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    Post Bologna: la Strage della Verità

    Fonte: Area di Febbraio 2005 ( versione stampabile in pdf/zip )

    Bologna: la Strage della Verità

    Intervista con l'avv. Alessandro Pellegrini, difensore di Luigi Ciavardini

    «Una condanna sbalorditiva»
    di Gian Paolo Pellizzaro

    II paradosso di un uomo che non può essere assolto. Il calvario di una persona condannata ad essere condannata. Senza una valida spiegazione, senza un motivo specifico, un movente, una ragione plausibile, diciamo ragionevole, senza un filo conduttore credibile. Senza elementi di fatto, prove, testimonianze certe, riscontri oggettivi. Esiste un mostro giudiziario chiamato "processo per la strage di Bologna". Un processo di gran lunga più assurdo e opprimente di quello descritto da Franz Kafka nell'omonimo romanzo. E mentre c'è chi, consapevolmente o inconsapevolmente, fa politica sulle spalle di 85 morti e oltre duecento feriti, la macchina giudiziaria scava da decenni voragini nella vita delle persone, senza peraltro conseguire risultati certi, verità consolidate. Alcuni numeri: i fatti risalgono a 25 anni fa, la fase istruttoria è durata sei anni, otto anni per il processo di primo grado (la fase dibattimentale è andata avanti però dal 18 aprile 1997 al 25 gennaio 2000, per un totale di 60 udienze a porte chiuse) , nove giorni per il giudizio di secondo grado, un anno per il pronunciamento della Cassazione e un altro anno per il nuovo processo d'Appello.
    Questa la vicenda di Luigi Ciavardini, 43 anni, sposato e padre di tre figli, con un passato da militante dei Nar di Valerio Giusta Fioravanti e Francesca Mambro, imputato praticamente da sempre. L'ultimo capitolo di questa odissea giudiziaria è del 13 dicembre scorso, quando la Corte d'Appello di Bologna (sezione minorile) lo ha condannato a 30 anni di reclusione. Il processo era tornato ai giudici di secondo grado dopo la sentenza della Cassazione (il 17 dicembre 2003), che aveva annullato con rinvio la precedente condanna a 30 anni, emessa il 9 marzo 2002 da altro collegio della Corte d'Appello.
    La prima comunicazione giudiziaria per concorso nella strage la riceve il 10 maggio 1986, alla vigilia della chiusura dell'istruttoria formale a carico degli imputati all'epoca dei fatti maggiorenni (Fioravanti, Mambro, Massimiliano Fachini, Gilberto Cavallini e altri). Il 3 aprile 1987, il giudice istruttore dispone lo stralcio della posizione di Ciavardini, poiché all'epoca dei fatti minorenne, inoltrando gli atti al pm presso il Tribunale per i minorenni di Bologna. Il procedimento a carico di Ciavardini, pur provenendo da un'istruttoria condotta con il vecchio rito di procedura penale, viene istruito con il nuovo rito, promulgato con decreto dal presidente della Repubblica il 22 settembre 1988. A quella data, non era stato espletato alcun atto istruttorie. Il primo interrogatorio davanti al magistrato titolare dell'inchiesta lo sostiene, infatti, il 9 gennaio 1990. In quella circostanza, come in tutte le altre legate all'inchiesta sulla strage, Ciavardini negherà ogni addebito, proclamando la propria innocenza.
    L'11 dicembre 1990, l'allora procuratore presso il Tribunale dei minori, all'esito delle indagini preliminari, chiede al gip di disporre "l'archiviazione degli atti del procedimento per quanto attiene alla colpevolezza di Luigi Ciavardini in ordine ai delitti di strage, di omicidio volontario plurimo, di trasporto di esplosivi, di lesioni personali dolose, di danneggiamento e di danneggiamento di impianti ferroviari". Il 18 aprile 1991, nonostante il parere del pm, il gip rigetta la richiesta di archiviazione per quanto attiene alla strage, ordina una nuova istruttoria e nel contempo il fascicolo viene passato ad altro pm. Ciavardini viene così nuovamente interrogato, il 18 e 25 settembre del 1991. Il 16 marzo 1992, circa sei anni dopo l'invio della prima comunicazione giudiziaria, il gip (all'esito dell'udienza preliminare) dispone il rinvio a giudizio dell'imputato, fissando l'udienza dibattimentale al 20 novembre 1992. Ma il processo non decolla.
    Il presidente del Tribunale per i minorenni, Lamberto Sacchetti, disponeva un differimento con nuova fissazione dell'udienza dibattimentale al 1° dicembre 1994, poi ulteriormente rinviata al 12 dicembre 1994. Nel frattempo, il 16 maggio 1994, la Prima Corte d'Assise di Bologna riafferma la colpevolezza degli imputati maggiorenni (Mambro, Fioravanti e gli altri). Un tempismo perfetto. Tanto che all'udienza del 12 dicembre 1994, il Tribunale solleva d'ufficio la questione di legittimità costituzionale circa l'impossibilità di rinviare il dibattimento a dopo la formazione del giudicato nei confronti dei computati maggiorenni. Il dibattimento si sviluppa dal 18 aprile 1997 al 30 gennaio del 2000, quando il Tribunale per i minorenni di Bologna assolveva Ciavardini per il reato di strage, condannandolo invece a tre anni e sei mesi per banda armata.
    Il 16 maggio 2001, il pm depositava i motivi di appello e il 1° marzo 2002 iniziava il processo di secondo grado. Il 9 marzo, dopo una settimana di dibattimento e due giorni di camera di consiglio, la Corte d'Appello ribaltava il giudizio di primo grado (durato otto anni), condannando l'imputato a 30 anni di reclusione (il massimo della pena previsto per un minore), per aver «materialmente» compiuto la strage. Il 17 dicembre 2003, la Cassazione annullava con rinvio la sentenza di secondo grado. Il 13 dicembre scorso, dopo 12 anni di processo, senza alcun nuovo elemento probatorio, la seconda condanna a 30 anni, nonostante i limiti imposti dalla Suprema Corte di Cassazione. Parliamo di questo balletto diabolico con Alessandro Pellegrini, avvocato di Bologna, difensore di Luigi Ciavardini.
    Lei ha parlato di una «sentenza sbalorditiva». Perché?
    Sbalorditiva perché la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza del 17 dicembre 2003, aveva chiuso quasi tutti i varchi, affermando che l'impugnata sentenza di condanna presenta evidenti difetti argomentativi, in ordine al punto essenziale nella relativa impostazione motivazionale, riguardante i compiti attribuiti a Ciavardini in riferimento, oltre che alla attività preparatoria (rimasta, per quanto lo riguarda, incerta e indefinita), alla fase propriamente esecutiva dell'attentato, nella quale è stato materialmente inserito attraverso un iter logico viziato.
    Come poteva Ciavardini, reduce dall'omicidio dell'agente della Polizia Franco Evangelista del 28 maggio 1980 con una vistosa cicatrice allo zigomo sinistro, passare inosservato nella stazione di Bologna?
    Questa è una delle illogicità evidenziate dalla Cassazione. Dico di più, nel settembre del 1980, un tal Giovagnini, militante di Terza posizione, direttore di Radio Mantakas di Osimo, poi divenuto collaboratore di giustizia, in tempi non sospetti affermava di aver visto Ciavardini con una grossa cicatrice al volto. Era evidente e non passavano inosservati ne lui ne la sua cicatrice, che la Cassazione valuta come un ulteriore «deterrente» alla partecipazione personale di Ciavardini all'attentato.
    C'è poi la questione dello scambio dei documenti tra Fioravanti e Ciavardini, alla vigilia della strage.
    Sì, questo è un altro degli elementi stigmatizzati dalla Cassazione. Su quello scambio di documenti falsi tra Fioravanti e Ciavardini (Fioravanti pretese la restituzione del documento sicuro, intestato a tal Flavio Caggiula, persona del tutto estranea a fatti di terrorismo e criminalità, nella disponibilità di Ciavardini, scambiandolo con quello intestato a tal Amedeo De Francisci, arrestato 15 giorni prima a Roma e quindi ormai inaffidabile), avvenuto a Treviso nell'imminenza della strage, la Cassazione afferma che senza dubbio non c'è coerenza logica nel ritenere che Fioravanti si preoccupasse in quel frangente di dotarsi di un documento sicuro, togliendolo a Ciavardini, a cui consegnò un documento «rischioso», e poi portasse tranquillamente con sé Ciavardini a Bologna, così esposto, per la diretta partecipazione all'attentato.
    La sentenza di condanna del 9 marzo 2002 parlava di audacia e risolutezza dimostrate da Ciavardini in precedenti azioni e proprio per questo avrebbe avuto non un ruolo di mera sorveglianza o copertura, bensì direttamente connesso alla materiale esecuzione della strage. Questo ragionamento, però, è stato duramente censurato dalla Cassazione la quale ha smontato, pezzo per pezzo, i motivi alla base della prima condanna. Ma nonostante questi "paletti", il 13 dicembre 2004 arriva la seconda condanna da parte della Corte d'Appello. Com'è possibile?
    Per saperlo, bisogna aspettare di leggere i motivi della sentenza della Corte d'Appello (saranno depositati entro il 13 marzo). Dico solo che in primo grado, davanti al giudice di merito, dopo tre anni di dibattimento e 60 udienze, celebrate nel pieno rispetto del principio della formazione della prova in contraddittorio, Ciavardini è stato assolto per il reato di strage. Aggiungo che nel 1990, il procuratore capo presso il Tribunale per i minorenni di Bologna aveva richiesto il proscioglimento dell'imputato per assenza di elementi di prova relativi al suo coinvolgimento nella strage.
    Invece in secondo grado...
    ...invece in Appello, dopo una settimana di dibattimento, è stato condannato. Il processo di rinvio, l'ultimo, si è svolto in tre udienze. La Corte ha giudicato l'imputato ex actis, sulla base degli atti, senza l'introduzione nel processo di alcun elemento probatorio nuovo. Questa è un'altra anomalia del nostro sistema. La questione è stata oggetto anche di un auspicio delle Sezioni unite della Cassazione (sentenza del 30 ottobre 2003) la quale ha suggerito al legislatore di «riperimetrare» i poteri del giudice di Appello in caso di impugnazione del pm avverso a sentenza di assoluzione di primo grado. Qui siamo di fronte ad un doppio, gravissimo danno. Il primo nei confronti degli imputati innocenti coinvolti nella strage di Bologna, del tutto estranei a questi fatti. Il secondo, nei confronti della collettività, la quale vede ancora oggi liberi e impuniti i veri responsabili di questo orrendo attentato. Una strage della quale non si sa ancora nulla. Su questa vicenda, a distanza di 25 anni, c'è ancora il buio totale. Ricordo, infine, che Ciavardini entra in questa vicenda come teste a favore di Mambro e Fioravanti e ne esce condannato a 30 anni. La sua testimonianza, confermando l'alibi di Mambro e Fioravanti, rischiava di far crollare il castello accusatorio.
    La Corte d'Appello ha rigettato anche la richiesta di audizione di Francesco Cossiga, sostenendo che il presidente del Consiglio in carica all'epoca dei fatti avrebbe potuto esprimere solo opinioni personali o valutazioni di carattere politico...
    ... proprio così, la nostra richiesta di sentire il presidente del Consiglio pro tempore è stata rigettata, in un processo dove sono stati ascoltati personaggi di ogni genere e specie. Dopo tutto Cossiga era il capo del governo quando a Bologna scoppia la bomba ed era il responsabile dell'attività dei nostri servizi di sicurezza. Servizi segreti che hanno pesantemente condizionato, depistato l'inchiesta sulla strage. Cossiga avrebbe potuto spiegare, ad esempio, di quali informazioni disponesse per arrivare a riferire al Parlamento che la strage era da attribuire alla destra eversiva.

