciano la carriera militare e raggiungono alti gradi; il generale Ottolenghi, che fu Ministro della Guerra negli anni 1902-1903 e riformò l’esercito, era un ebreo osservante. Costante è la partecipazione degli ebrei al Governo: dal patriota e cospiratore Giuseppe Finzi (1815-1886), che fu nel 1861 deputato al primo Parlamento italiano, a Isacco Artom (1829-1890) astigiano segretario di Cavour, nel 1862 ministro plenipotenziario a Copenhaghen, primo ebreo d’Europa a ricoprire una carica di diplomatico all’estero, dal 1876 senatore insieme allo scrittore Tullo Massarani; dal veneziano Luigi Luzzatti (18411927), professore di diritto costituzionale, che fu presidente del Consiglio dopo essere stato Ministro delle Finanze, al triestino Salvatore Barzilai (1860-1939) detto "il deputato di Trieste al Parlamento italiano" . Nel 1861 al Parlamento italiano c’erano 6 deputati ebrei; dieci anni dopo erano 11 nel 1874 se ne contavano 15.

    Abbiamo visto che anche nella schiavitù dei ghetti gli Ebrei hanno sempre coltivato gli studi; divenuti cittadini italiani con parità di diritti, il loro livello intellettuale si è dimostrato superiore a quello degli altri. Nel 1861 in Italia si aveva il 64,5 % di analfabeti; fra gli ebrei, gli analfabeti erano il 5,8 %. La maggior parte degli ebrei leggeva anche l’ebraico.

    In nessun paese d’Europa il contributo dato dagli Ebrei alla cultura nazionale è così grande come in Italia; è difficile tracciare in poche parole un quadro di tale contributo. Ci limiteremo a ricordare alcuni nomi. Il patriota triestino Giuseppe Revere (1812-1889), che partecipò alle lotte risorgimentali a Milano, Venezia e Roma, fu giornalista, poeta e scrittore. Oltre alle sue opere: "Bozzetti alpini" e "Marine e paesi", eleganti descrizioni di viaggi, scrisse drammi storici, che infiammarono gli italiani di passione patriottica. Morto a Roma, è ora sepolto nel cimitero ebraico di Trieste. Il poeta e patriota David Levi (1821-1898) da Chieri, scrisse, tra l’altro, la sua "Autobiografia" , purtroppo inedita, che ora si trova al Museo del Risorgimento di Torino, e che è fonte di notizie sul Risorgimento. Il mantovano Tullo Massarani (1826-1905), ardente patriota e cospiratore nelle lotte risorgimentali, fu scrittore e poeta. Il fiorentino Enrico Castelnuovo (1839-1915), vissuto quasi sempre a Venezia, fu apprezzato romanziere: il suo capolavoro, "I Moncalvo" , è un romanzo psicologico di ambiente ebraico italiano, che meriterebbe di essere conosciuto anche dalla giovane generazione. L’anconetano Eugenio Camerini (1811-1875), dantista, diresse e curò la Collana di classici dell’editore Sonzogno, nelle diffusissime edizioni economiche. Giglio Padovan (1836-1896), triestino, fu poeta vernacolo e traduttore di Shakespeare.

    Fra i cultori di scienze letterarie ricorderemo per primo il goriziano Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907), glottologo illustre, cui si deve la pubblicazione dell’"Archivio glottologico italiano" . Fu lui a proporre il nome di Venezia Giulia alla regione, ancora irredenta, in cui nacque. Altri irredenti famosi cultori di scienze letterarie furono Adolfo Mussafia (18341905), dalmata, per quasi mezzo secolo professore all’Università di Vienna, maestro di quanti, nel periodo dell’attesa, nelle scuole di Trieste infiammarono i giovani all’amore per l’Italia, e che al Parlamento austriaco difese sempre i diritti delle mínoranza italiane dell’Austria; e il triestino Salomone Morpurgo (1859-1942), bibliotecario della Nazionale di Firenze. Il pisano Alessandro D’Ancona (1835-1914) fu il fondatore del metodo storico letterario; il triestino Samuele Romanin (1808-1861) scrisse la "Storia documentata di Venezia" , ancor oggi consultata dagli studiosi.

