
Originariamente Scritto da
benfy
La chiesa chiusa e la piazza aperta
di Alberto Taccia
La vicenda di Welby e le rigide direttive ecclesiali sulla «dolce morte»
Il Signore, per nostra fortuna, non è vincolato dai codici canonici, il Suo amore, la Sua misericordia sono là dove la Sua presenza è stata attesa e invocata (anche da due suore)
In applicazione alle norme canoniche che equiparano al suicidio la richiesta esplicita e consapevole di porre fine alla propria vita, sono state negate al signor Welby le esequie cristiane. Tale decisione ha suscitato stupore e pro fondo sconcerto in credenti e non credenti, sensibili alle manifestazioni di grande coraggio e umanità espresse dal signor Welby nella sua condizione di dolore e di sofferenza, ma ignari dei principi disciplinari della chiesa. Il funerale ha avuto luogo in forma civile proprio davanti a quella chiesa in cui la madre, la sorella e gli altri membri della famiglia avrebbero voluto rivolgere un ultimo saluto al loro caro sotto il segno della misericordia e della benedizione di Dio, dopo anni di amorosa partecipazione a una sofferenza umana che non sembrava avere mai fine.
Il papa aveva giustamente proclamato che la chiesa deve tutelare al massimo grado la vita umana dal suo sbocciare fino al suo naturale tramonto. Questa affermazione, largamente condivisibile, rischia di non tener conto del fatto che la medicina moderna, al fine di tutelare la vita, ha così manipolato la nostra esistenza da non più rendere identificabile il «naturale tramonto» che, nel caso del signor Welby, avrebbe potuto aver luogo molto prima che la sua vita dipendesse totalmente da una macchina, perdendo così ogni parvenza di naturalità. La consapevolezza di tale situazione ha spinto il signor Welby a chiedere non di essere ucciso, ma di interrompere un meccanismo artificiale che gli impediva di raggiungere quel «naturale tramonto» a cui ogni essere umano ha diritto.
Tuttavia, pur in tale condizione priva di ogni autonomia fisica, è stato per lui possibile esprimere, dare e ricevere sentimenti umani di amore, circondato dall’affetto dei suoi e dalla solidarietà di quanti hanno compreso e valutato positivamente la sua forza d’animo e il suo coraggio. La lezione che il signor Welby ha dato a ciascuno di noi è stata esemplare e di questo gliene siamo grati. Questi aspetti positivi avrebbero potuto trovare richiamo e una degna conclusione in una cerimonia religiosa alla presenza di Dio e con l’annuncio della grazia, del perdono e della pace del Signore, secondo la promessa per la quale «nulla, neppure la morte potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù e noi siamo più che vincitori in Colui che ci ha amati» (Rom. 8, 37-38).
L’anestesista dovrà rendere conto in giudizio del grave atto compiuto e la chiesa ribatte intanto che il suicidio è contrario all’amore del Dio vivente (Catechismo della chiesa cattolica art. 2281) e che la cooperazione volontaria al suicidio è contraria alla legge morale (art. 2282) anche se aggiunge «che non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte e la chiesa prega per le persone che hanno attentato alla propria vita» (art. 2288). Peccato che questa preghiera non sia stata pronunciata nel luogo appropriato della chiesa; la madre, la sorella, i familiari e gli amici ne sarebbero stati confortati.
Ci consola invece sapere che il Signore, che non è vincolato dalla disciplina ecclesiastica, è uscito da una chiesa chiusa e vuota per essere presente in mezzo alla gente che esprimeva affetto, solidarietà e comprensione. Tuttavia la chiesa è stata ugualmente rappresentata da due suore che hanno pregato pubblicamente sulla bara, secondo il Catechismo della loro chiesa, senza timore che questo atto potesse aprire una pericolosa breccia sulla ferrea diga che blocca ogni discorso nuovo sulla «dolce morte», in modo non conforme alle direttive ecclesiastiche, che rischiano un ritardo culturale davanti alle nuove prospettive che la scienza, nel bene e nel male, può aprire proprio sui temi di rilevanza vitale per l’esistenza umana.
Tratto da Riforma del 19 gennaio 2007