Matteo Bottari: omicidio maturato per la spartizione di potere all'interno dell'Università di Messina

Matteo Bottari: omicidio maturato per la spartizione di potere all'interno dell'Università di Messina
Persino la Turchia (Paese ritenuto spesso tra i più arretrati in tema di giustizia e libertà) ha avuto una vibrante e compatta reazione subito dopo l'omicidio del giornalista Hrant Dink, tanto da consegnare alle autorità giudiziarie l'autore del delitto. Al punto che lo stesso Corriere della Sera scrive nell'edizione odierna che la Turchia ha saputo rispondere senza alcuna distinzione politica a un delitto contro la libertà d'espressione che ha ferito un intero Paese. E quel che è più importante nell'esecrazione di questo crimine l'intera società turca è più unita che mai. Proprio ciò che non è accaduto a Messina dopo la morte del professore Matteo Bottari. Nella città dello Stretto di fatto la società civile ha, al contrario di quella "intollerante turca" fatto il tifo per i cattivi, mettendo in campo tutte le sue risorse per frenare le indagini. Offrendo una immagine torbida della sua organizzazione, tutta tesa a evitare di fare luce e quindi giustizia per quel barbaro delitto. Anche grazie alle notizie di stampa. Perché uno dei problemi del delitto Bottari è far capire a chi non respira l'aria di Messina o Reggio Calabria il caso Verminaio. Spesso da Milano o Roma, autorevoli colleghi dell'informazione ammettono che è difficile anche per loro spiegare la vicenda ai loro lettori perché è complicata da raccontare. E invece a nostro sommesso modo di vedere è di una banalità estrema. Si tratta infatti di un omicidio maturato per la spartizione di potere all'interno dell'Università di Messina. E tutto ciò che è stato messo in atto per inquinare la scena del delitto rientra in una logica spietata per evitare che la Legge facesse il suo corso. Per capire le cause dell'omicidio Bottari bisogna partire da qui. E contemporaneamente rileggere con una lente appropriata le altre sfumature che via via emergono dalla storia. Come a esempio chiedersi che cosa succede se tre indagati per gravi fatti martellano per mesi l'opinione pubblica con la loro versione dei fatti, piena di bugie? Che succede se il giornale più importante della loro città (la Gazzetta del Sud di Messina), diretto da un loro amico (il senatore Nino Calarco), racconta soltanto quella versione, senza contrapporvi quella dei loro accusatori: investigatori, Pm, Gip? Può accadere così che l'opinione pubblica si beva bugie ripetute che poi fanno presto a trasformarsi in verità. Menzogne che distorcono la verità, proprio grazie alle complicità di chi dovrebbe informare e non disinformare. Anche perché in queste settimane entra nel vivo, per via di un nastro dai contenuti esplosivi, l'inchiesta Gioco d'Azzardo. Quella indagine che, inizialmente avviata dalla Procura di Milano, finì a Reggio Calabria per competenza e nel maggio del 2005 provocò un vero terremoto giudiziario nei Palazzi di Messina. Giudici, imprenditori, politici e uomini delle Istituzioni finirono o in galera o sotto inchiesta per reati di notevole gravità sociale. In quei nastri, attualmente al vaglio degli inquirenti, ci s ono impresse le voci di tre rispettabilissimi professionisti che seduti al tavolino di un bar di Messina - tra un caffè e un sorso d'acqua - disquisiscono amabilmente sulle modalità che portarono all'omicidio del professore Matteo Bottari. Altro elemento da tenere bene a mente è che uno - al tempo dell'intercettazione - fa il giudice al Tribunale di Messina, Giuseppe Savoca, un altro l'imprenditore in affari chiacchierati, Salvatore Siracusano e un altro ancora l'avvocato di alcuni personaggi che ruotano nell'inchiesta Bottari, Letterio Arena. Sempre secondo gli inquirenti, nel contenuto delle intercettazioni non solo ci sarebbero gli indizi per dare un volto ai mandanti dell'omicidio del gastroenterologo messinese Bottari, avvenuto nel gennaio del 1998, ma anche la conferma del patto scellerato tra Politica, Giustizia deviata e