Maurizio Blondet
17/01/2007

L’Arabia Saudita fa sapere che sta considerando l’invio di sue truppe in Iraq, per «proteggere gli interessi sauditi».
Condoleezza Rice, nel suo tour in Medio Oriente, ha chiesto ad Egitto, Giordania e ad altri sei Stati «moderati» del Golfo una dichiarazione congiunta a favore di Bush e dei suoi piani per l’area. Subito, otto Paesi arabi, i cui ministri degli Esteri si sono riuniti in Kuwait, hanno mandato all’Iran un velato avvertimento che in sostanza dice: Teheran smetta di immischiarsi nelle questioni dell’Iraq. (1)
«La dichiarazione, scritta nel gergo diplomatico, non menziona l’Iran per nome», riferisce il Washington Post (2), «ma mette in guardia contro la ‘destabilizzazione’ del Golfo ed esprime appoggio al ‘principio di non-interferenza’, e il rifiuto che l’Iraq diventi ‘un campo di battaglia per le potenze regionali [Iran] e internazionali [USA]».
I Paesi dichiaranti sono, vedi caso, Arabia Saudita, Egitto, Giordania, e i principati ed emirati del Golfo.
I più piccoli, si dice, hanno firmato il comunicato obtorto collo, terrorizzati di finire tra l’incudine USA e il martello iraniano.
Così, appare sempre più concreto il piano della Casa Bianca che l’ambasciatore indiano Bhadrakumar ha identificato fra le righe dell’ultimo discorso di Bush: convincere i Paesi arabi sunniti a dispiegare le loro forze armate in Iraq, magari con il mandato ONU, con la scusa di proteggere i sunniti iracheni ma con reale effetto di consentire agli USA di sganciare in parte le loro forze d’occupazione.
In questa prospettiva si capiscono meglio i sanguinosi, gratuiti attentati-strage che si sono intensificati a Baghdad in questi giorni: una strategia della tensione atta a convincere gli iracheni ad accettare l’occupazione di truppe almeno islamiche, con la speranza di mettere fine al caos.
Non sfuggirà tuttavia l’azzardo estremo di questo piano.
Il comportamento di truppe d’occupazione saudite - imbelli e mai sperimentate in guerra - è un’incognita, che per di più complicherebbe le trame di palazzo in corso nella corte saudita, con la numerosa famiglia reale impegnata in una successione problematica, con molti pretendenti.
E se la coalizione sunnita verrà impiegata sul terreno per «proteggere i sunniti iracheni», sarà impossibile vietare alla Turchia di occupare il Kurdistan iracheno per proteggere gli interessi propri contro le puntate offensive del PKK dall’Iraq in Turchia.



Ma questo è probabilmente lo scopo vero del «surge» di Bush: creare una situazione di guerra inter-islamica, sciiti contro sunniti, curdi contro turchi, tutti contro tutti, allo scopo di ampliare il conflitto in modo tale che l’opinione pubblica non possa più parlare di ritiro delle truppe, e di avere il pretesto per l’attacco all’Iran.
Che l’attacco all’Iran non sia un bluff, ma un programma concreto, lo crede ormai anche l’autorevole «Foreign Policy in Focus».
L’indizio principale sarebbe la nomina dell’ammiraglio Fallon a capo supremo militare in Iraq.
«Se c’è qualcuno che sa come condurre un’operazione aeronavale contro l’Iran, questi è Fallon», ha scritto il gironalista Penn Hubert, uno addentro nei corridoi del Pentagono. (3)
Inoltre, Fallon è un neoconservatore, ospite applaudito del Jewish Institute for National Security Affair (JINSA), il gruppo ebraico che più da vicino manipola gli alti gradi militari USA, e di cui sono membri, fra gli altri, Dick Cheney e John Bolton.
Fin dal 2003 il JINSA ha tenuto corsi di studio dal titolo: «E’ tempo di puntare sull’Iran, la madre del terrorismo moderno».
Secondo Robert Parry (4) di Newsweek, e autore di un libro sulla famiglia Bush («Secrecy and Privilege»), «una fonte al corrente dei pensieri nei piani alti di Washington e Tel Aviv riferisce che la ragione inconfessata del ‘surge’ di truppe voluto da Bush è di rafforzare la difesa della Zona Verde di Baghdad, nel caso che un attacco aereo israeliano contro l’Iran scateni una sollevazione tra gli sciiti».
Questo attacco, secondo Foreign Policy in Focus, sarebbe condotto con bombe convenzionali ma anche con ordigni nucleari «bunker buster» da un chilotone, recentemente ridefiniti dal Pentagono «armi convenzionali».
Può sembrare incredibile che Bush, dopo il voto di medio termine che l’ha sconfessato, osi questa avventura.
Ma secondo il già citato Parry, proprio la debolezza politica può essere una cattiva consigliera di atti estremi.
Secondo Parry, il recente incontro a porte chiuse tra Bush, Blair e Olmert ha avuto proprio lo scopo di concertare il piano per estendere il conflitto in Medio Oriente.