    Fra gli scienziati ebrei di quella generazione faremo anzitutto menzione del veronese Cesare Lombroso (1835-1909), pioniere della moderna criminologia; ricorderemo gli economisti Isacco Pesaro Maurogònato, che fu il primo deputato della sua città eletto al Parlamento italiano, e Leone Carpi, già ricordato quale patriota; i matematici Vito Volterra, Corrado Segre, Salvatore Pincherle, Federico Enriques. Davide Supino fu cultore di scienze giuridiche, e suo fratello Iginio Benvenuto di storia dell’arte. A Sansone Valobra si attribuisce l’invenzione dei fiammiferi. Fra i giornalisti, ricorderemo il già menzionato Giacomo Dina, torinese, direttore de "L’Opinione" , giornale liberale sostenitore della politica cavouriana, e Amilcare Zamorani, fondatore del giornale "Il Resto del Carlino" di Bologna. In questa città visse il bibliofilo Lionello Modena; altro grande bibliofilo è Giuseppe Almansi, la cui biblioteca è passata al British Museum di Londra, nel quale si trova un "reparto ebraico" . Importanti opere ebraiche si conservano nella Biblioteca di Parma e nella Vaticana. I fratelli Treves, triestini, fondarono l’omonima Casa editrice, per qualche decennio la più importante d’Italia. Fra gli artisti di chiara fama figurano pure degli ebrei.

    Prima dell’emancipazione gli Ebrei italiani si dedicavano quasi esclusivamente a studi ebraici; in questi eccellevano fra gli Ebrei d’Europa. Dopo la emancipazione questi studi furono trascurati dai più. tuttavia ebbero una schiera, sia pure esigua, d’illustri cultori. Il triestino Samuel David Luzzatto (Shaddal, 1800-1865) direttore del Collegio Rabbinico di Padova (fondato nel 1829), esegeta e traduttore della Bibbia, può considerarsi un pioniere della moderna scienza del giudaismo. Interessante anche il suo Epistolario, dove si trova, tra l’altro, una lettera che Shaddal indirizzò ad Alessandro Manzoni sul processo per omicidio rituale di Trento, e che rimase senza risposta. Fra ì suoi discepoli che continuarono l’opera di traduzione e ne tramandarono il pensiero, sono da annoverare i goriziani Isacco Samuele Reggio ed Eude Lolli e il piemontese Lelio Della Torre. Cugina di Sbaddal è la poetessa triestina Rachele Morpurgo (Poetò in ebraico).

    Fra gli studiosi di lettere ebraiche ricorderemo ancora il livornese David Castelli (1836-1901), Giuseppe Levi di Vercelli, fondatore de "L’Educatore Israelita" , e i traduttori Beniamino Consolo e David Jacob Maroni. Ma fra tutti primeggia il livornese Elia Benamozegh (1822-1900), grande pensatore, autore dell’opera "Morale juive et morale chrétienne" , che insegnò nel Collegio Rabbinico di Livorno, da cui uscirono i migliori rabbini italiani dei tempi moderni. Fra i discepoli diretti del Benamozegh, sono da ricordare i rabbini A.S. Toaff, da molti anni venerato Capo spirituale della Comunità livornese, dottissimo nelle discipline ebraiche, e Samuele Colombo. Altri dotti rabbini uscirono dalla scuola di Samuel Hirsch Margulies (1858-1922), un galiziano che insegnò a Firenze nei primi anni del Novecento. Ricorderemo fra questi il fiorentino Umberto Cassuto (1883-1953), che insegnò a Firenze e Roma, e poi all’Università di Gerusalemme, autore tra l’altro della esauritissima "Storia degli Ebrei a Firenze nell’età del Rinascimento", e che è da considerarsi l’esponente più autorevole fra gli italiani della scienza del giudaismo; e Dante Lattes da Pitigliano, scrittore di toscana eleganza e forbito traduttore dall’ebraico e dall’inglese, uno dei primi sionisti attivi italiani, già, direttore del "Corriere Israelitico di Trieste" e direttore da molti anni della Rassegna mensile di "Israel" . Al Collegio Rabbinico di Firenze (trasferito da Roma per opera di Margulies) insegnò H.P. Chajes, studioso di chiara fama, che fu rabbino a Trieste e Vienna, animatore del movimento sionistico.

    È il periodo delle grandi esplorazioni; l’Africa, questo continente in parte ancora sconosciuto, è percorso da arditi esploratori che si spingono fin nell’interno; fra questi vi sono pure gli ebrei: barone Raimondo Franchetti di Venezia (1891-1935), che intraprese viaggi di esplorazione in Dancalia ed Etiopia; e Lamberto Loria (1855-1913) che compi a scopo scientifico viaggi in Asia ed Africa.