  2. #2
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    Predefinito Il depistaggio parte da Beirut

    Uno dei pochi punti fermi dell’inchiesta sulla strage alla stazione ferroviaria di Bologna riguarda l’azione di depistaggio messa in atto da alcuni uffici del Sismi, all’indomani dell’immane carneficina. Sul piano giudiziario, per questi fatti sono stati condannati, fra gli altri, due alti ufficiali del servizio segreto militare, i colonnelli dell’Arma Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Il 9 gennaio 1981, infatti, il Sismi redigeva un appunto (derivato da una presunta fonte confidenziale), avente per oggetto il programma di un piano eversivo, diretto sotto il profilo strategico da Franco Freda e Giovanni Ventura, organizzato da Stefano Delle Chiaie e attuato da elementi del fantomatico gruppo francese Fane in combutta con personaggi legati alla destra eversiva italiana. Piano, questo, volto alla realizzazione di attentati sui treni e su tratti ferroviari. Il tutto ha inizio il 17 settembre 1980, quando un flash d'agenzia anticipava alcune notizie contenute in una "dettagliata" intervista rilasciata da uno dei capi del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), Abu Ayad, al Corriere del Ticino, quotidiano stampato e diffuso in Svizzera, nel Canton Ticino, appunto. Fu così che due giorni dalle pagine del giornale elvetico si dava il via libera a quello che sarebbe stato uno dei più gravi tentativi di depistaggio delle indagini sulla strage del 2 agosto 1980 e che va sotto il nome di terrore sui treni.
    Nessuno in questi anni ha voluto chiarire fino in fondo le ragioni, il movente di quella grave iniziativa propagandistica in parte provocata da una fazione del Fplp (l'estrema sinistra laica dell'allora parlamento dell'Olp, sostenuta dalla Siria), in combutta con alcuni uomini dei nostri servizi segreti e con il fattivo contributo di una giornalista militante di sinistra. Chi firma l'intervista ad Abu Ayad è, infatti, Rita Porena, una veterana della causa palestinese, giornalista militante di estrema sinistra, storica collaboratrice del mensile Avvenimenti, già corrispondente dell'Ansa da Beirut, oggi scrittrice e saggista, negli scorsi anni firma di punta della Gamberetti: la stessa casa editrice che manda in libreria non solo le biografie di Yasser Arafat e Abu Nidal o saggi sulla strategia della tensione, sulla rivoluzione palestinese o sui rapporti pericolosi tra Cia e Mossad, ma anche libri come quello di Daniele Biacchessi dal titolo 10 e 25: cronaca di una strage - Vite e verità spezzate dalla bomba alla stazione di Bologna.
    Quello che segue è il contesto interno e internazionale che fa da sfondo all’operazione del Sismi riguardante la pista terrore sui treni e al successivo depistaggio delle indagini sulla strage, avente come obiettivo quello di accollare, a tutti i costi, l'attentato di Bologna alla destra radicale.


    Il depistaggio parte da Beirut

    Rita Porena, nata a Roma nel 1937, giornalista, insegnante, con una buona conoscenza di arabo, francese e inglese, ha svolto un’assidua attività di traduttrice a Beirut. Secondo alcuni atti della Questura di Roma, risulta fra l’altro che nel luglio e nel novembre 1966 ottenne l’estensione del passaporto, per turismo, alla Cecoslovacchia e nel settembre del 1967, ottenne analoga estensione per la Polonia, l'Ungheria e l'Urss. Questo il suo iter di formazione ideologica, stando a quanto hanno annotato i nostri apparati d'intelligence: «Viene indicata di far parte del Comitato di boicottaggio della mostra d'arte cinematografica di Venezia nel 1969. Già aderente ad un gruppo extraparlamentare di estrema sinistra, nel 1971 si reca in Libano dove entra in contatto con elementi del Fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp),durante il soggiorno in Libano, contrae matrimonio con un esponente di rilievo del Fplp, frequenta corsi di addestramento alla guerriglia e si adopera per il trasferimento di armi in Paesi europei (1975). Si sarebbe recata nell’Unione Sovietica, nel Libano e nel Pakistan, nonché in altre zone dell'Asia per effettuare imprecisati reportage sulle vittime del colera (1970). Il 15 febbraio 1971, si imbarca a Napoli sul piroscafo Akdeniz, diretto a Beirut via Alessandria, successivamente in tale Paese contrae matrimonio e frequenta corsi di addestramento alla guerriglia». Il nome del marito è Ghanim Bibi Anwar Rubayshi, nato nell'agosto 1920 in Palestina, esponente di rilievo del Fplp, alias Abu Khalid, Abu Jamal, ghanim Bibi, Ghanim Shihabi, Ghanem Faris e Atif Majid.
    Il 28 giugno 1975 (24 ore dopo l'uccisione di due ispettori dell’antiterrorismo, il ferimento di un terzo funzionario della polizia francese e l'assassinio di Michel Miikharbal da parte di Carlos in rue Toullier a Parigi), la Dst (Direction de surveillance du territoire) invia al ministero dell'Interno italiano la foto di una cittadina italiana (Rita Porena), segnalata con regolarità come militante dell’ultrasinistra impegnata nella causa palestinese e «sospetta collaboratrice» di gruppi terroristici arabi. La segnalazione dei servizi di sicurezza francesi -diramata anche alle polizie di Germania, Belgio, Gran Bretagna, Israele, Lussemburgo, Svizzera, Danimarca, Austria e Olanda - faceva seguito ad un precedente fonogramma nell'ambito di una complessa serie di attività investigative disposte dopo la strage di rue Toullier. C'è da aggiungere che Michel Mukharbal era fino a quel momento il responsabile della rete palestinese in Europa.
    L'Ispettorato generale per l'azione contro il terrorismo del nostro ministero dell'Interno, in un telegramma cifrato del 14 agosto 1975 diretto a tutte le Questure, ai Nuclei antiterrorismo, alle polizie di frontiera e all'Interpol, segnalava che Rita Porena, il 21 gennaio 1973 aveva denunciato lo smarrimento del proprio passaporto, ottenendo così un nuovo documento. Dopo la scoperta di basi operative della guerriglia palestinese a Parigi e a Londra, c'era il sospetto che anche il passaporto dichiarato smarrito della Porena poteva essere finito nelle mani dei fedayn. Ma il nome della Porena è connesso anche ad un'altra e ben più inquietante vicenda: l'intervista ad Abu Ayad sulla strage di Bologna apparsa sulle pagine del Corriere del Ticino nel settembre 1980.
    Il nome di Abu Ayad compare in una segnalazione del disciolto Sid e passata al Servizio stranieri del ministero dell'Interno in cui, fra l'altro, veniva sottolineato che, a metà febbraio 1975, si sarebbero svolte a Beirut e Damasco riunioni segrete fra capi guerriglieri palestinesi aderenti ai gruppi capeggiati da George Habbash e dello stesso Ayad (alias Salah Khalaf) e che in tali riunioni era prevista anche la presenza di elementi italiani, facenti parte delle Brigate rosse. Rita Porena rientra anche nell'inchiesta condotta dal giudice istruttore di Venezia, Carlo Mastelloni, nell'ambito del procedimento penale n° 204/83AGI (stralcio istruttoria su forniture di armi ed esplosivi dall'Olp alle Br, relativa ad introduzione clandestina di armi nel territorio italiano).
    Il 28 aprile 1989, il magistrato faceva notificare alla Porena un mandato di comparizione per favoreggiamento personale. L'imputazione si riferiva alle vicende connesse ad una partita di armi fornita dalla fazione estremista di George Habbash alla Br nel 1979. In particolare, la Porena veniva indiziata in concorso con il defunto colonnello Stefano Giovannone (ufficiale dei carabinieri, entrato nei servizi segreti militari nel 1965, dal 1972 al 1981 capo centro del Sid e poi del Sismi a Beirut, responsabile dell'area mediorientale e dei rapporti con il Fplp, strettamente legato ad Aldo Moro, morto nella sua abitazione romana la sera del 16 luglio 1986) per aver ostacolato le indagini dell'autorità giudiziaria al fine di coprire le responsabilità delle organizzazioni palestinesi nel traffico clandestino di armi ed esplosivi.
    La Porena, stando alle risultanze dell'inchiesta condotta dal giudice Mastelloni, risulta aver collaborato con i nostri servizi segreti, in veste di informatrice dalla capitale libanese, tra la fine degli anni Settanta e il 1982. Il 10 luglio 1984, il colonnello Giovannone veniva interrogato dal giudice Mastelloni, nell'ambito dell'inchiesta sul Superclan e il traffico di armi tra Fplp e Brigate rosse. Secondo Giovannone, la Porena veniva pagata per qualche mese dall'ambasciatore Stefano D'Andrea con i soldi del ministero degli Esteri, come addetta stampa, in quanto avrebbe dovuto svolgere una sintesi della stampa araba. Tra 1977-1978, la giornalista venne pagata come addetta stampa dell'ambasciata italiana di Beirut. «In realtà, feci io al ministero dell'Interno», spiegava Giovannone al magistrato, «il nome della Porena come la persona che poteva rapidamente mettere in contatto le autorità italiane interessate e il Fplp di Habbash in caso di operazione terroristica che questo avesse eventualmente attuato contro obiettivi italiani e ciò a causa dei buoni rapporti che la Porena intratteneva con Bassam Abu Sharif, esponente del Fronte, e del fatto che la stessa aveva dichiarato - pur non intendendo collaborare con i servizi - che non si sarebbe sottratta ad una eventuale richiesta di intervento per ovviare a situazioni drammatiche e purché la richiesta pervenisse dal ministero degli Esteri». Giovannone aggiungeva, poi, che egli non poteva gestire a Beirut quei rapporti in quanto in quel periodo rimase 15 mesi alla Seconda regione aerea di Roma, fino alla primavera del 1978. Il prosieguo istruttorie evidenziava, in particolare, che la Porena aveva lavorato per il servizio segreto militare sotto le gestioni dei generali Giuseppe Santovito e Ninetto Lugaresi (successore di Santovito, dopo lo scandalo della P2), percependo compensi «a rendimento» in quanto «nostra infiltrata nell'Olp», come ebbe a dichiarare un altro funzionario del Sismi in forza alla Divisione R (ricerca all'estero) sentito dal magistrato.
    Il 9 giugno 1986, Stefano D'Andrea, ambasciatore italiano a Beirut dal 1° gennaio 1977 al 1981, davanti al titolare dell'istruttoria inquadrava nel febbraio 1977 l'incontro a Roma con l'ambasciatore Boris Chapporri Biancheri, allorché questi gli riferì dell'esigenza, del Sismi di «utilizzare a Beirut una giornalista italiana corrispondente dell'Ansa» dal Libano. «La questione era riservatissima, sicché si sarebbe dovuta trovare una copertura. Formalmente, la Porena sarebbe stata retribuita da me... con 500 dollari al mese che avrei ricevuto dal colonnello Giovannone. Eseguii queste istruzioni, ma dopo sei mesi rifiutai di funzionare più volte come tramite di questa copertura». L'ulteriore attività istruttoria condotta dal giudice Mastelloni ha consentito inoltre di fare chiarezza sulla provenienza dei dollari alla Porena, durante la copertura offertale. Il riscontro di tale passaggio è arrivato con 1'interrogatorio del generale Armando Sportelli, dal 1979 diretto superiore di Giovarmene, responsabile della Divisione R del Sismi.
    Annota il giudice: «Riscontrando quanto sostenuto a verbale da Giovannone, Sportelli ha risposto che, dopo la destituzione subita, il cessato capocentro gli aveva raccontato che in un primo tempo la Porena era stata impiegata dal ministero dell'Interno, al fine di utilizzare le introduzioni della Porena in Fplp, allo scopo di prevenire eventuali attentati della stessa organizzazione in Italia». La retribuzione era avvenuta a Beirut per pochi mesi. Secondo Sportelli, Giovandone gli fece il nome di Biancheri come il canale impiegato come tramite dal ministero dell'Interno. Canale questo che, a sua volta, attivò l'ambasciatore D'Andrea. Cinquemila dollari furono consegnati dal ministero dell'Interno a Biancheri per il successivo inoltro a D'Andrea, che li passava al centro Sismi, distillando la somma. «Con la Porena, nell'arco del mio periodo di servizio ho avuto numerosi contatti nel corso dei quali la stessa mi relazionava sugli avvenimenti regionali» (cioè del Libano, il cui territorio, Beirut in particolare, si era trasformato nel "santuario" della dirigenza palestinese fino alla tragedia dei campi di Sabra e Chatila del settembre 1982) .

