La terrorizzazione delle masse



I bombardamenti vanno a colpire le zone popolate da lavoratori e povera gente: coltivatori operai braccianti disoccupati. E sono mirati a distruggere e terrorizzare questa parte della popolazione. L'obbiettivo militare è quello di eliminare le forze resistenti e impietrire l'ambiente sociale circostante. L'obbiettivo politico è quello di suscitare una reazione anti-sciita a favore delle frazioni filo-israeliane (cristiano-maronite-druse di Fuad Siniora Saad Hariri Walid Jumblatt) e di dividere sunniti e sciiti allo scopo di scatenare contro Hezbollah la condanna popolare. Essi sono quindi un attacco diretto contro le masse oppresse. Questo obbiettivo cozza però con la realtà dei rapporti sociali libanesi. Le masse in generale sono animate, al di là della loro fede religiosa, da una avversione profonda contro l'Idf. E i bombardamenti sortiscono un effetto opposto a quello atteso dagli aggressori. Centinaia di migliaia di persone lasciano le loro case per scampare alle bombe. Chi ha i mezzi va in Giordania, la maggior parte si rifugia in Siria. Gli operai e i poveri restano tra le macerie. La collera popolare fa in ogni caso da copertura alle azioni e al movimento degli Hezbollah. Lo stato maggiore israeliano sa tuttavia bene che la resistenza, tanto a Gaza quanto nel Libano del Sud, non può essere cancellata senza impiegare un enorme dispositivo militare di terra. E sa inoltre che il movimento nazionalista di Hezbollah ha una forte presa sul proletariato e che quest'ultimo non può nuocere finché verrà trascinato nel vicolo cieco dell'antimperialismo nazionalista. Perciò esso si accanisce contro le masse proletarie, che se da un lato sono una base di appoggio per la resistenza dall'altro costituiscono la vera minaccia sociale con la sua cancellazione. Nel dosaggio-micidialità dei bombardamenti giuocano quindi specifiche logiche di classe.

Bisogna dire a quest'ultimo riguardo che il martellamento spietato dei quartieri popolari e della popolazione civile non è una particolarità esclusiva dell'aggressione israeliana; è un connotato proprio di tutte le aggressioni imperialistiche del nostro tempo. Come abbiamo scritto nell'opuscolo La Polveriera Balcanica (edito il 5/7/2001) sull'aggressione imperialistica contro la Serbia del 1999 il globalismo è l'espressione massima della centralizzazione e della violenza armata del capitale finanziario parassitario. Esso riflette l'approfondimento massimo dei contrasti sociali e della divisione tra Stati oppressori e Stati e/o paesi oppressi. E la violenza degli oppressori ha come primo bersaglio il proletariato base sociale di qualsiasi tipo di nazionalismo resistente. Tutte le aggressioni imperialistiche degli ultimi anni (Serbia, Afghanistan, Iraq, ora Libano, per restare nell'area balcanica - mediorientale - centro-asiatica) hanno questo tratto peculiare: esprimono la loro potenza di fuoco sulle masse (massacri, stermini, genocidi) come condizione preliminare per realizzare i propri disegni di rapina e di asservimento. Quindi i rapporti tra Stati e classi sono retti in questa fase dal massimo di sopraffazione e violenza.



L'evacuazione degli stranieri



I bombardamenti vengono intensificati di giorno in giorno. L'artiglieria non manca di colpire lo stesso posto di osservazione Unifil di Nagura senza però fare vittime. Bush e Blair dichiarano arrogantemente, seguiti da Chirac Merkel Prodi Zapatero, che Israele ha il diritto di difendersi e che è in giuoco la sopravvivenza della nazione. E, per favorire la mattanza, dispongono senza eccezioni il ritiro del proprio personale burocratico e dei turisti. Il 20 la Nashville si avvicina alle coste e imbarca migliaia di americani. Il 21 termina l'evacuazione aerea del migliaio di italiani. In breve, lasciano il Libano 4.000 stranieri circa. Con l'evacuazione degli stranieri le operazioni belliche si allargano e si inaspriscono.

Già il 20 luglio, mentre Kofi Hannan chiede il cessate il fuoco e l'istituzione di una forza di interposizione per il mantenimento della pace, Israele richiama altri 5.000 riservisti dopo i 6.000 mobilitati il 12 luglio e ammassa truppe al confine per iniziare gli attacchi di terra. Nello stesso giorno, dopo i rifornimenti di bombe intelligenti (efficaci a perforare e a far saltare i rifugi sotterranei) da parte degli Stati Uniti, l'aviazione rovescia 23 tonnellate di esplosivo sul bunker del partito di Dio ove ritiene si trovino i dirigenti del movimento compreso il leader Hassan Nasrallah. Nei giorni successivi vengono martellati i quartieri sciiti di Beirut, il Sud, la valle della Bekaa. E messe in atto le prime incursioni terrestri, dirette a distruggere i depositi di armi e di razzi degli Hezbollah. Il primo villaggio attaccato dalle truppe di terra è quello di Masna el-Ras ove i civili vengono ammoniti a spostarsi a 40 km al Nord del fiume Litani, nodo del controllo delle acque la preziosa risorsa dell'area ambita da Israele. Le incursioni terrestri si rivelano subito dure per gli invasori. I carri armati si trovano di fronte a una resistenza inaspettata. Vengono affrontati e contrattaccati dai miliziani. Le truppe invincibili della stella di Davide sono costrette a indietreggiare.



