| Martedì 16 Gennaio 2007 - 18:50 | Siro Asinelli |

Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha concluso il suo viaggio di quattro giorni, in veste ufficiale, speso tra Caracas, Managua e, ultima tappa, Quito. Un fine ed un inizio settimane intenso, scandito dalle cerimonie di insediamento alla presidenza di Daniel Ortega in Nicaragua, di Hugo Chávez Frias in Venezuela e di Rafael Correa Delgado in Ecuador. Inframmezzato da un incontro ufficiale con il mandatario boliviano Evo Morales Ayma.
Quattrio giorni a tamburo battente in cui il capo di Stato iraniano ha stretto ulteriormente i rapporti con quella parte di mondo che Washington cataloga da tempo come il Male. Quattro giorni in cui si è potuto rinsaldare il legame con Chávez - che parlando di Ahmadinejad lo ha definito “combattente per cause giuste, fratello e rivoluzionario” - e, soprattutto, stabilire le nuove direttive in quella che ormai si prefigura come un’alleanza di ferro: tanti gli accordi bilaterali in materia di energia, ma soprattutto l’ufficializzazione di una posizione comune all’interno dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio. All’OPEP, i due Paesi si impegneranno sulla necessità di “ridurre la produzione di greggio” con l’obbiettivo di contenere il crollo dei prezzi. Un’altra novità è la costituzione di un fondo comune di due miliardi di dollari circa per sostenere progetti di sviluppo in Paesi amici.
Al di là degli accordi sottoscritti, comunque sostanziali, è evidente che la visita di Ahmadinejad a Caracas ha un sapore prettamente politico ed è indubbio che deve aver solleticato le ulcere che già affliggono l’amministrazione Bush. Che poi il presidente iraniano ed il mandatario venezuelano stessero in buoni rapporti, era più che risaputo. Così come a tutti è noto l’appoggio di Caracas al legittimo programma nucleare di Teheran, obbiettivo principale della campagna ostile a stelle e strisce. Ma a suscitare le più grandi preoccupazioni è la facilità con cui l’Iran è riuscito a rompere quell’isolamento diplomatico la cui ragnatela era stata tanto abilmente, quanto frettolosamente, allestita dagli Stati Uniti. A Managua, Ahmadinejad è stato accolto a braccia aperte dal sandinista Ortega, tornato alla vittoria elettorale sulla scia della Rivoluzione Bolivariana e con il sostegno attivo di Chávez - che nell’ultimo anno ha provveduto a fornire petrolio a costo zero alle amministrazioni comunali nicaraguensi a guida sandinista. “I due popoli hanno interessi comuni, nemici comuni e sfide comuni”, è stato il sunto della visita in Nicaragua. Subito dopo, l’annuncio dell’apertura di una rappresentanza diplomatica iraniana a Managua, sino ad oggi inesistente.
Infine, l’arrivo ieri a Quito, dove con gran scorno della Casa Bianca sono state avviate relazioni ufficiali tra Iran ed Ecuador. E con un Correa tutto intento ad impedire la permanenza dei militari Usa nella base strategica di Manta, per Washington l’Asse del Male comincia davvero a espropriare il suo “cortile di casa”.