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    Predefinito L'inchiesta maledetta

    Ottobre 1999. Brandelli di verità, tessere scomparse del mosaico magicamente ritrovate, ma mai inquadrate nel giusto contesto dagli inquirenti che in questi anni hanno lavorato per capire veramente come quella valigia piena di esplosivo sia arrivata alla stazione di Bologna e soprattutto chi c'è dietro la strage. Quelli che seguono sono dei frammenti di una verità più ampia, forse in parte inconfessabile, ripescati nella sentenza-ordinanza del giudice istruttore del Tribunale di Roma, Rosario Priore, sulla sciagura dell'aereo Dc9 Itavia, precipitato la sera del 27 giugno 1980.

    L'inchiesta maledetta

    Scrive il giudice istruttore del Tribunale di Roma nella sua sentenza-ordinanza sulla sciagura aerea di Ustica, del 31 agosto 1999: «Senza dubbio, la circostanza più inquietante è rimasta l'utilizzazione del nome di Affatigato nelle due vicende [la strage del Dc9 Itavia del 27 giugno e la strage alla stazione ferroviaria di Bologna il 2 agosto del 1980, ndr]. La prima volta con la rivendicazione - rivelatasi subito infondata - che asserisce la sua presenza a bordo dell'aereo Itavia. La seconda volta, invece, con il coinvolgimento - anche questo rivelatesi infondato - nella esecuzione dell'attentato alla stazione ferroviaria di Bologna».
    Marco Affatigato, attivista di destra di Lucca e dirigente locale di Ordine Nuovo, spuntò fuori dalla famigerata telefonata giunta la mattina di sabato 28 giugno 1980 al centralino del Corriere della Sera, con la quale un'anonima voce maschile, con leggero accento del nord, esclamò: «Qui Nar Informiamo che nell'aereo caduto sulla rotta Bologna-Palermo si trovava un nostro camerata. Marco Affatigato. Era sotto falso nome. Doveva compiere un'azione a Palermo. Per riconoscerlo, aveva al polso un Baume&Mercler. Interrompiamo la comunicazione».
    Che si trattasse di depistaggio lo si scoprì subito. Il giorno seguente (il 29 giugno 1980), Enrica Giorgetto, madre di Affatigato, dopo aver parlato con lui al telefono, si recò alla Questura di Lucca, alquanto agitata, per informare la polizia del fatto che il figlio – ricercato da due anni - era vivo e vegeto e che si trovava, in quel momento, all'estero. Per l'esattezza, (ma questo la Giorgetto non lo riferì ai poliziotti) a Nizza, in Francia. Ma come furono collegate le due rivendicazioni (infondate) su Affatigato? Una risposta è stata fornita, pochi giorni dopo (il 2 luglio 1980) dal Sismi. Il Raggruppamento Centri di controspionaggio, all'epoca comandato dal colonnello dei carabinieri Demetrio Cogliandro, stilò un appunto nel quale veniva ipotizzato che «negli ambienti delle Partecipazioni statali», si apprese che sarebbe stato «un giornalista dell'entourage di Bisaglia [riferito ad Antonio Bisaglia detto Toni, all'epoca ministro delle Partecipazioni statali, morto in circostanze mai chiarite domenica 24 giugno 1984, ndr] ad inventare la notizia dell’attentato con una bomba che recava con sé un terrorista di destra».
    La nota del nostro Servizio segreto militare aggiungeva che questo -giornalista «si consultò anche con qualcuno del ministero dell'Interno o della Questura, per sapere chi poteva essere il terrorista di destra più adattabile al caso. Venne fuori il nome di un giovane "uccel di bosco" da vari mesi». Stando alle informazioni in possesso del Sismi, «non si voleva parlare di Brigate rosse perché si temeva subito una smentita su una notizia precisa con riferimento generico, anche se a persona esistente». La macchina infernale dei depistaggi, tesi ad accollare la strage alla destra, si era ormai messa in moto). Il filo rosso che lega tutti questi episodi porta lontano. Anche la stampa internazionale – appena 48 ore dopo la strage del 2 agosto 1980 – avanzava l’ipotesi di un collegamento tra i due “eventi criminosi”. Sempre il Corriere della Sera, il 4 agosto 1980, riferiva che il giornale svizzero Tribune Dimanche aveva accostato la strage di Bologna a quella dell’aereo caduto tra Ponza e Ustica.
    Il nome di Marco Affatigato salta fuori una seconda volta proprio all'indomani della strage di Bologna. La regia dei depistaggi è unica e punto solo ad un obiettivo: coprire la verità, depistando a destra. Anche i moduli operativi sono identici e convergenti . Secondo il quotidiano socialista L'Avanti del 7 agosto 1980, Affaticato «sarebbe stato notato per alcuni strani movimenti e per una valigia. Anche l'identikit preparato dalla polizia in base alle descrizioni dei testimoni corrisponderebbe a Marco Affatigato». Chi passa queste informazioni sa bene che tutto questo è falso, ma l'ordine è quello di seminare falsi indizi per distogliere l'attenzione dalla realtà dei fatti. Uno dei testimoni chiave intorno al quale ruota questa vicenda è «un maresciallo della Questura di Lucca», il quale ritenne di ravvisare nell'identikit preparato dalla polizia, su indicazione di un testimone, le sembianze di Affatigato. Così si arriva alla cattura di Affatigato a Nizza, il 6 agosto del 1980. Il suo arresto e il suo iniziale coinvolgimento nell'inchiesta sulla strage di Bologna rappresentano le prime battute di questo inquietante copione.
    Il coinvolgimento di Affatigato serviva per spianare la strada alla cosiddetta pista internazionale che, invece di puntare nella direzione giusta (cioè, verso il gruppo che in quel momento organizzava attentati e compiva stragi in Europa con valige cariche di esplosivo, spesso trasportate in treno), doveva invece tirare in ballo sedicenti gruppi eversivi francesi e tedeschi di destra (come la Fané-Fèderation d'action nationale ed européenne del misterioso Paul Durand e il fantomatico gruppo guidato dal tedesco Karl Heinz Hoffmann). Tutto questo tortuoso percorso, alla fine, doveva attirare l'attenzione degli inquirenti sui soliti noti della destra radicale italiana come Franco Preda, Giovanni Ventura, Stefano Delle Chiaie, Sergio Calore, Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Giorgio Vale e Sergio Picciafuoco. E così fu.
    Nel febbraio del 1981, sempre il Sismi, per mano del direttore, generale Giuseppe Santovito, trasmetteva alla Procura della Repubblica di Bologna un rapporto, preparato dal colonnello Pietro Musumeci, all'epoca capo dell'Ufficio controllo e sicurezza, con il quale si rendeva noto il ritrovamento, in un vagone del treno espresso 514 Taranto-Milano, di una valigia contenente esplosivo Tnt-T4 simile (cioè compatibile) a quello contenuto nella valigia esplosa la mattina del 2 agosto 1980. L'operazione aveva anche un nome in codice : terrore sui treni. Per fortuna, però, questa vicenda, parte integrante del più vasto disegno teso a depistare le indagini dai veri mandanti ed esecutori materiali della strage, venne in qualche modo chiarita in sede giudiziaria.
    Venne, infatti, condotta un'indagine sull'operazione terrore sui treni e, alla fine, furono coinvolti il direttore del Sismi Santovito e i colonnelli Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, nonché il maresciallo Francesco Sanapo, in servizio presso la stazione carabinieri di Vieste, in Puglia. Sanapo, uomo legato a Belmonte, messo alle strette dai suoi referenti del Sismi, prima attribuisce le informazioni sui presunti attentati da compiere in Italia (1'identikit costruito a tavolino relativo al "corriere" che avrebbe dovuto trasportare 1'esplosivo era quello di Giorgio Vale, «indicato come la persona che avrebbe dovuto mantenere i contatti tra Terza posizione e il gruppo Fane e un sedicente gruppo tedesco Hoffmann») ad una non meglio qualificata fonte informativa, poi scioglie la riserva citando il nome di un delinquente comune del Tarantino, ucciso in uno scontro a fuoco poco tempo prima. Si trattava di Giuseppe (detto Poppino} Monna: questo il nome della presunta gola profonda del maresciallo Sanapo. Come sempre, per chiudere il cerchio e sbarrare la strada a possibili riscontri, gli uomini dei servizi segreti mettono in bocca ad un morto quelle dichiarazioni sulla pista terrore sui treni (da collegare alla strage di Bologna) e indirizzate alla magistratura.