La resistenza dei miliziani



Nel villaggio di Masna el-Ras si svolgono tre giorni di combattimenti violentissimi con perdite notevoli per gli occupanti. Ad Al Ghajr, altro villaggio di confine, le truppe corazzate di Tel Aviv avanzano per 3 km, ma vengono contrattaccate dai miliziani e aggirate alle spalle. Il carro armato Markava, orgoglio delle forze armate israeliane, viene intrappolato e trasformato in una bara per i suoi manovratori. L'offensiva di terra mette così in luce la consistenza e la solidità operative dei miliziani. Non solo la loro capacità, ben palese, di colpire coi razzi katiusha la parte Nord di Israele (Haifa, Naharija, Safed, Nazareth), ove si abbatte quotidianamente un fuoco di 200 razzi; e ove la popolazione è costretta a vivere nei sotterranei o a fuggire. Ma soprattutti la loro capacità a resistere sul campo all'esercito più forte dell'area. Il 25 l'Idf riesce a conquistare un villaggio a costo di perdite serie, mentre invece bombarda impunemente la postazione Unifil di Khiam facendo quattro morti tra i militari ONU. È questa capacità operativa della resistenza l'elemento decisivo sul terreno militare, che imprime una svolta ed impone una battuta di arresto al disegno aggressivo israeliano. Prima di proseguire nell'esame degli avvenimenti è opportuno dare uno sguardo alla struttura organizzativa degli Hezbollah per vedere su quali presupposti organizzativi si basa questa capacità operativa.

Gli Hezbollah si sono via via organizzati su due piani distinti: l'organizzazione politica e l'organizzazione militare. Il movimento politico è articolato in tre cerchie: a) la fascia dei militanti attivi stipendiata dall'organizzazione; b) la cerchia più vasta dei mobilitabili in caso di guerra; c) la cerchia larghissima dei simpatizzanti-sostenitori. Il movimento ha una struttura verticale ed è ben radicato nei quartieri popolari. L'organizzazione militare si basa su alcune migliaia di combattenti stabili, 3.000-4.000, ben preparati e addestrati militarmente. La strategia di questo comparto professionale è la guerra difensiva patriottica; che viene attuata con la difesa dei villaggi ad opera dei nuclei di resistenza interna e del territorio ad opera dei gruppi di artiglieria mobile che fanno avanzare il nemico e lo colpiscono poi alle spalle. I guerriglieri dispongono di armi leggere e di razzi. Questo in estrema sintesi la struttura di Hezbollah. Quindi a ben vedere, sul piano militare, la resistenza sta dando scacco agli invincibili combinando le tecniche collaudate di guerriglia con alcune tecniche convenzionali degli eserciti professionali.

L'inaspettata resistenza degli Hezbollah mette alla frusta la diplomazia occidentale. Il 25 la ministra degli esteri israeliana, Livni, va fuori dai gangheri urlando che il suo paese vuole distruggere l'arsenale degli Hezbollah e spingere il movimento fuori dalle regioni meridionali del Libano. La Rice strepita che è inaccettabile che un gruppo terroristico trascini nella violenza un'intera regione; che la Siria deve scegliere con chi stare "coi terroristi o contro"; e che Israele è decisa a portare avanti la lotta contro gli Hezbollah. Ed esige la liberazione dei due soldati israeliani catturati, il blocco dei razzi katiusha, la retrocessione delle forze resistenti alle spalle del fiume Litani, prima che si possa parlare di qualsiasi cessazione dei bombardamenti. Ma i miliziani non si lasciano imporre diktat neanche dalla superpotenza e resistono sul campo agli attacchi israeliani.



