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    Arrow Altri assassinii democratici

    | Martedì 16 Gennaio 2007 - 18:47 | Paolo Emiliani |

    Barzan al-Tikriti, fratellastro dell’ex presidente iracheno Saddam Hussein, e Awad al Bandar, ex presidente del Tribunale Rivoluzionario, sono stati impiccati all’alba di ieri mattina. Un assassinio vero e proprio, ma “legalizzato” da una sentenza di morte pronunciata da un tribunale fantoccio insediato dall’invasore atlantico.
    I due alti dirigenti del partito Ba’ath erano stati condannati alla pena capitale per impiccagione insieme con Saddam, in quanto ritenuti colpevoli della morte di 148 sciiti nel 1982, nel villaggio di Dujail, località a una quarantina di chilometri a nord di Baghdad. Con queste “esecuzioni” i collaborazionisti hanno eliminato altri due scomodi imputati in altri processi già avviati: imputati che, come Saddam, avrebbero potuto trasformarsi in pericolosi testimoni che avrebbero potuto capovolgere il ruolo degli accusati in quello degli accusatori.
    Dopo le polemiche scatenate dall’atteggiamento provocatorio dei boia durante l’impiccagione di Saddam, immagini diffuse in tutto il mondo tramite un filmato apparso su Internet, questa volta gli aguzzini sono stati più attenti alla forma. Le immagini delle due esecuzioni, mostrate ai giornalisti direttamente dal governo collaborazionista iracheno, sono state, però, se possibile, ancora più raccapriccianti. Nel video si sente Barman al Tikriti che urla: “Sono innocente”. Poi si vede aprire la botola e la testa del fratellastro di Saddam viene addirittura staccata di netto dal corpo rotolando a terra in una pozza di sangue. Il corpo di Awad al Bandar è restato invece a dondolare, appeso alla corda.
    Il presidente americano Bush, un vero esperto di condanne a morte e entusiasta sostenitore della pena capitale, ha commentato questi due omicidi limitandosi a sostenere che si è trattato di sentenze eseguite nel rispetto di un sistema giudiziario di uno Stato sovrano.
    A parte che non è possibile considerare “sovrano” uno Stato il cui governo è espressione diretta della volontà di un invasore straniero, non ci sembra che Bush abbia mai rispettato le scelte di governi veramente sovrani, se in contrasto con gli interessi Usa. Anzi, Saddam e gli altri sono stati impiccati proprio per la morte di persone condannate da un tribunale iracheno che in fondo era espressione di un regime che aveva il pieno sostegno del popolo dell’Iraq.
    Bush non si preoccupa però troppo della coerenza di quel che dice. In fondo la sua “legge” è riassumibile in due soli articoli. Articolo 1: il presidente degli Usa ha ragione. Articolo 2. il presidente degli Usa ha sempre ragione.
    E sembra voler applicare questi concetti anche all’interno della sua nazione visto che proprio ieri ha detto di aver preso le sue decisioni sulla guerra in Iraq e andrà avanti con l’invio di nuovi soldati: se la maggioranza parlamentare democratica non sarà d’accordo, dovrà farsene una ragione.
    Forse è arrivato il momento giusto per liberare il popolo americano da questo regime liberticida e antidemocratico. I popoli liberi dovrebbero organizzare una missione umanitaria (non si dice così?); ci penserà poi un tribunale speciale a giudicare i crimini contro l’umanità commessi da Bush e dalla sua cricca, magari utilizzando le stesse garanzie processuali offerte a Saddam ed ai suoi coimputati.

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    Burani: Saddam giustiziato da un tribunale-farsa

    | Sabato 13 Gennaio 2007 - 115 | Dagoberto Bellucci |

    Con l’avvocato Wainer Burani, noto esponente della sinistra reggiana, abbiamo parlato dell’esecuzione del presidente iracheno Saddam Hussein, analizzando alcuni aspetti, legali e politici del processo che ha portato alla condanna a morte dell’ex rais. Un’intervista in esclusiva per Rinascita che ripercorre l’iter processuale e quello politico degli ultimi tre anni del presidente iracheno e che l’avvocato Burani ha costantemente seguito occupandosi peraltro della difesa di altri esponenti del cosiddetto fenomeno ‘jihaidista’ ovvero di musulmani spesso accusati anche ingiustamente di appartenere o far parte di formazioni collegate ad al Qaida.