    Belmonte e Musumeci, dal canto loro, sentendo il fiato sul collo dei magistrati bolognesi i quali insistevano per conoscere ogni dettaglio utile sulle informazioni alla base delle veline sulla sbandierata operazione terrore sui. treni (che avrebbe dovuto rappresentare il contesto nel quale sarebbe maturata la strage del 2 agosto 1980, da attribuire a questa sorta di internazionale nera), premono su Sanapo per trovare un nome e cognome che potesse salvare capre e cavoli. Oltre al complotto, si aggiunse anche l'imbroglio: Belmonte, Musumeci & Co., con la compiacenza di Sanapo, affermano che la fonte venne ricompensata con un premio di 30 milioni di lire. Monna, che stando a questa versione avrebbe consegnato ai suoi interlocutori tre foglietti sulla strage, di quei soldi non vide mai un centesimo. Il malloppo, com'era prevedibile, venne spartito in altro modo.
    Il nome di Francesco Sanapo, infine, compare anche in una nota del 4 maggio 1990 a firma dell'allora capo della Polizia Vincenzo Parisi e destinata alla Questura di Bologna per competenza. Il ministero dell'Interno (Direzione centrale della polizia di prevenzione) segnalava che - su informazioni assunte da personale della Questura di Foggia - durante un comizio in piazza, il consigliere provinciale missino Vincenzo Caruso aveva dichiarato : «Mi assumo la responsabilità delle parole che sto per dire: la telefonata anonima della strage alla stazione ferroviaria è stata fatta dal maresciallo dei carabinieri Sanapo, che ha dato la colpa agli estremisti di destra». Caruso, chiamato per confermare la circostanza, ha tuttavia smentito i aver fatto dichiarazioni del genere: «Ha riferito», scrive il giudice Priore, «di aver conosciuto il maresciallo Sanapo, ma di non aver mai parlato con lui di vicende connesse alla strage di Bologna». Il caso Caruso rimane controverso, anche perché a verbale ha dichiarato che, durante il comizio, citò effettivamente il nome di Sanapo, ma non nel contesto citato nella nota firmata dal prefetto Parisi, e cioè che fosse lui l'autore della telefonata anonima fatta in occasione della strage del 2 agosto 1980.
    Queste le conclusioni del giudice istruttore Priore: «Anche il fatto che in occasione delle due stragi si siano usate le rivendicazioni sopra specificate, analoghe ma non identiche, palesemente con finalità di inquinamento delle inchieste, ma rivelatesi immediatamente solo dei tentativi maldestri, indica soltanto che vi era un unico centro, sicuramente nell'ambito dei servizi e simili, con verosimiglianza quello militare o gli eredi dei vecchi Affari Riservati, che sfruttavano ogni delitto di terrorismo per canalizzare le prime indagini in determinate direzioni, impedendo che quanto meno nei primi e più determinanti passi si imboccasse la via giusta e di fatto proteggendo i veri autori, di cui quel centro era sicuramente a conoscenza».

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    Predefinito Ostaggio della verità

    Settembre 1999. Sono tredici anni che Luigi Ciavardini è imputato unico di un assurdo stralcio del processo sulla strage del 2 agosto 1980, davanti al Tribunale di Bologna (sezione minorile).

    Ostaggio della verità

    La mostruosa saga del processo per la strage di Bologna, del 2 agosto 1980, va avanti senza sosta. L’infernale macchina della giustizia italiana continua, imperterrita, a macinare la vita delle persone. Pochi sanno, per esempio, che da ben nove anni - dal 1990 - presso il Tribunale dei minori di Bologna si sta celebrando (sarebbe meglio dire, consumando) il processo a carico di Luigi Ciavardini per il reato di concorso in strage. All'epoca dei fatti, Ciavardini aveva 17 anni, quindi la sua posizione venne - fin dal primo momento - stralciata per motivi d'età rispetto a quella degli altri imputati.
    Citata più volte nella sentenza della Corte d'Assise di Bologna per l'attentato del 2 agosto che costò la vita a 85 persone (oltre 200 i feriti), la figura di Ciavardini rappresenta da sempre una sorta di elemento destabilizzante nell'impalcatura giudiziaria che regge le condanne all'ergastolo di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e gli altri. Richiamato in causa nel 1986, guarda caso proprio alla vigilia del processo monstre alla Corte di Assise di Bologna, dalle dichiarazioni di una improbabile quanto sconosciuta "pentita" Raffaella Furiozzi, arrestata con l'unica colpa di essere la ragazza di un diciottenne torinese ammazzato dalla polizia sull'autostrada Alessandria-Torino mentre trasportava armi in un'auto.
    La ragazza, dopo un periodo di scomparsa nelle carceri italiane, riaffiora sapendo tutto di tutti e sostenendo, in particolare, di aver saputo dal ragazzo - che non può più smentirla - che questi aveva saputo a sua volta da Cavallini che gli autori materiali della strage erano tre "pischelli" di Terza posizione: Luigi Ciavardini, Nanni de Angelis (anch'egli deceduto) e Massimiliano Taddeini.
    Già alle prime verifiche, il castello accusatorio crolla in modo miserabile, lasciando intravedere sullo sfondo l'ennesimo depistaggio delle indagini. Primo: il ragazzo della Furiozzi non ha mai incontrato Cavallini.
    Secondo: perché Nanni de Angelis e Taddeini, il 2 agosto del 1980 erano in Umbria impegnati a giocare la finale del primo campionato italiano di football americano, dinanzi a migliaia di spettatori e in diretta tv su una emittente locale. Una banalissima verifica, avrebbe dovuto rispedire al mittente le gravissime accuse della Furiozzi e del solito "loquace" Angelo Izzo (uno dei tre massacratori del Circeo) e far aprire un procedimento penale per calunnia.
    Accanto a questo, sorgono alcuni gravi interrogativi : come e perché i due avessero contatti in carcere, e grazie a chi, nessuno ha mai tentato di appurarlo. Ne è mai stato chiesto ad Izzo chi e perché gli avesse fornito gli elementi sui quali imbastire al falsa pista.
    Tuttavia, malgrado gli oggettivi riscontri (tutti negativi) e nonostante il proscioglimento degli altri due falsi esecutori, Ciavardini resta unico imputato. Come mai? Perché la presenza di Ciavardini nel processo di Bologna è determinante per un altro cruciale aspetto: lui ha sempre dichiarato che, il 2 agosto, era a Padova insieme a Fioravanti e Mambro. La sua versione dei fatti è sempre stata Coerente e oltretutto identica a quella fornita agli inquirenti dai due principali imputaci. La versione di Ciavardini, dunque, se confermata, attribuisce agli alibi di Fioravanti e Mambro la patente di attendibilità. E questo rischia di smontare tutto l'infernale castello accusatorio costruito in questi anni.
    Delle due, l'una: o Ciavardini dice il vero, per cui lui e gli altri erano a Padova il giorno della strage, per cui sono tutti innocenti. O - come sostengono i giudici - mente per fornire un alibi non solo a Fioravanti e Mambro, ma anche a Gilberto Cavallini.
    «Il 2 agosto del 1980» ha sempre dichiarato, «al mattino, con Fioravanti, la Mambro e Cavallini sono andato a Padova partendo da Treviso». Come si vede, gli alibi di queste persone sono tutti legati fra loro in modo indissolubile. Processare ed eventualmente condannare Ciavardini, sulla base delle rivelazioni di Izzo, significa chiudere, blindare una volta per tutte il processo.
    Vale la pena ricordare che, tre anni dopo il pentimento di Izzo, l'allora procuratore capo presso il Tribunale dei minori di Bologna, Romano Picciotti, visti gli atti del procedimento, alla fine chiese l'archiviazione per Ciavardini. Ma il giudice istruttore, non solo ordinò una proroga delle indagini, ma affidò il fascicolo ad un nuovo pubblico ministero (una giovane proveniente dal Tribunale civile) , il quale - dopo soli tre mesi - ribaltò la frittata, chiedendo il rinvio a giudizio dell'imputato. Pareri così discordanti, valutazioni così diverse e contrastanti fra loro lasciano aperti troppi dubbi e interrogativi. Ma tant'è. Una volta ottenuto il rinvio a giudizio, il processo è andato avanti in modo stanco fino al 1994. Poi, dopo una serie di rinvii di natura tecnica, è ripreso nell'ottobre dell'anno scorso. Ciavardini, che oggi ha 37 anni, una moglie e tre figli, un lavoro di contabile presso una ditta di spedizioni, dopo aver pagato il suo conto alla giustizia italiana (senza alcuno sconto), rischia - a circa vent'anni di distanza - una condanna all'ergastolo con un'accusa tanto infamante quanto falsa e depistante.