Il vertice di Roma del 26 luglio



Il disegno anglo-americano-israeliano del Nuovo Medio Oriente, disegno imperniato sulla spartizione del Libano e della sottomissione di Siria e Iran con la previa cancellazione dei movimenti nazionali dell'area, è non solo la direttrice della strategia di dominio centro-asiatico degli Stati Uniti e compari, ma anche un epicentro di contrasti interimperialistici e interstatali. È il nodo esplosivo dei rapporti interimperialistici dell'attuale fase di rivolgimenti e riassetti. Le potenze concorrenti e rivali al disegno anglo-americano-israeliano, oltre a Francia Germania Russia, sono Italia Turchia Giappone India Cina Pakistan Indonesia, per limitarci alle maggiori. Il dominio dell'area è vitale, ai fini del controllo del petrolio e delle vie energetiche, quantomeno per i prossimi 25 anni. I petrolieri statunitensi stanno prolungando l'oleodotto, che dall'Azerbaigian attraverso la Georgia porta il petrolio al terminale turco di Ceyhan, lungo le coste siriane-libanesi per collegarlo all'oleodotto di Eilat (sul Mar Rosso) e trasferire greggio in Oriente. Israele e Turchia sono chiamate a svolgere il ruolo di polizia regionale contro ogni movimento nazionale curdo - palestinese - libanese per garantire il flusso di oro nero e il controllo sulle masse. Il disegno del Nuovo Medio Oriente, cioè la spartizione e riassetto del Medio Oriente, si pone così come il terreno nevralgico dei rapporti interimperialistici, di confronto e scontro dei rispettivi rapporti di forza. Tutti gli Stati imperialistici e tutte le cricche arabe moderate sono concordi nello sterminio dei movimenti nazionali antimperialisti, salvo utilizzarli nelle loro beghe reciproche; mentre litigano e si accoltellano tra di loro nella spartizione del bottino in cui ciascuno aspira al boccone più grosso. L'aggressione israeliana scoperchia quindi gli appetiti ingordi di ogni pretendente.

L'imperialismo italiano, prima potenza mediterranea è dentro in pieno nel giuoco di spartizione. Il sistema Italia è il primo partner commerciale del Libano e dell'Iran. Ed è vitalmente interessato, dopo i Balcani, a mantenere e a estendere la propria influenza sul Libano e sul Medio Oriente (Iraq, Siria, Iran, territori palestinesi occupati). Per i nostri gruppi affaristici la carta del Nuovo Medio Oriente è l'occasione e la gara per consolidare e ampliare questa influenza in rissa e/o in combutta con i propri concorrenti (Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele, Francia, Germania, Russia, Turchia). Si guardi alla pressione diplomatica della Farnesina per entrare a far parte del gruppo dei 6, detto 5+1 (USA, Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Cina), che controlla l'Iran sul nucleare. Appena inizia il giuoco Palazzo Chigi entra in campo. A suonare la tromba dell'ingresso è il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, il quale, intervistato dal Corsera del 16 luglio, dichiara che "È arrivato il momento di svolgere una nuova funzione. Anche sotto una pressione che arrivi dal nostro paese che ha una vocazione geopolitica e non di schieramento su questa area del mondo". Il rifonduto che nel 2003 aveva bandito la violenza dalla lotta di classe si appella ora all'efficacia dei cannoni dell'esercito. Il ministro degli esteri, D'Alema, entrando in campo si piazza a centravanti. Qualifica i bombardamenti israeliani sproporzionati; sentenzia che l'unilateralismo politico americano è fallito; va avanti e indietro dal Medio Oriente per affermare il ruolo di primo attore della penisola. Il 20 incontra a Roma Saad Hariri, esponente della maggioranza parlamentare moderata libanese, al quale propone un impraticabile corridoio umanitario attraverso Cipro per far arrivare aiuti alla popolazione. Al contempo discute dell'intervento di una forza multinazionale, imperniata sulle truppe italiane, dietro delibera del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. La nostra diplomazia organizza una Conferenza sul Libano e sul Medio Oriente, che si svolge a Roma il 26 luglio. Alla Conferenza partecipano: Italia, Stati Uniti, Libano, Gran Bretagna, Francia, Russia, Spagna, Turchia, Canada, Egitto, Arabia Saudita, Cipro, ONU, Banca Mondiale, UE. Presiedono D'Alema e Rice. La Conferenza è dominata dal braccio di ferro Francia-Stati Uniti. Parigi è per il cessate il fuoco immediato non permettendo di essere scalzata dalla triade anglo-americana-israeliana. Washington appoggia le pretese di Israele di creare una fascia di sicurezza, di disarmare e respingere gli Hezbollah a 20 km dal confine. La Rice pretende l'eliminazione degli Hezbollah e incarica Abu Mazen di bloccare il lancio da Gaza dei razzi artigianali Qassam. Roma assume una posizione interventista perorando l'invio di una Forza Internazionale di Pace e di aiuti umanitari. Il premier libanese non nasconde la propria delusione ricordando che Israele ha attaccato sette volte il Libano e continua ad occupare le fattorie di Shaba. La Conferenza si chiude con una risoluzione, letta da D'Alema, che stabilisce: a) l'invio della Forza Multinazionale; b) l'invio di aiuti umanitari; c) l'impegno per il cessate il fuoco; d) la piena sovranità del governo di Beirut sul territorio libanese; e) l'invito a Israele a esercitare il massimo della moderazione; f) una Conferenza dei paesi donatori. Quindi né Francia né Russia né Germania riescono a far cessare il fuoco e il giuoco si fa più duro per tutti.

http://digilander.libero.it/rivoluzi...7/Libano2.html