    Dopo una generazione di ebrei emancipati, anche l’aspetto fisico dell’ebreo è migliorato; il tipo caratteristico dell’ebreo del ghetto curvo, dall’atteggiamento umile e sospettoso, è scomparso. Ma con le libertà civili avanza l’assimilazione: frequenti sono i matrimoni misti, specialmente a Trieste (città che ha la più alta percentuale di matrimoni misti di tutto il mondo); le Comunità, non più centri di vita ebraica e di studi, diventano un po’ alla volta delle semplici istituzioni di beneficenza. Circola un motto di spirito, che però rispecchia una triste realtà: "Israelita è un italiano che non va a messa la domenica" . Dice Cecil Roth: "È triste incontrare uomini che portano illustri nomi ebraici e sono completamente digiuni di cultura ebraica" . Ed è anche a causa dell’indifferenza religiosa seguita all’emancipazione, oltre che al fatto che in Italia non c’è mai stata la rigida e fanatica ortodossia di altri paesi, che il "giudaismo riformato" non trova seguaci in Italia; come non ha incontrato approvazione la proposta del rabbino Samuele Olper (a noi già noto) di abolire il secondo giorno delle festività religiose.

    Si nota un certo risveglio e un ritorno agli studi ebraici, per lo meno in qualche ambiente, col sorgere in Italia del movimento sionistico. Sebbene Teodoro Herzl abbia trovato comprensione e aiuto per la sua missione in Italia in un ferrarese (avvocato Ravenna) ed il primo Gruppo sionistico sia stato fondato a Modena (1901); sebbene anche Ancona abbia in quel tempo una società ebraica di leggera tendenza sionista, e Trieste, sotto l’influenza di Vienna, costituisca un Gruppo sionistico nel 1903, che però viene disertato o addirittura ignorato del tutto dai patrioti triestini, si può ritenere che i primi sionisti italiani siano toscani, perché Firenze diventa il centro del nuovo movimento.

    Abbiamo già visto che gli ebrei triestini eccellono non solo nel campo delle lettere e delle scienze, ma si distinguono anche come patrioti (la scuola ebraica di Trieste è la prima scuola italiana della città); e questo loro atteggiamento si accentua quando, dopo il 566, entrato il Veneto a far parte dell’Italia, rimasta Trieste isolata e senza un’Università italiana e gli Ebrei di Trieste divisi dagli Ebrei del Regno, la lotta irredentistica entra nella sua fase epica. L’irredentismo triestino è l’ultima fase del Risorgimento e ne ha tutte le caratteristiche; e per le stesse ragioni per cui gli Ebrei italiani hanno preso parte alle lotte risorgimentali, gli Ebrei triestini, che a cavallo dei due secoli XIX e XX sono oltre 5 mila, pur essendo in gran parte di origine straniera, militano in prima linea nella lotta irredentistica. Dopo la prima guerra mondiale, le Comunità della Venezia Giulia si aggiungono alle altre del Regno d’Italia. Quella di Trieste è per popolazione la terza d’Italia. Continua a mantenere un posto importante fra le Comunità israelitiche italiane quella di Livorno, sebbene molti ebrei livornesi emigrino a Tunisi e ad Alessandria d’Egitto.

    Dopo la parentesi della guerra, nel 1920, su 350 deputati, 19 sono ebrei.


    --------------------------------------------------------------------------------

    Tratto da un volume (ormai esaurito) pubblicato nel 1961 dall'Histadruth Hamorìm (Associazione Insegnanti Ebrei

    http://www.morasha.it/ebrei_italia/index.html

  6. #6
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    inserite tutto quello che avete sul boia delle nostre Terre

  7. #7
    legio_taurinensis
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    Vedremoquanto tempo ci metterà il pensiero dominante a vietare anche il revisionismo sul risorgimento................................

    Voi che dite ?

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Emiliano Visualizza Messaggio
    Vedremoquanto tempo ci metterà il pensiero dominante a vietare anche il revisionismo sul risorgimento................................

    Voi che dite ?
    Fin che in loggia non ritengono di dover intervenire penso.
    Poi magari istituiranno una ADL pro risorgimento.

  9. #9
    legio_taurinensis
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    Citazione Originariamente Scritto da greenlucifer Visualizza Messaggio
    Fin che in loggia non ritengono di dover intervenire penso.
    Poi magari istituiranno una ADL pro risorgimento.
    Appunto, non mi stupirei di ciò.
    Tanto ormai reprimere il pensiero va di moda.

  10. #10
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    che ridere leggere i fascisti figli dell'itaglia rinnegare il proprio eroe...

    allora la vista non è così annebbiata

    qualche speranza c'è

 

 
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