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    Predefinito Attraverso l’inganno

    Aprile 2002. È passato un mese dal giorno (il 9 marzo) dell'emissione della sentenza di condanna di Luigi Ciavardini da parte della Corte d'Appello di Bologna (sezione minorile), in parziale riforma della sentenza di assoluzione del Tribunale per i minorenni di Bologna del 30 gennaio 2000. Quello che segue è il calvario di un uomo che da sedici anni sta lottando per la propria innocenza, per la libertà e per la verità.

    Attraverso l’inganno

    Luigi Ciavardini non aveva ancora 18 anni quando - la mattina del 2 agosto 1980 - un anonimo "corriere della morte" lasciava nella sala d'aspetto della stazione di Bologna una valigia carica d'esplosivo, che poi esplose, provocando la morte di 85 persone e il ferimento di oltre duecento. All'epoca, il giovane abruzzese (è nato a L'Aquila il 29 settembre del 1962) era un latitante braccato dalla polizia: come ha sempre detto, sostenuto e ripetuto fino alla noia, dopo i tragici fatti del liceo Giulio Cesare del 28 maggio 1980 (l'agguato che costò la vita all'appuntato di pubblica sicurezza Francesco Evangelista, detto Serpico), si trovava a Padova, in compagnia di Giusva Fioravanti, di Francesca Mambro e Gilberto Cavallini. I quattro, fra l'altro, proprio la mattina del 2 agosto, si incontrarono al mercato di piazza Prato della Valle a Padova.
    Al dibattimento di primo grado, si è appurato (per la prima volta dall'inizio della doppia inchiesta) che effettivamente quel giorno (il 2 agosto 1980) e in quella piazza del capoluogo veneto si tenne un mercato pubblico. È bene ricordare che il gruppo (formato da Fioravanti, Mambro, Ciavardini e Cavallini e denominato Nar: Nuclei armati rivoluzionari, proprio nell'estate dell'80 era stato piuttosto attivo, sia in Veneto che in Lombardia: il 25 luglio con l'attentato alla libreria Feltrinelli di Padova e il 29 agosto a Palazzo Marino a Milano. Atti dimostrativi di piccolo cabotaggio compiuti da un gruppo alquanto disorganizzato, addestrato in modo approssimativo e superficiale nella prassi militare e clandestina, senza mezzi, appoggi e coperture, con una rete di supporto scheletrica e collocata in un'area politica minoritaria, ghettizzata e perseguitata. Nulla di lontanamente paragonabile ad organizzazioni ramificate e strutturate (anche a livello gerarchico) come le Brigate Rosse o Azione rivoluzionaria, supportate da un vastissimo e influentissimo movimento d'opinione e politico ed ideologico, con legami e collegamenti ad alto livello. Anche negli apparati statali e nelle istituzioni.
    Dopo il loro arresto, Ciavardini e la Mambro sono i primi a ricordare, con precisione e puntualità, dove si trovavano il giorno della strage di Bologna. Fioravanti viene catturato, con una ferita d'arma da fuoco alla gamba, poco dopo il duplice omicidio di due militari dell'Arma (l'appuntato Enea Codotto e il carabiniere Luigi Maronese), compiuto sul lungargine Scaricatore a Padova la notte tra il 5 e 6 febbraio 1981. Ciavardini, invece, venne arrestato insieme a Nanni de Angelis il 4 ottobre 1980, in seguito alle confidenze fatte alla polizia da Marco Pizzari, un giovane di 23 anni, ex sottotenente dell'Esercito, assassinato a colpi di pistola a piazzale Medaglie d'Oro a Roma, il 30 settembre 1981. Francesca Mambro, dal canto suo, fuggita dopo lo scontro a fuoco con i carabinieri a Padova, ha concluso la sua latitanza un anno dopo: anche lei venne catturata dopo essere rimasta ferita nel corso dell'assalto all'agenzia 2 della Bnl a Roma, il 5 marzo 1982.
    Di certo, Ciavardini all'epoca non poteva immaginare quale spaventosa sorte giudiziaria stava per abbattersi sul suo cammino. Il 10 maggio 1986, infatti, il giovane ex militante di Terza posizione (uscì da Tp per legarsi ai Nar di Fioravanti nella primavera del 1980) viene raggiunto in carcere da comunicazione giudiziaria per "concorso nella strage del 2 agosto", proprio alla vigilia della chiusura formale dell'istruttoria a carico degli imputati "maggiorenni" Fioravanti, Mambro, Cavallini e Massimiliano Fachini. Questo filone d'inchiesta aveva avuto inizio, puntualmente, con le dichiarazioni "ad orologeria" di Angelo Izzo (uno dei tre massacratori del Circeo, giudicato peraltro «teste inattendibile» in tre differenti procedimenti) il quale riferì di aver appreso da tale Raffaella Furiozzi che a Bologna, in occasione della strage, avevano agito Fioravanti e la Mambro in funzione di copertura ad un gruppo di giovanissimi di Terza posizione.
    La Furiozzi, da parte sua, non ha fatto altro che confermare la versione del "pentito" Izzo, spiegando di avere a sua volta appreso queste cose da Diego Macciò, morto all'età di 22 anni nel corso di un controverso e ancora tutto da chiarire conflitto a fuoco con la polizia, la mattina del 24 marzo 1985, nei pressi del casello San Michele di Alessandria ovest, sull'autostrada Torino-Piacenza. Nel novembre del 1985, la Furiozzi (detenuta nel carcere di Paliano, dov'era rinchiuso anche Izzo) chiese di sposarsi con Cristiano Fioravanti, fratello di Giusva, anche lui solerte collaboratore di giustizia, conosciuto durante la detenzione. Il 3 dicembre dello stesso anno, la Corte d'Assise di Alessandria condannava la Furiozzi a dieci anni di reclusione per i fatti del 24 marzo 1985. Il processo, stranamente, si è definito in un'unica udienza.
    Dopo la cattura, la ragazza (aveva 19 anni) - trascorso un periodo di quarantena - matura il suo pentimento. E nel giro di poco tempo, ha modo di far circolare la nuova versione sulla strage del 2 agosto propalata da Izzo. Secondo la Furiozzi, Macciò le avrebbe confidato di essere stato in quel senso informato da Gilberto Cavallini (con il quale avrebbe avuto dei contatti) che a commettere l'attentato sarebbero stati Massimiliano Taddeini e Nazareno Nanni de Angelis. E visto che tra questi ultimi due e Ciavardini vi erano stretti legami e, come scrivono i giudici, «poiché Izzo aveva in fase successiva ampliato il proprio racconto asserendo che con quelle premesse il coinvolgimento dello stesso Ciavardini poteva ritenersi probabile», le tre posizioni processuali (di Taddeini, de Angelis e Ciavardini) vengono accomunate. Il 14 giugno 1986, a conclusione dell'istruttoria formale, il giudice istruttore di Bologna dispose la separazione delle, posizioni dei tre per la prosecuzione dell'istruttoria a loro carico. Istruttoria ritenuta «appena agli inizi», essendo recentissime le acquisizioni istruttorie che li riguardavano. Il 3 aprile dell'anno dopo, il giudice istruttore disponeva lo stralcio della posizione di Ciavardini, poiché all'epoca dei fatti era minorenne.
    Il colpo di scena si ha due anni dopo, il 16 luglio 1989: quel giorno il giudice istruttore di Bologna dichiara di non doversi procedere nei confronti di de Angelis e Taddeini in ordine alle accuse del duo Izzo-Furiozzi «per non aver commesso il fatto». Nel corso delle verifiche e dei riscontri era emerso, infatti, che la mattina del 2 agosto 1980, De Angelis e Taddeini si trovavano a Castel Giorgio (provincia di Terni) a disputare la finale del campionato italiano di football americano con la squadra dei Tori (che peraltro vinse la partita e il torneo). La loro presenza, per grande sfortuna di Izzo, dei suoi suggeritori e di coloro che gli diedero retta, era addirittura immortalata in un video amatoriale girato durante la gara.
    Ebbene, nonostante il clamoroso flop della pista Izzo-Furiozzi e il successivo proscioglimento di de Angelis e Taddeini, rimaneva in piedi l'accusa e l'inchiesta a carico di Ciavardini. Perché? A questa domanda a tutt'oggi nessuno è riuscito a fornire una risposta. Ciavardini verrà interrogato per la prima volta, dall'inizio del procedimento, soltanto il 9 gennaio 1990, sei anni dopo il ricevimento della comunicazione giudiziaria. Comunque, anche questa volta (così come aveva fatto in altre inchieste e in altri processi), il giovane ribadisce e conferma per l'ennesima volta il suo racconto e il suo alibi (e quindi, di riflesso, anche quello di Fioravanti e Mambro con i quali, va detto, non aveva avuto più alcun tipo di rapporto o contatto dal 1981) per la mattina del 2 agosto 1980. Finalmente, l'11 dicembre 1990, l'allora procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Bologna, Romano Picciotti, chiedeva l'archiviazione degli atti del procedimento «per quanto attiene alla colpevolezza di Luigi Ciavardini in ordine ai delitti di strage, omicidio volontario plurimo, trasporto di esplosivi, lesioni personali dolose, danneggiamento di impianti ferroviari». Il caso sembra chiuso. Invece...
    Nonostante la richiesta del pubblico ministero, il gip non accoglie la richiesta d'archiviazione e il 15 aprile 1990, in camera di consiglio, si riserva di precisare le integrazioni istruttorie da richiedersi al pubblico ministero. Che, per inciso, viene prontamente sostituito con un altro magistrato proveniente dai ranghi del Tribunale civile. Il 18 aprile 1991, allorché, con ordinanza, il giudice enunciava un'articolata serie di mezzi istruttori volta «ad illustrare la personalità del Ciavardini e ad evidenziare il ruolo, l'attività e i rapporti nell'ambito della destra eversiva, con particolare ma non esclusivo riferimento al periodo che va dalla fine del 1979 all’agosto-settembre 1980». Il 16 marzo 1992, sei anni dopo l'avvio del procedimento, espletati i cosiddetti incombenti demandati al pm, il gip dispone il rinvio a giudizio dell'imputato, fissando l'udienza dibattimentale per il 20 novembre 1992. Lamberto Sacchetti, presidente del Tribunale per i minori di Bologna d'allora, disponeva tuttavia un «differimento» con nuova fissazione dell'udienza dibattimentale al 10 dicembre 1994. Poi ulteriormente rinviata al 12 dicembre 1994, per dar modo al processo principale di secondo grado a carico dei "maggiorenni" di definirsi. E così fu. Con puntualità elvetica, il 16 maggio 1994, la prima Corte d'Assise d'Appello di Bologna riaffermava la colpevolezza di Fioravanti e Mambro in ordine alla strage del 2 agosto.
    Ma ecco all'orizzonte un secondo colpo di scena. Il 25 gennaio 2000, circa 14 anni dopo la prima comunicazione giudiziaria, i giudici si riuniscono in camera di consiglio per decidere la sorte giudiziaria di Ciavardini, ritenuto dall'accusa colui che avrebbe materialmente portato la valigia di esplosivo all'interno della sala d'aspetto della stazione ferroviaria bolognese. Due settimane dopo, il 30 gennaio, il Tribunale per i minorenni (composto da Maria Longo, presidente, Michele Massari, giudice, Piera Serra e Giuseppe Ziccone, giudici onorari) pronunciava la sentenza con la quale si mandava assolto Ciavardini per i delitti a lui ascritti in ordine alla strage del 2 agosto, condannandolo invece a tre anni e sei mesi per i reati di banda armata e altro in concorso con terzi.
    Ma nere nubi si addensano all'orizzonte. Il 16 maggio 2001, il pm deposita i motivi di appello contro la sentenza di primo grado. Il 1° marzo del 2002, inizia il processo di secondo grado. E dopo una settimana di dibattimento – nelle prime ore del pomeriggio dell'8 marzo la corte si chiude in camera di consiglio. Il 9 marzo, un sabato, in meno di 24 ore, i giudici leggono il dispositivo della sentenza che condanna Luigi Ciavardini: 30 anni di reclusione (il massimo della pena prevista per un minorenne), per aver «materialmente» compiuto la strage di Bologna.
    A conti fatti, le ore dedicate alla lettura dei cento faldoni dell'inchiesta non sarebbero più di cinque, tolto il tempo dei trasferimenti, dei pasti e del sonno. Secondo il difensore di Ciavardini, l'avvocato Alessandro Pellegrini di Bologna, ciò dimostrerebbe, oltre ogni ragionevole dubbio, che questa sentenza "era già scritta", andando oltre non solo i convincimenti del primo pubblico ministero che trattò il caso, ma ribaltando di 180° il giudizio di primo grado.

