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    Angry Bossi:sì ai soldati italiani in Afghaninstan

    Solite tensioni nella maggioranza sul rifinanziamento delle missioni di Pace
    Afghanistan, Prodi guarda con “fiducia” al sì
    Il premier pensa di blindare il voto, D’Alema prova a convincere la sinistra estrema

    Mentre a sinistra si cerca un accordo sul rifinanziamento della missione in Afghanistan e si pensa al solito salvagente della fiducia, il centrodestra sembra intenzionato a votare, per senso di responsabilità, a favore del provvedimento. Una eventuale condivisione da parte dell’opposizione, però, non eliminirebbe le tensioni interne all’Unione, anzi potrebbe moltiplicarle.
    Sul fronte destro della politica sembra certo il voto favorevole alla missione in Afghanistan anche se la Cdl non ha intenzione di togliere “le castagne dal fuoco” del centrosinistra. Gianfranco Fini è stato chiaro nei giorni scorsi dicendo che «non è compito dell’opposizione andare in soccorso del governo che dovrà prendere atto di non avere più con sè una maggioranza». Il sì comunque si fa strada. «Siamo obbligati a sostenere i soldati» dell’esercito presente in Afghanistan, ha detto ieri Umberto Bossi, a Torino, a margine della festa per i 10 anni del quotidiano La Padania. «Là - ha aggiunto il leader della Lega Nord - c’è il nostro esercito e bisogna assolutamente sostenerlo. Non si può mandare laggiù i soldati e poi abbandonarli». Frasi che ricalcano quanto affermato dal leader della Cdl Silvio Berlusconi: «Noi siamo persone coerenti e gente seria e daremo il nostro appoggio al rifinanziamento della missione in Afghanistan. Il nostro voto è scontato. Non vedo come potremmo non votarla - ha aggiunto -. Dobbiamo farlo per coerenza, anche perchè l’abbiamo decisa noi. Già abbiamo una fatto una figura scappando dall’Iraq». A chiudere il cerchio l’Udc che con Pier Ferdinando Casini ha promesso il sostegno al Governo.
    I problemi all’interno del centrosinistra, però, non vengono meno. Dopo il caso Vicenza si ripropone la questione Afghanistan e le tensioni tra sedicenti riformisti e sinistra antagonista. Per cercare di districarsi nel labirinto delle diverse posizioni sulla politica estera Massimo D’Alema, facendo sfoggio di equilibrismo, ha lanciato due messaggi. Il primo: le truppe italiane non saranno ritirate. Il secondo: il governo Prodi chiederà però agli alleati di ridefinire la strategia. «Andare via dall’Afghanistan non è un atto politico, ma la rinuncia ad esercitare il nostro ruolo politico e che ci isolerebbe in Europa e nel mondo. - ha affermato il ministro degli Esteri - Altra cosa è avere consapevolezza che la pacificazione dell’Afghanistan ha bisogno di ben altro che la presenza militare, ha bisogno di azioni politiche e di impegno umanitario e noi su questo siamo in prima fila. Siamo in prima fila nel chiedere un cambio di strategia della comunità' internazionale. Ma per poter chiedere questo - ha concluso - occorre prendersi le proprie responsabilità, altrimenti non si può chiedere nulla». Il vicepremier non si nasconde le difficoltà. «Io credo che se discuteremo in modo aperto, non sarà un fatto drammatico per una grande coalizione - ha osservato D’Alema - io credo che non sia impossibile governare insieme, avendo una sinistra più riformista e una più radicale, altrimenti non ci saremmo accinti a questa impresa. Credo sia possibile costruire via via una sintesi attraverso una discussione franca e non strumentale e andando al fondo dei problemi».
    Si tratta di una chiusura e un’apertura rispetto alle richieste avanzate da Rifondazione e Verdi. Negando la disponibilità ad accogliere la richiesta del ritiro dei nostri soldati, D’Alema ha infatti offerto la contropartita di una revisione della linea seguita sino a questo momento. Non proprio la “discontinuità” richiesta dagli antagonisti, ma una formula che in qualche modo la richiama e che potrebbe evitare, almeno per il momento, la rotta di collisione. Il primo a recepire il messaggio dalemiano è stato Alfonso Pecoraro Scanio, che ha ribadito la richiesta di una svolta da parte dell’Italia, perchè «la semplice presenza militare in Afghanistan non risolve la situazione», ma ha negato che la condizione per un appeasement nella maggioranza sia il diktat «ritiro immediato o nulla», purché l’alternativa non sia «restiamo punto e basta». Appunto. Servono segnali, che Pecoraro insiste nel definire di «discontinuità» e «di pace». E’ un confronto sul filo del rasoio. I margini per il governo sono esigui, vincolato com’è al rispetto dei trattati internazionali e dei criteri di una missione che sono stati definiti in sede Nato e in sede Onu. Ma sono esigui anche i margini per la sinistra radicale rappresentata in Parlamento. Anche Rifondazione, al di là dei proclami, è impegnata a evitare una clamorosa rottura sulla politica estera, che segnerebbe la fine del governo e degli equilibri che hanno visto gli antagonisti per la prima volta assumere responsabilità di governo e un incarico istituzionale come quello ricoperto al vertice di Montecitorio da Fausto Bertinotti. Non a caso il capogruppo comunista al Senato Giovanni Russo Spena ha chiarito la posizione del suo partito: «chiediamo discontinuità, non il ritiro immediato». Ma all’interno di Rifondazione, del Pdci e dei Verdi non sono pochi i senatori (è a Palazzo Madama che la maggioranza rischia) che restano fermi nella decisione di votare no al rifinanziamento della missione. Per questo Romano Prodi avrebbe già incominciato a prendere in esame la possibilità di richiedere la fiducia.
    «C’è un unico modo per risolvere i problemi sorti sulla missione in Afghanistan all’interno della maggioranza - afferma il coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord Roberto Calderoli - e al tempo stesso per verificare davvero se esista ancora o meno un’unica maggioranza sia nella politica estera che in quella interna: Prodi metta la fiducia sul rifinanziamento della missione in Afghanistan, in modo che nessun voto possa arrivare dall’opposizione e si dimostri così sul campo se c’è ancora una maggioranza che guida il paese Ma se non c’è - conclude Calderoli - Prodi se ne va a casa immediatamente senza fare ulteriori danni, dopo di che per cent’anni non si sentirà più parlare di un governo di centrosinistra alla guida del Paese».
    I. I.
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    [Data pubblicazione: 21/01/2007]

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  2. #2
    kalashnikov47
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