Maurizio Blondet
20/01/2007
IRAQ - «Bambini malati o feriti, che potrebbero essere curati con mezzi semplici stanno morendo a centinaia perché mancano medicine di base e materiale sanitario elementare. Bambini che hanno perso le mani e gli arti sono lasciati senza protesi. Bambini con gravi traumi psicologici non ricevono trattamento»: così si legge in un appello che cento medici inglesi, alcuni di fama internazionale, hanno mandato direttamente a Tony Blair. (1)
I bambini sono quelli degli ospedali iracheni, che mancano dei più semplici mezzi di cura.
L'appello dei medici britannici cita il caso di un neonato ricoverato nell'ospedale Diwaniyah a sud di Baghdad, che aveva bisogno di essere ventilato: i medici mancavano di una maschera ad ossigeno (costo, un euro e mezzo) e hanno tentato di ventilarlo con un tubo di plastica nel naso.
Il bambino è morto.
Nello stesso ospedale un bambino che presentava una rara malattia emorragica è morto perché non c'era nemmeno una fiala di vitamina K (anti-emorragica) che costa meno di tre euro.
In altri casi, un neonato è morto perché, mancando un ago da flebo abbastanza sottile per il suo corpicino, i medici hanno usato un ago per adulti.
In molti altri casi, gli aghi sono infetti perché riusati continuamente, e la sterilizzazione è difficile per le frequenti interruzioni di elettricità.
Lattanti piccolissimi vengono alimentati con latte in polvere allungato in acqua di rubinetto, perché non ci sono i soldi per comprare le costose formule infantili.
L'acqua è spesso infetta, data la distruzione subita dalle fognature, e bollirla non è sempre possibile per la mancanza di energia elettrica.
Mancano anche i guanti usa-e-getta, del costo di pochi centesimi di euro. Medici e infermieri che toccano i malati a mani nude diffondono infezioni che, nei neonati, possono essere fatali.



«In un ospedale ho visto tre bambini prematuri messi insieme in una sola incubatrice», racconta Nicholas Wood, un architetto che è stato in Iraq a cercare di riadattare gli ospedali, e che ha filmato scene terribili. «L'incubatrice era vecchia di 36 anni ed era tenuta insieme con nastro adesivo e filo di ferro. Un'incubatrice costa 7 mila euro; un missile costa molto di più».
Secondo l'organizzazione umanitaria «Save the Children», in Iraq - un tempo fornito di un servizio sanitario moderno - il tasso di mortalità neonatale è salito a 59 per mille (59 bambini su mille muoiono nei primi giorni), uno dei più alti e tragici tassi di mortalità del mondo.
Si calcola che dal 2003 ad oggi siano morti 260 mila bambini.
I medici britannici accusano l'occupazione americana.
E' stato il licenziamento in massa dei simpatizzanti del partito Baath, affermano, ad aver determinato il collasso del sistema sanitario.
Solo metà dei medici iracheni che lavoravano prima della guerra sono rimasti in patria.
E le milizie dementi uccidono medici e infermiere come altri cittadini. Secondo i dottori inglesi, le truppe britanniche devono anzitutto garantire la sicurezza fisica del personale sanitario.
Inoltre, i dottori inglesi chiedono a Blair di stanziare 2 miliardi di dollari per compensare la scomparsa di 14 miliardi, destinati ufficialmente alla ricostruzione in Iraq, e che sono finiti in corruzione o intercettati dalle milizie.
Parte di quel denaro serviva per gli ospedali.



Questa incuria, dicono, configura una violazione delle convenzioni di Ginevra, che obbligano le forze d'occupazione a «garantire la sicurezza e la cura sanitaria della popolazione occupata».
«Questo dovere non è stato adempiuto, e ciò colpisce gli ospedali per bambini con crescente ferocia», si legge nell'appello.
Data la condizione degli ospedali, bombardati e devastati, l'appello chiede che le forze USA e britanniche organizzino il trasporto con elicotteri dei casi gravi negli ospedali della Giordania.
La situazione medica è solo parte della più colossale (e taciuta dai media) crisi umanitaria dei nostri tempi, la fuga all'estero di quasi due milioni di iracheni, che continua al ritmo di 100 mila esodi al mese.
Altri iracheni, 1,7 milioni, si sono spostati all'interno del Paese per sfuggire dalle aree dei massacri inter-religiosi e rifugiarsi nei villaggi dove la loro etnia o gruppo religioso è maggioranza.
Questi profughi interni sopravvivono in tende di fortuna o in edifici abbandonati e bombardati, in condizione di squallore inimmaginabile, senza aiuti, quasi sempre malnutriti.
Quanto ai profughi iracheni all'estero, si sono sparsi nei Paesi del Medio Oriente (un milione in Siria, 700 mila in Giordania): «Non sono registrati, non sono identificati, non sono assistiti e non sono protetti», ha scritto Human Right Watch.

La più grave crisi umanitaria del secolo, un genocidio in corso: un record di cui può andar fiera la civiltà «giudeo-cristiana».

Maurizio Blondet




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Note
1) Colin Brown, «The battle to save Iraq's children», Independent, 19 gennaio 2007.




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