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    Predefinito «Il mio, un alibi pericoloso»

    Nel maggio del 2002, Area pubblica un'intervista a Ciavardini. Si tratta di una delle pochissime uscite pubbliche di quella che noi abbiamo più volte definito la 86' vittima della strage di Bologna. Per la giustizia italiana è colui che ha materialmente trasportato e piazzato la valigia di esplosivo nella sala d'aspetto di 2' classe nella stazione di Bologna, quel maledetto 2 agosto del 1980. In verità, il ruolo di Luigi è solo quello di puntello del mostruoso castello di accuse eretto per tenere in piedi il teorema che vuole la destra, i neofascisti responsabili delle stragi.

    «Il mio, un alibi pericoloso»

    «Non mi hanno dato neanche l’onore di essere il più grande stragista italiano». Così parlo Luigi Ciavardini, condannato in appello dal Tribunale per i minorenni di Bologna per la bomba alla stazione del capoluogo emiliano del 2 agosto 1980. Ciavardini oggi quarantenne, all'epoca della strage aveva diciassette anni, apparteneva ai Nar di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. E come loro ha ammesso tutti i reati precedenti, ha scontato le condanne, ma ha sempre ribadito la sua assoluta estraneità alla strage di Bologna.
    Per la giustizia italiana è colui che ha materialmente trasportato la valigia esplosiva alla stazione. Un killer spietato dunque, uno stragista senza scrupoli. Tutto a soli 17 anni.
    Eppure a pochi sembra interessare la sua storia. La condanna in appello (30 anni) per aver materialmente portato la bomba, è stata praticamente ignorata dai mass media. Distrazione redazionale? Difficile a credersi. Piuttosto voglia di non parlare di un processo scomodo. Per la strage di Bologna l'Italia aveva già trovato i suoi colpevoli: dopo cinque gradi di giudizio, gli 85 morti e 200 feriti sono stati attribuiti a Mambro e Fioravanti. Movente: praticamente nessuno. In primo grado, Ciavardini, giudicato dal Tribunale dei minorenni, è stato assolto. Gli elementi a suo carico erano vaghi, incerti, sempre riferiti a terzi (tutti morti): nessun testimone diretto che faccia il suo nome. Solo voci, allusioni, pettegolezzi raccolti negli ambienti di destra e la storia di una telefonata di avvertimento, che alla fine nessuno sa chi l'ha ricevuta e quando è stata fatta. Il primo giudizio arrivato a vent'anni dalla bomba, nel gennaio del 2000, è stato letteralmente stravolto in appello.
    Ciavardini, che cosa è cambiato?
    Nulla. Nessuna nuova testimonianza. La sorpresa alla lettura della condanna è stata totale. Con i miei legali eravamo convinti che sarebbe arrivata l'assoluzione definitiva. Con gli stessi elementi del processo di primo grado, un'altra giuria ha deciso che io ho messo la bomba a Bologna. In appello la situazione processuale è stata capovolta in tre sole udienze: 30 anni, praticamente 10 ad udienza, senza testimonianze dirette o pentiti che facciano esplicitamente il mio nome. Un record per la giustizia italiana. Ma il mio processo, la mia assoluzione rischiava di dover far riaprire un processo ben più conosciuto, quello ai danni di Mambro e Fioravanti.
    La sua assoluzione, infatti, rischiava di far saltare il teorema che regge l'accusa a Fioravanti e Mambro. Lei ribadisce di aver passato con loro il 2 agosto del 1980, a Padova.
    Sì e non ho motivi, anzi non li ho mai avuti, per cambiare versione. Il 2 agosto del 1980 ero latitante da circa un mese per l'agguato di fronte al Liceo Giulio Cesare di Roma. Quel giorno, sono partito da Treviso insieme a Gilberto Cavallini, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Destinazione Padova. All'ora di pranzo ero di ritorno da Padova e ho sentito l'orribile notizia della strage alla stazione di Bologna nel corso di un giornale radio. Non ho mai cambiato versione, forse per questo mi hanno condannato. La mattina del 2 agosto - lo ribadisco per l'ennesima volta - l'ho passata a passeggia- re per un mercatino di Padova insieme a Francesca Mambro. Questa è la verità.
    Alla notizia della condanna di Ciavardini i giornali hanno risposto in maniera freddina. Poche righe, come se all'Italia non interessasse più conoscere la storia dell'uomo, anzi del "ragazzino", che ha portato la valigia esplosiva a Bologna. Come mai? Interessa poco la strage del 2 agosto, oppure è meglio non parlarne?
    C'è stato un giornalista di un quotidiano molto importante, non voglio fare il nome, che si è detto disposto a farmi un'intervista, ma soltanto in esclusiva. Questa è evidentemente la logica dell'informazione in Italia. Credo che il mio nome non interessi molto, non faccia vendere più copie. Si è parlato molto di Mambro e Fioravanti – loro sono figure di maggior rilievo nell'ambito della destra eversiva italiana - eppure, secondo l'accusa, ad aver portato l'esplosivo a Bologna sono stato io. Un pischello di 17 anni. Mi viene da pensare che nel nostro Paese, in realtà, a nessuno interessa veramente conoscere la verità sulle stragi. Meglio condannare un illustre sconosciuto e mettersi l'anima in pace.
    La sua anima non direi che sia in pace. Quella del Tribunale per i minorenni è un'accusa terribile. Crede in un ribaltamento ulteriore della sentenza in Cassazione?
    La speranza rimane, ma a questo punto sono pronto a rientrare in carcere. Non mi fa paura. Non mi sento un martire, ma accetterò un eventuale condanna anche nel rispetto di tutti coloro che hanno creduto in me, nella mia riabilitazione, nel mio voler ricominciare una vita diversa. Soprattutto nei confronti della mia attuale famiglia, per liberarla dal peso di pensare a me, a questo mostro che gira, o che deve ancora nascondersi per un'atrocità che non ha mai commesso. Anche se non abbandono l’idea che chi debba tirar fuori la verità prima o poi lo faccia.
    Che idea si è fatto di quella strage. Chi ha messo la bomba, chi sono i mandanti, chi è reticente?
    Ci sono state segnalazioni, non prese in considerazione, che riportavano nomi di persone e fatti che potevano passare proprio attraverso la stazione di Bologna, proprio il 2 agosto del 1980.
    Da quanto tempo Luigi Ciavardini ha chiuso i conti con la giustizia?
    Per un caso strano, ho terminato definitivamente di scontare tutta la pena il primo agosto del 2000. Un giorno prima del ventesimo anniversario della strage.
    Lei parla anche di testimonianze lacunose. Per la strage di Bologna lei viene condannato da una voce che circola nell'ambiente di destra («sono stati i ragazzini di Fioravanti a mettere la bomba»), ma soprattutto da una telefonata con la quale lei avrebbe avvertito la sua ragazza Elena Venditti e i suoi amici Marco Pizzari e Cecilia Loreti. Salvandogli la vita.
    Loreti. Salvandogli la vita.
    Anche la storia della telefonata è una leggenda. Ricapitoliamo: secondo l'accusa il primo agosto io avrei telefonato a Ladispoli, allo zio di Cecilia Loreti, dicendogli di non far partire i tre alla volta di Venezia. Il pericolo era quello di passare a Bologna durante l’esplosione... A parte il fatto che anche in questo caso le testimonianze sono lacunose, tanto che lo zio della Loreti al mio processo non si ricorda bene di aver mai parlato con me al telefono, ci sono altri particolari da non sottovalutare. Nessuno colloca quella telefonata esattamente in prossimità del 2 agosto. A metà luglio. Elena Venditti mi aveva già raggiunto a Venezia e io comunicavo per ogni spostamento direttamente con lei, al telefono. Inoltre, non mi ricordo di aver fatto questa telefonata E non l'ho mai confermato in Tribunale. All'undicesima volta che i magistrati mi hanno fatto la stessa domanda, io ho controbattuto: ammesso che io avessi telefonato, che tipo di posticipazione avrei fatto? E con chi avrei parlato visto che nessuno se lo ricorda con esattezza? Insomma, un'accusa che si basa solo su congetture e fantasie, oltretutto forzate.
    Perché mai Ciavardini avrebbe dovuto uccidere 85 persone innocenti? Secondo i giudici chi era lei: un mostro, un pazzo, un burattino nelle mani dei servizi segreti?
    Nessuno dei tre. Aspetto di leggere le motivazioni della sentenza per capirne di più. Certo, gli elementi sono un po' pochi per dare 30 anni ad una persona. Nessun testimone diretto, nessun riscontro, nessuna prova. Il mio problema evidentemente sta nell’alibi. Il 2 agosto del 1980 ero con due persone che sono state condannate per lo stesso reato, in quinto grado, con sentenza passata in giudicato il 23 novembre ' 95. Mi sarebbe bastato rinnegarli e mi sarei salvato. Sarebbe un'altra mostruosità, della quale non voglio macchiarmi. E poi, nessuno se lo chiede, sarei andato a fare una carneficina senza neanche crearmi un alibi? Una follia. Voglio ricordare un altro particolare: all'apertura del processo a mio carico, nel 1990, fu proprio il pubblico ministero, il rappresentante dell'accusa, a chiedere l’archiviazione. Invece...