    Partiamo dal tribunale che in Iraq è stato chiamato a giudicare i crimini veri o presunti del passato regime saddamista: qual è la vostra opinione in proposito?
    “Innanzitutto sarebbe impensabile che questo tribunale avesse o abbia una sua autonomia. Non esiste alcuna forma di autonomia o indipendenza della magistratura. In Iraq il potere giudiziario, come quelli esecutivo e legislativo, sono completamente pilotati dall’occupante americano. Non è neanche un tribunale internazionale né ha mai dichiarato di esserlo visto che non è stato istituito con le caratteristiche necessarie per esserlo. Diciamo chiaramente che è un tribunale da resa dei conti, creato da un occupante che ha individuato il suo referente in alcuni ambienti sociali e politici ai quali ha delegato, peraltro in modo molto contraddittorio, il compito di amministrare una specie di giustizia”.

    Gli occupanti americani hanno costituito questo tribunale con il solo obiettivo di arrivare ad una resa dei conti definitiva oppure c’erano altri motivi per i quali gli Usa hanno creato questa parvenza di legalità istituzionale anche nel campo dell’amministrazione della giustizia?
    “Gli americani avevano degli obiettivi precisi quando hanno dato vita alle istituzioni irachene. Mi pare evidente per esempio il tentativo statunitense di scompaginare, liberando qualcuno dei soggetti presenti nel famoso mazzo di carte dei most wanted, il fronte degli oppositori per cercare di creare una borghesia sunnita che potesse esser loro funzionale. Sunniti o sciiti poco importa agli americani: servono collaborazionisti. Questo è il concetto di fondo con il quale hanno costituito il tribunale. Ed è anche significativo che abbiano costituito un simile strumento giuridico in fretta e furia che ha emesso una sentenza di condanna a morte senza prendere in esame tutto un periodo storico contrassegnato da numerosi avvenimenti che, almeno penalmente, avrebbero avuto una notevole rilevanza. Si trattava di episodi che politicamente possono esser condivisibili o meno ma che, da un punto di vista giuridico, potevano essere giudicati. Anche sotto questo profilo mi pare che si possa dire che sia stato un tribunale creato ad hoc per arrivare ad una condanna a morte. Devo dire che per un certo verso mi ha stupito l’accelerazione dei tempi visto che mi sarei atteso almeno altri gradi di giudizio. Ad ogni modo non siamo di fronte ad un tribunale indipendente visto che non esiste alcuna magistratura indipendente nell’Iraq odierno. E’ sostanzialmente un tribunale creato dagli occupanti con il concorso di quelle forze sociali o politiche opposte ieri al vecchio regime e chiamate oggi a giudicare il vecchio potere. E dal punto di vista giudiziario non si sono neanche preoccupati troppo di seguire delle procedure. Chi ha seguito dall’inizio questo processo ha potuto capire che grado di autonomia potesse avere questo tribunale rispetto all’occupante americano che l’aveva creato”.

    Quali iniziative sono state prese dall’Italia? Si è mai creato un collegio difensivo italiano?
    “Avevamo auspicato la creazione di un comitato di giuristi italiani che potessero seguire le fasi processuali. E’ stato difficile creare quello che sarebbe stato opportuno ovvero un gruppo di giuristi e osservatori internazionali provenienti anche dall’Italia e appartenenti alle diverse aree politiche. Purtroppo sono stati coinvolti solo alcuni colleghi di una determinata area politica, di destra, ma queste rimangono comunque vicende italiane davvero piccole rispetto al dramma iracheno. Ad ogni modo penso che la volontà del tribunale fosse proprio quella di giungere ad una condanna a morte a prescindere da tutto e senza il rispetto di quelli che dovrebbero essere i canoni del Diritto. L’Iraq oltretutto era, tra tutti i Paesi del mondo arabo, uno tra i più vicini giuridicamente alla nostra cultura e alla nostra idea del Diritto. Vero anche che sicuramente, come è stato denunciato, in Iraq vi fossero pesantissime violazioni dei diritti umani e ritengo che Saddam, da questo punto di vista, avrebbe dovuto rispondere ad un altro tribunale. Ma è realtà che, almeno formalmente, in Iraq esisteva un impianto giuridico a metà tra quello di cultura latina e quelli anglosassoni. In definitiva è stato fatto un processo senza rispetto dei diritti della difesa. Un processo-farsa”.

