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    Arrow Mosca:preso l’assassino del banchiere centrale

    Maurizio Blondet
    17/01/2007

    Il 13 settembre scorso, un attentato nel centro di Mosca, veniva ucciso Andrey Kozlov, primo vicepresidente della Banca Centrale della Russia.
    In ottobre, la polizia ha identificato e arrestato gli esecutori del delitto.
    Oggi, ha preso il mandante.
    Si tratta del banchiere ebreo Aleksei Fraenkel detto «Jako», che a soli 35 anni è presidente del consiglio d’amministrazione della VIP Bank e della Sodbiznezbank, entrambe da lui fondate.
    Pochi mesi prima di essere assassinato, Kozlov, il numero 2 della Banca Centrale, aveva ritirato le licenze della VIP Bank.
    Con l’accusa di riciclaggio e rendite illegali.
    La banca di Fraenkel «conduceva una politica di credito arrischiata senza creare provviste adeguate agli attivi, violava le regole contabili di cassa, notificava in ritardo il Servizio federale di controllo finanziario delle operazioni soggette a controllo obbligatorio. La natura e l’ampiezza delle irregolarità commesse rappresentavano una seria minaccia agli interessi dei creditori e dei depositanti», secondo un comunicato della Banca Centrale.
    Quanto alla Sodbiznesbank, si era scoperto che in essa finivano i pagamenti di riscatto di uomini d’affari sequestrati.
    Già nel ‘96, a soli 26 anni, Fraenkel aveva fondato e presiedeva una banca, «Diamant», poi travolta da un’inchiesta per frodi fiscali.
    Insomma, un classico «oligarca» ebreo-russo, prosperante tra la malavita e la grande finanza internazionale.
    Fraenkel viene indicato come una delle «sponde finanziarie dell’epoca delle privatizzazioni di Eltsin»; di cui beneficiò come Khodorkovsky, un altro giovane divenuto padrone della Yukos con pochi milioni di dollari di provenienza occidentale, ed oggi in galera in Siberia.
    Non a caso i media occidentali hanno taciuto dell’arresto di Fraenkel o, come nel caso de Il Sole 24 Ore - l’hanno difeso (1): sarebbe una vittima perché «nemico» di Putin.
    Mentre altri oligarchi parimenti luridi, come Mikhail Prokhorov, presidente della Norilsk Nickel, viene difeso in quanto «amico di Putin», benchè arrestato in Francia per sfruttamento della prostituzione (i francesi l’hanno rimesso in libertà).



    Questo fatto va inquadrato in una serie di altri fatti poco spiegabili, che sembrano essersi scatenati dopo l’assassinio della ex spia Litvinenko a Mosca, e far parte di una vasta lotta di potere sotterranea contro Mosca.
    Il 7 gennaio muore a Londra Yuri Golubev, 64 anni, uno dei fondatori con Khodorkovsky della Yukos, che aveva cercato di vendere la Yukos alla Exxon-Mobil: «morte naturale», dice Scotland Yard, ma Mosca chiede un supplemento d’indagine sulle «circostanze» del decesso, sospettando apertamente l’omicidio.
    Negli stessi giorni, la Lituania rifiuta a Mosca l’estradizione di Igor Babenko, un altro caporione della Yukos a cui ha dato asilo politico.
    Un altro caporione della Yukos dal nome non del tutto russo - Antonio Valdes Garcia - che era sotto processo e guardato a vista, «sfugge alla polizia» (che avrà pagato) e diventa uccel di bosco.
    Prima, c’era stato lo strano incidente di Egor Gaidar, l’ex premier russo che ha applicato le ricette liberalizzatrici di Jeffrey Sachs (il «Chicago boy» monetarista) nelle privatizzazioni.
    Il 24 novembre (un giorno dopo la morte di Litvinenko per Polonio 210) anche Egor Gaidar viene avvelenato mentre partecipa ad una conferenza a Dublino.
    La natura del veleno resta inaccertabile.
    Gaidar scampa per miracolo.
    Per la procura russa, i due avvelenamenti, quello riuscito e quello fallito, sono collegati.
    Lo stesso Gaidar - mite oppositore di Putin - dice: «Chi sarà stato? Certamente, i nemici della Russia».
    Insomma, un attentato false flag.
    E guarda caso, sono in produzione in USA ben due film sulla morte di Litvinenko: uno prodotto da John Depp, l’altro da Michael Mann.
    Il testo del primo è stato scritto da Alex Goldfarb, l’ebreo e braccio destro dell’oligarca Berezovski, padrone e pagatore di Litvinenko, rifugiato di lusso a Londra.
    Goldfarb è stato l’uomo che parlava a nome di Litvinenko (irraggiungibile ai giornalisti nel reparto di terapia intensiva) e ripeteva le accuse contro Putin che il morente, a suo dire, gli sussurrava nell’agonia.
    Due film, quel che ci vuole per martellare nel pubblico la «tesi ufficiale».
    Il cinema come parte essenziale della guerra di percezione.