Massoneria per gestire gli affari leciti e illeciti nello Stretto. E l'inchiesta sulla morte a colpi di lupara del professore Bottari sembrava che potesse a prire uno spiraglio su quell'intreccio nascosto che corre tra politica, mafia e alta finanza. Relazioni tanto pericolose quanto inconfessabili. E ovviamente imbarazzanti. Chi si ricorda ancora di quella sera? Erano da poco passate le 21,30 del 15 gennaio 1998, quando tutto ebbe inizio. Sembrava una sera come tante altre, ma quella notte la pax che aveva fino allora governato sulla sponda messinese dello Stretto fu violata clamorosamente. Gli assassini del professor Matteo Bottari conoscevano benissimo le sue abitudini. Ovvero che sarebbe rientrato a casa dopo il suo turno di lavoro presso la clinica privata Cappellani. Qualcuno li avvertì quando il gastroenterologo lasciò la casa di cura. Fu un agguato di puro stile mafioso, con condimento in chiave 'ndrina per via del tipo di pallottola usata. La Squadra mobile quella notte lavorò sulla scena del delitto per ore. Con fare professionale e competente, cominciò a fotografare ogni dettaglio della zona attorno all'agguato. Erano anni che in città non si registrava un fatto di sangue con simile modalità. Inoltre la vittima faceva parte del salotto buono di Messina. Mai un problema con la giustizia, neppure una voce di dissenso in ambito professionale. Eppure, lo avevano ucciso dei sicari armati dalla mafia. Gli investigatori ritengono che tutte le indagini sono uguali, poiché molte delle vittime d'omicidio sono eliminate da qualcuno che conoscono. Una teoria fatta a lungo propria da chi ha subito operato sul luogo dell'agguato. Poi, complice il clamoroso muro d'omertà subito calato sulla vicenda, hanno cominciato a perdere fiducia sul filo conduttore dell'anomalo fatto di sangue. La morte di uno dei più stimati medici messinesi, sposato con Alfonsetta Stagno d'Alcontres, figlia dell'ex Magnifico Rettore Guglielmo, scosse i nervi di una sonnolenta città di provincia, travolgendo anche chi dovrebbe "leggere" gli eventi in maniera asettica. Soprattutto la stampa, scritta e parlata. Ma a Messina dire mass media significa solo Gazzetta del Sud. E il giornale diretto da Calarco gioca un ruolo chiave non solo sullo scacchiere dell'informazione, ma anche in quello della geopolitica. Perché intrattiene rapporti che certo non possono essere definiti propri di chi ha come missione quella di raccontare i fatti e informare la comunità. Proprio l'operazione Gioco d'Azzardo disvela la partecipazione attiva del quotidiano di via Bonino alle innumerevoli operazioni di depistaggio che fanno da sfondo all'attività difensiva degli indagati eccellenti. Grazie alla sponda di Calarco, che offre loro sul suo giornale ampi spazi, i personaggi finiti nel mirino della Procura antimafia reggina contestano le conclusioni dei giudici, cercano di denigrare i testimoni, parlano sempre di complotto. E si contraddicono a ripetizione, infischiandosene dei fatti contestati. Arrivano persino a smentire se stessi. Illuminante è il contenuto della deposizione su Nino Calarco di un importante imprenditore messinese degli anni '80, l'i ngegnere Cesare D'Amico, presso l'Autorità giudiziaria di Reggio Calabria nel procedimento Gioco d'Azzardo nell'ambito del quale è stata emessa misura cautelare in carcere il 6 maggio 2005, tra gli altri, nei confronti degli imprenditori - politici Salvatore Siracusano e Santino Pagano. Ma Nino Calarco da Messina non è solo il direttore della Gazzetta del Sud, è anche colui che partecipa a determinati fatti imprenditoriali. Sono chiarificatrici le dichiarazioni di. Giuseppe Costantino, ex direttore generale dell'azienda sanitaria Morelli di Reggio Calabria contenute nel procedimento 55/99 R.G.nr DDA Reggio Calabria. Sempre in relazione a tale fascicolo esistono intercettazioni telefoniche tra lo stesso Calarco e un importante uomo di governo riguardanti l'affare della costruzione del Ponte sullo Stretto. E anche su Cosa Nostra Nino Calarco ha le sue rispettabili idee che non tutti