    In questa serie di botta e risposta che abbiamo visto per mesi tra Saddam Hussein e il presidente della Corte quanta era la realtà e quanta la scena? Per esser chiari: questo processo-farsa a cosa serviva? Da quanto ci è sembrato di capire e si percepiva non esisteva alcun collegio difensivo per gli imputati: qual è la sua opinione?
    “Il collegio difensivo c’era ma come obiettivo da eliminare. Lo dico provocatoriamente ma è la realtà nell’attuale Iraq. Hanno fatto fuori decine di avvocati della difesa e sostanzialmente non è mai entrato in funzione alcun collegio difensivo nel senso che - a mio avviso - non si è mai celebrato un vero e proprio processo degno di questo nome. Questa è la realtà soprattutto se si pensa che nel corso del processo è stato cambiato il presidente del Tribunale perché evidentemente non ritenuto troppo allineato ai desiderata americani. In queste condizioni c’è poco da discutere di legittimità o legalità. D’altra parte anche il collegio di difesa è stato messo nelle condizioni di non poter operare liberamente. Ho letto atti e documenti che confermano questa impossibilità di difesa dei loro assistiti. Per esempio concedevano agli avvocati una settimana per leggersi una mole allucinante di atti. Diciamo che è stato applicato un modello sudamericano di giustizia senza volto, con testimoni che neanche si sapeva chi fossero chiamati a deporre in anonimato. In definitiva è stato un processo nel quale il Tribunale giudicante era tutt’altro che terzo, l’accusa era pilotata oltre che dai nemici storici di Saddam anche dagli occupanti americani e la difesa è stata messa nelle condizioni di non poter lavorare”.

    Come spiegare la celerità con cui è stato eliminato Saddam Hussein? E’ stata una scelta dettata da precise strategie politiche oppure rientrava nei tempi previsti dalla procedura come ci hanno raccontato i mass media?“Da un punto di vista procedurale era possibile per via dei famosi trenta giorni. Era previsto che dopo la sentenza di primo grado ed un ricorso minimo fossero avviate le procedure di esecuzione.
    Il ricorso è stato presentato ma mai discusso. A nessuno risulta che vi sia mai stata un’ulteriore sentenza. In realtà si trattava più che altro di una sorta di domanda di sospensione della pena o un annullamento senza grado di secondo giudizio. Ho letto da qualche parte che è stato presentato un ricorso contro la sentenza ma nessuno si è sognato di discuterlo in aula. E esisteva almeno un altro elemento processuale importante che sarebbe stato necessario discutere ovvero il processo per l’eliminazione dei curdi ad Halabiyah. Probabilmente questo processo si sarebbe rivelato molto scomodo per tanti: esistono parecchie fonti che riportano chiaramente che forse quell’eccidio non sia opera degli iracheni”.

    Come mai non si è voluta stabilire, almeno per via processuale, una verità storica ma gli americani e i loro collaborazionisti iracheni hanno preferito procedere all’eliminazione di Saddam Hussein?
    “Questo processo non aveva alcuna intenzione di stabilire una verità storica e tantomeno una verità processuale. E’ in questi termini che si spiega l’accelerazione seguente alla condanna e la celerità con cui è stato ucciso Saddam. La scelta del giorno in cui l’ex rais è stato eliminato è un elemento altrettanto importante, si tratta di un problema in realtà più politico che giuridico. Su questo problema posso dire che ci sono alcune ipotesi tra le quali una delle tante leggerezze con le quali l’amministrazione Usa tratta questioni delicate. Uccidere Saddam Hussein proprio durante la Festa del Sacrificio ha dato fastidio a molti anche non musulmani ed è stata avvertita da una parte consistente della comunità islamica come un vero e proprio affronto. Personalmente sono a conoscenza del fatto che molti musulmani non hanno ritenuto opportuno festeggiare o celebrare questa ricorrenza pur senza esser necessariamente simpatizzanti di Saddam. Altri hanno invece voluto interpretare questa esecuzione come una specie di messaggio che le autorità americane e irachene avrebbero lanciato agli sciiti. In merito alla fretta con cui si è giunti all’esecuzione di Saddam ci sono poi altre ipotesi compresa quella di evitare pressioni internazionali che non si sarebbero fatte attendere. E devo anche dire che Saddam ha anche avuto l’intelligenza di saper gestire molto bene, come immagine, gli ultimi mesi di tempo che ha passato in prigione. Sia durante le fasi processuali che nelle rare immagini uscite dal carcere si è spesso fatto ritrarre con il Corano in mano dando di sé un’immagine di buon musulmano. Lui che era laico ed esponente di un certo nazionalismo arabo d’impronta socialista ha scelto di presentarsi in quel modo anche se per anni aveva diretto uno Stato laico. Una scelta significativa che ha infastidito molti. Era un messaggio di unità nazionale quello che voleva lanciare il presidente Saddam. E penso anche che non casualmente abbiano proprio scelto la strage degli oppositori per cercare di presentare Saddam Hussein come il nemico di tutti gli iracheni non solo dei curdi o degli sciiti. Anche se quell’episodio venne condotto contro un villaggio a maggioranza sciita si trattò di una rappresaglia in risposta ad un tentativo di assassinio. Intelligentemente Saddam Hussein ha risposto a questa decisione del tribunale utilizzando l’unico elemento unitario che era l’islam contro gli occupanti americani. Tutti hanno sottolineato comunque come Saddam sia morto con grande dignità, da vero uomo”.