    Probabilmente ha ragione Sergei Ivanov, il ministro della Difesa di Putin: «L’epoca della guerra fredda, quando tutto era prevedibile e calcolato in anticipo, era un paradiso in confronto ad oggi». (2)
    Lo stesso Ivanov ha confermato di aver venduto all’Iran i missili terra-aria TOR-M1, temuti dagli americani.
    «E’ un armamento difensivo e poi l’Iran non è sotto embargo», ha spiegato il ministro.
    L’affare vale un miliardo di dollari, ma le consegne non sono ancora completate.
    Certamente si stanno affrettando.
    Ormai anche l’agenzia cinese Xhinhua prevede un attacco alle installazioni nucleari di Teheran per aprile.
    «Israele e i suoi amici stanno premendo per questo attacco, o minacciando che altrimenti lo farà Israele», scrive il lucidissimo William Pfaff.
    Ciò perché «dall’attacco israeliano al Libano la scorsa estate, che è fallito dimostrando l’efficacia della guerriglia Hezbollah nell’infliggere perdite all’armata convenzionale israeliana, l’opinione pubblica di Israele si dice soffra di una crisi ‘esistenziale’».
    Infatti «le politiche USA in Medio Oriente hanno reso Israele meno sicuro», hanno accusato i più grandi analisti strategici ebrei riuniti al Jaffa Center for Strategic Studies di Tel Aviv. (4)
    «La continua presenza americana in Iraq non serve ad alcun interesse di Israele», si è lagnato Mark Heller, un ricercatore del Jaffa Center.
    «Troppo concentrati sull’Iraq, gli USA sono lenti ad affrontare l’Iran», ha rincarato Uzi Arad, ex capo dell’intelligence israeliana.
    «E ciò, dopo che noi abbiamo tanto appoggiato Bush…».



    Profondo mistero delle mente ebraica: ora accusano gli americani delle politiche che gli israeliani hanno imposto a Washington e accanitamente voluto, accusando pure di «antisemitismo» chi metteva in guardia contro l’invasione dell’Iraq, prevedendo la prevedibile insicurezza provocata dal caos.
    No, non sono mai loro a sbagliare, il popolo eletto: sono gli altri, gli alleati, i traditori, i goym.
    Di qui la loro crisi esistenziale.
    Per calmare le ansie ebraiche, bisognerà fare per loro un’altra guerra, magari atomica.
    Altrimenti non si sentono tranquilli.
    Il sionismo è forse una malattia mentale?

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Piero Sinatti, «Gli oligarchi russi amici di Putin e il giro di prostituzione d’alto bordo», Il Sole 24 Ore, 13 gennaio 2007.
    2) RIA Novosti, 17 gennaio 2007, ore 17.02.
    3) «Russia delivers surface-to-air missiles to Iran», Mosnews, 17 gennaio 2007.
    4) «US policies have made Israel less safe, experts say», McClatchy Newspaper, 12 gennaio 2007.




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  2. #2
    kalashnikov47
    Ospite

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    In effetti soffrono di un leggerissimo delirio di onnipotenza...

 

 

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