Bush non può scendere più in basso nei sondaggi, e deve invece temere l’impeachment e - sullo sfondo - un processo criminale per la sua «gestione» dell’11 settembre; Blair dovrebbe lasciare il potere questa primavera, inseguito dal disprezzo del popolo britannico e dalla rovina del partito laborista; Olmert è in bilico, sotto accusa da parte dell’opinione pubblica israeliana per incompetenza e corruzione.
Tutti e tre non hanno nulla da perdere nell’aumentare la posta sulla roulette del mondo.
Anzi l’estensione del conflitto e l’incrudelirsi della crisi offre possibilità insperate: dal rafforzamento del potere esecutivo (come fanno tutte le guerre) alla scusa per rimandare elezioni e crisi di governo e restare al potere in perpetuo per gestire la grande emergenza.
I tre pare abbiano valutato che, a breve termine, l’Iran potrebbe fare ben poco in caso di un attacco israeliano.
Le 300 o 500 bombe atomiche di Israele renderebbero ogni ritorsione un atto suicida.
Lo stesso accadrebbe se Teheran tentasse qualcosa contro le due portaerei USA e le loro squadre d’appoggio presenti nel Golfo (una terza portaerei sta raggiungendo l’area): la reazione americana sarebbe devastatrice.
Ben diverse le conseguenze a lungo termine.
La rivolta degli sciiti in Iraq sarebbe il male minore.
In realtà, tutti i dittatori arabi «moderati» costretti ad appoggiare gli americani dovrebbero vedersela con incontrollabili disordini interni, che potrebbero provocarne la caduta.
E’ possibile che Hezbollah spari i suoi razzi contro Israele, il che darebbe allo Stato ebraico il pretesto per attaccare la Siria.
Ma soprattutto, c’è il rischio che la revulsione delle piazze islamiche colpisca il regime del pakistano Musharraf, facendolo crollare.
In tal caso, dice Parry, «sarebbero gli islamisti pakistani a prendere il controllo dell’arsenale nucleare del Pakistan».
E in tal caso, l’India quasi certamente entrerebbe nel conflitto, il che può provocare una guerra atomica nell’Asia del sud.
«Per alcuni esperti americani di politica estera, questo scenario di disastro potenziale conseguente ad un attacco israeliano sostenuto dagli USA è tanto terrificante, che non riescono a credere che alla fine Bush ed Olmert attueranno il loro piano», scrive Perry.



Un ragionamento che filerebbe, se i protagonisti dell’avventura fossero persone razionali.
Ma non si dimentichi di valutare nel quadro il messianismo di Bush, convinto o manipolato a giocare la parte del presidente dell’Armageddon, né lo «spirito di Masnada» che cova nelle menti ebraiche.
Si aggiunga la pesante operazione di lobby che l’American Enterprise, la JINSA e l’American Israeli Puublic Affairs Committee stanno conducendo presso i democratici.
Molto dei nuovi eletti già appoggiano un attacco all’Iran.
Il nuovo capo della maggioranza alla Camera bassa, Steny Hoyer, s’è fatto intervistare dal Jerusalem Post per dire che, per lui, «un Iran nucleare è inaccettabile», e per dire che «non esclude» la necessità dell’attacco preventivo.
Nancy Pelosi, la speaker del Senato, è una ebrea d’onore, con un papà che parlava yiddish.
Nessun candidato democratico, Hillary Clinton in testa, si sogna di bruciare le sue speranze presidenziali alienandosi la lobby di Masada.
Quanto a Pat Robertson, il telepredicatore più ascoltato in America, da qualche settimana va «profetizzando» l’Armageddon nucleare.
E noi credenti in Cristo abbiamo gli indizi parziali del segreto non svelato di Fatima, che doveva essere pubblicato nel 1960 e non lo fu, di cui ha parlato Socci nel suo ultimo libro e di cui ha riferito il nostro Savino. (5)
Lo intravvediamo nella parole che Papa Wojtyla pronunciò nell’omelia della messa di beatificazione dei due pastorelli, il 13 maggio 2000: «Il messaggio di Fatima è un richiamo alla conversione, facendo appello all’umanità affinché non stia al gioco del ‘drago’, il quale con la ‘coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra’ (Apocalisse 12, 4)».
Lo leggiamo nelle parole di Benedetto XVI del 1 gennaio 2007: dove parlò della sua «paura per una possibile catastrofe atomica. Ciò riporta gli animi indietro nel tempo alle ansie logoranti del periodo della cosiddetta ‘guerra fredda’. Dopo di allora si sperava che il pericolo atomico fosse definitivamente scongiurato e che l’umanità potesse finalmente tirare un durevole sospiro di sollievo. Purtroppo ombre minacciose continuano ad addensarsi all’orizzonte dell’umanità».
«E’ in gioco il destino dell’intera famiglia umana!».

Maurizio Blondet




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Note
1) Conn Hallinan, «Iran: thinking the unthinkable», Foreign Policy in Focus, 15 gennaio 2007.
2) Glenn Kessler, «Arab Group singnals Iran to avoid meddling on Iraq», Washington Post, 17 gennaio 2007.
3) Jeff Huber, «Navy admiral goes to CENTCOM: be afraid», Pen and Sword, 5 gennaio 2007.
4) Robert Parry, «Bush’s rush to Armageddon», ConsortiumNews, 8 gennaio 2007.
5) Domenico Savino, «Fatima: si dice quel che si può», Efffedieffe, 15 gennaio 2007.




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