Caro direttore, premetto subito che quanto leggerete di seguito è dichiaratamente e programmaticamente provocatorio.
E nasce da una convinzione profonda.
È vero quel che Berlusconi ha detto ieri, che il governo Prodi è riuscito nel capolavoro di perdere in pochi mesi la fiducia del 77% degli italiani. Ma attenzione. I primi sondaggi relativi al mese di gennaio, come quello ieri pubblicato dal Corriere della sera, testimoniano che dopo lo tsunami tutto tasse della finanziaria Prodi comincia piano piano a risalire.
La televisione e i media amici del governo tambureggiano tutti i giorni.
L'enfasi delle liberalizzazioni gonfia commenti e opinioni favorevoli, anche se esse non toccano le strettoie vere dello statalismo dirigista . E tutto aiuta a dar meno rilievo, alle spaccature verticali sulla politica estera, sulle pensioni, sui Pacs e sulla Tav.
Il potere reale sta dalla sua, nelle banche, nell'editoria, nella maggioranza della magistratura.
Nelle città, dove si vota alle prossime amministrative, la sinistra è storicamente assai più abile del centrodestra. Di conseguenza, il centrodestra farebbe bene a ragionare per il futuro.
Sin qui, è bastato praticamente lasciar fare al governo Prodi, perché esso sprigionasse da solo e dal suo interno quel peggio che agli italiani non è piaciuto.
Ma ora occorre una strategia d'attacco. Se si lascia all'avversario la comoda possibilità di rinsanguarsi nei quartieri d'inverno, alle amministrative l'Unione potrebbe andare molto meglio di quanto oggi dicano i sondaggi.
Se questa è la premessa, una cosa è sicura. Agli italiani scontenti e delusi, di chi guiderà la Casa delle Libertà al momento delle elezioni o nell'eventuale partito unitario del centrodestra, della Federazione e delle primarie, di tutto ciò agli italiani importa un fico secco.

Proposte scottanti
Sin qui, l'analisi. A seguire, la proposta. Della quale mi assumo tutta la responsabilità, perché vi metto sull'avviso: è roba che scotta.
A giudizio di chi qui scrive, è uno e uno solo, il terreno comune che tiene incollati milioni di italiani delusi, che ha gonfiato nei mesi della finanziaria il vento della protesta, e che ha portato centinaia di migliaia di italiani a ritrovarsi tutti incolonnati in marcia per le strade di Roma il 2 dicembre scorso. E su che cosa di fonda, lo spirito del 2 dicembre? Su una parola d'ordine prioritaria. Il no più deciso e intransigente alla pioggia di nuove tasse e balzelli, il rifiuto esacerbato del la retorica lotta all'evasione con cui l'Unione maschera la sua avida falcidie di decine e decine di miliardi di euro in aggravi aggiuntivi, volti a finanziare la nuova batteria di politiche stataliste e dirigiste messe a disposizione di tutti i dicasteri.
Ai contribuenti tartassati servono cose concrete. Ed ecco perché serve un piano concreto di iniziative, che dalla denuncia passi all'immediata offerta di una controstrategia liberale e liberista.
In tre semplici punti.
Il primo, che si rivolga all'intera platea dei contribuenti.
Il secondo alle imprese italiane.
Il terzo, infine, una pistola alla tempia del prelievo raccolto dal governo Prodi con i suoi 1365 commi votati a fiducia, espropriando il Parlamento.
A tutti i contribuenti vessati, il centrodestra dovrebbe offrire da subito una serie di proposte da approvare entro sessanta giorni, vinte le elezioni.

Bisogna ripartire dai fondamentali: l'articolo 53 della Costituzione, quello che individua il presupposto della capacità contributiva del cittadino.
Decenni di legislazione e giurisprudenza statalista e fiscalista hanno di fatto annullato in Italia ogni presupposto soggettivo, per la capacità contributiva. In altre parole è finito per divenire valido indizio di capacità contributiva non la possibilità e le conseguenze per il cittadino di pagare il tributo, bensì il semplice fatto che i tributi disposti dal legislatore non siano manifestamente arbitrari e irragionevoli.
Occorre una norma di principio che ribalti tale distorsione: e per darle pratica attuazione vanno immediatamente formati comitati collettivi di resistenza fiscale che impugnino le norme in base alla disposizione testuale della Costituzione, e non alla sua distorsione che ha finito per divenire il paravento dei tassassassini al governo centrale e locale.
Agli italiani - oltre un milione, attualmente - interessati dal fenomeno delle "ganasce pazze", occorre rivolgere la proposta di un ribaltamento dell'attuale regime delle impugnative ai controlli fiscali.
Per la solita logica favorevole in via di principio all'esazione e non ai diritti del contribuente, attualmente la comunicazione del controllo strumentale da parte dell'autorità tributaria che induca quest'ultima a chiedere una rettifica della dichiarazione e dell'imposta dovuta non consente al contribuente l'avvio di alcuna iniziativa giudiziaria. Questa è consentita solo quando è troppo tardi: dopo l'iscrizione a ruolo, all'atto del recapito della cartella esattoriale, una volta cioè che l'amministrazione finanziaria si è autoattribuito il titolo a esercitare l'esecuzione forzata del prelievo aggiuntivo.
E' il contribuente che dobbiamo difendere dallo Stato, non viceversa, se vogliamo farla finita col fiscalismo giustizialista.