nello Stretto condividono. Per fortuna. E' ormai notoria l'affermazione pubblica del sen. Calarco che arrivò a dichiarare, nel marzo 2001 "se la mafia fosse in grado di costruire il Ponte benvenuta la mafia". (trasmissione televisiva Sciuscià su RAI 3). Quello spot pro mafia, mai smentito, sollevò un vespaio di polemiche in tutte le sedi: numerosi gli interventi di censura da parte di autorevoli testate giornalistiche nazionali e perfino interrogazioni parlamentari. Spiegato il ruolo determinante di Calarco e della Gazzetta del Sud in alcune delle vicende giudiziarie più controverse dello Stretto, torniamo all'operazione Gioco d'Azzardo e alla famigerata cassetta, seguendo le orme lasciate dai frenetici movimenti di Salvatore Siracusano e del di lui socio l'onorevole Santino Pagano, già sottosegretario al Tesoro nel Governo Amato, per evitare i guai giudiziari che di lì a poco li avrebbero travolti. La mattina del 10 novembre 2004 Siracusano, ancora gongolante per l'operazione eseguita dalla DDA di Catanzaro il giorno prima nella quale era rimasto coinvolto l'avv. Ugo Colonna, che co n le sue denunzie aveva scoperchiato la pentola sugli intrecci tra Mafia e Politica nello Stretto, comunicando con l'avvocato Pucci Amendolia, figlio di uno dei giornalisti più prestigiosi e influenti di Gazzetta del Sud, Lino, da alcuni anni in pensione, lamenta che il redattore del quotidiano messinese, Nuccio Anselmo, nel riportare la notizia dell'arresto avrebbe inspiegabilmente parlato bene di Colonna. Siracusano oltre a sollecitare il suo interlocutore a intervenire ("ognuno con i propri mezzi") comunica che andrà personalmente da Nino Calarco per lamentarsi. Siracusano si lagnerà pure del comportamento del giornalista anche con un altro avvocato, Gualtiero Cannavò. E che la visita nei piani alti della redazione di via Bonino a Messina abbia poi prodotto gli effetti voluti da Siracusano lo dimostra il giorno successivo l'articolo su Gazzetta del Sud che riguarda l'avv. Colonna e l'inchiesta di Catanzaro. Il gradimento è tale che Siracusano ne fa menzione nel colloquio con l'avv ocato Pucci Amendolia sulla redazione dell'articolo "fatto da altri". Ma l'influenza di Siracusano su Gazzetta del Sud va ben oltre. Addomesticato il giornalista Anselmo, tramite il direttore Calarco, l'imprenditore socio di Santino Pagano, ottiene persino la possibilità di disinformare facendo pubblicare notizie su provvedimenti giudiziari parziali e ciò nella consapevolezza di chi li scrive conoscendo peraltro in anticipo anche l'impaginazione del servizio. Nei primi giorni di dicembre, infatti, il Gip presso il Tribunale di Messina emette un decreto di archiviazione nei confronti di Siracusano per una vicenda di riciclaggio che lo ha riguardato. Poiché il provvedimento non è che sia così liberatorio ecco che Salvatore Siracusano si presenta a Gazzetta del Sud con un testo parziale e pretende la pubblicazione in tal senso della notizia. Dopo i colloqui con il giornalista Anselmo e il direttore Calarco ecco pubblicato l'articolo secondo i desiderata dello stesso imprenditore, ma com e emerge dalla sua viva voce, egli non solo ottiene una pubblicazione parziale della notizia ma sa anche in anticipo, rispetto alla pubblicazione che avverrà il giorno dopo, che si tratterà di un articolo a sette colonne e con ampio spazio. Dato per scontato che in Turchia il Codice e la Procedura penale sono diversi dall'Italia, nessuno potrà obiettare che lo stesso non può dirsi nel nostro Paese. Se a Milano o Palermo vengono tratti in arresto chi inquina le indagini, chi confeziona complotti, chi irride la giustizia, chi suborna testimoni o chi manipola l'informazione con l'aiuto di giornalisti compiacenti (Abu Omar e Telecom sono i casi più eclatanti), non così accade a Messina o Reggio Calabria. E sarebbe il caso, una volta per tutte, che qualcuno al Csm o al Ministero di Grazia e Giustizia si chiedesse il perché. Magari evitando così che processi importanti o indagini delicate finiscano o prescritti o su un binario morto.