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    Predefinito I segreti della Commissione stragi

    Ottobre 2002. Un'inchiesta di Area svela che negli archivi dell'ex Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo e le stragi erano conservati alcuni brandelli di verità (inedite) sulla strage di Bologna. In quel momento ancora non si sapeva che i documenti di cui si fa riferimento (carte provenienti dalla magistratura di Parigi su Carlos e la sua organizzazione terroristica) erano da mesi chiusi in un armadio, in qualche stanza di Palazzo San Maculo a Roma, al riparo da sguardi indiscreti. Queste carte rispunteranno fuori, quasi magicamente, soltanto un anno dopo (nel 2003) e verranno acquisite dalla Commissione d'inchiesta sul dossier Mitrokhin.

    I segreti della Commissione stragi

    Negli archivi dell’ex Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, presieduta all’epoca dal senatore Giovanni Pellegrino, sono conservati alcuni atti, documenti, rapporti che potrebbero far riaprire l'inchiesta sulla strage di Bologna, del 2 agosto 1980. Vale la pena ricordare che, proprio durante le fasi finali della XIII legislatura, l'organismo bicamerale era riuscito a mettere a segno un colpo straordinario: l'audizione del superterrorista internazionale Ilich Ramirez Sanchez, più comunemente noto col nome di Carlos, a Parigi, tramite commissione rogatoria internazionale in Francia. Ma all'ultimo momento (e del tutto inspiegabilmente) la rogatoria abortì perché, a detta del giudice francese incaricato del caso, Jean-Louis Bruguière, vicepresidente dell'Ufficio istruzione del Tribunale della Grande istanza di Parigi (presidente della Sezione antiterrorismo), erano venute meno le minime condizioni di serenità e affidabilità, necessarie per compiere un atto formale di quell'importanza. Tutte scuse e fesserie.
    L'audizione di Carlos da parte di una delegazione della Commissione Stragi si sarebbe dovuta svolgere - così come da accordi, tempi e modi fissati con la rogatoria del 3 aprile 2000 - nei giorni 16 e 17 ottobre dello stesso anno, presso una sala del Palazzo di Giustizia di Parigi. Ma, come abbiamo detto, pochi giorni prima della partenza per la Francia, l'autorità d'oltralpe faceva sapere al nostro ministero della Giustizia (Ufficio II rogatorie) che l'interrogatorio dell'uomo che aveva scatenato il terrore in mezza Europa tra il 1973 e il 1983 non poteva più avere luogo.
    Se tutto fosse andato a buon fine, comunque, l'audizione del detenuto sarebbe stata sottoposta a rigidissime restrizioni: non sarebbe stato possibile effettuare un resoconto stenografico (il verbale delle dichiarazioni dell'audito sarebbe stato stilato dalle autorità francesi) e, sebbene fosse stata autorizzata dal giudice delegato, la registrazione del colloquio avrebbe potuto avere luogo solo se l'interessato fosse stato d'accordo. Le autorità parigine avevano ammesso, infine, la presenza di un interprete italiano. Fu anche per questo che Carlos, venuto a conoscenza delle rigide condizioni imposte dall'autorità giudiziaria parigina, andò su tutte le furie, accusando platealmente il giudice Bruguière di aver messo in moto una sorta di complotto contro l'autorità parlamentare italiana e di aver voluto, subdolamente, sabotare una rogatoria a dir poco esplosiva. Vero? Falso? Difficile dare una risposta. Rimane in fatto che, proprio all'indomani delle esternazioni di Carlos, le autorità francesi chiusero la pratica, senza troppi complimenti, dicendo alla delegazione italiana di restarsene a casa.
    Ma perché questa audizione sarebbe stata esplosiva? Semplice: perché durante la messa a punto e il perfezionamento del complicato iter per la commissione rogatoria in Francia, Ilich Ramirez Sanchez (detenuto, in stato di duro isolamento, nel carcere di massima sicurezza de La Sante dall'agosto del 1994) rilasciò una sbalorditiva intervista al quotidiano II Messaggero (marzo 2000) nella quale (senza che nessuno gli avesse rivolto alcuna domanda specifica) esordiva dicendo, senza mezzi termini, che il 2 agosto del 1980, alla stazione di Bologna, un compagno, un militante della sua organizzazione, probabilmente sotto sorveglianza, viaggiava «senza bagaglio, cercando di sfuggire all'identificazione»... Un particolare talmente preciso, puntuale, inedito, esplosivo che ha lasciato tutti di sale. Un particolare, questo, che - in un Paese normale - avrebbe immediatamente attirato non solo il doveroso e fulmineo interesse della magistratura, ma avrebbe scatenato l'inferno nell'opinione pubblica. E invece, nulla. Silenzio di tomba…
    Ma torniamo alle rilevazioni di Carlos sulla strage del 2 agosto 1980. Il terrorista venezuelano (nato a Caracas il 12 ottobre 1949), poi convertito all’Islam dopo anni di “battaglie” condotte in nome e per conto della resistenza palestinese in Europa e nel Nord Africa (Fplp), ha fatto cenno di un compagno senza bagaglio (cioè senza valigia carica di esplosivo). Ebbene, un’altra compagna, militante di primo piano della sua organizzazione, la tedesca Christa Margot Frőhlich, nata a Kalisz il 19 settembre 1942 (la polizia tedesca la seguiva fin dal 1972 poiché sospettata di simpatie e contatti con la banda Baader-Meinhof e successivamente con la Raf), venne fermata il 18 giugno 1982 alla dogana dell'aeroporto di Fiumicino con una valigia carica di esplosivo (oltre 3,5 kg di miccia detonante, composta di esplosivo ad altissimo potenziale pentrite proveniente da depositi militari di Paesi dell'ex patto di Varsavia), due detonatori e una sveglia elettrica predisposta all'impiego quale timer di un ordigno. La Frőhlich era sbarcata dal volo Tarom 235, partito da Bucarest (Romania) e proveniente da Damasco (Siria). Condannata dall'VIII sezione penale del Tribunale di Roma a sei anni e quattro mesi di reclusione (scontati per la maggior parte nel carcere di Latina, dove si è sposata in seconde nozze con Sandro Padula, uno degli elementi di vertice delle Br-Pcc), la terrorista tedesca è stata quindi estradata in Francia, su istanza dello stesso giudice che indaga sulle attività di Carlos, pochi anni fa.
    Libano, Siria, Ungheria, Romania, Libia, Italia, Francia, Germania. Era un po' questo il teatro d'azione del gruppo di Carlos lo Sciacallo, tra la fine degli anni Settanta e la metà degli Ottanta. Il 6 settembre del 2000, proprio alla vigilia della partenza per Parigi da parte della delegazione parlamentare italiana, trapelava la notizia che armi ed esplosivi usati in attentati compiuti da Ramirez Sanchez agli inizi degli anni Ottanta provenivano anche dal regime del dittatore Nicolae Ceaucescu. Questo secondo anticipazioni sui risultati di un'inchiesta del controspionaggio rumeno. Le armi e gli esplosivi, secondo questo rapporto, erano stati forniti a Carlos in cambio di "servizi" da lui resi a Ceaucescu soprattutto a Parigi e Monaco di Baviera. Proprio a Monaco, durante l’Oktoberfest il 26 settembre del 1980 (poche settimane dopo la strage di Bologna) una bomba esplose causando 13 morti e oltre 200 feriti: della strage venne sospettato il grafico nullatenente Karl Heinz Hoffmann, leader delle squadre sportive armate, legato alla destra radicale tedesca e citato nelle famigerate veline del gennaio 198 sulla fantomatica operazione predisposta dagli allora vertici del Sismi e denominata terrore sui treni, nella quale venivano nominati il poliziotto francese Paul Durand e i soliti Franco Freda, Giovanni Ventura, Stefano Delle Chiaie, Paolo Signorelli e Giorgio Vale. Il 13 ottobre 980, un articolo di Panorama a firma di Corrado Incerti metteva in collegamento la strage di Bologna con quella di Monaco.
    A Parigi, sotto la sede del giornale al Watan al Arabi, in rue Marbeuf, il 22 aprile 1982 (due mesi prima dell'arresto della Frőhlich) il gruppo di Carlos fece esplodere un'autobomba. L'autovettura, una Opel Kadett, venne presa a noleggio alla Hertz nell'ex Jugoslavia e condotta in Francia, via Svizzera, dalla stessa Frőhlich. Per questi fatti, la magistratura francese ne ha chiesto e ottenuto l'estradizione (avvenuta nell'ottobre del 1995) . Vale la pena ricordare, inoltre, che negli atti acquisiti dal giudice parigino Bruguière nell'ambito dei vari procedimenti penali a carico di Carlos nei Paesi dell'ex blocco sovietico, soprattutto nel materiale proveniente dagli archivi della Stasi, la polizia politica della Germania Est, esisterebbe un'informativa che segnala la presenza di Carlos e uomini di una sua cellula a Bologna, proprio i giorni precedenti la strage. Questo dettaglio, inedito e straordinario, potrebbe costituire un robustissimo riscontro alle parole del super terrorista venezuelano.
    In verità, la commissione rogatoria avviata con le autorità francesi era organizzata in due tronconi. Il primo: l'audizione di Carlos. Il secondo: l'acquisizione di tutto il materiale recuperato negli archivi dei servizi segreti di Romania, Ungheria, Germania (per gli archivi della ex Ddr) e Jugoslavia. Come abbiamo visto, per varie ragioni (diciamo di Stato), la prima parte della rogatoria è fallita. Ma la seconda no. Pur continuando a negare l’audizione del detenuto, la magistratura francese ha continuato a promettere di trasmettere al più presto tutto quel materiale (preventivamente selezionato) che avesse riferimenti, diretti o indiretti, con lo scenario italiano… Ancora il 13 febbraio 2001, le autorità francesi assicuravano la Commissione stragi che il giudice Bruguière aveva dato «sollecita esecuzione» alla suddetta commissione rogatoria. A circa due anni di distanza, nessun documento è mai giunto a Roma. Un ulteriore motivo, questo, per rimettere in moto la macchina burocratica e ridare impulso alle due rogatorie: sia per ascoltare quanto Carlos ha da dire sulla strage di Bologna (e su altre questioni rimaste in sospeso, legate ai contatti fra Br, Raf, Ackion Direcke, 17 novembre, Fplp e la catena del Soccorso Rosso internazionale), sia per acquisire questo importante patrimonio documentale proveniente dell'Est europeo.
    Sempre secondo elementi di riscontro e documenti custoditi nell'archivio dell'ex Commissione Stragi a Palazzo San Macuto, è emerso che, fin dalla metà degli anni Settanta, in stretto contatto con la cellula terroristica di Carlos a Parigi (di composizione mista, formata da elementi tedeschi della Raf, francesi di Ackion Direcke, e militanti del Fplp e delle Formazioni armate liberazione della Palestina) è risultata Rita Porena, giornalista, scrittrice, già corrispondente per l'Ansa da Beirut, collaboratrice del mensile Avvenimenti, sposata con un esponente del Pplp e all'epoca (a partire dal 1977) persona di fiducia del colonnello Stefano Giovannone, per anni capo-centro del Sismi in Libano per l'area mediorientale, e del colonnello Armando Sportelli. Il suo nome lo ritroviamo in evidenza anche nell'inchiesta condotta dal giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni su un traffico d'armi tra organizzazioni per la liberazione della Palestina e le Br: inchiesta nella quale vennero coinvolti anche i massimi vertici dei nostri servizi di sicurezza.
    Ebbene, la Porena risulta essere la giornalista che, proprio grazie ai suoi contatti di vertice con le fazioni palestinesi, attraverso la sua famosa intervista a Salah Khalaf (alias Abu Ayad), uno degli allora capi di Al-Fatah, apparsa il 19 settembre 1980 sulle pagine del Corriere del Ticino e anticipata 48 ore prima da un flash d’agenzia, nella quale si riferiva che in campi paramilitari in Libano controllati dalle destre maronite s’erano addestrati, prima della strage di Bologna, vari gruppi di estrema destra provenienti da Francia, Germania, Spagna e Italia e che fra questi (fra gli altri, era indicato il solito Hoffmann). «Dai tedeschi» affermava Abu Ayad, «abbiamo appreso che circa undici mesi fa, nel campo di Aqura, il loro gruppo aveva discusso con gli italiani la strategia per restaurare il nazifascismo nei loro Paesi ed erano arrivati alla conclusione che l'unica via sarebbe stata l'attacco contro le istituzioni più importanti. I fascisti italiani hanno affermato che il loro maggior nemico è rappresentato dal Pci e dalla sinistra in generale e che perciò avrebbero cominciato le loro operazioni con un grosso attentato nella città di Bologna, amministrata dalla sinistra».
    L'operazione di intossicazione avviata con l'intervista di Ayad sul Corriere del Ticino, pienamente assecondata dalla direzione del Sismi dell'epoca, costituisce il prodromo della vergognosa manovra depistante messa in atto dal servizio segreto militare e nota alle cronache giudiziarie col nome di terrore sui treni, perfezionatasi con il falso ritrovamento dell'esplosivo e altro materiale (come biglietti aerei, mitra, fucili, pistole, copie di giornali francesi e tedeschi, guanti e passamontagna) sul treno Taranto-Milano alla stazione di Bologna. Siamo al 13 gennaio 1981. Dagli atti dell'istruttoria della magistratura veneziana sul traffico d'armi intemazionale risulta che Rita Porena, almeno dal 1977 era una «agente a rendimento del Sismi» (per schermare la provenienza degli emolumenti, veniva pagata dal ministero degli Esteri formalmente per predisporre una rassegna stampa), infiltrata negli ambienti dell'Olp, di Al-Fatah e del Fpip. Ma tutto questo, stranamente, non affiora leggendo la faraonica inchiesta sulla strage del 2 agosto del 1980...