Un secondo capitolo del manifesto per una nuova civiltà fiscale deve invece rivolgersi all'impresa. Con un obiettivo radicale: ribaltare il sistema costruito dal centrosinistra, per il quale un'aliquota unica sul reddito d'impresa di fatto realizza invece un prelievo pesantemente regressivo, che pesa sulle piccole e medie aziende molti punti più che sulle grandi. Perché in Francia, Regno Unito, Spagna, Paesi Bassi e Lussemburgo l'imposta sui redditi delle società è progressiva, e l'aliquota cresce in funzione dell'imponibile? Perché in Francia e Spagna oltre a questo criterio ve n'è uno concomitante, che nel determinare l'aliquota da applicare tiene anche conto delle dimensioni delle società in termini di fatturato? Sbagliano forse ben 7 paesi su 15 degli originali dell'Unione Europea? E abbiamo invece ragione noi soli, visto che in Italia non vi sono disposizioni per l'aliquota e per gli altri criteri di tassazione a favore delle piccole e medie aziende, malgrado il fatto che l'attività d'impresa nel nostro Paese sia effettuata in larghissima prevalenza da aziende di piccola o piccolissima dimensione? Al contrario la realtà italiana registra invece una situazione improntata alla più brutale regressività, con la grande impresa che paga imposte secondo un'aliquota media dai sei agli otto punti inferiore rispetto a quella che grava sui medio-piccoli. Nel determinare tale iniqua ripartizione del carico fiscale - che frena la crescita e l'innovazione italiana - ha storicamente contribuito la forza che la grande impresa ha sempre saputo, voluto e potuto organizzare nell'arena pubblica.
Basti pensare alla Dit di Vincenzo Visco, introdotta sotto il primo governo Prodi dell'Ulivo e che oggi si vuole tornare a reintrodurre. Visco si riferiva allora a un modello "duale" di tassazione del reddito d'impresa con una remunerazione ordinaria del capitale uguale al primo scaglione Irpef e allineato all'aliquota sugli impieghi finanziari nonché sui redditi da fabbricati. Il caso da manuale delle norme di attuazione era quello della Telecom di allora: col bel risultato che imprese grandi e grandissime pagavano un'aliquota media su redditi pari alla metà di quella gravante su imprese medie e piccole. Questo sconcio ha iniziato a esser ribaltato con le norme poste da Tremonti, ma ora occorre una proposta generale di fisco d'impresa tagliata apposta sulle spalle delle piccole aziende italiane.

L'ordigno di fine mondo
Terzo capitolo, quello più scabroso. L'ordigno fine di mondo, l'arma più temibile. Una proposta formale solennemente annunciata da tutti i leader della Cdl, che annunci a tutti i contribuenti sin da subito un maxi concordato per adesione a tutti gli italiani che in questa legislatura dell'Unione abbiano eluso, evaso e respinto la tasse pazze del governo Prodi.
Adozione immediata del regime di doppia aliquota personale al 22% e 33% oltre i centomila euro di reddito oltre alla no tax area per i redditi bassi, e maxi sanatoria per tutti in ragione del cambio radicale di sistema.
Bisogna dichiararla subita, oggi.
Per combattere dalle radici un sistema che impoverisce l'Italia, occorre alzare il tono.
Occorre battersi con tutta la forza che si ha in corpo, per un governo la cui bandiera torni a essere quella dell'amata Elisabetta prima d'Inghilterra: che non caso era amata, perché affermava «preferisco che il denaro sia nelle tasche del mio popolo, piuttosto che nel mio tesoro di Stato».

Oscar Giannino
vicedirettore Finanza&Mercati

su Libero di domenica 28 gennaio

saluti