
Originariamente Scritto da
calvin
Tratto dalla Voce Repubblicana di domani
E’ per lo meno curiosa la reazione del segretario dei ds Fassino alla decisione dell’onorevole Nicola Rossi di lasciare il partito. Fassino ha infatti detto che i ds non hanno mai abbandonato il profilo riformista e che Rossi lascia il partito proprio ora che si pone il problema della fase due del governo, della svolta. Per cui Rossi avrebbe per lo meno commesso un errore, visto che escludiamo che Fassino voglia accusarlo di tradimento. A leggere tale replica di Fassino viene da pensare non che Rossi abbia fatto bene a lasciare i ds, ma benissimo. Perché come si fa a non accorgersi che proprio la fase due voluta dal segretario dei ds è stata bocciata e sconfessata dallo stesso presidente del Consiglio? E ancora come si può accettare pacificamente l’atteggiamento rinunciatario dello stesso segretario del partito? E’ questo il caso Rossi, ben oltre la singola questione di un deputato che lascia il partito: perché si tratta del riformismo dei ds e della loro stessa prospettiva politica. In base all’azione del governo compiuta finora, Rossi traccia un amaro bilancio. Noi lo conosciamo da tempo, per lo meno da quando in un dibattito con La Malfa sulla Finanziaria disse di volere regalare un manuale di economia ai suoi colleghi di governo. Che non si trattasse di un giudizio umorale lo si è capito ulteriormente nel saggio elaborato per il Mulino intitolato eloquentemente: “l’inverno del nostro scontento”. Rossi d’altra parte era un’anima importante del "tavolo dei volenterosi", costretto dal presidente del Consiglio a tornare nei ranghi e senza che il suo partito spendesse una parola A suo sostegno. Per cui la domanda da fare a Fassino è semmai come egli crede di dimostrare il proprio profilo riformista? Prostrandosi ad ogni diktat dei massimalisti? "Non dialogate con l’opposizione sulle riforme" - strillano quelli e subito per i ds non si può dialogare. "Non mi scocciate con la fase 2" - bisbiglia il presidente del Consiglio, ed ecco, che della fase 2 i ds non parlano più. Ci volevano le dimissioni di Rossi per ricordargliela. Quello che poteva fare Fassino era dire che Rossi non faceva uno sbaglio e cogliere nuovamente l'occasione per alzare la bandiera delle riforme, che il governo tiene sotto traccia. Il governo alza quella delle tasse e della lotta all’evasione fiscale. Che c’entra il riformismo? Il dibattito sulla previdenza da il segno, e infatti Rossi ha mollato con un ultima critica al ministro Damiano, che è ds e fassiniano: “sottavoluta la questione della previdenza”. E’ vero che Michele Salvati sul Coirriere della Sera ricorda subitamente che “dati i vincoli in cui si trovava a operare”, Fassino certo non poteva “fare molto di più di quanto ha fatto per spostare in direzione di sinistra liberale l’asse delle politiche governative”. Ma chi glieli ha imposti tali vincoli a Fassino, e visto il poco, per non dire nulla fatto, forse occorreva per lo meno porsi il problema di far saltare tali vincoli. E il bipolarismo? Non viene così a cadere il bipolarismo? Scusate il problema di un sincero riformatore, non è il bipolarismo, sono le riforme. Sono queste che modellano il sistema bipolare. Se lo scontro bipolare impedisce le riforme, questo scontro va interrotto ed i poli semmai si dovranno ridisegnare. Ecco quello che chiede Rossi e se davvero nei ds ci fosse tale decantato profilo riformista, si sarebbero mossi su questa strada da tempo, dal ’99 almeno, visto che ne avevano l’opportunità, essendosi affrancati da rifondazione comunista nel sostegno al governo. Invece la lezione che ne hanno tratto è stata quella di ricostruire il rapporto con Rifondazione e la sinistra radicale, fino a cedergli tutto quello che era possibile: la linea della politica economica, quella estera, financo la presidenza della Camera. E vedrete che non basta ancora. Per cui la vera domanda non è se Rossi ha sbagliato a lasciare i ds nel 2007, ma come ha fatto a dargli ancora credito nel 2001.