E Prodi attacca LCdM
Roma. L’escalation si è consumata negli ultimi due giorni. Fino a mercoledì scorso, infatti, a proposito dei rapporti tra centrosinistra e Carlo De Benedetti si poteva ancora parlare di conflitto a bassa intensità, combattuto soltanto su fronti laterali, con largo uso di intelligence, infiltrati e quinte colonne in entrambi i campi. Una piccola guerra fredda, in cui il centrosinistra aveva Eugenio Scalfari e Carlo De Benedetti aveva Walter Veltroni, che si protraeva da mesi, ma senza che i due eserciti si confrontassero mai in campo aperto, sotto le rispettive insegne. Fino a due giorni fa, il principio informatore delle discordie civili all’interno dell’establishment “democratico” era ancora l’antica regola della guerra per procura.
Tutto questo, però, fino a ieri. Perché ieri tra Unione e Carlo De Benedetti è scoppiata la guerra atomica.
Il primo segno dell’escalation è arrivato giovedì, quando dal palco della direzione dei Democratici di sinistra, dopo avere denunciato senza giri di parole la campagna di stampa contro il suo partito, il “tentativo di delegittimare i Ds e il loro ruolo”, le “rappresentazioni caricaturali e devianti” che ne erano state date “soprattutto su alcuni organi di stampa” – dopo avere detto tutto questo – Piero Fassino ha indicato esplicitamente in un articolo di Repubblica “uno degli atti principali del piano di aggressione di cui siamo vittime”.
E all’attacco del segretario del principale partito della maggioranza a Repubblica, ieri ha fatto seguito quello del presidente del Consiglio all’Espresso, con una lunga lettera al settimanale che cominciava così:
“Cara e illustre direttrice”. E di seguito: “Non è frequente assistere a un esercizio di fantasia così copioso come quello che ha preceduto, seguito e accompagnato il seminario di Caserta”. Si è arrivati persino a criticare, incalza Prodi, citando non precisati commentatori, l’aspetto “lussuoso e costoso della riunione”, si è alluso pure all’elevato affitto, ma senza tener conto del fatto che il seminario “si è svolto nella sede della Scuola superiore della pubblica amministrazione che, guarda caso, è di proprietà della presidenza del Consiglio la quale, guarda caso, non può pagare l’affitto a se stessa”.
La feroce allusione ad Alitalia
Scaramucce, si dirà. Ma anche volendo ridimensionare la portata di quel sarcastico “cara e illustre direttrice” – che pure sa tanto di “passami il capo che non ho tempo da perdere” – difficilmente si potrebbe sottovalutare la portata delle affermazioni successive. Dopo avere sottolineato i risultati di Caserta, Prodi scrive testualmente: “Perché da parte della Confindustria si parla della vittoria della sinistra frenatrice? Non dovrebbero essere riforme che interessano in senso positivo gli industriali? E la stessa valutazione non dovrebbe riguardare anche il modo rigoroso e corretto con cui stiamo costruendo un futuro per Alitalia?”. Trasparente riferimento, quest’ultimo, allo schieramento nemico, che va infatti da Montezemolo a De Benedetti, e insieme pesante allusione all’interessamento di entrambi sul dossier Alitalia. E ancora:
“Io credo profondamente nella capacità regolatrice del mercato e credo che tali regole non dovrebbero essere applicate soltanto dal governo, ma dovrebbero diventare patrimonio comune anche delle imprese”.
Prodi ora è pronto per l’affondo, e affonda direttamente la corazzata nemica: “Ho seguito ad esempio con attenzione e favore la ormai annosa proposta di quotazione in Borsa del Sole 24 Ore, fatto che sarebbe un segno di progresso nel mondo dei media. All’annuncio però non è seguito nulla. Eppure non credo che questo positivo processo riformista sia stato bloccato dal conservatorismo di Rifondazione comunista. Forse da qualcun altro”.