    Perché fare di Saddam Hussein un martire quando gli americani avrebbero potuto farlo fuori immediatamente dopo la cattura tre anni or sono come fecero con i suoi figli?
    “Esiste io credo una spiegazione molto semplice che è la stessa che stava dietro alla cattura di Ocalan, a suo tempo, da parte dei servizi segreti di Stati Uniti, Israele e Turchia. Io penso che gli americani, con la loro logica da impero, abbiano pensato di utilizzare Saddam in un momento in cui la resistenza nazionale era frazionata e divisa. Forse hanno pensato che Saddam Hussein, un tempo loro alleato durante il conflitto contro l’Iran, potesse esser manipolabile. Ricorderete come venne diffusa, un anno fa, da un quotidiano egiziano una registrazione di un colloquio che sarebbe avvenuto in carcere tra Saddam e Rumsfeld. Se quanto ha riportato quel giornale del Cairo fosse vero allora era evidente il tentativo americano di utilizzare il rais. Rumsfeld garantiva la libertà a Saddam e ai suoi familiari in cambio di una collaborazione. Hanno cercato di utilizzarlo in qualche modo e non ci sono riusciti. Alcuni mesi fa hanno diffuso delle immagini di Saddam che si lavava la biancheria in carcere. Ora in Occidente noi pensiamo che questo genere di immagini siano diffuse quasi per rendere più umano il personaggio. Ma nel mondo arabo e islamico questi atti sono vissuti come un affronto, un’umiliazione. La stessa logica dell’impiccagione al posto di una fucilazione risponde a questi motivi di ordine propagandistico. Questo crimine rientra pienamente all’interno di un vasto progetto americano che mira a modificare il volto del Medio Oriente. Un progetto contro i popoli arabi che è stato messo in difficoltà dalla resistenza”.

    Alla fine cui prodest la morte di Saddam?
    “Se l’obiettivo americano è quello di arrivare a dividere in tre il Paese allora questa esecuzione è funzionale alle strategie statunitensi per favorire ulteriori divisioni tra sciiti, sunniti e curdi. Serviva agli americani l’eliminazione di una figura emblematica per recidere definitivamente i legami con il vecchio regime e con il passato. Oggi dopo il tentativo di fare di Saddam una loro marionetta gli americani lo hanno ucciso per lanciare un messaggio alla stessa Resistenza. Dovete inoltre considerare che in guerra la sconfitta imposta al nemico è importante. Com’è ovvio si tende sempre a valorizzare le proprie vittorie e le sconfitte altrui. Uccidere Saddam era importante e dimostrava che l’Iraq stava lasciandosi alle spalle il passato. E’’anche un elemento bellico oltre al fatto che questa esecuzione doveva rafforzare l’attuale esecutivo iracheno quasi a voler dire che dopo le elezioni e la formazione di un governo il paese si avviava a regolare i conti con il passato e guardava avanti. Io penso che gli americani abbiano però commesso un grave errore a non celebrare anche l’altro processo sulla strage dei curdi ad Halabiyah. E forse anche questa morte potrebbe ricompattare anziché frammentare le forze della resistenza perchè uno dei principali motivi di divisione tra sunniti e sciiti, la presenza di Saddam, è stato eliminato. Forse gli americani non hanno fatto bene i loro conti”.

 

 

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