| Mercoledì 17 Gennaio 2007 - 18:47 | Tatiana Genovese |

Dopo la discussa sentenza con cui è stato chiuso il caso Ustica, la Cassazione torna a far parlare di sé, e anche stavolta per una decisione che indigna il popolo italiano. Ieri infatti la prima sezione penale della Corte d’Assise d’appello di Milano ha sancito che ad un clandestino condannato per omicidio possono essere riconosciute le attenuanti generiche – ritenute equivalenti all’aggravante della crudeltà – a causa dello “stato di emarginazione sociale e di arretratezza culturale”. La sentenza è stata emessa per il processo ad un clandestino reo confesso di aver ucciso nel novembre del 2003 un uomo con cui aveva una relazione sessuale. Va ricordato che questo omicidio fu effettuato con particolare barbaria e crudeltà, l’assassino infatti dopo aver legato mani e piedi dell’uomo e avergli inferto con un corpo contundente numerosi colpi sul cranio, quindi aveva assistito per circa un’ora all’agonia della vittima.
All’imputato è stata confermata la condanna a 17 anni e quattro mesi. Assolutamente contrario alla prima sentenza, in cui erano già state concesse le attenuanti era stato il Procuratore generale di Milano, che aveva proposto ricorso in Cassazione, perché a suo avviso i giudici non avevano indicato – come richiesto dalla legge - le ragioni per la quali si era ritenuto di riconoscere le attenuanti generiche.
Ieri, la Suprema Corte, bocciando il ricorso ha sentenziato che “la Corte d’assise d’appello ha dato conto, sia pure in modo sintetico ma certo non illogico delle ragioni per la quali è stata ritenuta l’attenuante di cui all’articolo 62 bis c.p. In particolare, si è avuto riguardo al comportamento processuale, alla giovane età dell’imputato, nonché alla sua arretratezza culturale e alla sua situazione di emarginazione sociale conseguente allo stato di immigrato clandestino, senza uno stabile lavoro e senza uno stabile riferimento in Italia”.
Esistono in Italia altri esempi di processi in cui agli imputati sono state concesse le attenuanti per arretratezza culturale, per emarginazione sociale e anche per uno stato di particolare indigenza. Su questo non si discute. L’indignazione e la conseguente riflessione nasce però dal principio per cui sia stata la condizione “di immigrato clandestino” a determinare la concessione delle attenuanti all’omicida. Dalla negazione del risarcimento danni per i familiari delle vittime dell’impunita strage di Ustica, a quest’ultima sentenza, la Cassazione sta dimostrando di non essere troppo attenta alle richieste di giustizia che si levano dalla società. Al contrario si diffonde sempre di più nell’opinione pubblica l’impressione di assistere a sentenze utili solo a destare scalpore e che lasciano l’amaro in bocca a chi prende coscienza di non avere nel proprio paese le stesse tutele.