Tre giorni fa Innocenzo Cipolletta (nominato da Prodi presidente delle Ferrovie nel settembre scorso) si è dimesso da presidente della società editrice del Sole 24 Ore. E lo ha fatto, come ha spiegato in una e-mail ai colleghi, “su invito dell’azionista”. Cioè della Confindustria. E a scanso di equivoci, nella stessa e-mail, Cipolletta ha aggiunto: “Mi dispiace dover lasciare la guida di questa azienda in una fase delicata quale quella che precede la possibile quotazione”.
E più delicata, per Montezemolo, la fase non potrebbe essere: all’ultimo anno di presidenza, con i diversi schieramenti confindustriali che hanno già cominciato la guerra di successione – una guerra di cui Cipolletta è forse la prima vittima, e la quotazione del Sole potrebbe essere la seconda – con lo stesso LCdM che non ha nemmeno annunciato per tempo l’intenzione di ritirarsi in Africa per fare del bene, casomai non gli riuscisse di far di meglio in Italia.
La doppia controffensiva di Prodi e Fassino su De Benedetti e Montezemolo è dunque veemente. Ma risponde a una logica.
Da tempo, infatti, i successi di Giovanni Bazoli in campo finanziario e l’attivismo prodiano in campo economico hanno saldato un fronte unico che va da CDB a LCdM, cioè da Repubblica al Corriere della Sera. Il che spiega forse l’incredibile fair play con cui Repubblica ha dato conto ieri – a pagina 28 – dei quattro arresti disposti in merito alla vicenda degli “spioni Telecom”, e della reazione di Marco Tronchetti Provera, principale azionista di Telecom e membro del patto Rcs. Un tema su cui Repubblica ed Espresso hanno condotto per mesi una campagna martellante. (“Telecom, 4 arresti per l’intrusione al Corriere”, titolava – in prima pagina – lo stesso Corriere della Sera).
Il candidato del fronte Corriere-Repubblica si chiama Walter Veltroni. E se l’intervista del suo proconsole romano Goffredo Bettini al Corriere, proprio nel giorno in cui si riuniva la direzione dei Ds, chiedeva esplicitamente a “Prodi, D’Alema e Amato” di farsi da parte – e intanto spingeva per un rinvio del congresso, cioè per il commissariamento di Fassino – il colpo più crudele, contro Prodi, è arrivato ieri sera.
Un’intera puntata del programma “La storia siamo noi”, di Giovanni Minoli – al quale si dice che il premier avesse promesso la presidenza della Rai – dedicata al film “Bobby”, di prossima uscita in Italia, sulla vita di Robert Kennedy. E con Veltroni in studio a commentare le immagini, a parlare del buon politico che dovrebbe unire, come Bobby, “idealismo e pragmatismo”, a farsi domandare da Minoli se Prodi abbia simili caratteristiche e a rispondere con un lungo giro di parole che in fondo in fondo sì. Ma solo dopo una franca risata. E prima di andare da Minoli, ancora in veste di commentatore cinematografico, Veltroni ieri era intervistato al Tg3.
La guerra è guerra. Dunque non deve stupire che negli ultimi tempi il Corriere e la Stampa abbiano smesso di accarezzare Francesco Rutelli, mettendolo anzi esplicitamente sotto accusa come responsabile del freno alle liberalizzazioni di Bersani (e forse per lo stesso motivo non dovrebbe stupire nemmeno che da due settimane, sul Magazine del Corriere, non compaia più la rubrica di Barbara Palombelli, sua moglie, la cui firma manca dalle pagine del quotidiano anche da prima).
E’ finito il tempo in cui si poteva puntare su più cavalli. Al congresso della Margherita, infatti, Francesco Rutelli sarà eletto segretario sulla base di una mozione unitaria per il Partito democratico.
E l’accordo raggiunto sulle regole nella direzione diessina di giovedì dice che al congresso dei Ds i favorevoli al Pd si conteranno, a voto segreto, sulla mozione Fassino. E i contrari sulle altre. O di qua o di là. Si direbbe quasi che la leadership di quel futuro, ipotetico partito, oggetto di tante ironie, abbia deciso di fare sul serio.
Francesco Cundari su il Foglio
saluti




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