  8. #8
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    Thumbs up Forse qualcosa si muove.....

    Fonte: Alleanza Nazionale

    FRAGALA’ SU ROGO PRIMAVALLE; LOLLO INTIMIDITO DA AMBIENTI DELLA SINISTRA ITALIANA CHE TEME L’EFFETTO-SLAVINA DELLE CONFESSIONI SU ANNI DI PIOMBO.

    Fa bene Bertinotti a chiedere verità sulle stragi: in Commissione Mitrokhin stanno per arrivare i documenti sugli attentati realizzati da Separat e dai Servizi segreti dell’Est. Necessaria un’”operazione-verità” perché quel passato non torni mai più: indulto in cambio di ricostruzione completa dei fatti.


    La vergognosa marcia indietro effettuata da Achille Lollo nell’intervista a Bruno Vespa durante la puntata di “porta a Porta” è la prova più evidente di una forte intimidazione che, dagli ambienti della sinistra italiana, si è abbattuta su Lollo accusato di essere un traditore per avere cominciato a dire la verità sulle responsabilità del rogo di Primavalle e sulla rete di complicità e protezioni che consentì ai tre autori della strage prima di inquinare le indagini e fermare e vanificare l’azione giudiziaria e poi di scappare clandestinamente all’estero realizzando l’impunità completa.
    A questo punto è chiaro che c’è qualcuno – e sono in molti- che in Italia teme l’effetto contagio, cioè la slavina delle confessioni sui delitti degli anni di piombo fino a scoperchiare o ribaltare verità processuali di comodo, come quella della strage di Natale sul treno 904: è bene ricordare che proprio grazie a documenti inediti della Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, raccolti nell’inchiesta giudiziaria sul terrorismo internazionale, il giudice francesce Bruguiere ha individuato in Carlos l’autore di quell’attentato.
    Fa bene, quindi, Fausto Bertinotti a chiedere di far luce sulle stragi, da piazza Fontana in poi fino all’attentato al Papa, giacchè stanno per arrivare in Commissione Mitrokhin proprio quei documenti da cui emerge, con tragica chiarezza, la rete internazionale attraverso cui i Servizi segreti dell’est destabilizzarono i vari Paesi europei con atti terroristici di ogni livello. Quegli atti terroristici, quelle stragi e quegli attentati che la sinistra, parlamentare e non, mistificò per tanti anni attribuendoli ai fascisti, all’immancabile Cia e alla destra in genere.
    Se si vuole veramente, dunque, che quel passato non torni mai più bisogna avere il coraggio di un’operazione-verità, come quella che fece Nelson Mandela in Sudafrica dopo la guerra civile. Una soluzione politica che, in cambio della verità e della completa ricostruzione dei fatti, realizzi una pacificazione nazionale anche attraverso la previsione dell’indulto per coloro che contribuiranno all’accertamento dei fatti e delle responsabilità.

  9. #9
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    A livello di istinto credo anch'io che Mambro, fioravanti e Ciavardini siano innocenti. Se poi però si va a leggere gli atti processuali qualche dubbio può venire.Certo che comunque che dare la colpa a Carlos o sollevare altre amenità certo non contribuisce a far luce sulla vicenda.
    Bazooka!!!

  10. #10
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    In origine postato da bazooka
    A livello di istinto credo anch'io che Mambro, fioravanti e Ciavardini siano innocenti. Se poi però si va a leggere gli atti processuali qualche dubbio può venire.Certo che comunque che dare la colpa a Carlos o sollevare altre amenità certo non contribuisce a far luce sulla vicenda.

    QUALCHE DUBBIO su Mambro e Fioravanti??? mi spiace ma vai contro ciò che è ragionevolmente certo. Sono colpevoli e devono stare in gabbia.

 

 
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